La Secchia rapita/Annotazioni

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Annotazioni

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Canto duodecimo
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ANNOTAZIONI

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CANTO PRIMO.


Stanza I. Il Sig. Dott. Giovannandrea Barotti Ferrarese è d’avviso che il Tassoni preso abbia l’azione del suo poema da due diversissime guerre ch’ebbero insieme in due vari tempi le città di Modena e di Bologna. „ Cominciò la più antica dall’anno 1248 dopo la rotta di Federigo II. sotto le mura di Parma, e venutosi nel seguente a battaglia in un luogo di Modena detto Fossalta, vi restarono i Modenesi disfatti, ed Enzio re di Sardegna prigione. La più moderna avvenne nel 1325, in cui seguita la battaglia a Zappolino con perdita e fuga de’ Bolognesi, vennero questi inseguiti da’ vincitori con tal precipizio, che, allo scrivere di alcuni Cronisti, entrarono gli uni e gli altri in Bologna, e fu allora che in segno di loro vittoria rapirono i Modenesi la catena della porta della città (come dal Morani Rer. Ital. Script. tom. XI., e dal Ghirardacci Istor. di Bol. l. 20 fu detto) e nell’esser respinti fuori recarono seco una secchia di legno, che tolsero a un pozzo, come sulla fede di croniche antiche fu scritto dal Vedriani Istor. di Mod. l. 15. Quest’ultimo conflitto narrato a suo modo dal Poeta nel Canto I., ma principalmente il rapimento della secchia, lo finse il Tassoni, come occasione del grande armamento, e della fiera battaglia del 1249, a fine che la primaria azione del suo poema non fosse priva di quel carattere che si prefisse e mantenne per tutta l’opera, di mescolare con graziosi capricci il grave e ’l burlesco. „ E certamente debb’essere questo anacronismo di leggieri perdonato ad un Poeta, il di cui scopo fu non di eccitare il maraviglioso, siccome nell’Epica avvenir suole, ma di muovere bensì il riso con acconci motteggi, con un bizzarro ed ameno contrasto del sublime coll’umile, e con una giocosa satira, e ben condita.

   I Bolognesi sono chiamati Petronii, e i Modenesi Gemignani dai nome de’ SS. Protettori delle loro città.

St. II. Questi è D. Antonio Barberini, che fu poi Legato due volte di Bologna, cioè nel 1629 e 1642, secondo ed ultimo figlio di Carlo Barberini, fratello maggiore di Papa Urbano VIII., e perciò viene dall’autore chiamato Nipote del Rettor del mondo.

[p. 252 modifica] St. V. Guelfi e Ghibellini erano i nomi di due partiti assai famosi in Germania fino dai tempi di Corrado Salico. In Italia però a’ tempi in cui finge il Poeta avvenuta la guerra della Secchia, dicevansi Ghibellini i partigiani dell’Impero, e Guelfi i sostenitori del Papa.

Sipa per sia usano di dire i Bolognesi, onde quei del Sipa vengono detti dal nostro Autore.

Scriveano i Modenesi Potta per Potestà.

St. IX. Frase assai nota per esprimere il Po, levata dalla favola di Fetonte, che rese illustre quel fiume, secondo Plinio I. 3. c. 16. La Secchia, che dagli antichi dicevasi Gabello, viene da Plinio noverata tra i nove più celebri fiumi dell’Appennino. Ora non è che un fiumicello qual viene appunto descritto dal Poeta.

St. X. Pitale, voce Romana, che significa quel vaso, in cui si scaricano le fecce del corpo.

St. XII. L’impresa del comune di Modena è veramente una Croce, e fuori dello scudo due Trivelle incrocicchiate, che con i due manichi escono fuori dalla parte superiore dell’arma, e colle punte al disotto; e porta per motto Avia Pervia, parole che assomigliano a quel detto d’Ovidio, Metam. I. 14.

Invia Virtuti nulla est via.

   Il Ramazzini nel trattato de Fontium Mutinensium admiranda scaturigine, descrivendo a minuto la maniera con cui si formano in Modena i pozzi, e come vi si trovi l’acqua col mezzo della Trivella Gallica: Ad quod, dice, forsan allusisse voluit, qui ad hujus urbis insigne binas Terebras apposuit cum epigraphe: Avia Pervia. . . . Barotti.

St. XIII. Usò di questo nome il Poeta per onorare il Conte Lorenzo Scotti suo amico, che morì alla corte dell’Imperatore Mattias.

  Piato è lo stesso che lite, o controversia. Nasce dal verbo piatire, la di cui etimologia si crede che venga da Placitum.

St. XIV. Marrabisi è voce Lombarda, e significa uomini di mal affare: è propria de’ Bolognesi.

  In distanza di due miglia da Modena, e di un sol miglio dal fiume Panaro, traversa la strada Emilia un torrentello chiamato il Tepido, ed ivi è la Fossalta, villaggio così nominato dalle ripe colà assai alte di quel torrente. Fu questo il luogo preciso, dove i Bolognesi passato il Panaro s’opposero ad Enzio, e vennero al fatto d’armi. Sigon. de R. I. l. 18. . . . Barotti.

St. XVI. Renoppia è nome finto.

St. XXXI. Questa è un’osteria fuori di porta san Felice a Bologna, dove sempre suol esser buonissimo moscadello.

[p. 253 modifica] St. XXXIX. Alcuni vogliono che Bologna fosse anticamente detta Boiana dai Galli Boi che quivi abitarono.

St. XLI. Manfredi Pio non fu molto distante da quei tempi: fu capo della fazione ghibellina, e vicario imperiale in quelle parti.

St. XLIII. La Secchia, che tuttavia si conserva in Modena, è veramente d’abete, e mostra che fosse nuova, con tre cerchi e ’l manico di ferro. E’ anticaglia degna d’esser veduta, come quella che tiene il terzo luogo dopo la nave d’Argo e l’arca di Noè. Salviani.

St. XLVIII. La guerra di Troia pel rapimento d’Elena successe circa 200 anni prima del tempo in cui visse Sadoc, che fu della linea d’Eleazaro, e fu Pontefice e Principe assistente del Re Davide; onde il nostro Autore dice al tempo di Sadocco, per ispiegar solamente un tempo a noi lontano.

