Il Re prega/XII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XII. Presto o tardi, egli arriva sempre, il brigantello

../XI ../XIII IncludiIntestazione 10 agosto 2009 75% romanzi

XII. Presto o tardi, egli arriva sempre, il brigantello
XI XIII


Don Diego era restato tutto il giorno a contemplare il mare, - secondo il suo costume quando la tempesta infuriava nell’anima, - ed aveva ruminato la terribile conversazione tenuta la sera innanzi con sua sorella. La calma era ritornata nel suo spirito. La luce aveva riscaldato di una fiamma più pura il suo cervello maltrattato. Egli rientrava in casa, gli occhi nuotanti nelle lagrime, col proposito di gettarsi ai piedi di sua sorella e dimandarle perdono e l’obblìo della sua infamia. Egli trovò appiattata, nel medesimo angolo oscuro, la medesima giovane che la vigilia, dimandandogli l’elemosina, gli aveva detto: Voi siete felice! Infatti non era forse egli fortunato di possedere in casa quell’angelo di candore che, col semplice buon senso e la rassegnazione, gl’imponeva la virtù e riaccendeva il suo coraggio? Don Diego fece l’elemosina ed accelerò il passo.

La notte era caduta. Arrivato alla sua porta, suonò. Poi, come si tardava a venire ad aprirgli, cavò di tasca la sua chiave particolare ed aprì. Non lume. Chiamò Bambina. Non risposta. - Ella è uscita per qualche spesuccia, si disse Don Diego; ed accese la candela. Entrando nel salone, gli sguardi caddero sulla lettera di Bambina. E’ la sentì, prima di averne vista la scrittura. Egli l’aveva letta, prima di averne rotto il suggello. Esitò a prenderla. La guardò lungamente prima di toccarla, di leggerla. E’ girò lo sguardo stupefatto intorno alla camera, cercando negli sfondi delle ombre qualche cosa che si muovesse; tese l’orecchio, bramando uno strepito che lo rianimasse. Quando ebbe letto, il foglio gli cadde dalle mani. Si lasciò cascare su una sedia e la fronte battè al marmo della tavola.

Il cervello, accasciato da pria sotto l’invadimento di un mondo di memorie e di pensieri in insurrezione, rimase insensibile: quell’intensità di luce senza rifrazione creava l’opaco. La sua energia vitale si arrestò di un tratto. Si sentì orrendamente stanco: non avrebbe potuto nè camminare, nè vedere, nè parlare. La sua respirazione si rallentò. Questo stato di annichilimento durò un quarto d’ora. Poi, un riflusso vulcanico di sangue precipitò la febbre e, con la febbre, la coscienza vertiginosa della situazione. Egli passò pel medesimo stadio di passione percorso da sua sorella. Il passato fu implacabile nelle torture che gl’inflisse.

La prosperità non lascia nel cuore degli stigmati così profondi, come il modesto malore e la miseria oltraggiante. Ed ecco perchè le rappresaglie delle rivoluzioni sono giustizia, e quelle delle ristaurazioni vendetta. Gli anni passati con Bambina, nel pungente denudamento dei lari paterni, sfilavano innanzi ai suoi occhi come i cavalieri della gualdana, lo colpivano, lo laceravano. Egli sentì ruinar sulla sua testa l’anatema del terribile vae soli! Andò a frugare nella camera di Bambina senza sapere che si facesse, cosa cercasse, e s’impregnava dell’emanazioni della fanciulla che vi restavano ancora. Ei passeggiò tutta la notte per l’alloggiamento solitario. Il battere delle ore all’orologio di una chiesa l’assassinava.

