Ippolito/Esodo

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Euripide - Ippolito
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Esodo
Quarto stasimo Ippolito

[p. 281 modifica]Sull’alto della reggia appare improvvisamente Artèmide. artemide

Parlo a te, nobil figlio d’Egèo,
ascoltami: Artèmide
sono io, di Latona la figlia.
Tesèo, sciagurato, perché
gioisci di queste sventure?
Perché della sposa le false
parole, ti fecero certo
d’incerti misfatti, empiamente
tuo figlio uccidesti; e palese

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sciagura ti colse.
Come in fondo agli abissi tartàrei
per vergogna non corri a celarti,
o, sua vita mutando, nell’ètere
non ti lanci, ed il pie’ non ritraggi
da tanta sciagura?
Ché per te non c’è posto nel mondo,
fra gli uomini retti.

Odi, Tesèo, come i tuoi mali avvennero.
Nessun frutto ne avrò, tranne il tuo cruccio;
ma venni a questo, a dimostrar che onesta
è di tuo figlio l’anima, e che muore
con buona fama; e della sposa tua,
quale furia l’invase, e come in parte
nobile si mostrò: ché dallo stimolo
trafitta della Dea la piú nemica
a noi, che caro abbiamo restar vergini,
s’innamorò di tuo figlio; e, tentando
di trionfar, col suo senno, di Cípride,
fra gl’intrighi condotta, a mal suo grado,
dalla nutrice, fu perduta. Quella,
stretto coi giuri il tuo figliuolo, il morbo
gli confidava; né sedotto quegli
fu, ch’era giusto, dai suoi detti: né,
maltrattato da te, ruppe la fede
dei giuramenti; ch’era pio. Ma Fedra,
temendo che scoperta esser potesse,
quelle calunnie scrisse, e con la frode
perdé tuo figlio; e ben seppe convincerti.

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teseo
Ahimè!
artemide
Tesèo, morde il tuo cuor questo racconto?
Resta tranquillo: assai piú dovrai piangere
udendo il resto. A te promise esplicito,
lo sai, tuo padre, esaudir tre voti.
Or l’uno d’essi, perfido, hai stornato
contro tuo figlio, e non contro un nemico,
come potevi. Il Dio del mar, tuo padre,
bene operò, che t’accordò, quand’egli
promesso avea, ciò che dovea; ma tu,
a mio giudizio e suo, fosti un malvagio,
che non le prove, e non la voce udire
dei responsi volesti, e non inchiesta
facesti, e al tempo non lasciasti il cómpito
di far la luce, e pria che non dovessi
imprecasti a tuo figlio, e l’uccidesti.
teseo
Diva, morir vorrei.
artemide
                                   Furono orribili
le colpe tue; pure, ottener perdono
anche tu puoi: ché quanto avvenne, Cípride
tutto lo volle, e l’ira sua fe’ sazia.
Perché fra i Numi è questa legge: niuno

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alla brama dell’altro opporsi brama,
ma se n’astiene. Ch’io, sappilo bene,
senza il timore ch’ho di Giove, mai
non sarei giunta a tanta mia vergogna,
che l’uomo a me d’ogni altro uomo piú caro
lasciassi a morte andar. Ma dalla colpa
te prima affranca l’ignoranza tua,
perché tu non sapevi; e poi, la morte
dando a sé stessa, Fedra ogni confronto
impossibile rese, onde potesse
convincersi il tuo cuore. Assai malanni
piombarono su te, su me cordoglio.
Perché gl’Iddii, lieti non sono, quando
vengono a morte i buoni; e invece, i tristi
nei lor figli struggiam, nelle lor case.
Giunge Ippolito, trasportato su una barella.
coro
Ecco, il misero a noi già s’appressa.
Strazïata è la vergine carne,
e il biondo suo capo. Oh sciagura
delle stirpi! Oh, qual duplice lutto
mandato dai Numi,
s’abbatté sopra questa magione!
ippolito
Ahimè, ahimè!
Straziato, me misero, io sono,
per i voti che ingiusti imprecò
a me contro l’ingiusto mio padre.

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Sono morto, o infelice! Ahimè, ahi!
Entro il capo le doglie mi vibrano,
nel cervello sobbalza lo spasimo.
Sta! Ché il corpo sfinito abbia requie!
Ahi, ahi!
O coppia odïosa
di corsieri, ch’io stesso nutrii
di mia mano, per te son disfatto,
per te sono morto.
Ahi, ahi! Per i Numi, o famigli,
con man lieve toccate il mio corpo,
ch’è tutto una piaga. Chi sta
a destra, al mio fianco? Levatemi
leggermente, con mosse concordi
traetemi. Oh me sventurato,
maledetto dal labbro del padre!
Giove, Giove, non vedi? Io, che puro
sempre fui, che gli Dei veneravo,
che tutti avanzavo
d’onestà, vedo l’Ade che a me
sotterraneo si schiude, e soccombo.
Invano fu spesa fra gli uomini
la mia pietà.
Ahimè, ahimè!
Ed or mi pervade lo spasimo,
10 spasimo. Oh me sciagurato I
Lasciatemi; e Tànato giunga
per me, giunga Peóne. Finitemi,
uccidetemi, misero me!
Il duplice taglio desidero
d’una spada, che a brani mi faccia,
che il mio viver sopisca. O del padre
miserevoli voti, e dei miei

