L’incognita/Atto II

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Atto II

../Atto I ../Atto III IncludiIntestazione 26 aprile 2020 100% Da definire

Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera di Beatrice.

Beatrice ed Arlecchino.

Beatrice. Vieni qui, che cosa diavolo dici?

Arlecchino. Ghe digo cussi che Rosaura l’è montada in calesse e l’è andada via.

Beatrice. Ma come? Se Lelio l’ha involata e l’ha seco condotta?

Arlecchino. Ben, el l’ha menada all’ostaria; i è vegnù i sbirri, e i sbirri ha menà via l’ostaria.

Beatrice. Vedi che non si può credere alle tue parole? Perchè dici hanno condotto via l’osteria?

Arlecchino. Voglio dir la zente che era all’ostaria. [p. 138 modifica]

Beatrice. E chi vi era?

Arlecchino. Gh’era... gh’era... anca el sior Florindo.

Beatrice. Florindo?

Arlecchino. Giusto elo.

Beatrice. E l’hanno i birri condotto via?

Arlecchino. Gnora sì.

Beatrice. E Rosaura?

Arlecchino. L’è montada in calesse.

Beatrice. E Lelio?

Arlecchino. Anca lu.

Beatrice. Anche Lelio in calesse?

Arlecchino. No in calesse.

Beatrice. Ma dove?

Arlecchino. L’è andà via. L’ha fatto scampar i sbirri, el s’ha defeso, e el s’ha salvà.

Beatrice. Ma e Rosaura?

Arlecchino. Oh, quante volte che ve l’ho dito! L’è montada in calesse e l’è andada via.

Beatrice. Chi l’ha fatta andar via?

Arlecchino. Mi.

Beatrice. Tu? Come?

Arlecchino. Col viglietto che m’avì dà.

Beatrice. L’hai forse dato al mastro di posta?

Arlecchino. Giusto a lu.

Beatrice. Ed egli l’ha fatta partire per ordine mio?

Arlecchino. Gnora sì.

Beatrice. (Ora intendo. Rosaura è partita, per l’ordine che aveva dato). (da sè) E Florindo è prigione?

Arlecchino. L’è in preson. Mi l’ho visto a chiappar.

Beatrice. (Povero giovane! Farò ogni sforzo per liberarlo). (da sè) Con Rosaura è partito nessuno?

Arlecchino. Un omo dell’ostaria.

Beatrice. (Appunto secondo la commissione che ho data). (da sè) Sento gente; guarda chi è.

Arlecchino. La servo. (parte, poi ritorna) [p. 139 modifica]

Beatrice. Ancorchè sdegnata sia con Florindo, non ho cuore di soffrirlo in carcere. Or ch’è partita Rosaura, e che sarà fra poco da mia sorella in Napoli fatta passar nel ritiro, Florindo si scorderà di colei e mi chiederà scusa dell’indegna azione commessa.

Arlecchino. Sala chi è?

Beatrice. E bene chi è?

Arlecchino. La posta.

Beatrice. Come la posta? Vuoi forse dire il mastro della posta?

Arlecchino. Giusto lu.

Beatrice. (Verrà a rendermi conto della sua attenzione in servirmi). (da sè) Digli che passi... ma no, fermati. (Vien mio marito, non vo’ che mi veda parlar con costui). (da sè) Digli che parta e torni verso la sera.

Arlecchino. Gnora sì. Vanne, ferma, digli, senti. Sia maledetto i matti. (parte)

SCENA II.

Beatrice, Ottavio e Colombina.

Ottavio. Signora Beatrice, ecco Colombina, ella ci darà contezza della bella incognita.

Beatrice. Quel bella lo potevate risparmiare.

Colombina. (Già, queste signore elle sole vogliono esser belle). (da sè)

Beatrice. Diteci, quella donna, Rosaura è vostra congiunta?

Colombina. (Quella donna? Gran superbiaccia!) (da sè) No signora, non è niente di mio.

Beatrice. Come ha fatto Florindo a innamorarsi di lei?

Ottavio. Consorte mia, questa interrogazione non ha niente che fare con quello che noi vogliamo sapere. Garbata giovane, venite qui.

Colombina. (Oh, il signor finanziere tratta un po’ meglio), (da sè) Che mi comanda?

Ottavio. Ditemi: questa Rosaura chi è?

Colombina. Vi dirò: sei mesi sono giunse in questa terra un [p. 140 modifica] uomo civile, di età avanzata, nominato Ridolfo, il quale mi ha conosciuta in Napoli, quando andava alle fiere colla mia povera madre, ed è stato anch’egli parecchie volte a villeggiare da noi. Venne, come diceva, un giorno a ritrovarmi e aveva seco Rosaura. Mi pregò di tenerla per qualche tempo in mia compagnia, promettendo pagar per essa le spese, e in fatti mi diede subito dieci ducati. A vedere dieci ducati in una volta, saltai come un daino; ma a quest’ora, per dirla, me ne ha mangiati più di trenta. Però non importa, le voglio bene. (E prego il cielo di ritrovarla). (da sè, si asciuga gli occhi)

Beatrice. E Florindo come si è introdotto?

Ottavio. Aspettate. (a Beatrice) Dite, Colombina carissima, quello che ve l’ha consegnata, vi ha detto chi ella fosse?

Colombina. Mi ha detto essere una giovane assai civile, che per salvare la di lei vita era forzato tenerla occulta in un luogo lontano dalla città, e che da lì a pochi mesi sarebbe venuto a prenderla, o per ricondurla in Napoli, o per nasconderla in qualche luogo ancor più remoto di questa terra.

Ottavio. E non sapete niente di più?

Colombina. Ho detto tutto quello ch’io so.

Beatrice. Ora posso chiederle di Florindo? (ad Ottavio)

Ottavio. Abbiate sofferenza. Gran premura avete di questo Florindo! Dalla giovane avete mai ricavato niente? (a Colombina)

Colombina. Niente affatto. Ella sa qualche cosa, ma non vuol parlare.

Ottavio. Ha detto di esser nobile?

Colombina. Sì, questo l’ha detto.

Ottavio. Ha detto nulla di che paese ella sia?

Colombina. Per quel che si sente, pare non sappia memmen ella dove sia nata precisamente.

Ottavio. È mai uscita a dire, essere stata in pericolo per qualche amoretto?

Colombina. Mi ha giurato più volte non essere stata mai innamorata.

Beatrice. Poverina! E appena ha veduto Florindo, subito si è accesa d’amore. [p. 141 modifica]

Colombina. Oh, son passati più di tre mesi ch’ella non lo voleva nemmen salutare.

Beatrice. Poi come ha principiato?

