Il Principato di Seborca e la sua zecca

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Girolamo Rossi (archeologo)

1871 Indice:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu Archivio storico italiano 1871/Seborga/numismatica/Liguria Il Principato di Seborca e la sua zecca Intestazione 16 ottobre 2017 50% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871)


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IL PRINCIPATO DI SEBORCA E LA SUA ZECCA


lettera


AL CHIARISSIMO COMMENDATORE DOMENICO PROMIS


Bibliotecario di S. M. il Re d’Italia





Egregio e riverito Signore,


Alla memoria che l’erudito conte Giulio Cordero di San Quintino pubblicava intorno alla zecca di Seborca su’ suoi Discorsi sopra argomenti spettanti a monete battute in Italia dal secolo XVI al XVII, avendo V. S. chiarissima fatto seguire, non ha guari, nel Tomo V della Miscellanea di storia italiana l’illustrazione d’altra nuova moneta seborchina, e parendomi che ad avere un’accurata monografia di questo microscopico principato, che l’interesse d’astuti monaci fece sede d’una zecca, si desiderassero ancora notizie fin qui non pubblicate e si correggessero pure non poche inesattezze che la lontananza del luogo e l’estrema povertà degli archivi avea reso inevitabili, mi sono fatto ardito di mettere al suo indirizzo questa lettera, fiducioso che ed in grazia dell’argomento e per l’affettuosa parzialità sempre usata verso chi la scrive, vorrà riguardarla come la benvenuta.

[p. 249 modifica] Seborca è un antico e povero borgo della Liguria occidentale, che conta un sessanta fuochi all’incirca, e siede sulle falde del colle di Montenegro, alle spalle della ridente terra di Bordighera, per la peregrina coltura dei palmizi rinomala nella ligure contrada1. La sua chiesa parrocchiale dedicata a San Martino, unta imbellettata di vivaci colori, nulla conserva che si riferisca alla dominazione dei monaci, tranne un calice intorno al cui piede si legge: Caesarius de Grassa abas 1575; vero è però, esser dessa di recente costruzione, e doversi cercare l’antica parrocchia nell’oratorio di San Sebastiano, ora annesso al cimitero. Una torre decapitata e qualche crepaccio di muro, lasciano vedere una chiesuola costrutta di pietre riquadrate a scalpello e che ricevette in secoli posteriori un’intonacatura di calce. - Soggetta ai vescovi di Ventimiglia, vediamo un suo rettore intervenire il 25 giugno 1561 al sinodo diocesano, celebrato dal vicario generale Maccabruno; ma pare venisse poco dopo disgregata da questa diocesi; poiché una pergamena conservata nell’archivio parrocchiale, e che concerne l’aggregazione della compagnia del Rosario castri Suburchae lirinensis dioecesis seu nullius all’arciconfraternita di Roma, porta sottoscritto: Caesarius a sancto Paulo abas lirinensis et ordinarius loci Sepulchri.

Attigua alla nuova parrocchia s’alza una bella casa costrutta nella seconda metà del secolo XVII, essendo abate di Lerino il cardinale di Vêndome, il cui stemma caricato dei gigli di Francia si vede scolpito nel camino in ardesia di una spaziosa sala. Era questo il sito destinato ad albergare il rappresentante dell’abate di Lerino, e talvolta pure il deliberatario della zecca2, la quale [p. 250 modifica]ora collocata al pian terreno, rischiarato da finestre difese da inferriate, dove rimane tuttora il forno, ed in cui un vecchio ottuagenario ricorda d’aver veduto ancora alcuni arnesi per la coniazione delle monete.

