Il secolo galante/La contessa di Genlis

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La contessa di Genlis

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La signora d’Epinay e la contessa d’Houdetot
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LA CONTESSA DI GENLIS

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Lettere, memorie, aneddoti, indiscrezioni, madrigali, satire, versi eleganti di innamorati felici, versi maligni di amanti non amati, trasparenze volate e non volute nelle opere dei maggiori scrittori, tutta questa polvere di fiori essiccati, che noi curiosi e studiosi abbiamo voluto togliere dalle tombe secolari, ci ha aperta la visione di un mondo che non tornerà più nel giro dei mondi futuri, che potremo o rimpiangere o maledire, ma che vedere non ci sarà dato mai altro che in sogno. E vi trovino pure gli spiriti superficiali niente altro che una folla di cicisbei in calzoncini corti e parrucca a codino, di dame in guardinfante, aggiuntisi in quei deliziosi salotti, dove lo stile di due regni pomposi e favoriti dall’arte adorna le stoffe delicate, le magnifiche dorature, [p. 232 modifica] le miniature, gli specchi, le vernici dalle tinte di sogno, che si vanno ora stanando dai solai e dalle botteghe dei rigattieri, senza comprendere nulla della loro intima eleganza, senza che riviva il palpito esile eppure cosi suggestivo di un aristocratico ideale moribondo. Noi, fervidi idealisti, vedremo sempre nel bruco la farfalla, e, pur deplorando l’odore dei letamai, tenderemo sempre il desiderio anelante al profumo dei giardini futuri.

Noi abbiamo amata madamigella Aïssé, abbiamo avuto un sincero sentimento di simpatia per l’ardente ed intellettuale Lespinasse, e stima e ammirazione profonda ci ispirò la signora Geoffrin; ed accanto a queste tre spiccate individualità, che riassumono ciascuna una delle maggiori virtù femminili, troviamo pure della simpatia per la duchessa di Choiseul, per la signora d’Épinay, anche per quella vivace e folleggiante Mimi, contessa d’Houdetôt, che seppe fedelmente amare; e, se non simpatia, compassione da ultimo per la marchesa Du Deffant, quasi tragica nella sua senile desolazione di Niobe senza maternità. Il nostro quadro però, che non è una apologia, ma un [p. 233 modifica] riassunto delle tendenze di un secolo, deve accogliere un’altra figura, che appare alla fine di esso, personificazione di tutte le sue debolezze, vera fioritura di decadenza.

Girava ancora per Parigi nelle ore mattutine, sacre all’attività l’abito color foglia morta della signora Geoffrin, si ripeteva di crocchio in crocchio un motto salace o cinico della Du Deffant, la Lespinasse confidava alla posta le sue lettere frementi, la d’Épinay distribuiva un po’ a casaccio i suoi buoni sorrisi e la d’Houdetôt i suoi scoppi di risa, quando Voltaire scriveva:


Nous ne vivons que deux moments;
Qu’Il en soit un pour la sagesse.


Non molto ascoltato, ahimè!

Ma dove proprio la saviezza non deve mai essere entrata neanche un momento è nella vita di madama di Genlis, la quale scrisse bensì libri morali e religiosi e commediole educative, ma lasciò le più stupendi Memorie che leggerezza e [p. 234 modifica] vanità di donna abbiano mai potuto mandare ai posteri. Si dice che noi siamo un po’ tutti figli del nostro tempo; madama Genlis allora non dovrebbe aver avuto altro padre, perchè tutti i difetti, le ridicolaggini, la vacuità, la mancanza di senso morale, questa amabile signora li ebbe in pieno.

Nacque nel 1745 dal signor Ducrest, marchese di Saint-Aubin, in un maniero campestre, dove, per indole della madre sua, l’allegria era all’ordine del giorno; ond’ella passò l’infanzia tra i balletti, le feste, i travestimenti; anzi il travestimento era diventato cosi abituale in lei, che andava a girellare pei campi non solo, ma anche a sentir messa in costume di Amore, lasciando solamente a casa le alucce e la faretra.