Abituato, dall’escita del seminario a vedersi circondato di cure, di cui egli neppure sospettava, si trovò eccessivamente misero quando gli occorse preoccuparsi di quei mille dettagli, cui la presenza della donna rende dei nonnulla, e la lontananza, un mondo di privazioni e miserie. Un disgusto supremo di tutto lo invase. Non si nudrì più che di pan secco. Di rado cangiò di biancheria. La polvere lo soffocava. I suoi abiti non ebbero bentosto più bottoni. Ciò che prima aveva l’aria di una povertà industriosa, divenne la nudità in cenci di un mendicante. Entrava tardi. Si coricava senza accendere il lume. Fuggiva dal suo giaciglio appena levatosi, come se una mano invisibile lo avesse cacciato. La sua sporcizia gli faceva orrore, ma e’ la lasciava spessire. Egli udiva il lazzarone burliero sclamare sul suo passaggio: ecco un abate arrugginito a punto! Lo scoraggiamento lo sopraffece.

Egli aveva avuto una volta o due l’ispirazione di andare a scandagliare il barone di Sanza ed il gesuita, che sospettava complici della fuga di sua sorella, ma dopo matura riflessione se ne astenne.

Non gli avrebbero nulla appreso e lo avrebbero schernito o maltrattato. Sapevano essi in seguito a quale discussione Bambina lo aveva deserto?

Una sera, ei trovò sotto la sua porta una lettera. Egli ebbe uno stringimento di cuore. La sua pelle divenne madida in un istante.

- È forse di lei! si disse egli, accendendo il lume.

Non era Bambina, ma il canonico Pappasugna che lo chiamava con altissima premura. Non vi andò. La sera seguente, un’altra lettera. Novella speranza. Nuovo disinganno. Era ancora il canonico che lo sollecitava a passare da lui, per un affare importante. Don Diego gualcì e gettò la lettera e non rispose a questo meglio che all’appello precedente. La mattina seguente, alle sette del mattino, e’ chiudeva la porta per uscire, quando il canico Pappasugna l’abbordò. Don Diego non l’invitò ad entrare. Questo disdegno, lungi dallo sconcertare, esaltò il canonico.

- Voi non avete dunque ricevute le mie due lettere? dimandò egli, seguendo Don Diego che scendeva le scale.

- Le ho ricevute.

- E perchè non siete venuto a vedermi?

- Perchè non voglio vedervi.

- Io ho dodici ducati a rimettervi pel vostro panegirico dell’Ascensione.

- Potete tenerveli.

- Ma Come? voi non volete lavorare più per me dunque?

- No.

- Ma ciò è impossibile!

- Bisogna pertanto che ciò sia.

- Ma voi non v’immaginate dunque l’effetto prodotto dal panegirico! È un avvenimento. Napoli, da otto giorni, non parla che di ciò. Mi hanno applaudito alla chiesa come la Frezzolini a S. Carlo. Gli era un delirio. Dava la febbre. Il cardinale arcivescovo si teneva a quattro per non gridar come gli altri: bravo! bravo! E’ me l’ha detto.

- Io sapeva ciò che facevo, rispose Don Diego.

- Ma ciò non è tutto. Il re m’invita, per autografo, a predicare alla cappella reale per la quaresima. L’arcivescovo desidera che io predichi alla cattedrale. Ho ricevuto trenta proposizioni siffatte. Non so a chi dare la preferenza. Mi attendo da un momento all’altro l’invito del cardinale vicario per andar a predicare a S. Pietro.

- Ebbene, che cosa m’importa tutto codesto?

- Come! che cosa v’importa? Ma, chi dunque farà i miei sermoni? A chi debbo io questa valanga d’inviti? Signor Gesù! ma io conto su di voi, sono perduto.

- Voi volete che io vi nomini vescovo? Ve lo rifiuto.

- Oh! no, no; ciò non si può. Gli è un assassinare un uomo!

- Ne assassinano ben altri, va!

- Imponete le condizioni che vi piacciono, fissate il prezzo che esigete. Accetto tutto da prima e senza discussione.

- Quale guarentegia mi date voi?

- Quella che meglio vi conviene.

- Allora, ascoltate. Voi otterrete dalla polizia che cessi dal vessarmi e dal tenermi sotto la sua mano in un vita senza domani. Io ho bisogno di pace, di sicurezza, di stabilità nell’esistenza onde lavorare senza preoccupazioni. Io sono un cittadino pacifico.