La prima memoria che si ha di questa Comune è dell’anno 954, in cui Guido conte di Ventimiglia lega ai monaci di Lerino castrum de Sepulchro cum mero ei libero imperio, cum ejus habllatoribus et territorio; e se un tale documento è riconosciuto senza contestazione apocrifo da ogni cultore di storia, convien però ammettere che altro legittimo, intorno allo stesso tempo e con simile scopo si facesse da un conte omonimo, avendo da una carta del 13 luglio dell’anno 1177, che vertendo lite fra Laugerio abate di Lerino ed i sindaci di Ventimiglia Oberto Intraversato e Ottone Balbo, i quali ultimi pretendevano dagli uomini del castello di Seborca il pagamento delle avarie, Stefano vescovo della città, assistito dai consoli Arnaldo di Porta Alcione, Guglielmo Trentamora, Rinaldo, Amadeo e Guglielmo Lecario, sedendo pro tribunali sulla porta della chiesa cattedrale, sentenziava, che a mente della donazione del conte Guido e dei limiti del territorio da esso fissati, il castello di Seborca col suo territorio doveansi riguardare esclusi dalla giurisdizione della città di Ventimiglia3; e che perciò gli abitatori del castello doveansi ritenere esenti da qualsivoglia sorta di tributo.

Dunque un istrumento del conte Guido esisteva? Dunque la donazione del castello fatta ai monaci non si può rivocare in dubbio? Dunque finalmente al monaco benedettino Giorgio Lascaris dei conti di Ventimiglia, priore del monastero di San Michele di questa città, creduto con buone ragioni autore dell’apocrifo testamento4, [p. 251 modifica]non si dovrebbe apporre che la ridicola redazione di un atto, il cui originale forse disperso od arso nei frequenti rivolgimenti ed incendii di quell’età, egli volle con pia frode per vantaggio del monastero e per lustro della propria famiglia ad ogni costo conservato.

Stabilito così con irrecusabile documento il legittimo dominio de’ monaci di Lerino sul luogo di Seborca, diremo come venisse da essi governato; e se nulla affatto resta oggidì negli archivi del poverissimo borgo, getteranno mi po’ di luce alcune notizie che ci venne fatto di spigolare nello attendere a ricerche storiche sui luoghi circonvicini. Rappresentante dell’abate, destinato ad amministrare la giustizia era un podestà, scelto sempre fra una delle nobili famiglie di Ventimiglia, e primo rivestito di tal carica troviamo Folco della potente famiglia de’ Curii, il quale nel 1248 addiveniva alla divisione del territorio di Seborca da quello di Ventimiglia con Raimondo Visconte giudice di questa città5. La poca importanza però e l’esiguità delle rendite di questo luogo, indussero gli abati della lontana Lerino a spogliarsi della signoria, in favore dei priori del monastero di San Michele di Ventimiglia; per la qual cosa, mentre nel 1248 fra Isnardo Vastatore s’intitola semplicemente Prior monasteri S. Michaelis de Vintimilio, fra Giovanni Pelissone nel 1412 si dice Prior S. Michaelis de Vintimilio et dominus castri de Sepulchro; titolo che continuarono a ritenere Giorgio Lascaris nel 1426, Michele Lascaris nel 1453, Nicolò dello stesso cognome nel 1472, Pietro [p. 252 modifica]cardinale nel 1484, Rainero Lascaris nel 1497 ed Agostino Grimaldi vescovo di Grasse nel 1514.

E tale circostanza vuol essere avvertita, essendochè nel secolo XVII, quando tornò vantaggioso ai monaci di rialzare il credito di questa microscopica signoria, si videro intitolarsi Signori di Seborca non i priori di S. Michele, ma bensì gli abati stessi dell’isola di Lerino.