Studiare parti, organizzare scene, vestirsi, svestirsi e far prove erano la principale occupazione della madre e della figlia, le quali si aggregavano all’occorrenza le cameriere, e così fra gonnelline color di rosa, pagliette argentee, lumi di ribalta, ali di carta pesta, crebbe e si fece bellina madamigella Ducrest di Saint-Aubin. Senonchè [p. 235 modifica]dovette ben presto abbandonare il secondo nome aristocratico che le veniva dal possedimento di Saint-Aubin, perchè nella spensieratezza di quella vita quasi tutto il patrimonio venne sommerso, e il signor Ducrest, dopo di aver venduto casa e titolo, esulò in cerca di fortuna.

Rimaste sole e povere, madre e figlia trovarono modo di continuare a divertirsi egualmente, tant’è vero che a questo mondo si riesce sempre ad avere ciò che fortemente si vuole.

Vecchie parentele, nuove amicizie, disinvoltura della madre, gioventù della figlia, aureola di sventura, tutto servì allo scopo di farsi invitare a quelle feste e a quei trattenimenti che non potevano più offrire in casa propria. La giovinetta Felicita portò allora in società ciò che fu anche di poi il suo miglior dono naturale: l’intelligenza musicale, coltivata con lunghe ore di studio ella sonava l’arpa benissimo, ma perchè anche tale lieve pregio non dovesse illuderci troppo, ella si affretta a confessare che non vera passione per la musica, nè impeto di sentimento la trascinava, ma più che tutto il desiderio di brillare, di essere [p. 236 modifica]corteggiata ed adulata, di formare un crocchio di ammiratori intorno a sè, di ricevere dei complimenti e delle dichiarazioni, l’arte messa al servizio della vanità infine! cosa non nuovissima fin da allora, ma che si cerca ancora di far parere nuova con ingegnosi ritocchi e dorature.

Intanto il signor Ducrest, che, lungi dal far fortuna all’estero, vi aveva perduto anche il resto della sostanza tornando, veniva a stringere relazione col conte di Genlis, giovane, bello, distinto, intellettuale, entusiasta, gentiluomo elevato e modesto, che la vanità di sua moglie soperchiò poi sempre e tenne nell’ombra; l’ideale insomma, che ogni ragazza sogna e al quale ogni donna sarebbe felice di dedicare la vita, ringraziando Iddio. Il signor Ducrest, nella sua sventura, aveva conservata una tabacchiera sulla quale stava il ritratto di sua figlia idealizzata nella posa di suonatrice d’arpa, e fu contemplando questo ritratto che il giovane entusiasta si innamorò, lasciandosi prendere alla seduzione del morbido corpicino, degli sparsi capelli inanellati, senza accorgersi che mancava a quel volto il raggio della bellezza interiore. Egli [p. 237 modifica]non conosceva l’ammonimento profondo del poeta:

Fuggi costei; troppo giocondi ha gli occhi
Per affidarti ch’ella possa al pianto,
Quando fosse, educarli!

Ma Genlis era cadetto; la sua famiglia ricca e potente vagheggiava ben altre nozze e si oppose alla sua inclinazione. Un’altra fanciulla che non fosse nata colla fortuna della signorina Ducrest lo avrebbe perduto. Ella no. Genlis resiste, lotta, vince: la sposa una bella sera di punto in bianco e annuncia alla sua famiglia il fatto compiuto.

Ecco dunque la nostra eroina diventata contessa di Genlis.

È uscita dalla miseria della propria condizione, dalla frivolezza della compagnia materna, dalle incertezze dell’adolescenza; ha acquistato in un colpo solo l’amore di un uomo elevato per nascita e per carattere, un nome, un titolo, una casa propria, quel nido sospirato dove le belle anime femminili posano, raccogliendosi nella grandezza misteriosa ed oscura della loro missione, del loro apostolato sulla terra. Che fa allora la contessa di Genlis? [p. 238 modifica]

Passati i primi giorni della luna di miele, il conte, che era ufficiale, deve raggiungere il proprio reggimento in campagna, e la sposina, come di regola a quei tempi, aspettarlo nella ospitalità dolce ed indulgente di uno di quei conventi come esistevano allora, non retto da intransigenze monastiche, ma protetto signorilmente da una abbadessa, che conservava nel chiostro il diritto delle visite mondane, delle passeggiate in carrozza privata e di un privato appartamento non spoglio di ricercatezza ed eleganza, dove le conversazioni si seguivano spiritose e mondane e si contraevano matrimoni ed affari tanto e quanto nei salotti profani.