   Aristoclea fu una bellissima giovine della Beozia, cui volendo Stratone Ocomenio rapire a Calistene d’Aliarte suo sposo, e tirandola uno da una parte, e l’altro dall’altra, restò miseramente dilacerata e morta.

St. LI. Quest’ è un’osteria sulla strada Claudia, situata dieci miglia lungi da Modena, e altrettanto lungi da Bologna.

St. LII. Bonadamo Boschetti era veramente Vescovo di Modena in quei tempi, e come uomo di fazione guelfa era stato cacciato dai Ghibellini. Questa ottava si leggeva prima così:

Era Vescovo allor per avventura
     Della città messer Adam Boschetti,
     Che celebrava con solenne cura,
     Quando i suoi preti gli facean banchetti;
     Non dava troppo il guasto alla Scrittura,
     Le starne gli piacevano e i capretti;
     E in cambio di dir vespro e mattutino,
     Giucava i beneficj a sbaraglino.



Ma perchè al Poeta parve d’aver ecceduto nel motteggiare un soggetto rispettabile per la nobiltà e pel grado, la corresse come si vede.

St. LV. Rotella, specie di arma da difesa di figura rotonda. Il Tassoni la finge di color bianco, fors per far allusione al partito ghibellino professato dai Modenesi.

   Sedici miglia lungi da Modena si trova Villafranca, in cui nel secolo del Tassoni avea la famiglia de’ conti Forni, ed ha tuttavia molte tenute: d’essa pertanto convien dedurre che fosse il giovanetto qui menzionato.

[p. 254 modifica] St. LXI. Cataline sono chiamate le contadine del Modenese, perchè dicono Catalina in cambio di Caterina. Si può credere, che dalla lingua latina derivata sia questa maniera di dire, leggendosi nello Statuto MS. di Modena: Ad annum 1272. Frater Simon de sancta Catalina massarius generalis communis Mutinae, etc.

St. LXII. Varia lezione Dimenando il cotal dell’acqua Santa,

        E intonando il Teddeo con quel tenore.


CANTO SECONDO.


Stanza I. Quest’ era un’antica osteria in Modena, posta sulla strada maestra, presso alla porta di Bologna.

St. II. Quest’ era una sala, nella quale si conservava la biada per la ducale scuderia, detta perciò: la Sala della Spelda.

St. XIV. Allude al nome di uno de’ principali lettori nello studio di Bologna, ed amico di lui, mentr’ egli quivi studiava, siccome è noto da una sua lettera al canonico Annibale Sessi.

St. XXX. Ginetto, o Giannetto, specie di cavallo di Spagna velocissimo nel corso.

    Terziopelo, voce Spagnuola, che significa velluto.

St. XXXI. Chinea è una cavallo che va d’ambio, o sia portante, e Bisignano è una città della Calabria superiore, ove nascono ottimi cavalli.

    Aironi, sono quei pennacchi composti di molte fila sottilissime di vetro, che comunemente usano portare in testa su’ teatri i comici, facendo, mercè di un vago ondeggiamento, assai bella comparsa agli occhi degli spettatori. Aironi, o Aghironi vengono anche nominati alcuni uccelli, le di cui penne servono d’un distinto ornamento presso i Munsulmani, di queste forse eran composti gli Aironi di Pallade.

St. XXXVI. Negli originali a penna della Comunità, e dei Conti Sassi dopo la Stanza 37 si leggono quest’altre due;

Di celeste pittura e di gioielli
     D’oro e di perle i quadri erano ornati;
     Due sovraporte d’agata i più belli
     Fur dalla Musa mia solo notati.
     Nell’uno intorno a un campo di bacelli,
     Erano due grandi eserciti attendati,
     E in mezzo a un tal Piccin, grosso di coppa,
     Dava il fuoco alla barba a un Re di stoppa.

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Un Cesare nell’altro aver parea
     La semplice camicia in su la pelle,
     E sopra un seggio imperial sedea,
     Con la berretta quadra e le pianelle:
     Ma due ragazzi che di dietro avea,
     Gli attaccavano al cul le zaganelle;
     Ed egli con la man sopra un tappeto
     Diceva la corona, e stava cheto.



St. XLI. Allude alle stelle Medicee, che Galileo scoperse nel 1610, per mezzo del suo telescopio, al numero di quattro, che per orbite determinate e distinte, e con regolari periodi, aggiransi intorno al pianeta di Giove.


CANTO TERZO.


Stanza II. Arrigo, o Renzo, o Enzio, come da’ Tedeschi comunemente vien detto, fu figliuolo dell’imperatore Federico II. Riccobaldo, che visse a’ tempi di lui, lo chiama giovane in armis strenuus, et nobilis indolis, quem et omnes adversarii laudabilem virum testantur. Fu egli dal padre nella sola età di anni tredici creato re di Sardegna. Nel 1241 nominato generale di marina superò e distrusse l’armata de’ Genovesi. Dopo tali prove di valore il padre lo costituì suo generale legato di Lombardia quando toccava appena il ventesimo anno.

St. XI. Culagna è una rocca smantellata sulle montagne di Reggio. Col nome di Conte della Rocca di Culagna il Poeta intese forse di sferzare un certo conte di Bismozza Ferrarese, solennissimo vantatore e poltrone, siccome egli s’esprime in una sua lettera al canonico Barisoni.

St. XIII. Prima che le corna fossero trasportate al corrente metaforico significato, non si vergognarono molti uomini insigni di portarle per loro insegna sopra il cimiero: e fra gli altri vi fu Pirro famoso re degli Epiroti, di cui lasciò scritto Plutarco (in Pyrrh.) Pyrrhus autem stabat detracta casside, ac rursus eam capiti imponebat, ut insigne hircinorum cornuum nosceretur. Anzi appresso intere nazioni furono in uso siffatte insegne. Alex. Gen. dier. l. I. c. 20. Barotti.