- Ve lo prometto. L’arcivescovo parlerà al ministro della polizia.

- Depositerete presso un notaro seimila ducati ch’e’ mi consegnerà contro presentazione di ventiquattro sermoni, cui scriverò prima della fine di settembre.

- Sarà fatto.

- Mi darete la somma che vorrete come regalo, ed io vi offro un panegirico di San Luigi per mille crazie.

- Accompagnatemi fino a casa ed io vi presento una polizza di 200 ducati sul Banco.

- Allora, monsignore, io sono a Vostra Eccellenza Reverendissima.

Il canonico s’irradiava.

Questa ricchezza però, questa prospettiva siderale dell’avvenire, lungi dall’abbarbagliare, schiacciarono Don Diego. Che gli importava oggimai tutto ciò? egli era solo. Si pentì1 di avere accettato.

Si proponeva di andare il dì seguente a restituire la somma ricevuta e di tagliar corto al contratto. Tanto meglio se gl’insetti lo divorassero. Che la polizia lo cacciasse pur via: egli troverebbe sempre una fogna ove lasciare il suo carcame maledetto. Che bisogno aveva egli di tanto danaro? Pagarsi una diocesi per benedire ed edificare il popolo? Egli detestava il genere umano. Si era sprofondato nel brago: bisognava perirvi. Queste considerazioni, ed altre ancora, lo avevano assalito ed avevano attristato il suo vagabondar della giornata. Egli viveva come chiuso nella camera nera del suo pensiero, e, cosa da considerare, e’ cominciava a compiacersi in quel fatalismo dell’annientamento! L’istoria del cattolicismo somministra di questi esempi d’inebbriamento e di voluttà prodotti dall’abbassamento.

Don Diego rientrava la sera in quelle disposizioni di spirito quando la mendica dell’angolo del vicolo l’abbordò. E’ non l’udì. Ella lo seguì, accentuando i lai. Don Diego si rivolse. La luce del lampione battè in pieno il viso della poveraccia. La parola dura che fremeva sulle labbra del prete, si addolcì. Egli la squadrò attentamente.

- Ma insomma, mia povera donna, perchè non lavori tu? Tu sei giovane.

- Non trovo da lavorare. Mi respingono. Sono nuda, peggio ancora, sono in cenci.

Don Diego riflettè. Era alla sua porta. La strada era deserta. L’ora avanzata. La casa scura e senza portinaio. Egli aveva del denaro addosso. Doveva restare a casa e scrivere, se non poteva romper gl’impegni....

- Se mi dessi una serva? si disse egli, o piuttosto questa idea traversò innanzi ai suoi occhi.

Un nuovo colpo d’occhio sulla giovane lo decise.

- Seguimi, disse egli. Io potrò forse fare qualche cosa per te.

Volse le spalle e camminò. La mendica esitò. Il suo istinto sollevò in lei non so quale paura vaga come un vapore nero. Ciò durò pochi secondi; poi corse dietro al prete.

Quando Don Diego ebbe accesa la lampada e fu seduto nel salone, la grama tremava, in piedi innanzi a lui. Alcun dei due non parlava: si osservavano l’un l’altro.

- Come ti chiami?

- Concettella.

- Quanti anni hai?

- Ventidue.

Quella parola "ventidue anni" produsse come una specie di fremito nei nervi del prete. Le sue narici si devaricarono. Il suo sguardo prese, malgrado lui, un’altra espressione e divenne più penetrante.

Le nature meridionali sono fosforiche: il contatto stesso dell’aria vi mette il fuoco.

Egli era impossibile di nulla distrigare in quel mucchio di cenci orrendamente sordidi. Il corpo dispariva sotto quell’ombre fetide che lo assorbivano. I lucignoli de’ neri capelli le piovevano sul viso ed involavano qualunque espressione dei lineamenti. Non si distinguevano che due immensi occhi bruni dallo sguardo vellutato, che lo rischiaravano. e due fila di denti bianchi, in una grande bocca aperta, come una linea azzurrognola tirata sur un fondo giallo. Poi, una statura media, le membra fine. Che ci può essere sotto codeste ruine? chi poteva dirlo? Che produrrà quello scheletro rivettovagliato di carne? chi avrebbe osato predirlo? La larva sembrava orrida. Don Diego rifletteva. Concettella passava adesso dalla speranza al terrore. Ella temeva di essere oltraggiata ed assassinata.