D. Cesare Barcillon infatti abate del monastero nella detta qualità di signore di Seborca il 24 dicembre dell’anno 1666, concede a Bernardino Bareste del luogo di Mongins «le pouvoir et permissioni de fabriquer des monnoyes au lieu du Sebourc durant cinq ans, qui commenceront dès le jour que le dit Bareste se sera mis en état et fabriquer a les premières pièces moyennant la rente de sept cents livres payées annuellement sous les pactes et conditions suivantes: 1.° que le dit Bareste pourra fabriquer des especes d’or soit grandes soit petites pour les débiter au pais de Levanti au coin et armes du dit monaster, du prix et bonté de celles qui ont cours, étant toutes les dites pièces d’argent qui fabriqueront sur les titres de sept deniers de fin pour le moins et les espèces d’or au degré de dix huit quarat de fin, à quoi le dit Bareste s’oblige. - Il aura aussi le droit de fabriquer des pièces de cinq sols et autres espèces d’argent propres pour le pais de Levant du mème coin et armes et au mème titre que des sous. - Il pourra fabriquer des dites espèces telle quantité qu’il lui plaira, soit de jour ou de nuit, tant au balancier qu’au marteau, comme bon lui semblera - Il a obligé d’expedier de temps en temps au R. P. abbé ces espèces d’or et d’argent, pour en faire faire l’éprouve après la quelle, elles lui seront rendues. - Bareste jouira du palais6 et pourra couper du bois dans la [p. 253 modifica]forêt7, il devra porter la rente à ses frais à Vallauris ou à Cannes8».

E se queste testuali parole cavate dall’Alliez confermano l’ipotesi da V. S. emessa, non dover esistere alcuna moneta di Seborca in rame, distruggono però la seconda, che cioè la zecca non sia stata veramente aperta nella piccola terra di Seborga9, sorgendo su tal proposito a distruggerla ancora più chiaramente quest’altro documento, dal lodato storico dell’isola di Lerino riportato10.

«Le sieur D’Aubic marchand de la ville de Nimes, de la religion prétendue reformée s’est retiré depuis quelque temps au Sebourg, lieu dépendant de l’ab bay e Saint Honorat de Lerins, et y fait battre monnoye en conséquence d’un bail qui luy a esté passé pour trois ans par l’économe de la dite abbaye, à raison de 1500 livres pour chascune des dites trois années, et que par le mème bail il est permis au dit D’Aubic de la part des dits religieux de vivre dans sa religion et d’avoir avec luy tel nombre d’amis et d’ouvriers que bon luy semblera. - A quoy S. Majesté voulant remedier le Roy estant en son conseil a casse et annullé le dit bail, comme aussi tous les autres baux generaux; et particuliers de fermes et domaines du Sebourg faits à des fermiers de la religion prétendue reformée par les abbés et religieux de la dite abbaye de Saint Honorat aux quels S. M. a fait très expresses inhibitions et deffances de plus affermer les dites domaines à autres que de catholiques, de donner retraite à des religionnaires ny de plus [p. 254 modifica]entreprendre de faire battre monnoye au dit lieu du Sebourg soubs pretexte que se puis estre» (1 juillet 1686).

In seguito a questa ordinanza regia vennero cacciati da Seborca i protestanti; ma forse non si cessò dal coniarvi moneta, come ci autorizza a crederlo la seguente lettera del 21 settembre dello stesso anno 1086. «Pendant le temps que jetois à la Madonne de Laget11, sont arrives duz marchands de Livourne qui me sont venu trouver à la Madonne, que veullent que je leur fasse un peu du travail pour envojer en Alessandrie de Egitte et à Esmirne, qui est la cose qui je vous envoye mon homme expres pour cous prier de me faire la grasse de m’envojer un ordre de S. E. notre Evince Abbè12 pour le fere car se sont de messieurs qui feront de bons afferes et je ne voudrois pas quils eussent fat un voyage nulle, car cella nous feret perdre le credit .... Je salue un milion de fois S. E. notre Prince Abbè et le R. P. D. Guerin.

«Signé D’Abriel»13.