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antenati macchiati di sangue!
Degli avoli antichi la pena
risorge, né indugia.
Ma perché su me piomba, se immune
sono io d’ogni colpa?
Ahimè, che dirò?
Come libera far la mia vita
da questo crudele tormento?
Tristo me! Mi sopisse dell’Ade
la notte fatale, e la tènebra!
artemide
In quali guai travolto fosti, o misero!
La generosa indole tua ti perse.
ippolito
O di fragranza aura divina! Bene
ti sento, anche fra i mali, e le mie membra
n’hanno sollievo. È qui la Diva Artèmide.
artemide
È qui la Dea che piú t’è cara, o misero.
ippolito
A che ridotto son, vedi, o Signora!

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artemide
Vedo; ma versar pianto non m’è lecito.
ippolito
Spento è il tuo cacciatore, il tuo ministro.
artemide
Lo so: diletto al cuor mio tu soccombi.
ippolito
Lo scudiero, il custode pio degl’idoli.
artemide
Cípride macchinò tutto, la perfida.
ippolito
Ahimè! Qual Dea m’uccise, ora ben vedo.
artemide
Perché tu casto, onore a lei negavi.

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ippolito
Sola una Dea noi tre colpì, l’intendo.
artemide
Te, piú che me, per l’error tuo commisero
ippolito
Anche del padre la sciagura io piango.
artemide
L’hanno ingannato della Dea le trame.
ippolito
O padre, sventurato anche tu fosti.
teseo
Son morto, o figlio, e omai la vita aborro.
ippolito
Te, piú che me, per l’error tuo compiango.

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teseo
In vece tua morir potessi, o figlio!
ippolito
Di Nettuno tuo padre o amari doni!
teseo
Quei voti al labbro corsi non mi fossero!
ippolito
A che? M’avresti ucciso: eri in tale ira!
teseo
M’avea dal senno disviato un Nume.
ippolito
Deh, ricader potesse
sopra i Celesti, il male inflitto agli uomini!
artemide
Taci: quando sarai giú nelle tenebre,
non resterà senza castigo l’odio

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che Cípride ha per te, che t’aborrisce
per la tua castità, la tua saggezza.
Ch’io, con la mano mia, con queste frecce
infallibili, a far la tua vendetta,
a un altr’uomo1 la morte infliggerò,
a quello che al suo cuor sia piú diletto.
E, per compenso delle pene, o misero,
onori grandi a te nella città
di Trezène darò. Le intatte vergini
le lor chiome per te recideranno
pria delle nozze, e coglieranno il frutto,
per lungo tempo, di funeste lagrime.
Ed eterne per te le cure musiche
vivran delle fanciulle, e nel silenzio
non cadrà, nell’oblio, l’amore ch’ebbe
Fedra per te. Del vecchio Egèo figliuolo,
e tu prendi il tuo figlio, e al seno stringilo,
ché a mal tuo grado l’uccidesti; e agli uomini
non è concesso, quando i Numi vogliono,
schivar la colpa. E te consiglio, Ippòlito,
che non odii tuo padre: era il destino
scritto per te della tua morte. E addio.
Ché lecito non m’è vedere estinti,
né che si brutti il viso mio con l’alito
dei moribondi; e tu sei presso a morte.
Sparisce.
ippolito
Addio. Va’ dunque, o veneranda vergine.
Perder l’antica nostra intimità
ti sia leggero. E poiché tu lo brami,

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depongo l’ira contro il padre: docile
anche prima ai tuoi detti io sempre fui.
Ahimè, sugli occhi già scende la tènebra.
Prendimi, o padre, il corpo mio solleva.
teseo
Ahimè, che fai di me misero, o figlio?
ippolito
Muoio: le porte già veggo degl’inferi.
teseo
Di tal colpa macchiato il cuor mio lasci?
ippolito
No, ché del tuo delitto anzi t’assolvo.
teseo
Che dici? Me del sangue sparso affranchi?
ippolito
Teste mi sia la cacciatrice vergine.

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teseo
Quanto con me sei generoso, o caro!
ippolito
A te salute, a te salute, o padre!
teseo
O santo cuore, ahimè, nobile cuore!
ippolito
Augura tali a te figli legittimi.
teseo
Deh, fatti forza! Non lasciarmi, o figlio!
ippolito
Assai son forte: ch’io son morto, o padre.
Presto, col manto il viso mio nascondi.
teseo
O di Pàllade terra, illustre Atene,
di qual uom sarai priva! Oh, quanto il male
ricorderò che tu m’hai fatto, Cipride!
Ippolito muore.

[p. 293 modifica]

coro
Questo cruccio improvviso piombò
sopar quanti in Atene soggiornano.
Sarà grande schianto di lagrime;
perché piú tenace, piú triste
la memoria dei grandi persiste.


Tragedie di Euripide (Romagnoli) III-0296.png

Note

  1. [p. 302 modifica]A un altr’uomo, cioè ad Adone.