Colombina. Dai un giorno, dai l’altro; la seguitava per tutto; veniva a passar le notti sotto la sua finestra. La povera giovane, vedendo l’amore e la fedeltà di quell’amabil giovanetto, non ha potuto resistere.

Beatrice. Come ha fatto egli a venire in casa? Gli avete fatto voi la mezzana?

Colombina. Signora, mi perdoni...

Ottavio. Cara signora Beatrice, questa è una cantilena stucchevole. Voi badate a ricercare quello che a noi non deve premere nè poco, nè molto.

Beatrice. Certo; a me non preme; ne dimandava per semplice curiosità. (Non mancherà tempo di ricercar costei per minuto). (da sè) Se avete altre interrogazioni da farle, fatele pure, ch’io mi ritiro; parmi però che il soggetto di cui si tratta, non meriti tanta cura. (Vadasi a liberare, se fia possibile, il carcerato e sia la mia pietà un maggiore stimolo alla di lui gratitudine). (da sè, parte)

SCENA III.

Ottavio e Colombina.

Ottavio. Che avete voi, che piangete?

Colombina. Parlando di Rosaura, non posso trattenere le lagrime.

Ottavio. Per qual ragione?

Colombina. Mi è sparita, non so dire dov’ella sia.

Ottavio. A voi non è noto ciò che l’è accaduto con Lelio?

Colombina. Oimè! Non so nulla. Lelio la perseguitava.

Ottavio. Sì, la perseguitava? Ella è una pazzerella; ella è fuggita con Lelio.

Colombina. Ah signore, non è possibile. La più onesta giovane non praticai di Rosaura.

Ottavio. Ma se è fuggita con Lelio! [p. 142 modifica]

Colombina. Perdonatemi. Non lo posso credere. Rosaura è onesta, e se il vero non dico, mi fulmini il cielo.

Ottavio. Dunque Lelio l’avrà rapita.

Colombina. Se così fosse, impetrerei per essa la vostra protezione.

Ottavio. Un’altra volta m’impegnai stamane a proteggerla.

Colombina. Deh, non l’abbandonate.

Ottavio. La farò rintracciare. Se fia possibile, la troverò, e se Lelio l’avrà temerariamente insultata, me ne renderà stretto conto.

Colombina. Che siate benedetto! Il cielo vi feliciti per mille anni.

SCENA IV.

Mingone e detti.

Mingone. Signore, questo viglietto viene a lei. (dà il viglietto e parte)

Ottavio. Leggiamo.

Colombina. (Povera Rosaura! Nelle mani di Lelio?) (da sè)

Ottavio. Chi scrive è Rosaura. (a Colombina)

Colombina. Dov’è? Dove si ritrova? Povera sventurata!

Ottavio. Udite. Signore, sono in carcere e ne ringrazio i Numi, i quali mi hanno preservato da una sventura maggiore. Ricorro a voi, che siete l’unico che possa in questa terra soccorrere un’infelice. Spero che mi userete gli atti della vostra pietà, e non abbandonerete alla disperazione la vostra serva Rosaura. Sentite? (a Colombina)

Colombina. Deh, non tardate a soccorrere la sventurata.

Ottavio. Sì, vado tosto a indagar dal Governatore la causa della sua carcerazione. Farò tutto per renderle assistenza e soccorso, quando ella di ciò sia degna, e tale sia veramente, quale voi me l’avete amorosamente dipinta. (parte)

Colombina. Povera la mia Rosaura! ma più povera me, se torna il vecchio Ridolfo e non la trova più meco! Il povero mio marito è alla campagna e non sa nulla di ciò. Oh, voglia il cielo che vada bene, che Rosaura torni a casa, come era prima; ma lo credo diffìcile. (parte) [p. 143 modifica]

SCENA V.

Camera nell’osteria.

Eleonora, Ridolfo, Cameriere dell’osteria.

Cameriere. Restino qui serviti. Questa è la camera migliore dell’osteria.

Eleonora. Certa Colombina la conoscete voi? (al cameriere)

Cameriere. Sì signora, la conosco.

Eleonora. È ella qui in Aversa?

Cameriere. Vi è senz’altro.

Eleonora. Ridolfo, facciamola a noi venire?

Ridolfo. Anderò io a ricercar Colombina. Già ho pratica della terra.

Eleonora. Sì, andate e conducete con voi Rosaura.

Ridolfo. Sarà tutta lieta nel rivederci.

Eleonora. Sarà più lieta, quando saprà le nuove felici che le rechiamo.

Ridolfo. Ardo di volontà d’abbracciarla. (parte)

SCENA VI.

Eleonora sola.

Povera Rosaura, ella è stata finora un giuoco della fortuna; ma spero che questa instabile deità, fissato il chiodo alla ruota, stanca sarà di perseguitare una sventurata innocente. Io sarò l’araldo felice dei suoi contenti. Per la brama di essere la prima a mirar col labbro ridente l’afflitta giovane, ho bene impiegato questo piccolo viaggio, il quale, tutto che non ecceda le dieci miglia, comodo certamente non mi è riuscito. (siede) Stanca sono, e la stanchezza al riposo m’invita. Se non torna Ridolfo, sola addormentarmi non deggio. Ma il sonno sempre più mi violenta. Oh Dio! Un momento solo di quiete. (s’addormenta) [p. 144 modifica]

SCENA VII.

Lelio, la suddetta, poi il Cameriere.

Lelio. Non v’è l’oste? Non vi son camerieri ) Non vi è nessuno che sappia rendermi conto... Come! Rosaura ancora svenuta? Che vedo? Questa non è Rosaura; ma se non è Rosaura, non è cosa da gettar via. Sola all’osteria della posta, chi mai può essere? Oh buono! Sarà un’avventuriera, ed io mi lascierò fuggir dalle mani una sì bell’avventura? Sarei ben pazzo, se lo facessi.

Cameriere. Signore, che fa ella qui? Nelle camere dei forestieri non s’entra con questa libertà. (a Lelio)

Lelio. Briccone! Così parli con me? (gli dà uno schiaffo)

Eleonora. Oimè! (si sveglia)

Cameriere. A me uno schiaffo?

Lelio. Sì, a te, e per giunta un carico di bastonate (lo bastona)

Cameriere. Ahi, ahi, aiuto! (parte)

Eleonora. Misera me! In qual luogo son io venuta?

Lelio. Prendi e impara. (chiude la porta)

Eleonora. Signore, chi siete voi?

Lelio. Un galantuomo.

Eleonora. Da me che volete?

Lelio. Niente, signora, non vi sgomentate.

Eleonora. Che fate in questa camera?

Lelio. Ci sono venuto a caso.

Eleonora. Perchè chiusa avete la porta?

Lelio. Per non essere disturbato.

Eleonora. Ma che pretendete?

