L'Argentina vista come è/I figli degli italiani

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I figli degli italiani

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Unioni e scissioni Nelle campagne argentine «peoni» e «medieri»
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I FIGLI DEGLI ITALIANI.1

È stato molte volte scritto e detto che non v'è popolo che emigrando si assimili maggiormente alle nuove genti e ai nuovi paesi dell'Italiano.

È un elogio od un rimprovero? Tutti e due; a seconda del punto di vista. Si comprende che questa qualità appaia una grande virtù agli occhi degli ospiti, una virtù che centuplica i vantaggi della emigrazione, togliendole tutti i pericoli; ma si comprende anche che agli occhi degli altri questo potere di assimiliazione sia una grande debolezza. Assimilarsi vuol dire finire d'essere italiani.

L'italianità infatti — specialmente nell'America latina, dove certe affinità di razza rendono la trasformazione più rapida e completa — non resiste sempre fino alla seconda generazione. I figli degli italiani, nella generalità dei casi, non sono più italiani. Mancandoci essi, ci manca l'avvenire.

Senza stolti ed ambiziosi sogni di espansione politica, e di dominî, noi abbiamo certamente diritto di pensare che alla nostra espansione di razza, a questo dilagare [p. 174 modifica] per il mondo di centinaia di migliaia di italiani all'anno, corrisponda almeno una espansione della nostra forza morale; che l'italianità non venga soffocata; che resti un culto per la grande Patria, un riconoscimento delle sue glorie antiche, fra le genti che il lavoro e la scienza italiana arricchiscono d'opere e d'idee.

Le legislazioni americane, da quella degli Stati Uniti a quelle di tutte le altre repubbliche, che ne sono più o meno una derivazione, si oppongono a che il figlio di cittadini stranieri nato sul suolo americano sfugga alla cittadinanza americana. Ed è giusto. Senza di ciò oggi l'America non sarebbe certo degli americani. La vecchia legge europea ha lottato lungamente, ma ha dovuto cedere alla necessità. Data la natura e la estensione della emigrazione nostra in America, il pretendere che i figli d'italiani nati laggiù conservassero la nazionalità dei padri compiendo i doveri di cittadinanza dal di là dell'Oceano, era assurdo. Ma non parliamo qui certo della italianità materiale; si tratta dell'anima italiana. È lei che scompare nei figli. Potranno certi retori gridare — e lo gridano — che non è vero, ma il fatto resta innegabile, inconfutabile.

Noi vediamo nell'Argentina i figli d'inglesi, ottimi cittadini argentini, ma inglesi nel sentimento, inglesi nel carattere, nella lingua; pronti a dare la vita per la nuova patria, ma con la mente e col cuore pieni della loro vecchia Britannia, palpitanti per le sue sciagure ed esultanti per le sue vittorie. Nel Chobut, da ventotto anni, viveva una floridissima e popolosa colonia di Gallesi, in parte figli dei primi pionieri e nati argentini, ma parlanti la loro aspra lingua, gelosi custodi delle loro tradizioni, fieri della loro storia. L'anno passato questi Gallesi protestarono indignati contro certi atti della Giustizia Argentina; una inchiesta ordinata dal Governo inglese riconobbe le loro ragioni, ed essi, dopo ventotto anni di residenza nell'Argentina, abbandonarono in maggioranza il paese per piantare [p. 175 modifica] le loro tende nel Canadà, ritornando più Gallesi di prima. Nel Brasile vi sono dei Municipî tedeschi nei quali tutti gli atti si scrivono in tedesco. I figli d'italiani — nella generalità dei casi, s'intende — non sono italiani, nè nella lingua, nè nel sentimento. È colpa loro? È colpa dei loro padri? No; il male è qui, in casa nostra.



La prima caratteristica d'un popolo è la sua lingua. La lingua è il più grande vincolo fra gli abitanti d'una stessa nazione; è, per modo di dire, il segno primo di riconoscimento, come un gergo fra gli affiliati d'una stessa immensa associazione. Sul marciapiede d'una città straniera, quando fra il vocìo esotico della folla è dato di udire una parola del nostro idioma, noi ci volgiamo rapidi, col cuore pieno d'una subita gioia come se la voce di un amico ci avesse salutato, e ristiamo presso allo sconosciuto che parla la nostra lingua, trattenendo la voglia di stendergli la mano, di gridargli: «Sono italiano anche io! venite qui, non mi lasciate!» — e lo guardiamo con tristezza mentre si allontana, sentendoci ripiombare nella soffocante melanconia della solitudine. Parlare la propria lingua all'estero significa respirare un po' d'aria della Patria; due parole, un saluto, bastano a sollevare il nostro spirito, come se quelle parole venissero da «là»; è tutto quanto di più caro abbiamo nella vita che ci parla in quel momento; poche parole del nostro idioma bastano a far compiere all'anima un rapido viaggio in luoghi amati e lontani, e farla tornare più lieta e serena. [p. 176 modifica]