- Io sono solo, disse infine Don Diego; non ho serva. Vuoi venire ad assettarmi la casa ogni mattina?

Concettella gittò un lungo sospiro e rispose lentamente:

- Signore, voi non avete dunque osservati i miei stracci?

- Li ho osservati. Gli è ciò solo che t’inquieta?

- Mi hanno cacciato di dovunque a causa di ciò. Sarei sì felice di lavorare.

Don Diego andò a rovistare nella camera di Bambina e venne fuori con una bracciata di vecchie camicie, vecchie calze, vecchie gonne portate dalla provincia. E’ le mise religiosamente nelle braccia della mendicante e riprese:

- Con questo, pulendoti attentamente, tu non desterai più la ripulsione in coloro che vogliono darti del lavoro. Più tardi, se il tuo servizio mi addà, ti farò qualche anticipazione e ti affusolerai meglio.

Concettella si gettò ai piedi del prete e glieli baciò.

- Hai tu parenti?

- No.

- Sei tu maritata?

Concettella si tacque un momento e poi disse:

- No. Ma non mi appartengo più.

- Non importa. Vieni domani. Ove alloggi?

- Non so. Mi rannicchio dietro la prima porta che trovo aperta e che mi offre un poco di sicurezza.

Don Diego aprì l’uscio e la mendicante uscì invocando su lui tutte le benedizioni del cielo.

Alle otto, il domani, Concettella tornò. Don Diego ebbe della pena a riconoscerla. Ella era andata a fare la sua teletta alla riva del mare, la notte stessa. La speranza di un avvenire più clemente le aveva dato del coraggio. Aveva ammassati i suoi capelli in un lembo di vecchia pezzuola rossa e si era coverta degli addobbi di Bambina. La civetteria, - l’anima della donna, - si risvegliò. Con i sei carlini che Don Diego le aveva regalati, ella aveva comprate delle ciabattelle, del sapone, non so che domine altro; l’acqua aveva fatto il resto.

Mentre Concettella scopava la camera e spolverava i mobili, Don Diego la seguiva di uno sguardo lento e meditabondo.

Quando lo ebbe finito, e’ la mandò a comperare qualche cosa per preparare di desinare. Quando ebbero terminato il pranzo, Don Diego replicò la domanda:

- Ma ove andrai tu a coricare ora che sei un tantin più pulita?

- Dio ci penserà. Qualche anima caritatevole mi permetterà forse d’accovacciarmi in un canto. La povera gente di Napoli, signore, è piena di cuore.

Don Diego non uscì ed andò a rimestare nella camera di sua sorella. Egli meditava qualche cos’altro che il panegirico di S. Luigi. Sembrava inquieto, scontento di sè, incerto, in collera. La notte dormì male.

- Che diavolo avevo io bisogno di serva? borbottava. Il mio vecchio carcame merita bene delle blandizie, davvero!

E’ si volse nel letto e cercò di dormire. Il sonno tenne il broncio.

- E ciò non è tutto, pensò egli. Dopo avere raccolto questa povera donna, dopo averla raffusolata, e’ non è più caritatevole rimandarla a coricare così al sereno..... o peggio ancora. Bisogna pagarle un buco, darle..... che so io? un pagliericcio, una sedia, una coperta..... Diavolo! la non finirà più. No, vale meglio alloggiarla qui..... quando l’avrò meglio conosciuta. Chi è dessa? Mi sembra di buona indole. La sventura..... ah! la sventura ne fa ben delle altre, va! - se ella ha male agito. E perchè no, al postutto? No, io non toccherò nulla in camera della Bambina..... Ebbene le metterà un pagliericcio nella cucina. Ciò accomoda tutto. Io non debbo render conto ad alcuno, al presente.