Parebbe che la neo-contessa, in un ritiro che nulla aveva di austero, dovesse trascorrere i giorni nella soave impazienza del suo diletto, in lunghi e segreti desiderii confortati dalle gioie di una vita appassionatamente interna.

Parrebbe che quell’amore così nobile e poetico, così fatto per riempire un cuore sensibile ed una immaginazione delicata, avesse dovuto maturarla, come veramente maturano sotto i raggi del [p. 239 modifica]sole i fiori ricchi di profumo e di colore, come si estolle, si allarga, cresce e rinvigorisce ogni sementa buona, ogni germe nato per la fecondazione. Ma che fa la contessa di Genlis?...

Scenette, monellerie, scorpacciate di dolci, travestimenti, burle, scempiaggini, la occupano deliziosamente. Ella si alza di notte travestita da diavolo per andare a spaventare le giovani suore. Si Introduce abilmente nelle celle delle vecchie e mentre dormono applica sul loro volto del belletto e dei nei; così, le povere donne, levandosi al buio, senza specchio, per andare a cantar mattutino, compaiono davanti al buon Dio, mascherate da giovedì grasso.

Quando il cavalleresco Genlis torna a riprendere la sposa, questa stupidina — come chiamarla diversamente? — piange, si dispera, non vuole abbandonare le suore che le servono così bene di trastullo, nè le scenette sedicenti spiritose, nè le ghiottonerie e la scioperatezza delle giornate oziose e delle notti occupate nel bel modo [p. 240 modifica]che sappiamo. Raccogliendo con somma cura gli episodi ridicoli della sua vita, la contessa, che non parla mai se non per incidenza di suo marito, non c; dice come egli rimase a quella strana accoglienza. Gridò, si indignò, questo si capisce, ottenne colle brusche ciò che egli credeva dovesse venirgli incontro coll’ansia di un desiderio eguale al suo. Ma come rimase? Che cosa avvenne nel suo cuore, nella idealizzazione ch’egli aveva dovuto fermarsi della leggiadra suonatrice d’arpa? Forse compatì, perdonò, sperò...

Poco tempo dopo vediamo la contessa nell’avito castello di Genlis, accolta benevolmente dal marchese cognato, accaparrarsi col suo fresco visetto, colle smorfie graziose, tutti i vecchi parenti del marito. Ella non è più seria là di quanto lo fosse altrove. Un giorno va a passeggiare nel parco con certe scarpette di raso bianco ricamate (sempre il travestimento), e siccome la burlano un poco, chiamandola dame de Paris che sembra ignorare come girando per aiuole e per boschetti non [p. 241 modifica]occorrano scarpe da ballo, ella, per mostrarsi spirito forte, si accosta ad una fontana dove diguazzavano alcuni pesciolini, ne acchiappa uno colla mano e se lo ingoia tutto vivo e guizzante.

È un peccato che Cesare Lombroso non abbia avuto presente questo grazioso fatterello. Avrebbe potuto citarlo molto meglio che alcuni altri nella statistica delle degenerazioni da lui riscontrate nelle donne che scrivono.

La signora di Genlis poi è generosa, bisogna conoscerlo, non si accontenta di un solo piccolo fatterello. Ella ne ha per tutti i gusti; non dobbiamo far altro che ascoltarla, seguendo il filo delle sue memorie.

Sempre stando a Genlis, ella esce di sera in compagnia di un suo fratello, che doveva essere veramente la sua anima gemella, vanno a sorprendere i contadini raccolti nell’osteria del villaggio a bere del sidro, e picchiano contro i vetri gridando: «Vendez-vous du sacré chien?» All’uscita furibonda dell’oste fuggono e si nascondono nei [p. 242 modifica]viottoli facendo le più grasse risate. A questo punto, temendo che il lettore possa dubitarne, la contessa assicura che si divertiva moltissimo.