Comunque sia però queste monete d’argento14, credute dal San Quintino mezze lire di Genova, ma che [p. 255 modifica]Ella assai più giustamente riconobbe per luigini o pezzi da cinque soldi tornesi, essendo della bontà di soli sette denari, mentre di undici erano quelle che correvano negli stati finitimi, vennero ben tosto bandite, ed Ella ci ricorda gli editti del Duca di Savoja degli anni 1667 e 1669, coi quali mirava appunto a liberare di questa sozza merce il contado di Nizza. E forse collo scopo di cessar definitivamente da questo pericolo il Duca Carlo Emanuele II, nello stesso primo anno in cui era stata aperta in Seborca la zecca, propose al monastero di Lerino di comperare quel piccolo principato, ed i monaci annuivano di buongrado alla proposta, come appare dalla procura da essi fatta il 29 gennaio del 1667 nella persona di D. Meyronnet abate regolare, perchè questi si recasse in Nizza a trattare col rappresentante del duca15. Ma subodorata questa pratica dalla Repubblica di Genova, sorsero vive rimostranze alla Camera Imperiale in Vienna, per il che l’abate rappresentava al Duca, essersi levate ad attraversare l’esito delle trattative serie difficoltà; ne tardava in fatti l’Imperatore a protestare contro questa vendita del principato per esser desso un feudo dell’impero; e sottoscritta dal conte Vitaliano Borromeo veniva notificata all’abate di Lerino questa intimazione: «Con gli ordini di S. M. Imperiale ordiniamo a quel P. abbate superiore e a tutti quei padri come a feudatari di esso luogo dipendente dall’Imperatore, di astenersi da ogni trattato, da ogni alienazione del luogo di Seborca e d’altri dipendenti dall’Imperio, e di revocare ogni trattato [p. 256 modifica]e alienazione quando l’habbino fatte, e di propalarsi a noi por darne conto alla M. S., e ciò sodo le minacce dello sdegno Cesareo verso la Religione Benedettina che habita nello Imperio e negli stati dipendenti dall’Imperio »16.

Pare che migliori speranze si nutrissero nel 1697; poiché si riprendevano calorosamente le trattative da Vittorio Amedeo II, il quale per quel misero villaggio17 offriva l’egregia somma di ventiquattromila scudi18; ma al solito la Repubblica si trovò in grado di mandare a vuoto queste nuove proposte; finchè nel 1729 il giorno 30 di gennaio, in Parigi si stringeva irrevocabilmente il contratto di vendita per la somma di 165,500 lire tornesi; e da quel giorno il Principato di Seborca ed il priorato di San Michele di Ventimiglia, incorporati al contado di Nizza, fecero parte dei dominii di Casa Savoia19.

Eccole, egregio Signor commendatore, quanto di questo piccolo e pressoché ignorato luogo, sono riuscito con fatica a racimolare;

Nè che poco io le dia, da imputar sono;
Che quanto posso dar tutto le dono.

Di Ventimiglia, li 20 marzo 1871

Di Lei obbmo servo Girolamo Rossi.




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SENTENTIA


inter Abatem Lirinensem et Sindicos Vintimilii de castro de Sepulchro.


(1177)