St. XIX. Questa è la gente del Bondeno, presso alla quale anticamente scorreva il Po con tutto il corpo delle sue acque, e bagnando a mezzodì le mura di Ferrara andava a mettere in mare; ma poi divisane buona parte col taglio di Sicardo a Ficarolo [p. 256 modifica]nell’anno 1151, o prima almeno del 1175, secondo Pellegrino Prisciano ne’ suoi annali manoscritti di Ferrara; e introdottesi nel 1522 nel ramo che passava a Ferrara le torbide acque del Reno, queste fra poco ne alzarono il fondo in maniera, che non potendo ricevere dal suo tronco l’antica influenza, finì di perdersi affatto nel 1600, e quella parte di letto vicino al Bondeno, che fu per l’addietro navigabilissima, cominciò da quel tempo a coltivarsi come campagna: e a questo alluse il Poeta colla voce solcare di doppio senso . . . . Barotti.

   Il Panaro dividesi in due rami sopra del Finale; e siccome da una chiusa amovibile vengono sostenute le acque che a quel ritegno rigurgitano, e quindi cadono più profonde, così a questo si riferiscono gli ultimi due versi.

St. XX. Questo arciprete fu ribelle del comune di Modena, mentre occupò il Finale, togliendolo a’ Modenesi.

St. XXIV. Questa fu istoria vera, e chi desidera saperla, legga quel che ne scrisse il conte Gio. Paolo Caisotto nelle storie di Nizza. Salviani.

St. XXVI. Sciorini, cioè palesi: nuove scappate, cioè nuovi falli.

St. XXX. Corleto, e Grevalcore furon detti a contrapposizione Cor laetum, et Grave cor. Questo da’ soldati di Pansa ucciso quivi, e quell’altro dai soldati di Ottaviano vittorioso in quel luogo contra Marcantonio, quando liberò Modena dall’assedio. Salviani.

   Corleto è pure un villaggio distante da Modena cinque miglia, dove il Tassoni avea un casino con molti poderi goduti tuttavia dalla sua famiglia.

St. XLVI. Intende della famosa accademia della Crusca di Firenze, che porta l’istessa impresa.

St. XLIX. Scherza sul nome e sulle bellezze della signora Laura Cesi contessa di Pompeiano. Sol che tramonta, e ora andato ad illuminare altri emisferi.

St. LV. Ferraguti, Farabuti, voci lombarde, che significano uomini che vivono alla campagna di ladronecci, e fanno mille insolenze.

St. LXVIII. Martingale; una spezie di calzoni che si usavano anticamente.


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CANTO QUARTO.


Stanza II. La montiera è un cappelletto alla Spagnuola da portare in casa, che usavano anche gli antichi; onde Svetonio in Augusto: Domi quoque non nisi petasatus sub dio spatiabatur. Salviani.

St. III. Chiama seme de’ Latini i Modenesi, perchè Modena era stata una Colonia de’ Romani.

   Gli scrittori antichi mettono il fiume Lavino nel territorio di Modena; ma Carlo Magno nella divisione che fece de’ confini d’Italia, divise col Panaro i confini di Modena e di Bologna, perchè in quel tempo Modena era distrutta e spopolata. Federigo Barbarossa e Federigo II., avendo i Bolognesi per diffidenti e per nemici, tenevano un presidio in Modena, e non lasciavano goder loro quel territorio in pace, per le ragioni antiche.

St. VII. Trabucco, o Trabocco, come scrive la Crusca, fu macchina militare dagli antichi usata per lanciar pietre nelle città assediate; e fu una cosa medesima, o poco diversa, dal mangano e dalla briccola. Fu posto in uso quest’ordigno la prima volta da Ottone IV. nel 1212, come si legge appresso Carlo d’Acquino Lex. Mil. V. Trabuchetum. Si veda il Muratori nelle Antichità d’Italia t. 2. dissert. 26, col. 473. ec.

St. XXI. La Rossina è una canzone triviale che si canta in Lombardia.

St. XXV. Di Frontino, cavallo famoso di Ruggiero, parla in più luoghi l’Ariosto nel Furioso.

   Turpino per altro non parlò mai nella sua cronaca di tal cavallo; ma poichè l’Ariosto, e prima di lui Boiardo, ci voller far credere di raccontar le loro favole secondo la testimonianza di lui: volle ancora il Tassoni farci credere, che le lodi di Frontino sieno a noi giunte per mezzo di quel romanzo, che all’arcivescovo Turpino fu attribuito.

St. XXVII. Dall’esser fatta la tonnina dalla schiena del tonno messa in pezzi, derivarono diverse maniere di dire usate assaissimo dal volgo, e fra le altre l’adoperata qui dal Poeta. Anche i Latini avevano il loro fractum facere, che significa fare in minutissimi pezzi.

St. XXXV. Il cervel fuori di calende. Il Minucci si persuase che fosse corruttela dal detto latino extra callem esse: fuori di seminato, diciamo noi, il che vale pazzo, e perciò soggiunse il Poeta, che quel Furio avea nimicizia col sole d’Agosto, durante il quale gli scemi di cervello più che in altro tempo patiscono. Barotti.

[p. 258 modifica] St. XXXIX. Avendo i Ferraresi cacciato Aldobrandino da Este per l’alterigia sua, s’elessero per signore Salinguerra Torelli, o Garamonti, com’altri vogliono. Ma poco dopo Salinguerra fu anch’egli cacciato; e fu restituito il dominio ad Azzo da Este figliuolo d’Aldobrandino. Vogliono nondimeno alcuni, che qui il Poeta alluda alla espulsione di qualunque altro signore più moderno.

St. XLI. Rondaccia è una specie di ronca, cioè un’arma in asta, adunca e tagliente.

St. XLVIII. Fare degli sbadigli, e far le crocette sono frasi volgarmente usate per dire, non v’è da mangiare; essendo appunto lo sbadiglio effetto della fame; e costumandosi da molti cristiani nell’atto di sbadigliare segnarsi in croce col dito grosso la bocca aperta. Il Poeta vi aggiunge a prova, così perchè pativano tutti del medesimo male que’ poveri assediati, come perchè lo sbadigliare d’un solo invita e sforza gli astanti, che mirano a fare lo stesso. Barotti.