Lelio. Niente altro che esibirvi la mia servitù.

Eleonora. Sapete voi chi son io?

Lelio. No ho l’onor di conoscervi.

Eleonora. Entrate in camera d’una donna che non conoscete?

Lelio. Un uomo d’onore può entrar da per tutto.

Eleonora. Gli uomini d’onore non perdono il rispetto alle dame. [p. 145 modifica]

Lelio. Siete dama? Compatitemi. (si cava il cappello) Con tutto il rispetto. (s’inchina)

Eleonora. Contentatevi di uscir di qui.

Lelio. Come! Per essere una dama mi discacciate? Credete voi ch’io sia qualche uomo di villa?

Eleonora. Qualunque voi siate, avete commessa un’azione indegna.

Lelio. Perchè un’azione indegna?

Eleonora. Entrar in camera d’una donna che dorme? Chiuder la porta? Che pretendete voi di fare colla porta chiusa?

Lelio. Se la porta chiusa vi offende, ecco che per obbedirvi io l’apro. (apre la porta)

Eleonora. (Tornasse almeno Ridolfo). (da sè)

Lelio. Ora sarete contenta.

Eleonora. Sarò contenta, se voi uscirete da questa stanza.

Lelio. Sono un uomo d’onore, e voi m’offendete se mi scacciate.

Eleonora. Restatevi dunque, ed io partirò. (va per partire)

Lelio. No signora, non partirete. (l’arresta)

Eleonora. Mi userete voi un’impertinenza?

Lelio. Vi pregherò di soffrirmi.

Eleonora. Ditemi, che volete?

Lelio. Placatevi, e parlerò.

Eleonora. Parlate; vi ascolterò, se lo meritate.

Lelio. Signora, qui non sono venuto per voi; ma poichè la sorte ha offerto ai miei lumi il vostro bel volto, sarei stato indegno di un bene, se non mi fossi trattenuto a mirarlo.

Eleonora. Chi siete voi?

Lelio. Son uno che si darà a conoscere, se voi avrete la bontà di manifestarvi.

Eleonora. Nè io vi dirò il mio nome, se voi a me non isvelate il vostro.

Lelio. Dunque seguiteremo a discorrere senza esserci conosciuti.

Eleonora. Spero che di qui partirete.

Lelio. Per ora sarà difficile.

Eleonora. Vi farò pentire della vostra insolenza. [p. 146 modifica]

Lelio. Ora conosco che siete una gran signora. Principiate a parlare con dei termini gravi.

Eleonora. In questa terra son conosciuta.

Lelio. Io non vi conosco.

Eleonora. Mi darò a conoscere al signor Ottavio del Bagno, ed egli mi farà rendere soddisfazione.

Lelio. Ottavio del Bagno? Lo conoscete voi?

Eleonora. Io non l’ho mai veduto; ma so esser egli informato della mia casa.

Lelio. Signora, eccolo ai vostri piedi.

Eleonora. Voi Ottavio? Il capo dei finanzieri?

Lelio. Sì, il vostro servo.

Eleonora. Perdonatemi se vi ho aspramente trattato, e concedetemi ch’io vi dica, che in villa non siete quell’uomo prudente che vi reputa la città.

Lelio. Vi dirò, la libertà della villa concede qualche cosa di più. Signora, vi domando perdono.

Eleonora. Non vi credeva capace di una simile debolezza.

Lelio. Scusatemi, ve ne prego, e onoratemi di far che io conosca la dama, con cui favello.

Eleonora. Eleonora son io dei conti di Castel Rosso.

Lelio. Oh nobilissima dama! Servitore io sono della vostra famiglia, ch’io reputo per una delle più cospicue di questo Regno. (Sia maledetto, se so nemmen che vi sia). (da sè)

Eleonora. (Non mi altero di vantaggio, poichè d’Ottavio ne posso aver di bisogno). (da sè)

Lelio. Ma, Contessa mia, per qual motivo siete venuta in Aversa? Ditemi, siete sola?

Eleonora. Ecco la persona che mi ha accompagnata.

Lelio. Chi è quel vecchio?

Eleonora. È un cavaliere siciliano; povero, ma onorato. [p. 147 modifica]

SCENA VIII.

Ridolfo e detti.

Ridolfo. Chi è questo signore? (ad Eleonora)

Eleonora. Egli è il signor Ottavio del Bagno.

Ridolfo. Oh signore, vi riverisco. Il cielo mi offre opportunamente l’occasione di conoscervi, in tempo che della vostra assistenza ho estrema necessità.

Lelio. (Che diavolo sarà mai?) (da sè) Eccomi pronto a servirvi. Comandatemi.

Ridolfo. Contessa, la vostra infelice Rosaura è carcerata.

Eleonora. Oimè, che sento!

Lelio. Dov’è carcerata Rosaura?

Ridolfo. In queste carceri del Governatore.

Eleonora. Per quale cagione?

Lelio. Io, io la libererò. (La fortuna mi offre l’occasione di farla mia). (da sè)

Ridolfo. Io ho saputo la cosa confusamente... Mi dicono che un certo Lelio... Vi è nessun che ci senta? (osservando la porta)

Lelio. No, no, non vi è nessuno: parlate.

Ridolfo. Un certo Lelio bravone, impertinente... (si guarda intorno per paura)

Lelio. (Ah vecchio disgraziato!) (da sè)

Ridolfo. Un figlio di un mercadante, che inquieta il paese, che solleva il popolo, che vive di prepotenza... (guarda come sopra)

Lelio. (Or ora lo bastono). (da sè)

Ridolfo. Costui ha tentato rapir Rosaura. Gli è sortito di farlo. Fu sorpreso con essa in questa istessa osteria, e la povera giovane è carcerata.

Eleonora. E di quel temerario che cosa avvenne?

Lelio. (Maledetta!) (da sè)

Ridolfo. Non lo so. I birri lo volean prendere, e dicono si difendesse; spero che l’averanno ucciso.

Lelio. (Or ora non posso più trattenermi). (da sè, freme)

Ridolfo. Signore, vedo che voi fremete all’udire simili iniquità. [p. 148 modifica] Per amor del cielo, assisteteci, liberate quella povera sventurata, e se Lelio non fosse estinto, e se quell’indegno fosse tuttavia in Aversa, procurate che sia fatto arrestare, che sia punito, ed abbia quella pena che merita un assassino.

Lelio. Ma voi parlate assai male.

Ridolfo. Poco dico a quel ch’egli merita. Perfido, scellerato!

Lelio. Ah vecchio indegno! Sai tu con chi parli?

Ridolfo. Oimè!

Lelio. Io son quel Lelio che tu maltrati, e se non fossi canuto, ti balzerei ai piedi la testa.