Don Diego nudriva questo progetto; egli lo carezzava quasi..... due giorni dopo; otto giorni più tardi, aveva paura di vederlo respinto. Malgrado ciò, lo propose. Concettella l’accettò. Don Diego si turbò pentendosi d’aver fatto un’offerta, cui un’ora innanzi era in ansia non fosse rigettata. Nondimeno, disse:

- Allora, dimani comprerai la tela pel pagliericcio.

Quando la tela fu comprata ed il saccone cucito, Don Diego rimise al dì seguente la compera della foglia di grano turco e poi ad un altro giorno quella delle coperte. Egli aggiornava il termine di aver quella giovane sotto il suo tetto. Questa lentezza aumentava la confidenza dell’onesta serva, la quale non ne comprendendo la vera causa, diceva:

- Questo santo ecclesiastico ha paura delle cattive lingue; dunque egli è un galantuomo.

Ed il suo desiderio di avere un ricovero onorevole, sicuro, onesto, cresceva d’intensità. Don Diego risentiva, al contrario, una pungente perturbazione. E’ credeva da prima profanare la dimora ove sua sorella aveva vissuto, ove ella indubitabilmente un giorno ritornerebbe.

Poi, quell’uomo, avvegnacchè all’età di quaranta anni, contrariato dalla miseria, ritenuto dal suo dovere di prete, preso nelle catene d’oro delle lucubrazioni mentali, non aveva conosciuto fin qui la femmina che nelle sue funzioni di madre e di sorella. Egli non aveva osato conoscerla altrimenti, sentendo dal brontolamento interiore del suo istinto e del suo organismo, quanto la passione sarebbe in lui imperiosa. Egli aveva evitate le occasioni. Egli aveva distolta la corrente dei sensi e schiacciata la visione, che gli pingeva il fiore siderale dell’amore. Ora, ecco che la tentazione si getta su lui, - su lui disarmato, indebolito, disingannato, rimasto solo, in prospetto di un orizzonte più glorioso, assetato di tenerezza, esaltato dalle provocazioni della vita in una grande capitale; si getta sopra lui, il di cui cuore era tutto amore e la fibra affatto sensuale. L’incognito lo attirava. La passione lo fascinava. Quell’abbisso magico, detto amore, l’assorbiva.

Egli assisteva alla danza dei delirii che spruzzavano sul suo cuore come gl’insetti dai mille colori si slanciano dalle lagune. La verginità è come il ghiaccio dei mari polari, che scricchiola sotto un buffo caldo, e che, frangendosi, rivela i profondi di un mare di smeraldo popolato di maraviglie. Egli non aveva la verginità psicologica, che è pura e sterile, ma quella del corpo, che è offuscata da tutti i desiderii fantastici, eterei, mostruosi, impossibili come l’assurdo, malaticci come l’estasi, stupefacenti come l’ubbriachezza dell’oppio, cui l’asceta costruisce nelle sue notti d’insonnia. Trent’anni di purità forzata si rivoltarono e si scatenavano sopra di lui.

Questo spirito ardito che aveva scandagliate tutte le audacie dell’anima con Fichte, Hegel, Kant, Schelling, che aveva traversato tutti gli empirei della poesia con Schiller, Byron, Victor Hugo, Shakespeare, ignorava la sorgente di tutte le realità della vita: l’amore! si spaventava innanzi la donna, - sacerdotessa del gran mistero di Osiride. Pertanto, si vedeva sul punto di essere traripato. Le forme esterne cui la tentazione prendeva, calevano poco. Che Concettella fosse brutta, egli l’avrebbe appetita egualmente. Il magnetismo della giovinezza che si sprigionava da lei, bastava ad inspirargli una rabbia sorda di mordere al frutto proibito. Il sesso agiva sul sesso. L’immaginazione apriva innanzi a lui il suo scrigno di meraviglie, ove ogni pietra preziosa si animava e pigliava la figura di una fata esaltata come una baccante. D’altronde, egli sentiva vagamente che il primo bacio è come l’albero della scienza vera; - prova gli asceti che sono stati tutti dei vaneggiatori, dei pazzi mali imbastiti, per difetto giustamente, di quel cotal bacio.