In christi nomine amen. - Noverint tam presentes quam futuri quia cause que vertebant inter dominium laugerium abatem monasterii sancti honorati de lerino et obertum entraussat et odonem balbum sindicos et actores civitatis vintimilii coram domino stephano episcopo et alnardo de porta alcione gulielmo trentamore, raynaldo amadeo et guglielmo lecario consulibus vintimilii et ipsis presentibus advocatis et receptis comunibus judicibus terminate fuerunt ut inferius. - Cause siquidein tales erant. - Predicti sindaci nomine dicte universitatis vintimilii dicebant et petebant quod castrum et homines de sepulchro erant de territorio et jurisdictione vintimilii et debebant sicut ceteri homines de vintimilio contribuere in obsequiis et avariis dicte universitati. - Quod dictus abas negabat et dicebat quod castrum et ejus homines et territorium erant proprii juris et dominii monasterii lirinensis et nullus habebat jurisdictionem aliquam in dicto castro et ejus territorio aut hominibus nisi monasterium lirinense, et territorium dicti castri erat divisum a territorio vintimilii sicut dicto monasterio donatum et terminatumi fuerat per d. guidonem q. comitem et dominum vintimilii et dicti castri de sepulcro quod privilegium bullatum bulla dicti comitis comprobabat. - Item dicebat et petebat dictus abas ab ipsis sindicis quod omnes possessiones culte et inculte que sunt in terra seu braida que massatorta dicitur et omnes possessiones et terre culte et inculte domus et molendina et horti que sunt a porta lacus, et omnes aque fluminis rodie vintimilii usque ad podiumusque et cagalonum et lumen rodie et omnes [p. 258 modifica]aque rodie a dicta porta lacus usque ad beveram sunt proprie jurisdictionis et dominii monasteri! lirinensis; et predicta per predictos dominos episcopum et consules sibi adjudicari mimine lirinensis monasterii petebat. - Quod dicti sindici quantum ad jurisdictionem penitus et in partem quantum ad totam proprietatem negabant - Dicti vero dominus episcopus et consules sibi auditis petitionibus et responsionibus utriusque partis et receptis testibus in dicta questione sententiaverunt et sententiando dixerunt quod castrum de sepulchro et ejus territorium sicut incipit in capite montisnigri ad locum qui dicitur florebella et descendit per vallonum dicti montis ad passum de gargo et inde ad roccam scuram, et de dicta rocca deseendit ad passum de Iona et progreditur in sursum per vallonum de batallo usque ad territorium podii raynaldi est proprie jurisdictionis et dominii monasterii lirinensis et homines dicti castri non tenentur ex aliqua jurisdictione prestare seu avarius parere nec respondere comunitati vintimilii. - De terris et possessionibus massetorte dixerunt et sententiaverunt, quod sunt et sint monasterii lirinensis sed homines vintimilii in locis non cultis et aggregatis de vitibus vel ficubus vel biado possint pascere cum suo avere. - De terris que dictus abas petebat a vintimilio usque ad podium et apium et cagalonum et flumen rodie dixerunt et sententiaverunt quod molendina prata, horti et terre culte et inculte que sunt a porta lacus et itur in sursum subtus rupem paramuri et per via que est super bedale molendinorum eclesie s. michaelis e subtus s. stephanum et ex alia parte versus rolinum sicut sunt arbores populi posite in ripis pratorum juxta dictum flumen et descendit ad equalitatem dicte porte cum domibus terris et hortis oliveti s. michaelis sunt et sint monasterii lirinensis exceptis possessionibus s. marie et s. stephani que sunt ante s. stephanum, alie autem possessiones posite ante viam et supra versus moritem sint illorum qui eas possident quas habuerunt ab ipso monasterio in cambium pro massatorta, nisi dictus abas alias probaverint de ipsis. - De aqueductu aque rodie sententiaverunt quod dictum monasterium possit libere de flumine rodie a porta lacus usque ad beveram pro suis molendinis et hortis aquam accipere quantumcumque et ubicumque voluerit et [p. 259 modifica]adducere eam per terras medio positas ad molendina et hortos et ex hoc de aqueductu rodie sit dictum monasterium contentum. Actum in civitate vintimilii ante ostium eclesie b. marie presentibus d. berardo preposito et ugo curio canonico et aliis, omnibus viventibus lege romana, anno a nativitate domini mclxxvii, indictione x, tertio idus julii.


Not. celonius.