Eleonora. Come! Non siete voi il finanziere?

Lelio. Sono il diavolo che vi porti. Così si parla di me?

Eleonora. E voi così trattate coi forestieri?

Lelio. Giuro al cielo, non so chi mi tenga...

Ridolfo. Via, ammazzatemi. Io non mi difendo.

Lelio. Vecchio, temerario insolente. (lo getta in terra, e parte)

Ridolfo. Oimè.

Eleonora. Oh Dio! Alzatevi.

Ridolfo. È partito?

Eleonora. Sì, è partito.

Ridolfo. Andiamo dal Governatore. (parte)

Eleonora. Quanti accidenti! Quante disgrazie! Oh cielo! Dove anderà a finire l’inviluppo di tali e tante avventure? (parte)

SCENA IX.

Camera di Ottavio.

Ottavio, Rosaura, poi Mingone.

Ottavio. Eccovi in libertà. A me il Governatore non ha ritardata la grazia, affidatosi al carattere mio, che non sa proteggere che con giustizia. Or siete di bel nuovo nella mia casa, ma di qui non si esce, se prima non mi rendete sincero conto di voi medesima.

Rosaura. Signore, non ho mai ricusato di dire tutto quello ch’io so. [p. 149 modifica]

Ottavio. Chi è di là?

Mingone. Comandi.

Ottavio. Dite alla padrona che venga qui.

Mingone. Signore, ella non è in casa; è uscita collo sterzo, e credo sia andata dal Governatore. (parte)

Ottavio. Sarà andata anch’essa a pregare per voi. Orsù, sediamo, e parlatemi con libertà.

Rosaura. (Oh Dio! Che mai sarà di Florindo?) (da sè, siede)

Ottavio. Rasserenatevi. Che mai vi rende così turbata?

Rosaura. Compatitemi, per pietà...

Ottavio. Ditemi liberamente; vi ascolterò con amore e vi assisterò con impegno.

Rosaura. Quanto so, ve lo dirò prontamente. Mio padre nacque nobile siciliano; aveva una bella moglie, e questa fu per lui la più fatale disgrazia. Un cavaliere se ne invaghì. Tentò vincere il di lei cuore, ma sempre invano. Acciecato da pazzo amore, provò insultarla; si difese la casta donna; passò l’empio alla violenza; ella con uno stile lo minacciò, ed egli con un pugnale l’uccise. Mio padre, per vendicar la morte della consorte, non potendo farlo colla strage dell’uccisore, fece trafiggere una sua figliuola, e il cavaliere nemico, benchè lontano, fece privar di vita due miei innocenti fratelli. Ecco disfatta l’una e l’altra famiglia; ecco fuggiti ed esiliati li due nemici, confiscati li loro beni, ed io sola rimasta viva, forse perchè in poter della balia, non ebbe agio d’avermi il distruttore del nostro sangue. Il buon Ridolfo, amico del povero mio genitore, mosso a pietà delle mie sventure, non ebbe cuore di abbandonarmi in quella tenera età. Mi accolse amorosamente e seco a Napoli mi condusse, e qual sua figlia mi nutrì, mi educò. Ecco quanto mi fu narrato dei casi miei, non dal prudente vecchio Ridolfo, il quale mi ha negato sempre darmi di me contezza; ma la contessa Eleonora di Castel Rosso, ch’è l’unica persona a cui note sono le mie vicende, non ha potuto di quando in quando negarmi qualche piccola soddisfazione. Ciò che a voi ho narrato in una volta, l’ho appreso a poco [p. 150 modifica] a poco nel giro di vari anni, e avendomi la Contessa le cose senza ordine e senza pensiero narrate, ella non crede ch’io le abbia sì ben ritenute ed unite, onde sia in grado di formarne un racconto. Se più sapessi, più vi direi. Amo tanto la sincerità, che la preferisco ad ogni riguardo, e considerando esser voi un uomo saggio ed onesto, son certa di meritarmi la vostra protezione, depositando nel vostro cuore un arcano, che ho finora con tanta gelosia custodito.

Ottavio. Ma voi non sapete il nome di vostro padre?

Rosaura. Credetemi, signore, io non so nè il nome di mio padre, nè quello della mia vera patria, e se ho da dire il vero, dubito non essere nemmeno il mio vero nome quello con cui mi sento chiamare.

Ottavio. Per qual motivo siete stata condotta in questa nostra terra?

Rosaura. Mi ci ha condotto il mio benefattore, sei mesi sono.

Ottavio. Lo so, ma per qual causa?

Rosaura. Un improvviso pensiere lo fè risolvere a qui condurmi. Pareva ch’io gli fossi cagione d’alto timore. Pretese nascondermi in questa terra; mi consegnò a Colombina, promise che venuto sarebbe dopo qualche tempo a vedermi. Ma son passati sei mesi e invano l’attendo, e temo o ch’ei sia morto, o qualche sventura lo tenga da me lontano.

Ottavio. E voi in luogo d’attendere il suo ritorno, e senza avere di lui novella, volevate fuggir con Florindo?

Rosaura. Le insidie di Lelio mi obbligavano a farlo. Florindo aveva promesso condurmi poche miglia da qui lontano, in luogo onesto e sicuro.

Ottavio. Fu sempre imprudente la vostra risoluzione.

Rosaura. Attender dovea che Lelio venisse colla violenza a insultarmi? Due mi volevano, uno colla forza, l’altro coll’amore; signore, a chi doveva aderire di questi due?

Ottavio. Brava, brava; vi difendete assai bene.

Mingone. Signore, manda il Governatore a riverirla e dirle che due forestieri dimandono di Rosaura; onde, se si contenta riceverli, li ha mandati da lei. [p. 151 modifica]

Ottavio. Vengano pure. Chi sono?

Mingone. Sono uomo e donna. L’uomo è un vecchio, che si chiama Ridolfo.

Rosaura. Oh Dio! Ecco il mio benefattore, il mio amorosissimo padre. (si alzano)

Ottavio. Fate che passino. (Mingane parte) E la donna chi sarà mai? ( Rosaura)

Rosaura. Non lo saprei immaginare.

SCENA X.

Ridolfo, Eleonora ed i suddetti.

Rosaura. Che vedo? La mia contessa Eleonora?

Eleonora. Cara Rosaura, lasciate che al mio seno vi stringa.

Ridolfo. Cara figlia... Signore, vi domando perdono. (ad Ottavio)

Ottavio. Seguite i vostri teneri affetti.

Rosaura. Quanto mi avete fatto penare!

Ridolfo. Ah ingrata! Quanto mi volevate far piangere... Signore, vi domando perdono. (ad Ottavio)

Eleonora. Compatiteci. Egli ama questa fanciulla come figlia, ed io l’amo come sorella. (ad Ottavio)

Ottavio. Sono a parte dei vostri contenti.

