Il Raguet/Atto quinto

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Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

SCENA I

Anselmo ed Ermondo.

Anselmo.  Appunto è a proposito godere

un po’ di fresco ancóra, ché fra tanto
ammaniscono in casa quanto occorre
per ricever chi viene col dovuto
decoro. Ho scritto a lungo, lamentandomi
col nostro amico Ortensio, che mi lascia
in si fatta occasion senza sue lettere.
Ma ben so, ch’ella alcuna cosa ancora
oltre al ritratto mi fará vedere
prima del dar la mano. Al mio contento
nel dar effetto a questo parentado
si mischia un certo dispiacer, ché ancora
panni di non saper com’ell’ha a ire.
E ci sará altresi che far, per rendere
contenta Ersilia.
Ermondo.  Tutto anderá bene
con la sua direzione, o signor suocero;
io son contento d’ogni parte, piacemi
la cittá ancora e la sua polizia.
Anselmo.  Certo abbiam cura per tener le strade
pulite e nette.

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Ermondo.  Eh no, m’intendo e parlo

del governo. Mi dicon, ch’ella vada
sovente a la campagna.
Anselmo.  Chi le ha detto
tal pazzia? Non ho avuto mai bisogno
d’andare in campagna, né a far opere
in essa ; vo bensi spesso in campagna,
cioè in villa e a villeggiar non men degli altri
galantuomin.
Ermondo.  Di questo appunto intendo.
Ben so che avrá lavoratori e il suo
intendente.
Anselmo.  Ho un fattor, che quanto sia
intendente non so. Mi dia licenza
di suggerirle che in grazia procuri
di parlar piú volgare; tai scempiaggini
qui non han plauso. Debbo cominciare
a parlar franco e come déesi a un genero.
Ma giá possiamo incamminarci.
Ermondo.  Appunto
questo è il mio desiderio.

SCENA II

Alfonso e detti.

Alfonso.  E dove, e dove,

signori con quest’aria si giocosa?
Ermondo.  Qual tien curiositá vossignoria
de’ fatti nostri?
Alfonso.  Io pi rio che indovino:
sen vanno a nozze.
Anselmo.  Ella or non dèe pigliarsi
di quanto noi facciam verun pensiero.
Quando correva errore e ch’io prendeala

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in fallo, andava bene; ma ora in grazia

si ritiri, e non entri ove non dèe.
Ermoxdo.  E se andiam lieti con pensier di nozze
e a fissar matrimonio che v’importa?
Volete intervenirvi? Io noi disdico.
A r. fosso. Né voglio intervenir, né vo’ che voi
ci siate; ché la spada ho stabilito
cacciarvi prima ne’ fianchi e mandarvi
a far nozze di lá. Qui nel giardino
corre pena di morte a chi sfodrasse
la spada; però andianne fuori tosto,
ché l’un di noi non ci tornerá piú.
Ermoxdo.  Andiam subito, io son persona da
spedir questo negozio anche qui dentro
con tutte queste pene.
Anselmo.  Deh, signori,
fermate. Qual furor vi prende e quale
afflizion volete darmi? Alfonso,
credete a me, lasciate ch’io v’informi;
voi siete pur dalla parte del torto.
Mia figliuola era giá promessa innanzi.
Alfonso.  Certo promessa, ma a me; ingannata
el 1 ’ è e tradita. Ecco la pruova : piacciale
di legger questa lettera.
Anselmo.  O che veggo !
questo è il sigillo e la man de l’amico
Ortensio.
Alfonso.  Legga, legga.
Er mondo. Ora che diamine
d’imbroglio sará questo? Veramente
mostravan sempre di credermi un altro.
Anselmo.  Qual confusione or è la mia? Mi scrive
l amico che sen vien Flavio e che la
sua servirá di credenziale; dubbio
non può dunque restarmi. E pure grandi
anche per l’altro son gl’indizi, il segno

