La Natura poetica

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Vincenzo Marenco

1797 Indice:Poemetti italiani, vol. I.djvu Poemetti Letteratura La Natura poetica Intestazione 30 maggio 2022 75% Da definire

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DELLA

NATURA POETICA

POEMETTO

DEL

CONTE VINCENZO MARENCO

PIEMONTESE.


     O Tu qualunque alla difficil meta
Brami poggiar del monte a Febo caro,
E al vanto aspiri d’immortal poeta,
     Se te d’un lauro il più sovente amaro
Punge tanto desir, nè temi il morso
Di macra Invidia, che gli cresce a paro,
     Pria che te spicchi al periglioso corso,
E premer tenti al corridor Febeo
Spesso indocile al fren l’aereo dorso,
     Odi, e non pensa che Latin, nè Acheo,
Non Tosco, od Anglo, o Gallico marstro
Vagliano a farti emulator d’Orfeo.
     Mentre ancor precettor, che ’l cammin destro
Mostrasse, non v’avea, ch’ei già le genti
Al suon traeva dell’armonic’estro.

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     Nè ’l Sofo, che regnò per secol venti,
Scritto avea d’Arte, che già mille, e mille
Del grande Omero ripetean gli accenti;
     E Grecia tutta del superbo Achille
L’ire cantava, e di valor guerriero
Da que’ bei carmi ritraea faville.
     Così se sciorre il gran Cantor primiero
Potè sol per se stesso il divin canto,
Che lungi lascia ogni secondo Omero,
     Qual pro di leggi e d’esplorar cotanto,
Come a forza di regole trapasse
In noi virtù, che di Natura è vanto?
     Nè di Laura il Cantor, finchè dettasse
Dell’Italica lira altri le leggi,
A volar sopra tutti indugio trasse.
     Ma senza queste de’ Toscani seggi
Pur tiene il primo, e ove seguì precetti
Forz’è ch’affiso tra sezzai lo veggi:
     Studia dunque te stesso, e i propri affetti,
Che se possente in te Natura annida,
Uopo non è, ch’altro soccorso aspetti.
     A lei di sviluppar la cura affida
De sensi tuoi l’impression, che sia
Essa d’ogni altra assai più certa guida.
     Perciò sappi quai doti uopo è che dia
A te Natura a questo fine, e sono:
Senso, Imaginazion, Gusto, Armonia.

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     S’Ella di tanto a te fatt’avrà dono,
Greco, Latin, Tosco, Britanno, o Franco
Mastro di Musa, e precettor di suono
     Lascia alle scranne, e con piè sciolto, e franco
T’avvia pel calle, che su Pindo adduce,
Nè dubita per via di venir manco.
     Con tali pregi, e tal maestra, e duce,
Tu dei l’arte formarti, e van consiglio
Spregiar, che gli altri ad imitar t’induce.
     A te sta di condurre il tuo naviglio,
E benchè ’l lido opposto il mar ti copra,
Nè tutto il possa misurar col ciglio,
     Lasciar non dei di poner mano all’opra,
Che pronto ardir più di, prudenza a prova
Vale, che nulla di magnanim’opra.
     Icaro cadde al suol, ma via pur trova
Dedalo di volar coll’ali stesse,
Si quel, che nuoce all’uno, all’altro giova
     Se ’l buon Roman prima, che fronte fesse
Sul ponte all’armi dell’Etruria tutta,
Di farlo il come ponderato avesse,
     Ragion non v’era, che all’inegual lutta
Valesse a porlo, eppur l’ardire insano
Salute a Roma, ed a lui gloria frutta.
     E’l prode vincitor dell’Oceano,
Pria d’accingersi al calle anco intentato.
L’ignoto mar non misurò con mano.

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     Primo dunque di Senso il pregio innato 1
T’è d’uopo, e ch’abbia a te Natura in petto
Pieghevol fibra ad ogni impulso dato.
     Da sensi esterni il ricevuto oggetto,
Ch’a pinger s’ha, deve con forte scossa
All’interno passar, che senso ho detto.
     Da questo all’alma, che vuol esser mossa,
Come per mezzo ei dee con pari forza
Portarsi, ond’ella al par ne resti scossa.
     Che tale è ’l nodo, ch’all’esterna scorza
Lega l’alma, ch’ognor mutuo diviene
Ogni lor moto, e l’uno l’altro afforza.
     Or tu, che bevi alle Pierie vene,
Se, poichè ’l concepisti, altrui pur vuoi
Oggetto pinger, come più conviene,
     S’uopo è che quel per via de’ carmi tuoi
Tal faccia impression, che tu presente
All’Uditor lo renda, e a’ sensi suoi,