Ridolfo. Lasciate ch’io vi abbracci, ch’io mi consoli... Signore, perdonatemi, siete voi il signor Ottavio?

Ottavio. Quello appunto son io.

Ridolfo. (Rosaura, è veramente egli il signor Ottavio del Bosco?) (a Rosaura)

Rosaura. (Sì, è desso).

Ridolfo. (Mi ricordo ancora di quello che mi ha stramazzato per terra). (da sè)

Eleonora. Signore, abbiamo necessità dell’aiuto vostro. In me vedete la vostra serva Eleonora de’ conti di Monte Rosso1. (ad Ottavio) [p. 152 modifica]

Ottavio. Nobilissima dama, qual fortunato incontro fa che da voi onorata sia la mia casa?

Eleonora. L’affetto che io ho per questa buona fanciulla, mi obbliga a venire in persona a darle la più felice nuova del mondo.

Ottavio. Perdonatemi, se non conoscendovi... Presto... da sedere. Chi è di là?

Mingone. Signore.

Ottavio. Da sedere.

Mingone. Ho un’ambasciata da farle.

Ottavio. Presto. Compatite. (ad Eleonora)

Mingone. Il signor Lelio dei Bisognosi vorrebbe passare.

Ottavio. Lelio?

Ridolfo. Oimè! Il mio persecutore.

Eleonora. Costui è un indegno che m’insultò.

Ridolfo. E questo fianco si ricorda di lui.

Ottavio. Che cosa vuole? (a Mìngone)

Mingone. Io non lo so. Vuol passare.

Ottavio. Digli ch’io non lo posso ricevere, ma che a suo tempo lo tratterò come merita.

Mingone. (Se gli dico così, è capace di rompermi tutti i denti di bocca). (da sè, parte)

Ottavio. Scellerato! A tanto s’avanza?

Eleonora. Egli mi ha fatto tremare.

Rosaura. Ed io sono stata per sua cagione nei maggiori affanni del mondo.

Ottavio. Come! Vuol venire a forza? (osservando la porta)

Ridolfo. Con vostra permissione. (parte)

Ottavio. Ritiratevi. (a Rosaura ed Eleonora)

Rosaura. Cielo, aiutami. (parte)

Eleonora. Non ho veduto un temerario maggior di questo, (parte)

Ottavio. In casa mia? (a Lelio che entra) [p. 153 modifica]

SCENA XI.

Ottavio e Lelio.

Lelio. Perdonatemi...

Ottavio. Che pretendete da me?

Lelio. Riverirvi e supplicarvi di non negarmi una grazia.

Ottavio. Vi ho pur fatto dire, che ora non vi poteva ricevere.

Lelio. Ed io, che ho necessità di parlarvi, non ho potuto far a meno di darvi il presente incomodo.

Ottavio. Con i galantuomini non si procede così.

Lelio. Finalmente non parmi avervi fatta una grande ingiuria. Son uomo onesto ancor io, e un finanziere non perde della sua nobiltà ad ascoltarmi. (con qualche alterezza)

Ottavio. Via, che pretendete?

Lelio. In pochi accenti procurerò di sbrigarvi. Io amo Rosaura, e la desidero per mia sposa. Florindo l’ama, e la desidera al pari di me; ma di un tal rivale mi rido, e mi dà l’animo di aver Rosaura, s’ella fosse nel castello d’Armida. Spiacemi per altro avere inteso che voi difendiate la causa del mio rivale, e per la stima che ho di voi, vengo a pregarvi lasciarmi in libertà di poter disputare la sposa, senza mettermi in necessità di perdere il rispetto a chi tentasse di proteggere un mio nemico.

Ottavio. Voi credete con le vostre parole di mettermi in soggezione, ed io vi dico che ai pari vostri non rendo ragione della mia volontà.

Lelio. Signor Ottavio, io ho parlato finora con tutto il rispetto.

Ottavio. Orsù, favorite andarvene da questa casa.

Lelio. Non me n’andrò, se prima voi non mi dite...

Ottavio. Basta così. Ho dei servitori che vi sapranno condurre.

Lelio. I vostri servi non mi spaventeranno più degli sbirri, che ho fatto precipitar da una scala.

Ottavio. (Costui arriva all’eccesso. È capace di tutte le iniquità). (da sè)

Lelio. (Principia a temere). (da sè) [p. 154 modifica]

Ottavio. Ma finalmente che pretendete da me?

Lelio. Colle buone, signor Ottavio, colle buone. Non vorrei che proteggeste Florindo.

Ottavio. Io per lui non ho ancora parlato; per lui non ho fatto passo veruno.

Lelio. Se non l’avete fatto voi, l’ha fatto la vostra signora.

Ottavio. La signora Beatrice?

Lelio. Ella appunto; e so di certo, ed ho relazione sicura, che ella sia poco fa passata dalle camere del Governatore alla carcere di Florindo.

Ottavio. (Mia moglie alla carcere di Florindo?) (da sè)

Lelio. Abbiamo un Governatore troppo condiscendente, che si lascia condurre, che fa a modo di tutti, e voi, sia detto a gloria vostra, esigete più stima del Governatore medesimo; onde faccio con voi quel passo, che con lui non mi degnerei di far certamente. Signor Ottavio, vi supplico, fate conto della mia amicizia, non mi ponete in cimento.

Ottavio. (Beatrice in carcere? Per liberar Florindo vi era bisogno d’andar in carcere?) (da sè)

Lelio. Signore, che cosa mi rispondete?

Ottavio. Ci penserò.

Lelio. Pensateci; attenderò le vostre risoluzioni.

Ottavio. Andate, ve lo farò sapere.

Lelio. Oh, di qui non parto senza la positiva risposta.

Ottavio. Parlerò con mia moglie; non so qual impegno possa ella aver preso.

Lelio. La signora Beatrice verrà a casa, ed io l’attenderò.

Ottavio. Io devo uscire di casa mia.

Lelio. Servitevi. Frattanto, se mi date licenza, passerò un atto di convenienza col padre, o sia tutore, o sia benefattore di Rosaura, che so essere in casa vostra.

Ottavio. Sì, è quello che voi avete insultato.

Lelio. L’ho fatto non conoscendolo.

Ottavio. E vi è la dama, che avete egualmente offeso.

Lelio. Le tornerò a chiedere scusa. [p. 155 modifica]

Ottavio. E vi son io, che stanco di più soffrirvi, vi dico che ve ne andiate.

Lelio. Signor Ottavio, andiamo colle buone.

Ottavio. Giuro al cielo! Vi credereste di farmi una soverchieria?

