L'Asino e il Caronte/Il Caronte/Scena IV

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Scena IV.

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Scena IV.


Caronte e Mercurio.


Car. — Salute a te, Mercurio; godo che tu sia giunto qui sano e salvo...

Merc. — Ma dove sei colla testa, o Caronte? E dov’è andata la tua filosofia? Mi auguri salute, come se qualche cosa potesse nuocere a un Dio?

Car. — E non sai che Dio fu maltrattato e crocifisso dagli uomini mentre viveva in mezzo a loro? Ma io temo che anche il cielo sia poco sicuro, tante sono le discordie fra gli dei! L’uno scaglia il fulmine, l’altro promette la salute; un terzo si gode fra le guerre, mentre un altro vuole la pace; l’uno accieca, l’altro restituisce la vista... I più san fare del male, pochi sanno guarirli... E quanti sono quelli che, per una ragione o per l’altra, sono stati buttati giù dalle superne regioni del cielo? Non c’è dunque da maravigliarsi se io ti auguro di scampar dai pericoli... specialmente di essere avvelenato dalle donne... Se tu sapessi quanti son quelli che vengono in tal maniera fra i Mani!...

Merc. — Ma per gli dei non c’è più questo pericolo, dopo che han cessato di rapire le donzelle...

Car. — Forse perchè si son fatti vecchi?... o una qualche legge li ha fatti eunuchi?

Merc. — Oh no! Quelle cose succedevano nei tempi antichi, quando gli Spartani volevano che le loro vergini lottassero nude coi giovani presso l’Eurota. Allora i Celesti correvano anch’essi a veder quello spettacolo; ed essendo invitati ai loro banchetti, naturalmente qualche volta si lasciavano eccitare a libidine. Ma ora le donne o son tenute [p. 96 modifica]chiuse in casa, o sono talmente ricoperte dalle vesti, che non eccitano più gli dei. Recentemente poi è stata promulgata una legge, sottoscritta da tutti i Celesti, per cui è vietato agli Immortali di congiungersi a donna mortale.

Car. — O perchè s’è fatta questa legge?

Merc. — Perchè... perchè... Devi sapere che Giove s’era pazzamente innamorato d’una fanciulla di Taranto... e perciò, trasformatosi in un bel giovale, gli riuscì di trovarsi con lei... E baciandosela in bocca appassionatamente infinite volte, senza accorgersi che aveva le labbra tinte, ne contrasse una malattia che gli fece perdere i denti. E allora gli Dei, dolenti di vedere così sdentato il loro re, promulgarono quella legge.

Car. — E Giove ora è sempre sdentato?

Merc. — No davvero. Ma siccome egli era tanto pieno d’anni che i denti non gli potevano rinascere, se li è fatti rimettere d’avorio.

Car. — E così chi ci va di mezzo son le donne, che non potranno più gustare gli abbracciamenti d’un dio...

Merc. — ... perciò fu loro permesso di avere quelli dei sacerdoti, che sono i loro sostituti e ministri.

Car. — Se ne impara di nuove tutti i giorni... Ecco perchè piace vivere assai! Ma io ti prego, monta in barca e lasciati condurre là dove Eaco e Minosse ti attendono, per sapere da te qual è la ragione per cui da tre giorni non vien nessuno al Regno dei morti. Così tu ti riposerai (che devi essere stanco!) e discorreremo insieme, mentre io conduco la barca. E facendo così il nostro dovere, darai tempo a Piricalco di bollar tutta questa gente... sì che la faccenda si possa poi sbrigare più presto.

Merc. — Dici bene; ma invece di remare, dovresti [p. 97 modifica]spiegare la vela; perchè sento un certo venticello alle spalle...

Car. — Benissimo! faremo più presto, io durerò meno fatica, e discorreremo meglio.

Merc. — Ora si va proprio in poppa!

Car. — È quello che succede d’estate quando, in queste ore pomeridiane, il sole ha riscaldato la terra e mosso il vento...

Merc. — Ma in questi giorni che venti soffiavano qui? Sulla terra c’era una tramontana terribile, che ha rovinato le viti, e più ancora gli ulivi e gli agrumi.