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datomi prima non mi può dar lume,

percioché da Raguet parlano entrambi.
In man di questo è il ritratto. Che fare,
se non fargli giocare alla bruschettá?
Alfonso.  Come, signor, fate sembiante ancora
d’esser confuso?
Anselmo.  Io vorrei mi diceste
dov’è il ritratto ch’io mandai.
Alfonso.  11 ritratto
poco fa l’ho smarrito, se però
non fu volato. Ma chiedete a lui
stesso. Avrete voi fronte d’asserire
che séte Flavio Trinci?
Ermondo.  Io? Guardi il cielo.
Mi meraviglio; io sono Ermondo Alluni,
e cosi ho detto sempre, né ho smentito
giá mai.
Anselmo.  Cosi è per certo, e protestato
ha sempre di non esser Flavio; ma
il tempo in cui qua venne e il suo linguaggio
ci hanno ingannato.
Alfonso.  Ma perché tentare
di rapir ciò ch’è a me?
Ermondo.  Lungi da questo.
Che sapev’io di tal contratto? Mi
son veduto accablar di polizie
e quasi offrir si bell’acquisto; or chi
l’avrebbe rifusato? Che se Ersilia
era ad altri promessa e se da equivoco
è nato tutto questo, io non pretendo
iniquamente usurparla, né farlo
in verun modo potrei.
Anselmo.  Or vedete,
o signor Flavio, quant’è onesto Ermondo,
e come amici esser dovete? Mio
e de la figlia fu l’errore.

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Alfonso.  È vero,

ora il conosco. Adunque perdonatemi,
Ermondo, quel disdegno, che sol nacque
da mero caso e da amore.
Ermondo.  Io vi auguro
ogni bene.
Anselmo.  Cerchiamo in grazia Ersilia
ch’è in quell’altro viale e diamle questa
bizzarra nuova. Son venuto qua
con un genero e parto con un altro.
Ermondo.  Io non mi lascio piú veder da Ersilia.
S’accosta Idalba: che dirá costei,
quando saprá la novitá che nasce?

SCENA III

Idalba ed Ermondo.

Idalba.  Che fa ella qui? lo me n’andava a casa

il nostro Anseimo, sol per ritrovarmi
a le di lei allegrezze.
Ermondo.  Non ci ha
allegrezze per me. Giunto è quel Flavio
cui fu Ersilia promessa, io piú non penso
a lei, come se vista non l’avessi.
Idalba.  Questo m’è caro grandemente; or poi
ch’ella si trova in libertá, dovrebbe
con persona accoppiarsi, cui sien grati
i suoi costumi e spezialmente l’uso
suo proprio del parlare. Io assai mi studio
d’imitarla e ne prendo anche lezione
da cert’altro, ma incontro spesso delle
stravaganze. Ier sera essendo nella
sala di certa mia parente, ch’era
illuminata assai, mi rallegrai

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seco de’ molti suoi lustri; ma essa,

che non è in fresca etá, suppose ch’io
volessi darle su gli anni una botta,
e rispose con una impertinenza.
Questa mattina ancora, avend’io detto
bella sorella a mia cognata, che
per disgrazia è assai brutta, si è pensata
che in quel modo io la burli, e grande è stato
lo schiamazzo per casa. L’ignoranza
è cagion d’ogni mal. Ma s’io potessi
star seco a lungo e far vita uniforme,
diventerei maestra.
E r mondo. Non lo creda,
non c’è disposta, s’urta di leggeri
in galimatiá.
Idalba.  Mi dica: al suocero
non si dèe dire padre bello?
Ermondo.  Punto,
va chiamato bel padre.
Idalba.  Parimente
la nonna non si chiama madre grande,
benché sia piccolissima?
Ermondo.  Non giá,
bensí gran madre. In grazia non si meli
di ciò, fallerò sempre e non può credere
quanto gli orecchi in’ofifenda chi vuole
parlar cosi e non sa.

SCENA IV

Auso e detti.

Ar.iso. E egli vero,

signor, lo scoprimento che mi dicono
‘esser fatto, e ch’ella ha rinunziato

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a ogni pretesa su quella ragazza?