Lelio. Non vi assicuro della mia collera.

Ottavio. Temerario! Chi è di là?

Lelio. Chi entrerà in questa porta, passerà per la punta di questa spada. (pone mano alla spada)

SCENA XII.

Pantalone ed i suddetti.

Pantalone. Mi passerò per sta porta, e no gh’averò paura della to spada.

Lelio. Ah, vi ho detto che non vi arrischiate a venire.

Pantalone. Cossa voressistu dir, tocco de desgrazià? (si lancia alla vita di Lelio e gli leva la spada) Sibben che son vecchio, gh’ho ancora forza per desarmarte, gh’ho ancora coraggio per castigarte. Sta spada ti meriteressi che te la cazzasse in tel cuor; ma per quanto un fio sia perfido e scellerato, el pare no ha da esser nè giudice, nè carnefice del proprio sangue. Mi te sparagno la vita; ma voggia el cielo che no la sia destinada a esser spettacolo ai occhi dei malviventi, e rossor e tormento e morte al povero Pantalon. Spada infame, spada indegna, che no ti xe stada mai impugnada per azion onorate, ma solamente per prepotenze, per iniquità: sì, te vôi scavezzar. (rompe la spada di Lelio) Cussì podessio romper i brazzi a quel desgrazià, che te portava in centura. Sior Ottavio, la me perdona. Son fora de mi. Sto fio me orba, el me fa dar in furor. La compatissa un povero pare, che dopo aver sparso tanti suori, xe in necessità de sparzer altrettante lagreme per un fio desgrazià. Furbazzo, ti sarà contento. Varda el to povero pare pianzer co fa un putello. No me posso più contegnir; la passion m’ha tolto la man, e prego el cielo che me toga presto la vita. [p. 156 modifica]

Lelio. (Finalmente è mio padre, e m’intenerisce). (da sè)

Ottavio. Via, signor Pantalone, acquietatevi. Se vostro figlio degenera dai vostri onesti costumi, il mondo si fa giustizia e si sa che siete un uomo d’onore.

Pantalone. Ah, sior Ottavio, l’amor del pare xe grando, e quanto xe più grando l’amor, tanto più cresse el tormento de vèderse cussì mal corrisposto.

Ottavio. Vergognatevi, giovane scapestrato, indegno d’un sì buon padre. (a Lelio)

Lelio. Voi m’insultate, perchè non ho la mia spada, ma giuro al cielo, non mi crediate già disarmato. (ad Ottavio)

Pantalone. Come! Ancora arme ti gh’ha? Ancora arme? Vien qua, desgrazià; se ti gh’ha arme, tirele fora. (Sior Ottavio, no la vaga via).

Lelio. Per carità, lasciatemi stare. (a Pantalone)

Pantalone. Mi no te lasso più star. Co ti gh’ha arme, fora arme.

Lelio. Io non ho niente.

Pantalone. No te credo, no me fido. Tocco de sassin, fora arme. (Sior Ottavio, la staga qua).

Lelio. Vi dico che non ho armi.

Pantalone. Sì, che ti gh’ha delle arme. Lassa veder. (s’avventa a Lelio, e cade)

Lelio. Lasciatemi stare.

Pantalone. Son qua, son ai to piè, mi no me levo e ti no ti scampi, se no ti me dà le arme che ti gh’ha in scarsella. (Sior Ottavio).

Lelio. (Non mi sono ritrovato più in un caso simile). (da sè)

Pantalone. Via, hastu resolto? Vustu che me butta colla bocca per terra? No sperar che me leva, no sperar che te lassa.

Lelio. (Non posso più; mi libererò dalla seccatura e non mi mancheranno altre armi). (da sè) Eccovi le mie pistole, eccovi il mio stile; che volete di più? Eccomi disarmato. Fate ora venire i birri, fatemi prendere, fatemi legare. Avrà il padre la gloria di aver sagrificato il suo figlio. [p. 157 modifica]

Pantalone. Gh’astu altre arme? (gli ricerca per le tasche)

Lelio. E voi, signor Ottavio, ricordatevi che mi avete offeso, e che sempre non sarò disarmato.

Pantalone. (Oh che bestia! Oh che bestia!) (da sè)

Ottavio. Ancora minacce! Ancora insulti! Chi è di là? (vengono alcuni servi) Scacciate a forza quel temerario.

Pantalone. Fermeve. No, sior Ottavio, no la se prevaia dell’autorità che gh’ha el pare sora del fio, per far le so proprie vendette. Mi l’ho desarmà, mi gh’ho leva ogni difesa; ma no l’ho fatto con animo de abbandonarlo a chi lo vol ingiuriar. El xe mio fio, l’ho desarmà acciò che no l’offenda nissun, ma se nissun vol offenderlo elo, son qua, lo defendo mi. El xe mio fio; el xe un scellerato, ma el xe mio fio. Vorria che el fusse castigà, ma vorria poderlo castigar mi. Me despiase che l’abbia offeso una persona de merito, de autorità. Mi ghe domando perdon per elo; ma no permetterò che el se descazza co fa un baron; el merita esser punio, ma un galantomo offeso no s’ha da far giustizia colle so man. Vorla che el vaga via? La gh’ha rason. Animo, vegnì con mi, sì, vegnì con mi, e considerè che mi son vostro pare per natura, vostro nemigo per giustizia e vostro difensor per atto de carità. (parte)

Lelio. Sono stordito. (parte)

SCENA XIII.

Ottavio, poi Mingone.

Ottavio. Quest’uomo mi ha fatto rimanere fuor di me stesso. Andate. (i servi partono) Un padre di questa sorta è capace di operar più di tutti i gastighi, che dar si possono a un figlio di mal costume. Di questo fatto è necessario ne sia informato il Governatore. Chi è di là?

Mingone. Comandi.

Ottavio. Allestitevi, ch’io voglio uscire. È ritornata la padrona?

Mingone. Sì signore, è ritornata con il suo Florindo. [p. 158 modifica]

Ottavio. Florindo era seco?

Mingone. Era nel carrozzino con lei.

Ottavio. Non occorr’altro. (Mingone parte) La premura che ha mia moglie per questo giovane, par ch’ecceda i limiti della pura amicizia. Non vo’ però tutto ad un tratto determinarmi a credere ciò che mi potrebbe suggerire la gelosia. Sarò cauto, e me ne saprò assicurare. L’uomo non deve nè tutto credere, nè tutto temere. La troppa fede inganna, il timore soverchio fa travedere. (parte)

SCENA XIV.

Ridolfo e Rosaura.