St. LIII. Squarcina, specie di spada assai corta e larghetta, detta ancora mezza spada e coltella.

   Garzerina da Garza, che è una sorta di trina, che anche si dice bigherino; così il Vocabolario della Crusca. Bigherino poi e bighero è una sorta di fornitura fatta di fila a merluzzi: laonde bisogna dire, che il giacco di Guido Canossa fosse di maglia lavorata a foggia di merletti.

St. LXVI. I Reggiani appongono ai Modenesi, che mirano la luna nel pozzo, perchè veramente i Modenesi hanno in costume, quando veggono un pozzo, di correr subito a mirarsi dentro. E i Modenesi oppongono ai Reggiani, che abbiano le teste quadre, perchè realmente molti di loro le hanno così. Onde il Poeta finse, che quivi fossero loro quadrate da Marte.


CANTO QUINTO.


Stanza II. Il Bosio Duara signor di Cremona fu veramente allora in aiuto de’ Modenesi, e vi rimase prigione. V. Sigon. de R. Ital. l. 19.

St. XII. Verro vien detto il porco non castrato.

   Belletta è il fango formato dalla posatura delle acque.

St. XIII. Il Barotti è d’avviso, che il Poeta abbia qui voluto nel castigo di Nasidio rappresentare la pena e l’insulto, che Niccolò signore della Mirandola fece provare a Francesco di Passerino Bonacossi nemicissimo suo l’Agosto del 1328, secondo che [p. 259 modifica]ne fu scritto dal Panciroli nel quarto libro delle sue storie reggiane.

St. XXIII. Si riferisce alla Musa d’Omero, che oltre l’Iliade e l’Odissea cantò un giocoso Poema intitolato Batrocomiomachia, o sia la guerra delle Rane e de’ Topi.

   A Modena i Pizzicagnoli si pregiano vanamente di far salsiccia fina.

St. XXVII. Questa è vera istoria. L’accidente occorse a quel buon prelato vicino a Scarperia, mentre da Roma andava a Parma; e però l’istoria pecca solo in anacronismo. Salviani.

St. XXXII. Il ritratto, che il Poeta qui fece del capitan Paolucci è cavato dall’originale, e solo pecca al solito di anacronismo.

   E fu vero, che ritornando portò guanti agli amici. Non bisogna burlarsene, perchè il Poeta n’ebbe ancor egli un paio. Salviani.

   Ocagna è città della Castiglia nuova famosa (come scrisse nelle sue relazioni universali P. I. l. I. il Botero) per li guanti, che vi si fanno.

St. XXXIV. Pacchiarotti, cioè gente grassa ed atta solo a mangiare.

St. XXXVII. Questa è Ferrara, presso alla quale scorre il Po.

St. XL. Cotognola e Barbian, ec. si dice per gli Sforzeschi, e per quelli di Barbiano, che furono come eroi, che uscirono da quelle due terre. Salviani.

St. XLIII. Paolo secondogenito di Malatesta signor di Rimini fu, come è noto, innamorato di Francesca sua cognata, e ucciso insieme con lei da Lanciotto suo fratello, perchè il trovò colla moglie. V. Dante Inf. C. v. Salviani.

St. XLVI. Sinistrare è lo stesso che imperversare; in latino furere, debacchari: quivi però intender si debbe per interpretrare sinistramente.

St. XLVIII. Accenna quello che si dice de’ Faentini, che l’imperatore Carlo V. essendo stato molto onorato da quei cittadini nel giugnere alla piazza creasse cavalieri tutti quelli che vi si trovarono, dicendo: Omnes estote equites. Onde perciò i Faentini quasi tutti si chiamano cavalieri. Salviani.

  I Faentini furono i primi che nell’Italia introdussero la maiolica, così detta dall’isola di Maiorica, che dal Villani viene appunto chiamata Maiolica (lib. 4. cap. 30). Il Cavina nell’Indice dell’Istorie faentine di Giulio Cesare Tonduzzi scrive, che intorno alla metà del secolo XV. fu la maiolica condotta a perfezione in Faenza.

St. XLIX. Mainardo da Susinana fu veramente tiranno di Cesena, come anco Pietro Pagano d’Imola, e gli Ordelafi di [p. 260 modifica]Forlì o Forlimpopoli. Leggi il Villani, che ne favella. Salviani.

St. L. Banderesi, soldati a cavallo con banda. Saccomanni, o Saccardi diconsi quelli, che conducono dietro agli eserciti le vettovaglie. Stradiotti, soldati di Grecia facinorosi.

St. LIII. I primi che usassero del Carroccio furono i Milanesi nel 1039, per invenzione e consiglio dell’arcivescovo Ariberto contra il partito dell’imperadore Corrado, come si legge appresso d’Arnolfo nelle istorie de’ suoi tempi. Era il Carroccio un gran carro tirato da molte paia di buoi, sul quale si mettevano tutte le insegne quando si combatteva, ed all’intorno di cui si ricoveravano i feriti sotto la guardia di una grossa banda di soldati i più valorosi. V. Rer. Ital. Script. t. viii., e Verri Stor. di Milano t. i.

St. LV. Bernardino Corio nelle sue Istorie di Milano P. 3, spiega le Barbute ora per uomini d’arme con due cavalli per ciascuno, ed ora per lance di due cavalli, cioè un grosso e un piccolo per ciascuna.


CANTO SESTO.


Stanza III. Parla de’ fuochi d’allegrezza, che il dì di san Pietro si fanno in Roma intorno al maschio di Castello sant’Angelo, anticamente già detto Mole d’Adriano; e parla precisamente della Girandola composta di seimila razzi, che tutti in una volta prendono fuoco; invenzione, come si dice, di Michelagnolo Buonarroti. Barotti.

St. XV. Leardo, mantello di cavallo, composto di color bianco e nero. Voc. della Crusca.

St. XVII. Mazzaranga, o secondo la Crusca Mazzeranga, è uno strumento, con cui si percuote la terra, affine di assodarla. Magnum Pistillum.

St. XXXV. Gorgerino, cioè picciol collare, o collaretto.