«Parla la lingua della gran Patria tua» — ha scritto Ruggero Bonghi. «Non senti come attraverso questa si sprigiona e si manifesta ogni idea della tua mente, ogni moto del tuo cuore? Nessuna lingua è più bella della tua. Nella tua lingua si rispecchia la storia della patria. Di secolo in secolo le generazioni, che hanno preceduto la tua, vi hanno deposto il loro animo e ve lo hanno trasmesso. Quando tu la parli nella purezza sua, tu vivrai non solo con patrioti che vivono, ma ancora con quelli altresì che hanno vissuto prima di te, e niente di forestiero ti penetrerà nell'anima».

Nella lingua è il segreto dell'unione, il baluardo della nazionalità. Ebbene, quanti italiani in Italia parlano italiano?

I colti tutti; ma noi sappiamo che disgraziatamente essi non formano la maggioranza nella massa emigratrice. Gli altri parlano ligure, parlano siciliano, romagnolo, lombardo, napoletano, piemontese, ma non italiano. La nostra lingua non va più al nord di Pistoja e più al sud di Roma. Un povero lavoratore abruzzese si troverà di fronte ad un suo compagno d'emigrazione ligure, come di fronte ad uno straniero. Mancherà lo slancio dell'affratellamento. Essi non potranno parlarsi, perciò non potranno conoscersi. E per amarsi bisogna conoscersi. Ecco forse la prima e più grave ragione della dispersione, della scissione e della discordia.

Ci troviamo di fronte a questa dura verità; che se tutti i francesi parlano — più o meno — il francese, tutti gl'inglesi l'inglese, i tedeschi il tedesco e i russi il russo, la maggioranza del popolo italiano non parla italiano. Come possiamo pretendere che avvenga all'estero, quello che non avviene in Italia? L'emigrato che non conosce che il suo dialetto, dovrebbe studiare l'italiano come una lingua nuova; è assurdo. Quando deve imparare una nuova lingua impara la più utile: quella del paese.

Ora, possono i figli di questi nostri emigranti [p. 177 modifica] conoscere l'italiano, se non è noto nemmeno ai loro genitori? Certamente no. E mancando la lingua italiana manca loro la base dell'italianità, il vincolo più forte con la Patria d'origine.

Per di più, all'infuori dell'idioma, i padri, che non conoscono spesso essi medesimi le grandezze e le glorie del loro Paese, i quali, talvolta, nella loro miseria hanno sentito come un senso d'inferiorità di fronte ai «nativi» e che hanno udito spesso il rimprovero umiliante della loro origine condensato in una parola di scherno, questi padri che nel loro affetto per i figli cercano di sottrarli alla condizione che ha messo tanto amaro sul loro pane sudato, e vogliono perciò renderli eguali agli altri più che sia possibile, questi padri, dico, potranno soffiare nell'anima dei loro piccoli un vigoroso spirito d'italianità? No; e chi di loro fa eccezione — ed eccezioni vi sono — compie un atto di eroismo.

Un'altra causa s'aggiunge: la donna. L'emigrazione italiana, come tutte le emigrazioni di lavoratori, è nella massima parte formata di uomini. I poveri non possono permettersi il lusso di portare lontano le loro donne. E con esse lasciano a casa la ricchezza inestimabile delle tradizioni, delle antiche credenze, degli affetti domestici. La donna vive nella casa e per la casa, sia pure essa un tugurio; la sua anima non disperde energie all'infuori della casa; si attacca al posto dove ha speso tutto il tesoro del suo amore, della sua attività, dove ha lavorato, sofferto, gioito, s'imbeve dello spirito di quei luoghi, ed anche trasportata lontano, al di là dei mari, vivrà sempre nella casa antica, e vorrà che tutto quanto la circonda gliela ricordi e gliela rievochi. Le rimembranze d'un uomo spaziano per monti e per valli: quelle d'una donna sovente non escono da quattro mura. Ogni donna che emigra porta con sè chiuso nel cuore un piccolo lembo della Patria. Ne parlerà ai suoi figli, sempre; imparerà loro le preghiere che ella [p. 178 modifica] vi ha imparato; conterà loro le leggende che essa vi ha appreso; farà sì che l'amino, poichè essa l'ama.