  1. Nel 1759 fu levato il piano topografico del luogo di Seborca per ordine del re di Sardegna dal conte d’Exiles, e per altro della Repubblica di Genova dal colonnello del genio Panfilio Vinzoni.
  2. Questo apparirà nelle convenzioni che si stringeranno fra l’abate e Bernardino Bareste.
  3. L’importanza di questo documento, che si conserva negli archivi generali del Regno in Torino, ci obbliga a riferirlo in fondo della lettera.
  4. Vedi Gioffredo, Storia delle Alpi marittime, pag. 474, 475. Monum. Hitst. patriae, Tom. IV.
  5. Daremo qui i nomi di alcuni altri podestà che ci venne dato di trovare.
    1508 — Antonio Lanteri, nobile ventimigliese.
    1522 — Melchior Lanteri q. Antonio.
    1532 — Bernardino Lanteri q. Antonio.
    1534 — Melchior Lanteri.
    1536 — Luca Doria Sperone, nobile ventimigliese.
    1586 — Bernardino De-Lorenzi, idem.
  6. Cioè dello spazioso edificio di cui noi abbiamo in principio parlato, e che confrontato collo povere casipole di Seborca può appellarsi palazzo.
  7. Il bosco di cui qui si parla è quello attiguo detto di Montenegro.
  8. Alliez, Histoire du monastère de Lerins. - Paris, Bray, libraire éditeur, 1862, vol. 2, pag. 418.
  9. Monete inedite del Piemonte, Supplemento Miscellanea di storia italiana, Vol. V, pag. 418).
  10. Alliez, Histoire etc., pag. 414.
  11. Il celebre santuario di X. D. del Laghetto, posto nelle vicinanze di Nizza.
  12. Si avverte come l’abate avesse assunto in questi tempi il titolo di Eccellenza e di Principe.
  13. Alliez, Histoire du monastère de Lerins etc., pag, 415.
  14. Diremo qui pei lettori dell’Archivio Storico, come la moneta d’argento dell’anno 1667 porti nel diritto il busto di S. Benedetto, vòlto di profilo alla destra di chi lo rimira, colla croce sul petto e la leggenda monast.lerinens. p. sepul.; nel rovescio poi la data 1667, e sotto, lo stemma della badia fregiato della corona propria dei principi, avente nello scudo una mitra sormontata da un pastorale, accostati da due rami di palma ed attorno le parole: * svb * vmbra * sede *, allusivo forse a Seborca che sedeva all’ombra del monastero. - Il busto e lo stemma vennero mantenuti in tutte le varietà di monete che ci venne fatto di vedere; non così però le leggende. - Nella moneta ad esempio del 1669 riferita dal San Quintino, attorno al busto di San Benedetto (coronato qui però di piccola aureola) si ha: decus. et.ornam. eccl.; e nella parte opposta: monast. lerin. prin. sepvl. c. cas., dovendosi spiegare le due ultime sigle, congregatinis cassinensis, essendoché il monastero di Lerino era stato aggregato nel 1515 alla congregazione dei Benedettini di Montecassino. - Simile affatto a questa si è l’altra moneta d’argento del 1671, illustrata pure dal San Quintino, colla differenza però che la testa del Santo è priva della piccola aureola. La monetina finalmente teste pubblicata dal Promis, e che appartiene all’anno 1668, ripete si può dire quasi la medesima leggenda tanto nel diritto che nel rovescio, poiché in una parte si legge: monast. lerinense. p. sep., e nell’altra
    monast. lerin. prin. sepv.
  15. Alliez, Historie etc.
  16. Alliez, Histoire dt monastère de Lerins etc.
  17. Da una nota dal citato Alliez caviamo quanto fossero sottili i proventi di questo principato. En 1668 l’abbé de Lerins avait affermé la terre de Sobourg à Gazzano et à Rosso pour une redevence annuelle de six cent soixante livres (monnaje de Genes) mais en se reservant le droit de battre monnaje – Dans l'année, 1691 la méme fermme ne rendait que trois cent livres (monnaiie de France).
  18. Archivi generali del Regno in Torino. - Confini, fogliazzo 137.
  19. La Repubblica di Genova però non lasciò mai prender possesso del Priorato di S. Michele, che venduto e passato nella famiglia Rossi, fu tolto all’avolo dello scrittore, poco dopo che la Liguria venne incorporata al regno di Sardegna.