St. XXXVII. In Ispagna, saranno in circa due secoli, si fabbricavano bellissime lame da spada e molto buone, nelle quali si vede l’impronta d’una lupa.

St. LXVII. In Modena sono veramente queste due fazioni. I Triganieri sono una mano di scapigliati oziosi, che non sapendo che farsi, si danno a far volare colombi, ch’essi chiamano Trigani, e gli avvezzano non solamente a condurre alle loro colombaie dei forestieri, ma a portar anche delle lettere dai luoghi distanti cinquanta e sessanta miglia: usanza conservata in quella città fin dalla sua prima origine: onde leggiamo in Plinio, che quando era [p. 261 modifica]assediata da Marc’Antonio con tanta strettezza, che non ne poteva uscire uomo alcuno, furono mandate fuori colombe con lettere al collo, che furono cagione, che il senato romano affrettasse il soccorso. Salviani.

St. LXX. Santa Nafissa, o per dir meglio Nafissa, fu Maomettana; e per aver condotta una vita incolpabile, e per vantar parentela con Maometto istesso, è riverita da’ Maomettani per Santa, ed il suo sepolcro si onora nell’antica città di Mifrultheich non molto lungi dal Cairo.


CANTO SETTIMO.


Stanza XI. Sottobecco, vocabolo aggiunto dal Tassoni alla Crusca nelle sue postille: Sottobecco è quando altri percuote all’insù nella bocca, nel mento e nel naso.

St. XVI. Nel Poema dell’innamorato d’Orlando si legge, che combattendo quel Paladino col re Agricane, e vedendo quel barbaro i suoi che fuggivano, pregò Orlando che glieli lasciasse rimettere in battaglia, che poi ritornerebbe a duellare con lui; e Orlando se ne contentò. Ma qui Voluce dice che Orlando è morto, e non è più quel tempo. Salviani.

St. XVII. Brumesto, o Brumasto si dice d’alcuna sorta d’uva grossa e assai dura. Qui s’applica alle nespole.

St. XXI. Tornesi, monete d’oro e d’argento, così dette, perchè si battevano a Tours città della Francia. Tournois.

   Un tal principe Greco, che si vantava della stirpe di Costantino Magno, andava pescando i balordi per le città d’Italia, e mostrava privilegi di carta pecora vecchia, e veggendo l’ambizione degl’Italiani dava loro titoli e croci a diccine senza risparmio per ogni minima mercede. Onde molti si trovarono cavalieri e conti per una forma di cacio, o per un salame, o per un prosciutto; e a Ferrara fe’ gran profitto, dove infeudò le terre del Turco. Salviani.

  Quel tal Signore fu un certo Giovann’ Andrea, che si diceva discendente dalla famiglia Commena. Era principe di Macedonia, e gran maestro dell’ordine imperiale costantiniano di S. Giorgio.

St. XXII. Lo Sparviere, lo Smeriglio ed il Terzuolo sono uccelli di rapina.

St. XXXVII. Giove secondo Tolomeo è motore del sesto Pianeta, che dal Tassoni è qui per lepidezza chiamato lanterna, come alla st. 72 di questo medesimo Canto le stelle son dette lampade del cielo.

[p. 262 modifica] St. XXXVIII. La Turrita è un torrente nella Garfagnana rapidissimo, procedente da’ monti della Pania, che si unisce col Serchio tra il Ponte della Madonna, e il Ponte di santa Lucia sopra il Serchio di Castelnuovo.

   Fin dall’anno 1602 cominciarono le discordie e le guerre tra la repubblica di Lucca e il duca di Modena per cagione de’ confini nelle terre delle Fabbriche e di Vallico nella provincia della Garfagnana, sulla quale da molti anni indietro pretendevano i Lucchesi d’aver ragione, e solamente smontarono da questa loro pretendenza, quando dalla camera imperiale fu deciso contro di loro, come racconta il Muratori nel T. 2. delle Antichità Estensi, cap. 14 . . . . . Barotti.

 Queste discordie però furono altre volte ravvivate, e specialmente nel 1613, con gravissimo danno e furore.

St. XXXIX. Queste violenze e soperchierie furono dal Vedriani l. 19, accennate con quelle parole: Poscia datisi (i Modenesi,) a depredare la campagna scorzarono gli arbori, tagliarono le viti, e desolarono ogni qualunque cosa, facendo lo stesso i nemici sul nostro. Barotti.

St. XLI. Loda il Poeta in questo e ne’ seguenti versi il valore mostrato contra i Lucchesi nella guerra della Garfagnana dai due principi estensi figliuoli di Cesare duca di Modena, Alfonso, che al padre nella signoria succedette, e Luigi marchese di Montecchio.

   Castiglione, Terra grossa (come la disse il Vedriani l. 9) e ben guardata, di ragione de’ Lucchesi nella Garfagnana, fu strettamente assediata e gagliardamente battuta dal principe Alfonso (siccome fu fatto dal marchese Bentivoglio due volte nelle due prime rotture del 1602 e 1603) e forse fu il pericolo della caduta di questo forte, che affrettò alla pace i Lucchesi. Barotti.

St. XLII. Castiglione era assediata dai Modenesi e ridotta all’ultimo, quando vi entrò dentro il conte Baldassarre Biglia Milanese, personaggio mandato dal governator di Milano per vedere d’acquetar que’ popoli; e salvò la piazza spiegando una bandiera del Re Cattolico, alla quale subito i Modenesi fecero di berretta. Ma questi versi nelle stampe di Parigi si leggono mutati dai Lucchesi medesimi a favore della loro nazione, perchè un gentiluomo lucchese soprastette alla stampa. Ognuno procura a suo vantaggio. Salviani.

St. XLVI. Questa stanza e la seguente furono aggiunte dall’Autore nell’edizione di Venezia 1625.

   Il cavalier Enea Vaino fu amicissimmo del Poeta, e qui venne introdotto fra gl’Imolesi, sebben era nato in Firenze, perchè [p. 263 modifica]traeva la sua origine di Romagna. Fu nipote di sorella del Cardinale Magalotti, e amatissimo nella corte di Roma. Salviani.