Ma le donne italiane che emigrano sono poche. Una gran parte dei nostri emigranti dispersi per la Repubblica Argentina si maritano con delle donne del paese, con delle criollas, spesso con delle brune chinitas figlie della Pampa, misere e fiere come i cardi delle loro pianure. Nulla d'italiano nella casa, e i figli crescono ignari della patria del padre, se non sdegnosi.

Quante volte non è dato di udire i figli d'italiani chiamare il padre loro: El viejo gringo! — Il vecchio gringo!...



Il Governo Argentino, il cui più legittimo desiderio è quello di argentinizzare gli stranieri, ha avuto paura di una possibile diffusione della lingua italiana, e l'ha combattuta. Nelle scuole superiori pubbliche argentine si impara per obbligo il francese e l'inglese o il tedesco; l'italiano no. Ciò in un paese dove vive circa un milione d'italiani, e anzi appunto per questo. Da anni un Comitato italiano a Buenos Aires, composto di buoni patriotti, domanda lo studio obbligatorio dell'italiano nelle scuole; ora è riuscito ad avere l'aderenza di tutte le principali Società italiane. L'agitazione si è fatta sentire, certo, ma udire? La nostra lingua non è trattata finora nemmeno a parità di condizione con le altre. Il nostro spirito nazionale non può esserne che depresso. Alle menti infantili appaiono la Francia, la Germania, l'Inghilterra, la Spagna, attraverso le loro letterature, come le sole nazioni degne d'essere conosciute. L'Italia viene alla coda. Tutto questo influisce moltissimo nell'animo dei figli d'italiani, i quali poi [p. 179 modifica] molte volte vedono nell'ignoranza del padre come una prova della inferiorità italiana, e nella povertà dei nuovi emigranti l'indice della miseria nostra. E si confermano argentini con fierezza, e con tutto lo zelo esagerato del neofita, il quale si mostra sempre il fedele più fedele, perchè ha il passato da far dimenticare e perdonare. Nel nostro caso si tratta di far dimenticare e perdonare la origine italiana, che bene spesso è taciuta, dissimulata e talvolta negata.

Con lo studio della lingua italiana sarebbero rivelate loro bellezze e grandezze che non sanno, ricchezze che non immaginano, glorie che nessun paese potè mai vantare.

Il problema dei figli d'italiani è antico quanto l'emigrazione, e si presentò già triste e sconfortante fin da circa quarant'anni or sono alla mente dei patriottici fondatori delle prime scuole italiane nell'Argentina.

La scuola sola poteva dare il rimedio a tanto male. Nella scuola l'anima del fanciullo si scalda dei primi entusiasmi come un ferro alla forgia. Gli uomini e i paesi che impara ad amarvi esso li amerà per tutta la vita, perchè le prime impressioni rimangono profonde nella tenera cera del suo sentimento d'adolescente. Nella scuola si forma la sua coscienza, perchè ivi comincia a distinguere il bello dal brutto e il buono dal cattivo. Occorreva una scuola italiana che fosse anche scuola d'italianità, e a questo scopo, verso il 1866 sorsero a Buenos Aires le scuole delle Società Unione e Benevolenza e Nazionale Italiana.

Dieci anni dopo vennero istituite le scuole femminili della Unione Operai Italiani; nel '77, quelle della Colonia Italiana, e l'anno dopo quelle dell’Italia Unita. Nell'84 sorgono le scuole della Società Venti Settembre e l'asilo dell'associazione femminile Margherita di Savoia; nell'86 le scuole dell’Italia, nell'87 quelle della Patria e Lavoro, nel '90 le scuole della [p. 180 modifica] Umberto I, nel '94 quelle della Nuova Venti Settembre, e nel '97 le scuole della Cavour.

Tutte queste scuole sono sorte per fermo volere di benemerite persone degne di tutta la nostra riconoscenza, le quali hanno dedicato loro ogni energia, in mezzo alle opposizioni più accanite; opposizioni di soci egoisti che non volevano si stornassero per le scuole i fondi predestinati al mutuo soccorso; opposizioni di uomini e giornali argentini che scorgevano nelle scuole italiane un peligro nacional; opposizioni passive e schernose di scettici e disamorati.