Quando il marchese di Genlis prende moglie, ella si stringe subito in intimità colla cognata giovanissima ed elegante, che non manca di iniziare subito al suo genere di divertimenti, e, tanto per incominciare, monta sopra un asino vestita da contadinella fantastica e se ne va scorrazzando per le fattorie vicine in cerca di latte. Questo latte, provveduto in grande abbondanza, doveva servire per il bagno delle due cognate che vi si immergevano dopo averlo cosparso di foglie di rose....

Il conte di Genlis volle iniziare la bizzarra testolina a piaceri più nobili e le fece prendere il gusto della lettura. La biblioteca del castello era ricchissima di volumi, e la contessa, pronta, vivace, curiosa, di uno spirito flessibile, vi si immerse con discreto ardore, facendo anche dei sunti che le servirono poi per i libri educativi che scrisse più tardi. Un modo come un altro di passare il tempo. [p. 243 modifica]

Essendo diventata madre, anche questo avvenimento, data la novità e la diversità di sensazioni, la occupa per qualche tempo, ma superficialmente, come faceva tutto; poiché nessun cambiamento si scorge nel suo carattere e nelle sue abitudini, nessuna evoluzione interna la guidi a più serio e dignitoso concetto della vita. A Parigi, tanto quanto in campagna, le maschere la assorbono. Va nelle guinguettes dei sobborghi, in abito da cuoca a ballare coi palafrenieri e confessa di non essersi mai divertita tanto.

Il figlio — l’unico maschio — le muore a cinque anni, in quella età dove si riuniscono le più squisite grazie dell’infanzia al fascino nuovo della ragione che si sveglia, e la contessa scrive: «Ne ebbi tanto dispiacere che ne ammalai: mi consigliarono le acque di Spa e dopo sei settimane ero perfettamente guarita.» E consolata?... Si direbbe, a giudicare quel perfettamente, così nudo, così asciutto e duro, che nessuna madre potrà mai leggerlo senza una rivolta di tutto il suo essere. [p. 244 modifica]

Ma ecco una nuova fase nella vita di questa puppattola. Gli anni, l’esperienza, gli studi, la maternità, l’osservazione, tutti i filtri misteriosi attraverso i quali si lambiccano i temperamenti e le vite, non svilupparono proprio nulla nella contessa di Genlis? Si, svilupparono la sola cosa che esistesse in lei allo stato di embrione vitale, la sua vanità. Le gonnelline color di rosa, le alucce variopinte, le braccia nude scorrenti sulle corde dorate dell’arpa, i minuetti, le ariette, le commediole, il primo rossetto, le prime mosche, un amore romantico con fuga e matrimonio segreto, perfino i palpiti del pondo ascoso, tutto era sfruttato e appeso oramai all’uncino insieme ai vecchi ciarpami dei travestimenti.

Altro balocco ci voleva. E il balocco fu questa volta la nomina a dama d’onore della duchessa d’Orléans. Tale risoluzione addolora profondamente il conte di Genlis, che teme per sua moglie il corrotto ambiente della Corte e la supplica a rinunciarvi. C’è una zia, la vecchia signora di [p. 245 modifica]Puissieux, che dopo di averla protetta, amata, beneficata, in quella famiglia di Genlis, che non voleva saperne della signorina Ducrest, spera su di lei per aiuto e conforto della solitaria vecchiaia. Niente. La contessa lascia strillare il marito, lascia strillare la buona vecchia; la libidine dei successi mondani, della vanità portata fino ai piedi del trono, vince affetto, dovere, convenienza, tutto. Che importa a lei dell’antico e fedele castello dove una vecchia piange, poiché l’attende a Parigi un appartamento che contiene diciottomila lire solamente in ispecchi?