Car. — Qui soffiava l’Acheronzio, anzi più dolce del solito.

Merc. — O buon Caronte, non vedo là uno che mangia i pesci crudi?

Car. — Non ci far caso: è Diogene il Cinico.

Merc. — E... vive dentro il fiume?

Car. — Ci vive. Perchè essendo le sponde molto alte, e non avendo con che attingere l’acqua dopo che ha buttata via la sua ciotola, preferì viver qui piuttosto che in altri luoghi dell’Erebo, perchè qui ci ha alla mano acqua da bere e pesci da mangiare.

Merc. — Deve avere buon stomaco. E chi è quell’altro che si vede là, che si tuffa sott’acqua e poi emerge, e poi si tuffa ancora, come se fosse uno smergo? Non l’ho visto mai.

Car. — Eppure lo conosci di certo. È Crate il Tebano; e cerca l’oro che un tempo ha buttato via.

Merc. — Ora sì!... E ricordo anche che, trovandomi un giorno in Atene alle Panatenee, fu deriso assai dai peripatetici, perchè ignorava l’importanza che ha il fine in tutte le cose; e non riusciva a capire che sono buone soltanto quelle cose, che sono usate a buon fine. E che perciò il denaro si [p. 98 modifica]doveva procacciare per usarne bene, mentre di per sè il denaro non è nè buono nè cattivo. Poi anche perchè aveva cattiva opinione della filosofia: chi infatti saprebbe servirsi meglio del denaro che un filosofo? e farne un uso più onesto e più santo? E finalmente, se gli pareva così grave il peso delle ricchezze, perchè non le dava ad altri da portare e da usare, invece di buttarle nel mare, dove non potevano più essere utili nè agli uomini nè ai pesci?

Car. — Così tu vedi che ancor oggi si fa rider dietro da tutti. Ma dimmi, Mercurio, — giacchè siamo venuti a discorrere degli Ateniesi e di filosofia — perchè in Atene non hanno accettato le leggi di Platone? Io ho avuto occasione di discorrere con lui vari giorni, e ne ho dovuto ammirare l’eloquenza e la dottrina.

Merc. — Li ha mossi a ciò una grave ragione. Perchè, essendo state quelle leggi proposte all’assemblea per le Calende Greche, il popolo ragionò cosi: «Visto che la Repubblica di Platone esisteva già presso i Germani, dove già p. es. gli Ubii osservavano quelle sue leggi, andasse esso fra i Germani, e lasciasse che gli Ateniesi continuassero a vivere con quelle loro leggi, che avevano ricevute dai loro maggiori, uomini sapientissimi». E fu anche fatto un decreto che diceva: «Considerando che i Greci, per riavere Elena e restituirla al marito, giurarono tutti quanti di muover guerra ai Troiani, fecero tante spese, tolsero alla Grecia quasi tutta la sua nobiltà di eroi, e soffrirono sconfitte e sciagure; non si potevano perciò accogliere le leggi di Platone, che mettevano le donne in comune, sicchè nessuno avesse più una moglie certa, e toglievano alle città la pudicizia delle donne, che è la sola o certamente la [p. 99 modifica]più grande virtù delle femmine». Questo decreto l’ho sentito leggere io stesso in Atene e in altre assemblee di città greche.

Car. — Eh furon buone ragioni!

Merc. — Inoltre tolsero molto all’autorità di Platone gli scritti posteriori di Aristotele, più acuto del suo maestro, e meno lontano dalle civili consuetudini.

Car. — Difatti i libri di Platone molti li condannano; ma i suoi discepoli sono però assai letti?

Merc. — Perchè no? sono anzi in grande onore, anche presso gli stranieri.

Car. — Quanto ad Aristotile, io quel giorno ero forse stanco e con la mente occupata in altri pensieri. Fatto sta, che, chiedendogli io qualche cosa qui, in questa medesima barca, mi parve nelle sue risposte troppo oscuro e cauto. Figurati che, sebbene parlasse con me dopo essere stato sciolto dai vincoli del corpo — e dunque essendo vivo! anche dopo la morte! — non voleva rispondermi niente di certo riguardo all’immortalità dell’anima!... E io credo che anche oggi, dopo tanti secoli, uno scrittore così acuto e sottile non sia punto facile a capirsi.