Avendo questa gioia negli occhi e nello spirito, il mondo cangiava di aspetto. La natura parlava oggimai un linguaggio che egli comprendeva. La sua potente virilità, che fin qui era stata tenuta a musoliera, in una gabbia di ferro, come il tradimento del cardinale La Bilue, spezzava tutto e s’irradiava. Quella tetra testa di prete e di pensatore diventava raggiante. I lineamenti prendevano un’anima ed esprimevano la parte che ciascuno compieva in questo destino: tutti avevano il proprio accento nel grande inno della vita universale, - in cui ogni individuo è una strofa, una nota, un colore, una parola. La maturità diveniva potenza; l’ansietà, poesia. Il ritardo nell’effettuazione accentuava la esplosione. Una nebbia nera, non pertanto, si levava a certe ore e velava il paesaggio incantato.

- Chi era questa donna che egli stava per introdurre sotto il suo tetto e mischiare alla sua esistenza? Che era stata quella mendica?

Un uomo rotto ai piaceri non si sarebbe arrestato a questa considerazione. Egli avrebbe accettato il fatto compiuto, e se la coppa aveva della feccia al fondo, egli avrebbe gettato la feccia o spezzata la coppa. L’amore è essenzialmente effimero: la natura l’ha voluto così, imponendoci la remora dell’età e presentandocelo come il saldo di conto che paga la giovinezza all’infanzia ed alla vecchiezza. Ma Don Diego abbordava l’amore senza preparazione precedente. Egli non apportava nella sua parte nè disinganni, nè aspettazioni inutili, nè stanchezza, nè sazietà, nè speranza lungamente carezzata. Egli cadeva in piena soluzione, senza avere analizzata la sua tesi. Tutto diveniva dunque grave e si modellava sul suo spirito serio. Il primo amore ha sempre delle proiezioni sull’avvenire. Gli amori che seguono, s’abbanchettano al presente. Don Diego s’inquietava dunque di questo fatto considerevole, che egli stava per installare in casa sua una straniera, di cui egli ignorava la storia, ch’egli apriva forse il suo tesoro d’amor cumulato ad una pezzentella sconosciuta che poteva essere una infame. E se Bambina ritornava?

Prima dunque di aprir tutte le cateratte alla sua passione, prima di lasciar Concettella pigliar possesso del suo alloggio e del suo cuore, la vigilia, la sera, quando la lampada non era ancor accesa, quando la luna non filtrava ancora qualcuno de’ suoi raggi furtivi nell’ombre spesse della dimora, egli le disse:

- Infine chi sei tu? che sei stata?

Concettella si attendeva forse un giorno a quest’interrogazione. Forse pure ella non ne vedeva la necessità, ignorando il dramma del pensiero di Don Diego, che aveva varcati tutti gli spazi. Il fatto sta ch’ella si turbò alla dimanda. Perchè aprire la tomba della sua vita a questo curioso che non aveva alcun diritto di rimuginarvi? Egli dava il benificio; ella, il lavoro: la partita era salda. Perchè dimandare questa mancia esorbitante: lo squarcio dei veli del passato, ad una donna il cui passato si compone di sventure e di dolori? Ella esitò dunque a soddisfare la curiosità del prete, - la curiosità! credeva ella. Don Diego insistè, e la sua parola risonò di maniera, la sua esigenza si colorò così vivamente, che Concettella, benchè poco intelligente, concepì il sospetto ella stessa che la intimazione del prete implicasse un interesse più grave, forse un dovere.

L’idea dell’amore di quell’uomo per i suoi stracci non le venne punto. Quel prete aveva forse una missione più elevata che doveva esercitarsi sulla vita di lei. Ella cedè allora, si assise per terra, come fanno le donne del popolo napolitano nelle chiese e raccontò confusamente ciò che noi ci faremo a riassumere, a coordinare ed a completare nei due capitoli seguenti.


Note

  1. Nell’originale "penti".