Ermondo.  Verissimo.
Auso.  Or sa ella che ho saputo
esser partito vantaggioso assai
questa vedova ancor con cui ragiona?
Ermondo.  Si, ma è una sotta.
Idalba.  C’è chi non capisce,
come per dir mia moglie vada detto
mia fama, adducendo che sua fama
può esser buona e la moglie cattiva.
Ma non sanno ciò ch’io ho imparato, che
si può anche dir mia sposa, benché fosse
sposata un secol fa, e non si guarda
la sconcordanza.
Ermondo.  O signora, le torno
a dir che parrá sempre un paruchetto,
e fará rider tutti.
Auso.  Ha molto genio
verso di lei questa donna.
Idalba.  Mi pare
di vederlo turbato. Io le prometto
che son molto toccata —
Auso.  Male.
Idai.ba. — e assai
sensibilmente —
Ai.iso. Peggio.
Idalba.  — per lo strano
accidente avvenutole.
Ermondo.  Odi, Aliso,
io non vo’ saper nulla di costei,
ché non imparerebbe a parlar mai.
Fagli per me miei complimenti. Io voglio
che da questa cittá partiam dimani.
Con sua licenza, signora, m’è forza
uscir de l’orto.

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SCENA V

Idalba ed Aliso.

Aliso.  Il mio padron, signora,

è pieno di pensieri, e gli conviene
— lo scusi — far ben presto altro viaggio.
Idalba.  Sen vada a la buon’ora. Assai mi spiace
d’avergli fatto cortesia e d’avere
perduto il tempo per quel suo parlare
che or conosco ridicolo, e da cui
mi asterrò sempre d’ora innanzi. Vedo
venire Ersilia col suo nuovo sposo
e col padre, cui tu farai il piacere,
se ti trattieni per interpretargli
i gerghi de lo sposo, affatto simili
a quei del tuo padrone.


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=100%|v=1|t=1|SCENA VI}}

Anselmo, Ersilia, Alfonso, Despina ed Aliso.

Anselmo.  Buona sorte

ha fatto che ci siam qui ritrovati
dove, figlia, suoi primi convenevoli
farvi ha potuto il vostro sposo, e voi
vostre prime accoglienze a lui.
Ersilia.  Mi è caro
tutto, signor; ma non vi posso dire
quanto quel suo parlare mi disgusti .
Ansf.lmo. Me ancor, se debbo dirvela; ma che
volete far? Per si piccol difetto
non si dèe prender contragenio, né

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guastare i fatti suoi. Aliso, in grazia

giá che sei qui, sta meco.
Alfonso.  Riverita
mia sposa, usciste al fin d’un grand’intrico
nato dal caso e che potea produrre
fastidiosi accidenti : ora io però
vi felicito .
Ersilia.  Veda, signor padre,
qual superbia: si crede d’esser atto
a rendermi felice.
A liso. Eh no, vuol dire:
mi congratulo.
Alfonso.  Cessa ogni contrasto,
vivrò sempre contento e fortunato
con la mia sospirata Ersilión.
Ersilia.  O che strapazzo è questo?
Auso.  È come dire:
Ersilietta.
Alfonso.  È possibil ciò?
Auso.  Senz’altro.
Margotón non vuol dir Margaritone,
vuol dir Margheritina. Un bell’impiccio
vidi nascer, perch’altri la credette
voce di sdegno, quasi cospettón.
Alfonso.  Ho ordinato al mio servo di recare
certe galanterie del mio paese,
che spero non le sian discare; ei tarda
ben piú che non dovrebbe, gli è ito fuori
un pezzo fa; forse in qualche taverna
s’è fitto, ma non dubiti, fra poco
va a venire.
Despina.  Signora Ersilia, in grazia
uno che va a venire, va o viene?
Ersilia.  In fede mia non tei so dire.
Alfonso.  Io vi
saluto, o figlia, ed ho ben caro siate