Colla duchessa d’Orléans fa un viaggio in Italia. Si diverte moltissimo, al solito, poiché questa è la sua frase preferita che applica a qualsiasi sensazione, e ricordando quel viaggio nel paese meraviglioso dell’arte e dei sogni scrive: «Mi bagnavo molto a Roma e sempre alla sera. Tosto che ero nel bagno facevo avvertire il cardinale di Bernis, che veniva insieme a suo nipote a chiacchierare con me per tre quarti d’ora.» Ed è tutto ciò che le suggerisce la Città Eterna! [p. 246 modifica]

Conosco un aneddoto che somiglia a questo interessante casetto. Due signore, madre e figlia, reduci dal viaggio d’Italia, parlavano delle cose vedute. Alla parola Roma la madre interroga: «Siamo state noi a Roma?» — «Come, mamma, non ti ricordi?» esclama la figlia scandalizzata. «No», ripete la degna signora — e allora la figlia colpita da un lampo di intelligenza, soggiunge: «Ma si, mamma, Roma è quella città dove abbiamo comperate quelle calze di seta, sai?» Allora la mamma ricordò Roma.

Ultima ascesa della parabola, la contessa di Genlis diventa, grazie alle sue pubblicazioni pedagogiche, ed alla protezione particolare del Principe, governante dei principini d’Orléans. È ben vero che in questo frattempo, per la morte del fratello, il conte di Genlis assurge al titolo di capo «della famiglia, ed avendo ereditato i beni e il maniero de’ suoi antenati, desidera non solo, ma deve stabilirvisi per attendere agli interessi imperiori e supplica ancora la moglie di essergli compagna. Ma [p. 247 modifica]la contessa, gonfio il capino del suo titolo di governante principesca, rifiuta ancora.

Ed ecco il conte di Genlis, il gentiluomo intellettuale, il valoroso soldato, il marito onesto e costante, partire solo, arrivare solo, restare solo nella vecchia casa, nelle sale deserte, fra i servitori muti. Là, abbandonato, senza il calore di un cuore fedele, nella desolazione fiera e chiusa dell’ultimo disinganno, si lascia travolgere nell’onda dell’agitazione politica che sconvolse la fine del settecento e porta la testa sul patibolo, mentre la moglie si mette tranquillamente in salvo.

Questa è la vita della contessa di Genlis, che scrisse tanti libri educativi e fu l’istitutrice di un re (Luigi Filippo).

I suoi biografi hanno tentato di scusarla accusando della sua leggerezza i tempi, ma la toppa non riesce a coprire il buco; nè le lodi soverchiamente prodigatele per la sua virtuosità e per la svegliatezza d’ingegno mi sembrano atte a riscattarla dalla mancanza di tutto il resto. Anzi essa [p. 248 modifica]entra appunto per ciò nella categoria delle donne più antipatiche, dove le vacue e superficiali doti coprono l’aridità del sentimento. Se la leggerezza fosse stata in lei un semplice vizio di educazione, presto o tardi ne sarebbe uscita; ma ella arriva a ottant’anni bamboleggiando sempre e mentre le tombe dischiuse del suo unico figlio, della sua figlia appena sposa e il mozzo capo del marito dovrebbero riempirla di tristezza e di rimorso, si lagna che la società ha perduto le belle maniere, perchè, trovandosi a un pranzo di gala e dopo essersi messa en frais de conversation, i suoi vicini di tavola la piantarono in asso!

Ma facciamo un piccolo riassunto di quelli che lei stessa ci presenta come tratti caratteristici della sua vita. È donna; trova l’amore nella forma più nobile, non solo, ma anche avvolto m tutte quelle circostanze che lo rendono seducente all’immaginazione, e ai baci dell’uomo che l’ama preferisce gli scherzi e le burle degli ozi conventuali. È dama, e confessa candidamente di non essersi mai [p. 249 modifica]tanto divertita come all’osteria dei Porcherons insieme alle cuoche e ai palafrenieri. È iniziata ai misteri dell’armonia, suona e canta egregiamente, ma senza slancio dell’anima, per solo desiderio della lode. È onesta, o quasi, e non fa parlar molto di sè, ma riceve stando nel bagno un cardinale con relativo nipote. Legge una intera biblioteca e raccoglie delle massime morali per le giovinette atte a educare la mente ed il cuore, ma ci racconta in pari tempo i suoi lavacri al latte e alle foglie di rosa. È madre, suo figlio muore, e lei che dedica pagine intere delle Memorie a parlare della sua grazia, de’ suoi successi e dei suoi divertimenti, ha per questo argomento due righe, due righe per piangere un figlio! ma che piangere! le acque di Spa la guariscono perfettamente.