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     Sicchè, quantunque appieno finto, e assente,
Di veder, di toccar quello, che muovi
Oggetto a pinger, a pensar lo teme,
     Come farai tu ciò, se pria nol provi
Tale in te stesso? più sentire altrui
Far non potrai, ch’in te non senti, e trovi.
     A questo fin dee giovar quindi a nui
Imaginazione, o Fantasia
Chiamar vogliamla, co’ soccorsi sui:
     Che se calda in te ferve, a qual si sia
S’adatta oggetto, e quel, che ’l Senso ad essa
Tramanda, bee, nè mai di traccia obblia.
     Per lei la forma nel cerebro impressa
Di fervidi color s’anima, ed orna,
E pronta n’esce, e vivamente espressa:
     Essa a quanto le manca in foggia adorna,
Supplisce, e veste di lucente ammanto
Ciò, che finge animosa, o all’esser torna.
     E quanto esiste in mare, o ’n terra, e quanto
Serrano i cieli, nell’immensa sfera
Del volo suo tutto ha di stringer vanto:
     E spesso ancor sovra Natura altera
5’erge sublime, e nuovi mondi, e nuove
Sol possibili forme al guardo schiera.
     Ma non sempre al bollor, che questa muove,
Appien fidar le temerarie vele,
Se vuoi biasmo evitar, però ti giove,

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     Nè possente Ragion, che ’l ver disvele,
E’l ben discerne, e’l male, e al Ciel sormonta,
Verrebbe a farti in ciò guida fedele.
     Altra norma più certa a te sia conta,
Che, quanto il fren stringer convenga, o sciorre
A fantasia, tacita accenna, e pronta.
     Questa Gusto si chiama, ch’in te porre
Sol può Natura, u’ l’Arte aspira invano,
U’ non giunge Ragione, ei sol soccorre.
     L’Orator guidi l’Arte, e ’l varco arcano
Mostri a Sofi Ragion, che scorge al Vero,
Ma regga i Vati il Gusto sol per mano.
     Stolto sarebbe il definir pensiero,
Quale, e quanto in noi possa, e come il Gusto;
Sentirlo è tutto, e lo spiegarlo è zero.
     Pari all’occasion su filo angusto
Ma vario sempre ei corre, è l sommo vanto
È a ciascun pel suo fil coglierlo giusto.
     Ei sol può far sentir fin dove, e quanto,
Nè più, nè men convenienza regna,
Nè può precetto alcun giungere a tanto,
     Nè già meglio l’Esempio a te l’insegna;
Mentre ciò ch’oggi Gusto a te pur detta,
In me domani egli condanna, e sdegna.
     Non tempo, e luogo, non materia eletta
A lui pon legge, o circoscrive in certo
Confin l’orma sfuggevole indiretta.

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     Ma se di sommo Vate al raro merto
Giunger tu vuoi, che solo il lauro cinge,
Sarà Armonía, che te n’avvolga il serto.
     Essa in carmi le voci aduna, e stringe,
I carmi al canto il canto a varj oggetti
Adatta, e questi, quali son, ne pinge:
     E non men che pennel vivaci, e schietti
Farebbe al guardo, essa parlanti all’alma
Co’ suon gli rende imaginosi eletti 2
     Suon, che non lascian l’uditore in calma,
Ma nell’impeto lor lo muovon seco,
E sui fissi colori intera han palma.

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     O sventurato, e più che talpa cieco,
Chi insensibile ha l’alma a tal lusinga,
Degno d’inospital barbaro speco!
     Ma più chi tanto ad ottener s’accinga
Dal numerar sulle tranquille dita
Freddi accenti, ond’i carmi accozzi, e spinga.
     Ch’armonia crede star nella compita
Cesura, od emistichio, e versi mena,
Cui nega Apollo un giorno sol di vita.
     Ch’ov’è d’uopo volar van zoppi appena,
E volan, se villan sterp’aspro deve
Schiantare a forza di braccia, e di schiena.
     Ch’imago mai non dan lunga, nè breve
Di sensi, e suoni, dal cui solo accordo
Anima, e moto Poesía riceve.
     Degni versi, ch’un canti all’altro sordo,
O ’n nozze d’usurajo a spenti rai
Funeral Gufo, o qual v’ha augel più lordo.
     Ma se propizia in ciò Natura avrai,
Spontanei sempre ti verranno a bomba
I carmi, ed atti a ciò, che dir vorrai.
     E od aspri ringhi, o rauco suon di tromba,
O gli stridenti strai scagliarsi a sghembo
Tra ’l tuon, ch’intorno romoreggia, e romba.
     Il crebro a terra grandinar da grembo
Di rotta nube, oppur ruenti ruote
Dirai che volvon d’atra polve un nembo.