St. LI A quel tempo Modena era tutta piena di masse di stabbio; oggidì le strade ne sono meno adorne, ma non però in tutto prive. Da Omero sarebbe stata detta: Urbs bene stabulata. Salviani.

St. LIII L’antichità di Modena si conosce dalle fabbriche particolarmente de’ portici sui balestri, che mostrano essere stati fatti assai prima che Vitruvio scrivesse d’Architettura.

   Le Canalette sono le chiaviche, o cloache, delle quali è piena quella città, e quando le votano non si può passare per quelle strade per rispetto della lordura che si diffonde, oltre il puzzo che appesta. Salviani.


CANTO OTTAVO.


Stanza VIII. Chiama ciurmatori i filosofi e astronomi greci, che persuasero al popolo, che ogni pianeta avesse un cielo da se, e che i cieli inferiori fossero rapiti dall’ottava sfera da oriente in occidente. Perciocchè il Poeta fu Sceptico, e tenne che particolarmente le cose de’ cieli, quanto a noi, consistessero tutte in opinione e probabilità. E ne portò egli ancora una nuova nel terzo libro de’ suoi Pensieri. Salviani.

St. XIV. La Torre degli Asinelli di Bologna, così denominata da un certo Gherardo Asinelli che la fece edificare.

St. XIX. Parla di Pietro d’Abano, che, come sa ognuno, tenuto fu per mago. Ma fiorì in altri tempi. Però vuol dire il Poeta, che se allora fosse stato quivi, avrebbe armata qualche compagnia di demoni in favore de’ Modenesi. Salviani.

   Nella sopraccitata lettera del Poeta al Canonico Barisoni dei 16 di Gennaio si leggono gli ultimi due versi di questa ottava nella seguente maniera:

Quivi il gran Mago Pier sussurrò carmi,
E trasse i morti regni al suon dell’armi.


E poi si trova soggiunto: I Canti dovevano essere dodici, e si doveva introdurre Pietro d’Abano a condurre diavoli in favore de’ Modenesi; ma Monsignore Querenghi mi ha messa tanta fretta, che mi ha fatto finire alli dieci Canti. Però diremo così:

Se v’era Pietro allor, co’ fieri carmi
Traeva i morti regni al suon dell’armi.


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Ma cessata la fretta, si contentò di questa correzione, e lasciò per questa volta gli anacronismi tanto a lui famigliari. Barotti.

St. XXIII. Alla Battaglia terra del Padovano s’incontrano e riuniscono i due rami del Bacchiglione, che lontano da Vicenza sei miglia s’erano divisi, ed ivi da alto con romore cadendo prendono un correr veloce verso il porto di Chioggia, dove hanno lo sbocco.

St. XXV. La Donna di Cipada è Mantova, illustrata da’ versi di Virgilio, come Cipada da quei di Merlino.

St. XXVIII. In quelle parti quando si vuol significare qualche aiuto fuora di tempo e tardo, si dice: il soccorso di Paluello; come in Toscana e da noi: il soccorso di Pisa. Salviani.

St. XXX. L’Autore delle Note all’Asino, poemetto del Dottori, reca l’opinione di alcuni che asseriscono, che Tito Livio nascesse in Teolo. Il Tassoni però parla qui non di Livio, ma de’ genitori di lui. La più fondata opinione è nondimeno che Livio fosse da Abano, siccome afferma Marziale, che visse in Roma vicino a que’ tempi. l. i. ep. 62.

St. XXXI. E’ un castello Monselce, che, per detto del Portenari l. 2. c. 9., avanti che fossero trovate le artiglierie, era riputato inespugnabile, ed era la maggior fortezza della Marca Trivisana, e però Federigo II. imperadore maravigliatosi della fortezza grande di questo castello, lo elesse per camera speziale dell’imperio. Il Corio nella sua Istoria di Milano p. 3., dove fa memoria della sorpresa, che di Monselce fece Cane della Scala l’anno 1318, vi dice, che era sì bene situato quanto altro che fosse in Italia, e soggiunge, che il suo proprio vocabolo è Monte divite. Barotti.

St. XXXII. Dicesi, che Antenore salvatosi nella distruzione di Troia, e venuto in Italia, fondasse quivi la sua prima città, chiamata Urbs Euganea, e poi corrottamente detta Brusegana.

St. XXXIII. Nella collina d’Arquà, o Arquada, dieci miglia sopra Padova, si ritirò Francesco Petrarca, e ivi morì nel 1374. La pelle della sua gatta fu fino a’ tempi nostri conservata.

St. XXXVI. Margutte ci vien descritto dal Pulci nel Morgante per un uomo furbo e scellerato.

St. XXXVII. Begotto e Menone, Poeti burleschi in lingua padovana.

St. XLI. Anacronismo di sessant’un anno, mentre nel 1310 cominciarono ad essere detti Cavalieri di Rodi i Gerosolimitani, perchè appunto nel Settembre di quell’anno ricuperarono da’ Turchi quell’isola, e vi stabilirono la loro sede.


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CANTO NONO.


Stanza I. Questo Canto pare avere poco del comico, e non di meno tutto è comico; ma ciò viene dall’artificio usato dal Poeta in tener sospeso l’uditore sino al fine, dove poi in aspettazione di cosa grave e seria finisce in un ridicolo. Salviani.

St. VIII. Martano fu un codardissimo guerriero, intorno a cui leggasi l’Ariosto C. 17. st. 86.

St. XV. Il cavallo di pelo ubero è mascherato di bianco nel capo: nella vita ha alcuni peli di colore stornello, per altro tutto il resto è leardo.

St. XXIV. Sauro, aggiunto che si dà a mantello di cavallo colore tra bigio e tanè.

St. XXV. Questo fu accidente vero, accaduto al Signor Ippolito Livizzani nel giostrare contra il conte Alfonso Molza in Modena. Salviani.

St. XXXVII. Falbo, colore di mantello di cavallo giallo scuro. Lat. Fulvus.

St. XL. Roano, mantello di cavallo rosseggiante, o rabicano, cioè di pelo misto di due colori tendenti al rosso, l’un chiaro o l’altro scuro.