Dopo questo non c’è più da meravigliarsi di nulla. L’abbandono della propria casa dove due tenere bimbe sollecitavano quelle cure che ella preferì dedicare ai principi d’Orléans, la resistenza alle preghiere del marito e della vecchia parente, non [p. 250 modifica]sono che il coronamento di tutto quell’edificio convenzionale, barocco, vuoto, che la contessa Genlis si eresse da sè nelle sue Memorie. Nulla mancò a questa donna, nascita illustre, bellezza, ingegno, coltura, amore, fortuna. Non mancò che lei a se stessa, inferiore sempre a tutte le Circostanze della sua vita.

Mi si troverà severa; ma c’è di più: lo sono con piacere. Nessuno mi obbligava a parlare della Genlis e a parlarne male, se io non vedessi in lei tutto un sistema sbagliato di giudizio, un falso indirizzo dell’educazione e della morale, quella morale così pronta a mettersi in allarme per una grande passione e così tollerante della leggerezza, della vacuità, delle anime fredde, meschine, piccine, che non hanno l’aria di fare un gran male, ma che vanno disseminando la volgarità e soffocando l’ideale.

Se madama di Genlis, per assaggiare di tutto, non si fosse piccata di fare l’educatrice e di scrivere dei libri morali e religiosi, poco danno. Ella [p. 251 modifica]sarebbe confusa colla pleiade incipriata di donnine che noi guardiamo ancora con un certo piacere sui paraventi di stile Luigi XV. Ma invece ha un nome non ancora dimenticato, si parla di lei alle giovinette, che ne ricevono una buona impressione e che raccolgono nel santuario pudico e recondito delle loro preferenze. Si fa conoscere ad esse madama di Genlis come una buona signora che si occupò di pedagogia, tacendone le marachelle e allargando sempre più il guasto della nostra educazione femminile, tutta appoggiata sul falso e sul convenzionale.

Si ha paura delle grandi colpe, degli errori commessi per un eccesso di forza, e si teme che il loro esempio riesca pernicioso, senza pensale che non è grande colpevole chi vuole. Poche donne potrebbero essere lady Macbeth o Lucrezia Borgia, mentre tutte le nostre borghesucce soppannate di maestrina farebbero quello che ha fatto madama di Genlis.

Uno scrittore arguto e fino, Barbey d’Aurevilly, [p. 252 modifica]pur usandole misericordia, conviene che non è punto simpatica e la scolpisce con due parole abbastanza indovinate: caillette da giovane, commère da vecchia. I De Goncourt riconoscono che non ha nulla di elevato, che non è nè una dama nè una artista, e lanciano essi pure il loro motto qualificativo chiamandola: fata della pedanteria. Lamartine, nella Storia dei Girondini, dopo di avere accennato alla ipocrisia sospetta della sua carica di educatrice in casa d’Orléans, dice che giammai donna seppe così bene riunire e far camminare insieme l’intrigo e l’austerità.

Io sono più severa perchè sono donna, perchè vedo personificati nella Genlis gli eterni nemici del mio sesso, la frivolità e la leggerezza, perchè so che troppe donne sono così e vorrei che non fossero. Combatto in questo tipo muliebre il trionfo della mediocrità è della freddezza, la donna che non ha amato, che non ha pianto, che non ebbe mai nella sua vita un nobile entusiasmo, nè un santo errore. [p. 253 modifica]

Che importa la cultura, che importa il dilettantismo artistico e morale, che importa tutto ciò che si può acquistare collo studio o colla ricchezza quando manca in un cuore femminile la sacra scintilla dell’amore? Senza di esso la donna è nulla; con esso è tutto; pari al sole che fermo nello spazio e immobile regge la vita.

È l’amore della donna che suscita gli eroismi grandiosi, che sorregge le nobili fedi, che sprona, solleva, modera, conforta, ispira, e, quale regolatore occulto, permette che le forze ideali sieno sempre accese nell’ardente focolare umano. Le donne sapienti, quando pure non sieno di ingombro, riescono inutili. È dalle donne amanti che il mondo attende la luce.