Ridolfo. Orsù, venite qui Rosaura, e frattanto che la contessa Eleonora va a far i suoi complimenti alla padrona di casa, discorriamola fra voi e me. Ancora non vi ho potuto dir nulla. Il padre di Lelio ci ha tenuti obbligati a quella portiera, e in verità non ho potuto trattenermi di piangere, vedendo il di lui coraggio e la di lui tenerezza.

Rosaura. Quanto è buono il padre, altrettanto è scellerato il figliuolo.

Ridolfo. Basta, pensiamo a noi. Sediamo un poco. Io son vecchio e non posso star lungamente in piedi. (siedono) Figlia, è giunto il tempo in cui vi è lecito di sapere il nome di vostro padre, quello della vostra patria e il vostro medesimo, mentre voi non vi chiamate Rosaura.

Rosaura. Qual è dunque il mio vero nome?

Ridolfo. Teodora.

Rosaura. E quel di mio padre?

Ridolfo. Ernesto.

Rosaura. Ed il cognome?

Ridolfo. Dei Conti dell’Isola.

Rosaura. Sono io contessa?

Ridolfo. Sì, lo siete.

Rosaura. In qual paese ebbi il natale? [p. 159 modifica]

Ridolfo. In Cagliari, capitale della Sardegna.

Rosaura. Dunque non in Sicilia.

Ridolfo. No, ve lo assicuro.

Rosaura. Perchè mi diceste più volte esser io Siciliana?

Ridolfo. Per maggiormente occultare a voi stessa una verità, che vi poteva costar la vita.

Rosaura. Oh Dio! Da chi mai mi veniva questa insidiata?

Ridolfo. Da un fiero inimico del vostro sangue.

Rosaura. Da quello forse che uccise la mia sventurata madre e due innocenti fratelli?

Ridolfo. Come ciò vi è palese?

Rosaura. Lo seppi confusamente dalla contessa Eleonora.

Ridolfo. (Oh donne! Non vi si può confidare un arcano), (da sè) La contessa Eleonora ha quasi tradito una sua cugina.

Rosaura. E chi è mai questa?

Ridolfo. Voi lo siete. Poichè da due fratelli aveste la vita.

Rosaura. Ma perchè dite ch’ella quasi mi abbia tradito?

Ridolfo. Perchè ora m’avvedo da qual fonte uscita sia quella voce, che sparsa si era per Napoli, del vostro vivere, e siccome il conte Ruggiero avea giurato di voler spargere tutto il sangue della vostra famiglia, tremava sempre per il timor della vostra vita, temendo che anche d’Olanda, dove erasi refugiato il Conte, potesse egli ordinare la vostra morte, come ha fatto quella dei due bambini. Sentii porre in dubbio che foste viva, e mi fu detto che l’inimico vostro era in Napoli; onde non tardai a togliervi dalla città e in questa terra condurvi, per deludere sempre più le diligenze del temuto avversario.

Rosaura. Ed ora quai felici novelle mi avete voi a recare?

Ridolfo. Sì, figlia, felicissime e da voi inaspettate. Vostro padre, non meno che il suo nemico, furono esiliati dalla Sardegna. Il primo ricovrossi in Napoli, il secondo in Olanda...

Rosaura. Mio padre in Napoli? Ma ora dove si trova?

Ridolfo. Lo saprete opportunamente. Ciascheduno di loro, dopo il giro di venti anni, col mezzo dei buoni amici supplicò la [p. 160 modifica] clemenza del Re del perdono, e uscì il favorevol rescritto che, pacificati li due nemici, potessero ritornare alle case loro. Il conte Ruggiero, che fu il primo ad averne notizia, si portò in Napoli e cercò subito di vostro padre, ov’egli non ardiva darsi a conoscere; ma finalmente assicurato del motivo per cui veniva ricercato, si scoprì a persone delle quali potea meglio fidarsi. L’affare è maneggiato assai bene, si pacificherà col nemico, e anderà fra poco a godere i propri beni, la patria, gli antichi amici, e più di tutto goderà di voi, sua unica e cara figlia, senza sospetti, senza riserve, e morrà contento, se prima potrà vedervi nello stato comodo, in cui siete nata.

Rosaura. Mio padre è in Napoli, ed io non l’ho mai conosciuto?

Ridolfo. Un esule della Sardegna non potea in Napoli manifestarsi senza timore.

Rosaura. Ed ora perchè non viene a scoprirsi alla sua unica figlia?

Ridolfo. La pace non è ancor fra i due nemici conclusa.

Rosaura. E che si aspetta a concluderla?

Ridolfo. Che voi ne prestiate l’assenso.

Rosaura. Io? Si teme forse che del mio sangue possa io volere vendetta?

Ridolfo. No, udite. I mediatori di questa pace hanno stabilito, che per una vicendevole sicurezza d’essersi ogni odio estinto, voi abbiate a sposarvi al figlio unico del conte Ruggiero.

Rosaura. (Oimè! Che sento?) (da sè)

Ridolfo. In fatti, se queste due famiglie si uniscono, formeranno col tempo nei vostri figli la casa più potente della Sardegna. Nè voi odiate lo sposo, nè lo sposo è in grado di aver odio verso di voi. Quello dei genitori si sarà estinto cogli anni, e il desiderio di terminar i giorni felici nelle case loro paterne, li farà desiderare la concordia e la pace.

Rosaura. (Ecco per me una nuova sventura!) (da sè)

Ridolfo. Ma voi molto poco lieta accogliete una nuova così felice. Che avete? In luogo di mostrare il riso sul labbro, vi cadono delle lagrime dalle pupille? [p. 161 modifica]

Rosaura. Oh Dio!

Ridolfo. Deh parlate! Non mi tenete sospeso. Ditemi, siete voi accesa di qualche fiamma amorosa?

Rosaura. Ah, negarlo non posso.

Ridolfo. Amereste voi forse il perfido Lelio?

Rosaura. Guardimi il cielo! Amo un giovane civile, onorato e di costumi illibati. Un giovane cittadino che per tre mesi ha pianto per me, senza che io mi sentissi intenerire dalle sue lagrime. Ma oh Dio! Le persecuzioni di Lelio, il non aver notizia di voi, la servitù dell’amante, lo stato miserabile in cui mi ritrovava, tutto mi ha stimolato a non ricusare un partito, che giudicai mi venisse offerto dal cielo.

Ridolfo. Sì, è vero; tutto ciò giustifica bastantemente la vostra condotta; ma non basta a sottrarvi dal matrimonio ch’io vi propongo. Si tratta di dare la vita ad un padre.

Rosaura. Dovrei dunque sagrificarmi alle nozze di uno che non conosco, di uno che probabilmente avrà ereditato dal padre l’odio ch’ebbe col nostro sangue e il disonesto amore che provò per la mia genitrice?

Ridolfo. Tutto ciò deve obliarsi e sarà certamente obliato. Son anni che si lavora per questa pace. Ella è conclusa, se voi volete.