St. LXXVI. Gli Aigoni, ed i Grisolfi erano in quel tempo capi delle fazioni della città di Modena. I Grisolfi erano imperiali, e avevano cacciati gli Aigoni, ch’erano ecclesiastici e guelfi. . . . Salviani.


CANTO DECIMO.


Stanza I. Esprime elegantemente, che più da un’ora era passata a Modena la mezzanotte; essendo questa città quindici gradi all’incirca distante da quel cerchio (dagli Astronomi Orario chiamato) il quale da Settentrione a Mezzogiorno parte per mezzo la Spagna, e parte d’Africa divide; e appunto secondo gli Astronomi il Sole, e in conseguenza la notte fan quindici gradi per ora, che sono la ventesimaquarta parte di que’ trecento sessanta gradi, in cui dividono il mondo. . . . Barotti.

St. VIII. Città della Sirena, Napoli, chiamata anticamente Partenope dal nome d’una Sirena ivi sepolta. V. Strabone nel primo e secondo libro, Plinio nel terzo, c. 5. e Solino nel capit. ottavo.

St. XVIII. Il nostro Poeta in una sua postilla al vecchio Vocabolario della Crusca, scrisse: Sirocco non è Austro, nè Euro, ma tra l’Austro e l’Euro, e chiamasi Sirocco, perchè in Italia [p. 266 modifica]vien di verso Soria. Dalle quali parole si rende assai chiaro il senso di quest’ottava.

St. XXIV. Nettuno, piccola ma vaga città ed assai popolata nella Campagna di Roma. Quanto alla foggia del vestire di sue donne, il Barotti reca una lettera del P. D. Agostino Maria Sonsis Somasco, dalla quale risulta, ch’esse si vestono di rosso più che di qualunque altro colore, e di tale forma, che in Roma dicesi, che vestono alla Turchesca. Le più benestanti portano il lembo della gonna trinato d’oro a più di un giro. Il Turbante poi, di cui qui parla il Tassoni, altro non è che una fascia di pannolino, che portano intorno alla testa alla foggia de’ Turchi.

St. XXVII. Manfredi principe di Taranto, e poi re di Napoli, fu veramente innamorato della contessa di Caserta sua sorella. Veggansi le istorie di Napoli, ed una breve narrazione di tale amore scritta da Monsig. Paolo Emilio Santorio stampata fra le lettere di Paolo Manuzio. . . . . Salviani.

St. LII. Mitridate, o Mitridato, sorta di teriaca, che serve d’antidoto o di preservativo contra i veleni. Bolarmeno, terra medicinale di facultà disseccativa, di colore rossigno scuro. Alberti, Vocab.

St. LIV. Del medico Cavalca parla il Tassoni nel libro X. c. 6. de’ suoi Pensieri. Era questi suo amico; ed erano pure de’ tempi suoi e di quella professione, che loro attribuisce, il medico Sigonio, gli speziali Coltra e Galiano, e più abbasso il Fiscale Sudenti, il Giudice criminale Barbanera, e il bargello Andrea.


CANTO UNDECIMO.


Stanza I. Per sapere qual sia la corona d’Atteone diasi un’occhiata alla fronte del cervo, nella di cui figura fu trasformato da Diana, che in atto di lavarsi fu da lui curiosamente vagheggiata.

St. VIII. Con certe buone coltellate levò l’insolenza e la bestialità a un cocchiero di Roma, che è una delle eroiche azioni, che si possano contare in quella corte, dove l’insolenza de’ cocchieri, de’ birri, de’ barilari, e dei carrettieri non può essere rappresentata con alcun superlativo. Salviani.

   Scardassare lo dicono i Fiorentini del pettinare e raffinare la lana.

St. XVI. Firenze è detta Città del Fiore dall’antica sua insegna del Giglio bianco, di cui parla il Villani nel primo libro delle sue Istorie, cap. 40. Il Giglio servì poi per insegna delle fiorentine monete, che ebbero perciò il nome di Fiorino. V. Vinc. Borghini. Discorso della Moneta Fiorentina.

[p. 267 modifica] St. XXVI. Qui il Conte poeteggia assai meglio che non fece nell’altro Canto, quando non avea bevuto; perciocchè qui poeteggia come mosso da furor divino, e là poetò di suo sapere e natural talento. Ennio, Orazio e Torquato Tasso non sapevano comporre, se prima non avevano ben bevuto: e il Tasso in particolare soleva dire, che la malvagìa sola era quella che gli faceva fare buoni versi, e lo faceva perfettamente comporre. Gli spiriti de’ malinconici si rallegrano e si sollevano e grillano eccitati dal calore del vino possente e buono. Salviani.

    Questa ottava e le tre altre seguenti sono composte ad arte sul gusto passato, che a’ tempi del Tassoni aveva l’applauso maggiore; e sono poste in bocca convenevolmente ad un pazzo innamorato, facendolo comparire più stolto, perchè non trovava maniere di esprimere la sua passione, e frasi accomodate al suo genio; e perciò abbandonavasi a ridicole stravaganze, ora valendosi di vocaboli antiquati e dismessi, come nel Canto precedente, ora adoprando stranissime e scempiate metafore, come in questo luogo. Gli Autori del seicento hanno dette pazzie, quand’hanno cantato sopra gli occhi delle loro donne. Si vegga per divertimento Antonio Bruni nella Canzone quinta e nelle due seguenti della seconda parte della Selva di Parnaso. Egli vale per altri cento di quel suo gusto. Barotti.

St. XLI. Due ingegni veramente famosi Federigo Cesi, e Virginio Cesarini. Il primo fu Matematico e Filosofo di somma acutezza e dottrina, protettore de’ letterati che nel suo tempo fiorirono, e institutore e principe della celebre Accademia dei Lincei. . . . . L’altro nei pochi anni che visse arrivò a tanto acquisto di scienze, che il titolo meritossi di Fenice del secolo, e che il Bellarmino un nuovo Pico lo riputasse . . . . Barotti.

    Questo Pallavicini nell’età di 23 anni fu eletto principe degli Umoristi, onore non mai conferito in addietro, che ad uomini di soda età o di singolar nome ed erudizione. L’insigni sue opere gli meritarono poi l’onore della porpora.