Oggi vi sono quindici scuole italiane a Buenos Aires. È confortante. Ma osservandole si vede subito che queste scuole sono troppo per numero e troppo poco per forza, e che i loro risultati non sempre sono quelli che potrebbero sperarsi. Non basta fare una scuola; bisogna guardare anche un po' a che cosa deve servire; occorre sempre proporzionare l'intensità e la natura d'uno sforzo allo scopo. Lo spirito d'italianità laggiù languiva, incerto, senza spinte, freddo ed inerte come una nave disarmata in balìa del mare; la scuola sarebbe stata la sua vela, spiegata per raccogliere nelle sue pieghe bianche e frementi tutti i soffî vivificanti dell'entusiasmo patriottico, per riunirli, farne una forza che spingesse e dirigesse. Occorreva questa grande vela all'abbandonata navicella dell'«italianità», e vi hanno spiegato invece dei fazzoletti. Forse non si poteva far di più.



Secondo le cifre più recenti, gli alunni che frequentano tutte le quindici scuole italiane di Buenos Aires, compresi gli asili infantili, sono 2855. [p. 181 modifica]

A Buenos Aires si calcolano sopra a 250,000 sudditi italiani. La proporzione del numero dei fanciulli in età da frequentare la scuola (dai sei ai quattordici anni) sul numero degli adulti in una popolazione normale, oscilla sul 20%. Data però la composizione della nostra emigrazione potremmo calcolare il 15% di fanciulli; ma restringiamo ancora e stabiliamo soltanto una proporzione del 10%. Ebbene, troviamo che a Buenos Aires vi sono almeno 25,000 figli d'italiani, dei quali soltanto 2855 frequentano le scuole italiane. Cioè: sopra venticinquemila figli d'italiani, ventiduemila circa sfuggono alla scuola italiana. Fuori di Buenos Aires è molto peggio. Quale influenza può avere questa scuola sul sentimento della massa?

Quel piccolo decimo poi che la frequenta non vi fa che un temporaneo soggiorno: le nostre scuole non hanno che le elementari, e per di più gli alunni le abbandonano al secondo o terzo anno, normalmente, per continuare gli studî nelle scuole argentine. Ma da una statistica pubblicata nel '98 rilevo che mentre la «classe preparatoria» della Unione e Benevolenza era frequentata da centoventidue bambini, alla quinta non ve erano che otto. Duecentotre alunni si trovavano alla prima classe della Nazionale Italiana, e soltanto cinque alla quinta. Perchè i bambini non rimangono nelle nostre scuole? Perchè esse sono talvolta didatticamente manchevoli; ma soprattutto perchè le autorità scolastiche argentine non vedono di buon occhio gli allievi provenienti dalle nostre scuole, e giacchè per continuare gli studî è pur necessario passare nelle scuole del paese, è conveniente, dal lato dell'interesse e del tempo, di passarvi presto. I bambini lasciano la scuola italiana proprio quando le loro menti cominciano ad aprirsi, quando le loro piccole anime principiano a comprendere. L'influenza italiana non può lasciarvi vestigie profonde; e nel nuovo ambiente, fra i nuovi condiscepoli, tutto è presto cancellato. [p. 182 modifica]

Le nostre scuole sono talvolta didatticamente manchevoli. È mancata l'unione delle iniziative, tutto è diviso. Quindici Società hanno voluto fondare quindici scuole, non volendo sottrarre nemmeno questa santa istituzione alle lotte, alle rivalità, alle ambizioni, che sono le triste caratteristiche di quelle nostre dissociate associazioni. I capitali che uniti avrebbero servito a mantenere delle grandi scuole capaci della loro nobile missione, divisi, sono invece in proporzione meschini; spesso insufficienti. L'arredamento scolastico è per molte scuole antiquato e deficiente. Il personale insegnante, male retribuito, non può essere sempre, ragionevolmente, il più scelto e il più adatto; deve talvolta dedicarsi anche ad altre occupazioni per campare la vita, non facendo più dedizioni alla scuola di tutte le sue forze e di tutto il suo amore.

