Il flauto nel bosco/Il cane impiccato

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Il cane impiccato

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Giustizia divina Il tesoro
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Il cane impiccato.

La bambina uscì a giocare nell’orto. Era un grande orlo senza alberi, coltivato solo a cavoli e carciofi; ella non ne conosceva i confini perchè era paurosa; ed era paurosa perchè aveva già una fantasia straordinaria e s’immaginava le cose in modo grave c misterioso; o forse più che la fantasia lavorava in lei l’istinto, acuito dall’abbandono in cui ella veniva lasciata.

Così aveva paura di andare in fondo all’orto, sebbene nessuno glielo proibisse; ma mentre giocava nel breve spiazzo arenoso davanti alla casa, fra una vecchia panchina e un fico basso, solo albero dell’orto, ogni tanto si volgeva ad ascoltare, a guardare laggiù, con gli occhi di cristallo doralo ove le cose intorno apparivano luminosamente come s’ella le avesse dentro di sè.

L’orto pareva terminasse all’orizzonte, con una linea di muro a secco, di là dalla quale, ma a distanza, perchè proprio sotto [p. 144 modifica]il muro precipitava la valle, ondulavano profili di montagne verdi su altre montagne turchine perdute fra i globi d’argento delle nuvole.

Quella mattina, però, ella guardava e tendeva piuttosto l’orecchio verso casa; perché c’era un ospite del quale aveva paura più che dei precipizi sotto l’orto.

Molti erano gli ospiti che di tanto in tanto venivano a interrompere la monotonia di una vita sempre bella ma sempre la stessa: e tutti venivano accolti con gioia; dalla padrona di casa, sulla quale gravava la maggior fatica di bene trattarli, perché lo spirito dell’ospitalità aveva in lei qualche cosa di religioso, anzi di fanatico; dal padrone perché si mangiava meglio degli altri giorni; dalla servitù per le mancie, dalla bambina perché essi portavano regali di frutta e dolci.

Ma non per questo solo era lieta, la bambina: il passo dei cavalli nella strada, il picchiare al portone, l’aprirsi di questo e l’entrare degli ospiti le davano un senso di ansia, di attesa, quasi di affanno. Il cuore le batteva. Chi arrivava? Il mondo ampio si apriva tutto, col suo mistero, all’aprirsi del portone; ed era la vita stessa che arrivava, coi suoi doni e i suoi fastidi, a volte anche coi suoi dolori. [p. 145 modifica]

Quando arrivava il Dottore era proprio il dolore che veniva. Il Dottore non portava mai nulla: perché dunque era il più bene accolto dalla madre, dal padre, dalle serve? Perché del padre era il più vecchio amico, e alle serve piaceva perché donnaiuolo, e la madre faceva visitare da lui la bambina, anche se la bambina non aveva che il bel fiore rosso della salute in bocca.

Una volta fu tutta denudata ed egli la volse e la rivolse rudemente, le ficcò le dita dure nelle carni, posò l’orecchio freddo e peloso sulle spalle e sui fianchi di lei, infine le fece aprire la bocca e le cacciò in gola l’arma terribile d’un manico di cucchiaino.

Ella ricordava questa visita con l’impressione di essere stata violata, ferita proditoriamente, complice la madre e tutti quelli che avrebbero dovuto salvarla.

Ed ecco che egli è lì, quella mattina, festeggiato da tutti. E fosse almeno solo. [p. 146 modifica]Quando il portone fu aperto dalla serva sorridente ed eccitata, col Dottore entrò un cagnolino nero, così piccolo e magro che sgattaiolò nell’orto dal buco dello scolo dell’acqua, e poi rientrò nel cortile; corse qua e là spaventando le galline, trovò un osso, e se ne impadronì con una voracità tenace e silenziosa.

Ma già le serve lo chiamavano in cucina e gli diedero da mangiare, trattando anche lui da ospite gradito. Ci fu un tentativo di protesta e poi anche di zuffa da parte della gattina; ma la gattina stessa dovette, ai gridi e alle minacce delle donne, andarsene fuori di cucina e cedere il suo posto accanto al focolare.

La bambina non cessò di confortarla finché la vide sdraiarsi beatamente sulla panchina volgendo al sole il ventre nero fiorito dei bottoncini rosa delle piccole mammelle.

La quiete però fu breve: la gattina sollevò le orecchie, balzò inarcandosi tutta, con gli occhi divenuti gialli; di volo fu di fronte al cagnolino che s’era di nuovo introdotto nell’orto e veniva avanti scodinzolando come fosse a casa sua.