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     Tristi augurj parranmi, e cure vuote,
Se per trarre ogni verso uopo a te sia
Roderti l’unghie, e di graffiar le gote,
     Destrier, che sempre ha dello spron per via
D’uopo, i’ non curo, e quel prepongo, e lodo,
Che mai zampa all’andar non ha restia.
     So, che non sempre a noi si mostra a un modo
Facile Apollo, e carmi a stento detta
Talvolta, e tienci tra martello, e chiodo.
     E allora? allora tu la penna getta,
E lascia pur che senza un sonettaccio
Cinga chi vuol la dottoral berretta.
     Lascia a chi tocca di sposar l’impaccio,
E credi pur, che l’alma Sposa, ancora
Senza di te, torrà lo Sposo in braccio.
     Canterà ’l Prete, o ’l Frate alla stess’ora
La nuova messa, senza che sull’ali
D’Ode tu ’l desti nella prima aurora.
     Se far non vuoi come que’ due cotali,
Ch’i Sonetti del Bondi, e Botta-Adorno
A se stessi calzar come stivali.
     Ed ardirono apporvi al pieno giorno
Nomi loro, e cognomi in foggia chiara;
O Patria! o Muse! o Padre Febo, o scorno!
     Tu a sceglier dunque i buon momenti impara,
Quando son gli seconda, e non ascolta
Chi vuol di freno allor tua destra avara.

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     Lodo su carmi tuoi più d’una volta
Tornar, ma fallo è l’arrestar d’un tratto
Corridor, che galoppa a briglia sciolta,
     Sdegna, e temi un censor, che troppo esatto
D’arte favelli, sebben scranna ci copre,
Tutto spesso ei condanna ad ogni patto.
     Spesso avvien, ch’egli colpa in te discopre
Non per altra ragion, se non se quella,
Che l’arte sola in giudicarti adopre.
     L’Arte un dì ch’era ancor giovin zitella
Del Gusto s’invaghì, che in pari etade
Scorrea del mondo questa parte, e quella.
     Ma siccome in amor soventi accade,
Tanta per essa indifferenza ei prese,
Quant’essa avea per lui grazia, e bontade,
     Pur galante qual era, e assai cortese
Il Gusto; a bada alcuni dì la tenne,
E novellando, a corteggiarla attese,
     Però sul sodo alfin batter convenne,
E dir di nozze 3; ei per sottrarsi al groppo
Fuggì, nè presso lei mai più sen venne.
     L’Arte irata col Dio volubil troppo
Per dispetto sposar volle sul punto,
E al Metodo si diè stitico e zoppo,
     Che per esser di vita infermo, e smunte
Sulla cattedra sempre immobil siede,
E di dettar prese coll’Arte assunto.

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     L’un nell’altra ha tuttor speranza, e fede,
Ma prole magra, e al genitor simile
Nacque pur troppo dalle fredde tede.
     Così fu Pedantismo, che di stile,
Tropi figure regole severo
Sempre parla, e d’Esempio in tuon servile.
     D’Amore intanto sotto il dolce impero
Pur venne il Gusto, e d’una tal fanciulla
Fantasia detta s’invaghì davvero.
     Piacquersi entrambi al primo sguardo, e sulla
Buona fè si legaro, e s’aman anco
Benchè spesso il cervello a costei frulla.
     Che gaja, e vispa sul piè destro, e manco
Sempre saltella, e al facile marito,
Se può, furtiva si sottrae dal fianco.
     Corre dietro al Capriccio, il quale ardito
Or le fa vezzi or beffa, e con costui,
Dicon, tiene talor notturno invito.
     Quind’è che sì sovente i parti sui
Son dissimil tra lor, nè facil cosa
È i veri scerner dai supposti, altrui.
     Leviamo il velo all’una, e all’altra sposa,
E l’Arte fiacca, e Fantasia sospetta
Vedi, e stolto chi troppo in lor riposa.
     Là Pedantismo, qui Capriccio detta
Carmi, e giudicj, e l’un non men fallace
Però dell’altro con ragion t’aspetta.