Rosaura. Chi mi può chiedere il sagrificio del cuore?

Ridolfo. Un padre che vi diede la vita.

Rosaura. Questo padre, ch’or vuole ch’io mi perda per lui, che cosa ha fatto per me? Vent’anni ha sofferto starmi vicino e non lasciarsi vedere? Mi ha abbandonata al destino, e se voi non mi aveste pietosamente soccorsa, morta sarei di fame. Venga da me mio padre, gli parlerò con rispetto; ma gli dirò che quella figlia, a cui egli non ha pensato per tanti anni, ora non è in istato di sagrificarsi per lui.

Ridolfo. Sì, figlia, eccolo quel padre a cui destini di parlare così. Eccolo: io son quello. Di’ che per venti anni a te non ho pensato, che ti ho lasciata morir di fame, ch’io sono un barbaro genitore e che non merito da una figlia il sagrificio del cuore. [p. 162 modifica]

Rosaura. Oimè! Voi mio padre?

Ridolfo. Sì, io sono il misero conte Ernesto. Ah, se non fosse stato l’amore che a te mi teneva legato, sarei passato a vivere in libertà in un regno lontano. Per te ho penato, per te ho sofferto, per te sono invecchiato prima del tempo; ed ora son pronto, per non negarti la compiacenza di un folle amore, andar io stesso a offrire il mio sangue invece della tua mano, (s’alza)

Rosaura. Deh, fermatevi per pietà!

Ridolfo. Ah male spesi sudori! Ah lagrime sparse invano!

Rosaura. Uditemi. Io non mi credea di parlar con mio padre.

Ridolfo. Ma di tuo padre parlavi.

Rosaura. Nè mi credea aver un padre tanto amoroso per me.

Ridolfo. Dillo, poteva amarti di più?

Rosaura. No certamente.

Ridolfo. E tu mi pagherai di così trista mercede?

Rosaura. No, padre, disponete di me.

Ridolfo. Sei tu risoluta di dar la mano a quello che io ti offro?

Rosaura. (Oh Dio!) (da sè) Sì, farò tutto per compiacervi.

Ridolfo. Ma tu peni a dirlo.

Rosaura. Peno, moro, il confesso. Amo Florindo, egli è vero; ma la pena ch’io provo, ma l’amore ch’io nutro, dia maggior merito alla mia ubbidienza, e vi sia per questo più cara di vostra figlia la rassegnazione.

Ridolfo. Figlia, mia cara figlia, deh, lascia che al seno ti stringa.

Rosaura. (Ma, oh cieli! Possibile ch’io non abbia mai da sentir un piacere, senza che amareggiato mi venga da una più crudele sventura!) (da sè)

Ridolfo. Andiamo dunque. Non perdiamo inutilmente il tempo prezioso.

Rosaura. Partirò senza rivedere la mia amorosissima Colombina?

Ridolfo. Sì, la vedrai. La faremo venir con noi.

Rosaura. Oh Dio, partirò...

Ridolfo. Via, dillo: partirò senza vedere Florindo?

Rosaura. Sì, partirò senza vedere Florindo. [p. 163 modifica]

SCENA XV.

Florindo e detti.

Florindo. Come? Voi partirete senza vedermi?

Rosaura. Oimè! Qual vista? Caro Florindo...

Ridolfo. (Ora è men facile condurla meco). (da sè)

Florindo. Signore, perchè volete involarmi la mia Rosaura? Mia l’ho fatta con il mio amore, mia col sagrificio della mia vita, e non vi sarà sulla terra chi possa contrastarmi il possesso del di lei cuore.

Ridolfo. Sì, vi sarà.

Florindo. E chi fìa quest’ardito?

Ridolfo. Io, che distaccandola dal vostro fianco...

Florindo. Ah, vecchio insensato.... (mette mano sulla spada)

Rosaura. Fermatevi, egli è mio padre.

Florindo. Vostro padre?

Ridolfo. Sì, giacchè l’incauta m’ha discoperto, sì, son suo padre. Avete voi ritrovato chi vi potrà contrastare il possesso del di lei cuore?

Florindo. Ah, perchè piuttosto non ho io ritrovato un padre amoroso, che mi accordi il possesso della sua cara figliuola?

Ridolfo. Perchè con altri ho disposto della sua mano.

Florindo. Oh Dio! Voi mi uccidete. E voi, Rosaura, soffrirete d’abbandonarmi?

Rosaura. Ah, quanto terminerei volentieri col mio morire il contrasto di due sì teneri affetti.

SCENA XVI.

Beatrice ed i suddetti.

Beatrice. Olà, che si fa in queste stanze?

Ridolfo. Signora, ci siamo con licenza del padrone di casa.

Beatrice. Ed io, che sono la padrona, vi prego andarvene in altro luogo. [p. 164 modifica]

Ridolfo. Son costretto obbedirvi. Figlia, andiamo. Signora, dov’è la contessa Eleonora?

Beatrice. La troverete nella galleria, che vi aspetta. Di là dovete passare.

Ridolfo. Andiamo, figliuola.

Florindo. Deh, concedetemi ch’io vi siegua. (a Ridolfo)

Beatrice. Giovane malnato, così pagate chi vi ha liberato di carcere?

Florindo. Che pretendete da me?

Rosaura. Florindo, addio.

Beatrice. Uditemi. (a Florindo)

Florindo. Eh! (sprezzando Beatrice) Cara Rosaura...

SCENA XVII.

Lelio con gente armata, e detti.

Lelio. Allontanatevi quanti siete. (ferma Rosaura)

Florindo. Ah scellerato!

Lelio. Uccidetelo, se si muove. Rosaura è in mio potere, e tu non isperare più di vederla. (a Florindo)

Rosaura. Padre, Florindo, raccomandatemi al cielo. (viene condotta via da Lelio e da uomini, due dei quali stanno con l’armi al petto di Florindo.)

Beatrice. Son contentissima. Perdono a Lelio l’insulto fatto alla mia casa, per veder fremere quell’ingrato. (parte)

Ridolfo. Oh vecchia età! Tu m’impedisci il seguirla. Numi del cielo, vi raccomando la sua innocenza. (parte) (Gli uomini lasciano Florindo, e partono.)

Florindo. Perfidi, scellerati, or mi lasciate? Or che non mi riuscirà d’arrivarla? Ma farò ogni sforzo per liberarla. Sì, a goccia a goccia spargerò il mio sangue, prima di abbandonare Rosaura. Perfido Lelio! Misero sventurato cunor mio!

Fine dell’Atto Secondo.



Note

  1. Distrazione goldoniana. Nelle scene VII e IX si chiama Castel Rosso.