Questa volta è lui che scappa e si nasconde fra i cavoli; e la gattina, che in fondo ha paura di lui, non insiste e si [p. 147 modifica]allontana dignitosamente, lasciando alla piccola padrona tutto lo sdegno e il dolore del dramma comune.

Appoggiata alla panchina, col vestitino tutto gonfio in avanti, ella guardava, con un sasso in mano, verso il campo dei cavoli. Molti di questi, sventrati del loro fiore granuloso, giacevano divelti e abbattuti sulle zolle smosse, in attesa di sepoltura: sembrava un campo di battaglia di cavoli, e il cagnolino vi si moveva in mezzo, cauto, avvilito.

Ma non era fatto per il dolore e l’odio, lui; piano piano tornò sullo spiazzo, tutto allegro come se nulla fosse, e s’avvicinò alla bambina scodinzolando.

Era il suo modo di esprimersi, questo; e dava allegria a vederlo così spensierato: lei però non si rallegrò: eppure il cagnolino le piaceva e avrebbe volentieri giocato con lui.

Lasciò cadere il sasso; e il cagnolino lo annusò, lo toccò con la zampa, poi guardò lei come a domandarle perché lo aveva tenuto in mano.

Ma gli occhi di lei, pieni d’ombra, non rispondevano. Una foglia secca attraversò rotolando lo spiazzo, spinta dal lieve vento [p. 148 modifica]d’autunno; il cagnolino le corse dietro abbaiando, con coraggio e con paura.

Allora ella rise; si mosse anche lei e diventarono amici. Era una cattiva amicizia, però, quella di lei, fatta di odio e di tradimento: amicizia come tante altre.

L’avventura col cagnolino non le faceva dimenticare il pericolo del Dottore e la paura che la madre la chiamasse.

La madre non la chiamò, e finalmente il Dottore uscì. Allora, liberata, almeno per il momento, dall’incubo, dimenticò anche il cagnolino. Sentì un violento bisogno di saltare, di correre come la foglia al vento. E dopo alcuni giri cercò la corda per i salti, che stava di solito gettata sul ramo più basso del fico.

La corda non c’era.

Guarda guarda, la vede più in là per terra, agitata come un lungo verme. Il cagnolino se n’è impossessato e la trascina, la scuote, le abbaia contro fra pauroso e minaccioso. Ella non protesta, sebbene di nuovo sdegnata fino alle lagrime: le labbra le tremano e gli occhi brillano di dolore ma anche di crudeltà.

Piano piano, come per non farsi sentire [p. 149 modifica]neppure dallo stesso cagnolino, fa qualche passo, si piega, prende il lembo della corda e la tira a sé.

La bestia si ferma sulle quattro zampette magre, scodinzola, guarda la bambina in viso.

— Adesso ti faccio divertire io — mormora lei, con mistero.

Il cagnolino scuote le orecchie: pare dica di sì. Ella ha tirato su tutta la corda e dapprima se l’avvolge un po’ intorno ai polsi per cominciare il gioco del salto; poi d’improvviso la lancia verso il cagnolino e lo prende facilmente al collo, lo lega con un doppio nodo, lo trascina un poco; e poiché l’infelice la segue, innocente e allegro, ma non senza una certa riluttanza, ella lo incoraggia, lo rassicura, cammina indietreggiando per attirarlo meglio.

— E vieni, su, e vieni, e vieni...

La corda è lunga, sottile, forte; ella un po’ la fa andare alta, un po’ bassa, e anche lei si piega e si solleva e pare si diverta con la vittima come il gatto col topo.

Il cagnolino comincia ad abbaiare: s’è fatto serio, con gli occhi rossi cattivi. Ella ha una vaga paura: della bestia o di quello che improvvisamente pensa di fare? È sotto il fico; sotto il ramo basso fino al quale le sue piccole mani arrivano. E arrivano, [p. 150 modifica]le sue piccole mani, a gettarvi i due capi della corda, a riprenderli dall’altra parte del ramo e tirarli e tirarli.

Il cagnolino abbaia, poi ringhia, si drizza, va su per aria, rimane sospeso sotto l’albero maledetto, tutto scosso da un tremito convulso e con la lingua fuori della bocca spalancata.

Fu trovato poi, lungo disteso sotto il fico, tutto umido di bava. La corda e la bambina erano scomparse.

La madre e le serve, desolate e sconvolte per quella morte misteriosa, domandarono scusa al Dottore, e tanto fecero ch’egli uscì a vedere ed esaminò il cadavere del cagnolino.

— Qualcuno lo ha impiccato, — disse, — e ha fatto bene perché aveva i germi della rabbia.

Poi disse che la bestia non era sua.