Merc. — Vuoi che ti faccia ridere? Voglio dirti, a questo proposito, come argutamente un valente oratore mise in derisione, che non è molto, un filosofuccio teologo che voleva stiracchiare a suo modo le parole di Aristotele. E allora l’altro, rivolgendosi agli uditori: «Non è un filosofo questo, ma un calzolaio; e come questo tira il cuoio e lo spago coi denti, così quello tira le parole d’Aristotele: badi di non rimetterci i denti delle mascelle!» E di qui nacque il detto che «il teologo deve aver buoni denti».

Car. — Si potrebbe dire a sua scusa che, se [p. 100 modifica]Aristotile è oscuro, anche la teologia non ischerza...

Merc. — Ma non si tratta soltanto di oscurità. Gli è che spesso quelli che filosofeggiano non conoscono le lettere greche, e quindi non capiscono Aristotile che è anche un valente scrittore. Inoltre la dialettica fu corrotta prima dai Tedeschi, poi dai Francesi e anche dai nostri: e quindi errori sopra errori.

Car. — Non è molto che mi assalì in tal modo un sofista...

Merc. — Probabilmente era un frate...

Car. — Difatti il primo nome era «frate».

Merc. — Devi essere molto cauto, quando caschi sopra uno di tal genìa. Essi, a forza di argomentazioni, arrivano a tutto; sicchè, voglia o non voglia, devi assentire ai loro detti, anche se di Caronte ti fan diventare un asino!

Car. — O ma io non berrò il filtro di Apuleio!... E mi viene ancora da ridere pensando che, quando costui ha fatto questo viaggio, l’ho riconosciuto alla fronte e alle orecchie asinine... Però discorreva bene e piacevolmente; benchè io lo canzonassi perchè preferiva ancora il pane d’orzo a quello di frumento. Gli era rimasto, si vede, qualche resto di gusto asinino, e di quando in quando ragliava.

Merc. — Va bene, va bene; ma guardati dai sofisti e dai frati.

Car. — Dimmi, Mercurio: qual è la gente più allegra del mondo?

Merc. — I sacerdoti: cantano anche nei funerali.

Car. — ... E la più libera?

Merc. — I medici: possono uccidere impunemente.

Car. — Non è punito di morte l’omicidio?

Merc. — Sì; però la legge non solo assolve i medici, ma vuole anche che siano pagati.

Car. — Mi pare una legge iniqua. [p. 101 modifica]

Merc. — No davvero: perchè non è il medico che uccide, ma chi lo chiama il medico. E l’opera sua la pagano profumatamente...

Car. — E ragionano così le leggi civili?

Merc. — Le leggi civili furono ottime un tempo; ma quelli che ora le interpretano e le applicano, le contaminano e ne fanno mercimonio. Il giusto e l’ingiusto si distingue solo dal prezzo; sicchè non c’è maggior peste che quando s’ha bisogno di giudici e di avvocati. Di qui il proverbio: «Lite e Miseria son due sorelle».

Car. — Come mi piace il tuo modo di discorrere! Si vede che sei il padre dell’eloquenza, e io non mi stancherei mai d’ascoltarti. Ma purtroppo siamo quasi arrivati, e bisogna raccoglier la vela e poi scendere.

Merc. — Scendiamo là dov’è meno fango... Poi ce ne andremo a piedi fino al luogo dove ci aspettano i giudici, traversando questi amenissimi prati, e lungo quel ruscelletto che mormora così dolcemente. E non per me; perchè io mi servo dei talari, e viaggio e passeggio ogni giorno... ma per te, al quale ben di rado deve capitare di poter fare una passeggiatina!

Car. — È così, e mi farai un grande piacere. Teniamoci dunque a questa riva verde verde, qui presso quella limpida fontana... Sta attento, Mercurio!... tienti bene a quel ramo...

Merc. — Eccoci a terra; un salto, e sono sulla terraferma.

Car. — Aspettami un momento passeggiando sull’erba: lego la barca a quel palo.