St. L. Fulvio Testi valoroso Poeta, grande e confidente amico del Tassoni, fu consapevole de’ segreti significati della Secchia, particolarmente in ciò che spetta alle caricature del Conte di Culagna, come ce ne assicurano diverse lettere del Poeta al Canonico Sassi . . . . Barotti.

St. LI. Il Barotti è d’avviso, che questi sdegni non volgari del Testi col Conte di Culagna, come di Poeta contro a Poeta, fossero per concorrenza di lettere, e che anzi nascessero dai maneggi del Conte, perchè non fosse il Testi ricevuto nell’Accademia degl'Intrepidi di Ferrara.

    Alcuni interpretano costei per una certa Spagnola nominata [p. 268 modifica]Dogna Maria di Ghir, che stette un tempo in Roma puttaneggiando, che lo spennò leggiadrissimamente, e mandò fallito quest’Erode Romanesco. Salviani.

St. LIV. Questa è una copia poco alterata d’un fatto verissimo. Certo ribaldo si provò d’ammazzare in Roma il Conte di Culagna per gola ch’egli ebbe della moglie di lui. Non essendogli riuscito il disegno, fu a tempo il Conte di farlo carcerare insieme colla propria sua moglie . . . . . Barotti.


CANTO DUODECIMO.


Stanza IV. In questa nuova battaglia (se si lasci lo scherzo, che senza bisogno di chiosa agli occhi di tutti si scopre) non esce il Poeta del verisimile intorno al tempo; imperocchè, secondo il comune sentimento degli Storici, posero intorno a Modena i Bolognesi l’assedio sul principio di Settembre, o sia il giorno nono di detto mese, allo scrivere dell’Alberti e non fu sciolto se non coll’accettazione reciproca de’ patti li 22 di Dicembre, come fu notato dal Sigonio de R. It. 18, et de Rep. Bon. l. 6. E appunto durante sì lungo assedio molte sortite fecero i Modenesi, e vennero all’armi co’ Bolognesi nemici. Barotti.

St. XI. Motteggia questi Poeti, l’uno di avere usato pietose per pie, e l’altro d’aver usato il Legno Santo per la Croce, facendo equivoco col legno d’India, che guarisce il mal franzese: essendosi usurpato questo nome. Salviani.

St. XIX. Il Quartaro è una misura che contiene due barili, la quarta parte d’una botte.

    I sughi sono una composizione di mosto di vino e farina bolliti insieme, che s’usa in molte città di Lombardia.

St. XXI. Tabì, sorta di drappo, che è una spezie di grosso taffettà ondato.

St. XXII. Avendo avuto in idea il Poeta di terminare la guerra d’Enzio (da lui su quelle della Secchia, o sia di Zappolino incalmata) co’ segni di vantaggio e di superiorità per la sua patria, come in quella di Zappolino fu in fatti, fa che la pace si tratti dal Legato entro a Modena co’ Modenesi senza che punto ne sia informata Bologna: quando per altro diedero bensì orecchio i Modenesi alle parole di pace, che durando l’assedio furono ad essi avanzate o dal Legato Ubaldini, o da’ Parmigiani: ma lo stabilimento e vicendevole accettazione de’ patti seguì per mezzo di procuratori nella piazza di Bologna li 19 Dicembre 1249; come fu scritto dal Sigonio de R. Ital. l. 18. et de Reb. Bon. l. 6. Barotti.

[p. 269 modifica] St. XXVIII. Parla degli Ebrei stimati vilissimi in que’ tempi, negletti specialmente nella corte di Roma.

St. XXX. I Modenesi furono sempre acerrimi difensori della loro libertà; onde Lodovico Gottofredo nell’Arcontologia Cosmica favellando de’ medesimi così lasciò scritto: Apparuit in civibus Mutinensibus semper ingens libertatis desiderium, quam ut defenderent, non semel facultates, vitamque extremis periculis exposuerunt. Barotti.

St. XXXIV. Il Poeta ha voluto indicare le diverse volte, che prima e dopo la guerra d’Enzio mandò Modena e soldatesche e capitani alle guerre sacre spezialmente di Palestina. Ne fece memoria il Vedriani in vari libri delle sue istorie agli anni 1096, 1188, 1218, 1290. Gli annali antichi di Modena (Rer. Ital. Script, t. xi.) quest’ultima spedizione del 1290 ricordarono: Dicto tempore factum fuit passaggium ultra Mare per Mutinenses. Barotti.

St. XXXVIII. Ciarabottane, diconsi propriamente certe canne, nelle quali soffiando si lanciano freccie e palle.

St. XL. Il Sigonio de Regno It. l. 18, de Reb. Bon. l. 6. racconta questo trionfo de’ Bolognesi nella guisa appunto che viene qui descritto dal Tassoni, ed aggiugne pure, che Bononienses multa ludicra ad summum declarandum gaudium commiserunt. E difatti i Bolognesi gettavano ogni anno dalle finestre del palazzo del Legato un porcello cotto, ed altri animali vivi, che venivano poi raccolti dal popolo. Fa d’uopo però avvertire che la festa della Porchetta non dalla vittoria sopra il Re Sardo ebbe origine, ma dalla presa bensì di Faenza, siccome fra gli altri lasciò scritto Matteo Grifoni nella sua Cronaca pubblicata nel tomo xviii. degli Scrittori delle cose Italiane.

St. XLI. Nè ’l volevano allora, nè ’l vollero mai. Il Senato riflettendo a que’ pregiudizi che avrebbe potuto produrre alla pace e libertà dell’Italia il rilasciare un tal uomo, stabilì, che ad ogni costo dovesse tenersi, finchè vivesse, prigione. Nè da questa risoluzione poterono moverlo o le risolute minacce, o le larghe promesse di Federigo, o l’argento esibito da lui. Si vedano oltre la Cronaca di Bologna nel tomo xviii. degli Scrittori delle cose Italiane col. 265, l’Alberti, il Sigonio ed il Campanaccio. Barotti.

St. LI. Vien forse questa voce Saltamartino dagli antichi ciarlatani, allorchè facevano i lor salti mortali; pel quale effetto vestiti erano in giubberello.