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     Dona libero il Gusto a chi gli piace
Del Bello il Senso, e l’ignorante spesso
Fa più del dotto a giudicar capace.
     Talora in verde etate, e ’n uom dimesso
S’annida, o ’n tal, che mai non lesse testo,
Soventi alberga ancor nel molle sesso.
     Almen nomarne una potrei, che questo
Leggiadro nume ha savia Donna amico,
U’ nol vietasse il suo pensar modesto.
     Ch’animo nutre, e cuor più, ch’io nol dico,
Eccelsi, e degna è che novel Petrarca
Sorga per essa ad emular l’antico.
     Ma di sue laudi, s’io la lingua ho parca,
È che minor ne fora ogni mio metro,
Nè fral naviglio immenso mar ben varca.
     Dunque in tal dubbio di censor t’arretro
Dal troppo ardente ricercarne alcuno.
Da se pur troppo e’ ti verranno dietro,
     Pochi ne ascolta almen, se non nissuno,
E pensa, che talor d’ottimo è prova,
Ch’i tuoi carmi dispiacciano a taluno.
     Ch’il bel nel brutto, e questo in quel sol trova,
E s’ignoranza non è, che lo imbocchi,
Mattana batte, o forse invidia cova.
     Che strilla, se due volte avvien, ch’adocchi
Un vocabolo stesso in un sonetto,
Raggrinza il naso, el muso strigne, e gli occhi.

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     Che da capo a piè danna un poemetto,
Se, benchè lunge la medesma rima
Avvien, che fossi a replicar soggetto.
     Pria che dai detti tu dal viso estima
Sempre i giudicj; il Vate abil pittore
Legger vi dee quale cagion gli esprima.
     Pensa, che raro è ritrovar censore,
Che sappia, e voglia, e giudichi a ragione,
E d’un Arisba abbia la mente, e ’l cuore.
     In tal m’avvenni, ch’al divin Marone,
Sebben critico in altro esatto egregio,
D’Eteocle il Cantor però prepone.
     E che? Se quel, cui dee la Francia il pregio
Del più nitido gusto in poesia,
Del Tasso odi parlar poi con dispregio?
     Ogni cosa, per ottima che sia 3,
Punger si può, se a modo tuo la vesti,
E di punger t’invade la mania.
     Così, s’alle querele i motti innesti,
La desolata ancor tenera Elisa
In Taide, o Frine a trasformar verresti.

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     Di molti in bocca il provocar le risa
È facil vanto, come all’aura foglia
Sta lor cervello, o di battocchio a guisa.
     Lascia a ciascun, che riso o pianto scioglia
A suo talento, e al tuo de’ proprj carmi
Suonar fa l’aure, e la Pieria soglia.
     Ma e tu, che spingi altrui, d’intender parmi,
Ond’è, che primo di salir non cure,
E all’ardua cima di volar risparmi?
     Forse pur fora, se men tristi cure
M’avelli intorno, o che le stelle alquanto
State ver me fosser men torbe, e scure,
     Che per l’Italo Ciel di miglior canto
Avrian suonato un dì le nostre muse,
Onde ’l Tanaro mio n’avrebbe or vanto,
     Ed o l’Eroe, che Rodi tenne e chiuse
Al Trace il varco entro l’Ausonie sponde,
Detto avrei, come Febo al cuor m’infuse.
     Oppure a queste di valor feconde
Rive scorto a fondar le mura nostre
Fetonte avrei per le Ligustich’onde.
     Ma vuole il Ciel, ch’in altro campo i’ giostre,
E assai sia, se non atto a salir io,
Almeno il calle altrui n’accenni, e mostre,
     A cui faccia quest’ozi un qualche Dio.

Note

  1. Per Senso vuolsi quivi intendere la facoltà di sentire, o per cui s’imprimono le sensazioni nell’anima originate dai sensi esterni, che pare impropriamente si chiamino sensi, non essendo che gli organi, per cui si eccita il senso, e si mette in azione.
  2. Non v’è forse altra lingua più atta ad emulare Armonia imitativa, o di espressione, che Omero col favor d’un Idioma senza pari portò a così alto segno, quanto l’Italiana, che almeno può in questo andar del pari colla Latina, ben inteso però che si debba por mente ad evitare l’abuso, e l’affettazione; nè converrebbe darsi a credere di avere la natura imitato nè la forza, e l’evidenza d’uno de’ più celebri passi d’Omero con verso pari a quello di un di lui Traduttore.
    E la vela squarciossi in tre, e quattro
    Ecco le Onomatopeje dell’arte quanto distanti da quelle che detta la natura!
  3. Un giusto estimatore degli uomini, e del vero merito ben disse a ragione:

    L’esprit d’un mot plaisant peut accoucher sans peine.

    Poes. div. Epit. X. Berlin.