Ma il difetto peggiore forse di quelle scuole è nel programma, fissato da una speciale Commissione di sorveglianza. Il programma è presso a poco quello delle scuole corrispondenti in Italia. Questo è assurdo. In Italia i ragazzi vanno a scuola per istruirsi; il resto lo insegna loro il paese. Essi vedono i monumenti, assistono alle cerimonie, odono i discorsi, seguono i reggimenti per la via, sentono rammentare date gloriose, entrano nelle chiese, nei musei, nelle pinacoteche; poco a poco, si forma in loro l'amore sconfinato al paese, l'ammirazione per i suoi grandi, la coscienza delle sue glorie; diventano italiani, così vivendo, per tutto quanto penetra nella loro anima; tutto ciò che vedono e che odono si ammassa inavvertito nel loro spirito, diviene pensiero, diviene sentimento come il cibo diviene sangue. Ma questo all'estero non accade. È la scuola che deve supplire — poichè disgraziatamente non supplisce sempre la famiglia — creando, direi quasi, un processo rapido d'italianizzazione con i mezzi più adatti. L'istruzione pura e semplice passa in seconda linea.

L'Argentina che vuol dare al suo popolo eteroclito [p. 183 modifica] l'unione con un acceso spirito di nazionalità, ha ben compreso questo. I suoi uomini illustri vengono rapidamente eroicizzati. Ed è giusto: poichè manca il sublime sfondo del tempo che ingigantisce le figure che vi si proiettano, è necessario mirarle attraverso la smagliante lente della retorica. Questo, dopo tutto, è sano patriottismo. In tutte le scuole, anche nelle straniere, siano pure private, il Governo argentino impone una parte del programma riguardante la storia e la lingua del paese; ed ha ragione. Ma i nostri programmi non contrappongono nulla di efficace a questa argentinizzazione.

Non si tratta già di sottrarre i figli d'italiani alla loro nuova patria; il volerlo sarebbe errore grave. Si tratta di non perderli assolutamente per la vecchia. Bisogna persuaderli che non c'è un solo grande paese al mondo, l'Argentina, ma che ve ne sono almeno due. Bisogna che essi sentano il legittimo orgoglio e la fierezza di discendere dalla nostra stirpe gloriosa.

È tutto un altro sistema d'educazione che ci vuole. L'insegnamento buono per l'Italia è falso, falsissimo per l'estero; esso trova nell'ambiente una opposizione che bisogna vincere, invece di trovarvi un aiuto, una più grande scuola di perfezionamento. Occorre ben altrimenti colpire le fantasie dei bambini, parlare alle loro piccole anime ed accenderle di entusiasmo e di fierezza. Bisognerebbe mostrar loro sempre le superbe vedute delle nostre città, dei nostri monumenti, le pitture storiche, in modo teatrale. I bimbi, come i vecchi, non credono che quello che vedono.



Sarebbe possibile alla Collettività Italiana l'istituzione di queste grandi scuole, il cui programma ideale abbiamo rapidamente tracciato? [p. 184 modifica]

Sì, con un po' più di unione, con un po' più di concordia e d'amore. Ma il Governo italiano non dovrebbe rimanere estraneo all'iniziativa ed alla organizzazione di queste scuole italiane. Soltanto a questa condizione tacerebbero le antiche rivalità. Intorno alla sua opera tutti si unirebbero fraternamente. Occorre che una voce potente e paterna chiami i dispersi, concilî i dissidenti, plachi le ire, e questa non può essere che una voce che viene dalla Patria. Troppo tempo il Governo ha trascurato ed abbandonato quelle nostre colonie lasciando crescere le discordie, permettendo soprusi, sordo ai reclami, impassibile di fronte alle ingiustizie. Curando le scuole, che sono il vivaio degli uomini, avrà giovato a tutto un avvenire e si sarà fatto perdonare il passato.

La Collettività Italiana di Buenos Aires, che ha saputo adunare tanti milioni di capitale per la Società di beneficenza dell'Ospedale, farebbe altrettanto, e più, per le scuole, quando rimanesse persuasa che educare italianamente i figli è altrettanto necessario del curare i malati. L'azione del Governo dovrebbe essere più che altro morale: coordinare le forze e usarne con illuminata sapienza. Santa opera di pacificazione e di previdenza che non dovrebbe destare laggiù sospetti e gelosie.

L'Argentina potrà facilmente persuadersi che l'Italia non vuol certamente toglierle i suoi nuovi cittadini, ma vuole soltanto esserne amata perchè ne è madre.




Note

  1. Dal Corriere della Sera dell'11 agosto 1902.