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de la mia sposa ai servigi ; mi penso

che abbiate fatta voi la broderia
che ha intorno cosi bella e che voi siate
la brodosa.
Despina.  Signor padron, gli dica
che per brodoso ho lui e chi vuol fare
per lui. Che modi!
Alfonso.  Ben mi fate poco
accetto, dovend’io esser fra poco
vostro padrone, ma io vi passo sopra.
Despina.  Sentite un poco, mi vuol passar sopra.
Che se ne vada al diavolo.
Alfonso.  Galante-
mente, mia sposa, v’abbigliate ancora;
non vidi mai dama cosi tnignona.
Ersilia.  Signor padre, m’ha detta qualche ingiuria,
una brutta parola certamente.
Despina.  L’hai tu sentita. Aliso?
Ai.iso. Anzi significa
graziosa, favorita; e non è nuova
tal parola in Italia. Io vo da parte,
perché temo che nasca fra costoro
qualche baruffa.
Alfonso.  Topé, papigliotti,
cignón, c’è tutto; ma però i capelli
non vanno ancora del tutto a mio modo.
Io, io vi friserò.
Despina.  O temerario!
Questo è ristesso che sfregiare in altri
paesi, ma fu detto un pezzo fa.
Alfonso.  Io vi aggiusterò in modo che coperti
rimarranno que’ pochi segni che
vi lasciò la ver ola.
Ersilia.  Signor padre,
interroghi quell’uom ch’è lá da parte,
che voglia dir vero la.

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A LISO. Cosi chiamasi

il morbo gallico.
Ersilia.  O infame, e ch’io’l prenda
per consorte? Io piú tosto gli darei
d’una mazzata sul grugno; no’l voglio
no certamente, e so ben, signor padre,
che in fine il vostro amor non mi vorrá
sagrificar cosi.
Anselmo.  Per veritá
vien grandemente in fastidio anche a me.
O dice, o par che ad ogni tratto dica
de le sciocchezze o de le impertinenze.
Alfonso.  Signor Anseimo, io vengo di sapere
coni’ella avrá una carica ben tosto,
per la quale potrá far conseguire
un uffizio anche a me che mi conviene,
e ch’è faccenda molto interessante.
Despina.  Interessato sará egli.
Alfonso.  Ho sopra
questo una gran memoria nel burrò.
Anselmo.  Non ho intesa quest’ultima parola.
Alfonso.  Burrò, burrò.
Anselmo.  Galant’uom, che vuol dire
burrò?
Auso.  Boia, carnefice.
Anselmo . E mio genero
cosi mi tratta?
A LISO. L’avrá detto in senso
di scrittorio, di banco; quei che vogliono,
senza saperne punto, francesare,
urtano in queste ben spesso: in francese
diversamente si pronunzia.
Alfonso.  Allora
ho speranza che mia consorte ancora
si adoprerá, e non mi fará torto.
Anselmo.  Una mia figlia avrebbe da far torto

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a suo marito?

Auso.  Eh, vuol dir pregiudizio.
Alfonso.  Ma pusserá per me.
Anselmo.  Puzzerá egli,
quest’asino.
Aliso.  Io mi cavo, e me la colgo.
Alfonso.  Gliene terrò serio discorso súbito,
che lo vedrò installata.
Anselmo.  In stalla andranno
i suoi pari, e non io.
Alfonso.  Che se avvenisse
di dover per ciò far piccoli viaggi,
io darò quanto occorre, e le darò
buone botte.
Anselmo.  A me bòtte?
Alfonso.  E per vincere
ogni difficoltá e far restare
addietro chi si sia, basta ch’io metta
mano alle mie pistole.
Anselmo.  O bella via
per ottenere impieghi! e come salta
sempre di palo in frasca! e qual giudizio
parlarmi or di tai cose! Orsú spicciamola,
io non ne voglio sentir piú. Prendete,
signor mio, quella strada che vi piace,
ch’io non mi sento di dar mia figliuola
a chi l’annoierebbe di continuo
con parlar cosi strano e da lei
tanto aborrito.
Ersilia.  O lodato il ciel; vi rendo
grazie infinite, amato padre.
Anselmo.  A Mario
che vi brama e vi chiede io voglio súbito
concedervi; il suo aver da giorni in qua,
per la lite che ha vinta, s’è accresciuto.
Ora per ogni conto è buon partito.

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Ersilia.  Io ne son contentissima ed ho sempre

pensato a lui; l’ubbidienza sola
mi facea consentire ad altre nozze.
Desplna.  O quanto anch’io ne son lieta!
Anselmo.  Il negozio
vo’ che si sbrighi dimani.
Alfonso.  Ignoranti
che séte tutti, voi non meritate,
non sapendo parlar se non plebeo,
d’aver l’onore d’alliarvi meco.