La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte seconda/6. La Stella Polare fra i ghiacci

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6.

LA STELLA POLARE FRA I GHIACCI


Dopo la mezzanotte, una densa nebbia che s'avanzava da ponente, si distese a poco a poco sul mare, avvolgendo completamente la Stella Polare. Spinta dal vento freddissimo che era passato prima sui banchi di ghiaccio del polo, si condensava a vista d'occhio, turbinando in modo strano.

Ora s'alzava come un immenso velo ondeggiante; ora s'abbassava bruscamente, schiacciandosi, per modo di dire, contro la superficie del mare, lasciando fuori gli alberetti della nave, poi tornava a turbinare, addensandosi ora da una parte ed ora dall'altra.

La Stella Polare aveva rallentata la sua marcia, poiché vi era la probabilità che andasse ad urtare contro qualche ice-berg che la nebbia impediva di scorgere a tempo.

Tutti erano saliti sulla coperta e cercavano, ma invano, di spingere gli sguardi attraverso a quei vapori sempre crescenti.

Un'umidità straordinaria regnava intorno alla nave. La nebbia, raffreddandosi, cadeva in forma di pioggia e bagnava ogni cosa.

Sgocciolavano i pennoni, sgocciolavano i cordami, le vele, le vesti che indossavano i marinai.

Di quando in quando in mezzo a quei vapori si udivano i cozzi sinistri dei ghiacci od il frangersi delle onde contro qualche piccolo banco.

Sopra la nave passavano, come ombre, degli uccelli marini, perduti nel nebbione. Qualcuno si fermava sulla murata senza dimostrare paura alcuna della presenza dei marinai.

Erano per lo più gabbiani, strolaghe e procellarie, volatili che nemmeno nell'inverno abbandonano quei climi freddissimi.

La Stella Polare continuava ad avanzarsi con precauzione, fendendo il nebbione che s'addensava sempre più dinanzi ad essa. Era ancora lontana dalla Terra di Francesco Giuseppe e navigava in un mare assolutamente sgombro di scogliere, ma temeva sempre l'incontro di grandi ammassi di ghiacci.

Il capitano Evensen, che aveva fatto un gran numero di campagne in quelle regioni, sentiva la presenza di quei bianchi fantasmi.

– Non devono essere lontani – rispondeva a coloro che lo interrogavano. – Ci vengono incontro.

Ad un tratto, ad avvalorare i suoi timori, si udì la voce di Andresen gridare:

– Badate! L'ice-blink!

In mezzo alla nebbia, dinanzi alla prora della Stella Polare, si cominciava a discernere quella luce biancastra che riflettono i ghiacci.

Tutti si erano slanciati verso prora. In mezzo ai vapori si udivano le onde muggire cupamente come se s'infrangessero contro un ostacolo e s'udivano pure dei rombi strani e degli scricchiolìi.

Qualche enorme massa di ghiaccio, che la nebbia impediva ancora di discernere, doveva trovarsi dinanzi alla Stella Polare.

– Che sia qualche ice-berg? – chiese il tenente Querini ad Andresen.

– Temo, signore, che si tratti di ben'altro! – rispose il nostromo.

– D'un banco?

– Sì, signor tenente.

– E non potremo passare?

– Forse vi sarà qualche canale ma con questa nebbia non sarà cosa facile a trovarlo. Anche scoprendone uno, chi oserebbe cacciarvisi dentro? Potrebbe essere chiuso ed intanto il ghiaccio potrebbe pure rinchiudersi attorno a noi.

– Ghiacci a poppa! – gridò in quel momento un marinaio.

– Ci si stringono addosso – disse Andresen. – Che la Stella Polare debba subire la sorte del Tegetthoff di Payer? Deve essere stato imprigionato in questi paraggi.

Una viva emozione regnava a bordo, impadronendosi di tutti, anche del capitano Evensen. Si trattava della libertà della nave. Se i ghiacci si stringevano, la Stella Polare poteva venire presa e trattenuta forse per lunghi mesi e fors'anche per qualche anno come la nave di Payer.

Il capitano Evensen, assieme a S. A. R. il Duca e Cagni cercavano indarno di rendersi un conto esatto del pericolo che li minacciava. Il nebbione impediva loro di poter distinguere i ghiacci.

Dopo un breve consiglio, decisero di mettersi in panna e di attendere che la nebbia si alzasse.

Il vento soffiava da ponente e vi era speranza che aumentando scacciasse verso levante quelle masse vaporose.

Intanto Andresen aveva comandato di far portare in coperta dei buttafuori, solide aste dalla punta ferrata, che vengono adoperati per respingere i ghiacci e li aveva fatti distribuire lungo i bordi.

Qualche ora dopo la Stella Polare giungeva dinanzi ad una barriera di ghiaccio, la quale scintillava stranamente fra la nebbia. Era una vera muraglia, assolutamente inattaccabile e così compatta che i poderosi speroni delle moderne corazzate a nulla avrebbero giovato.

– Ci siamo – disse Andresen al tenente Querini. – Di qui non si passa!...

– E da poppa si avanzano altri ghiacci ancora!... – esclamò il tenente.

– Siamo quasi prigionieri, signore. Abbiamo alle spalle alcuni ice-bergs i quali pare che abbiano un desiderio vivissimo di piombarci addosso.

– Che perdano l'equilibrio?

– Qui le acque non sono ancora molto fredde e fondono facilmente la base di questi massi di ghiaccio. Compromesso così l'equilibrio, un brutto momento l'ice-berg fa un mostruoso capitombolo e guai alla nave che si trova vicino!... O viene schiacciata come una nocciola o sollevata dalle punte che emergono e rovesciata.

– E non si può indovinare quando quei colossi stanno per precipitare?

– Sì, signor tenente. Quando dalle sommità degli ice-bergs cadono dei frammenti di ghiaccio, i quali producono sull'acqua l'effetto di quei goccioloni che precedono un temporale di primavera, è segno non dubbio che sta per avvenire il capitombolo. Si può indovinarlo osservando gli uccelli marini che nidificano fra quei massi enormi. Quando fuggono tutti mandando acute strida, la nave che si trova presso la montagna natante deve prendere il largo precipitosamente.

– Udite quei goccioloni?

– No, signore – rispose Andresen. – Per ora gli ice-bergs che ci stringono da poppa non hanno alcuna intenzione di capovolgersi.

– Allora tutto va bene.

– Sì, pel momento – disse il nostromo ridendo.

La Stella Polare intanto manovrava in modo da non farsi cogliere fra i ghiacci che s'avanzavano da poppa e la barriera che le chiudeva la via del nord. Ora retrocedeva, ora poggiava a babordo ed ora a tribordo, sottraendosi destramente a quei bianchi fantasmi che erravano capricciosamente fra il denso nebbione.

Ora si vedevano apparire scintillanti, malgrado i vapori che li attorniavano, poi scomparivano, per ritornare a mostrarsi in altra direzione.

Di quando in quando s'udiva uno scroscio violentissimo seguìto da sorde detonazioni, e un'onda correva ad infrangersi contro i fianchi della Stella Polare, sollevandone bruscamente lo scafo.

Era qualche ghiaccio che aveva fatto il capitombolo, fortunatamente fuori di portata della nave.

Talvolta invece si udivano dei rombi che provenivano dal campo di ghiaccio, rombi che si propagavano straordinariamente fra l'umida atmosfera.

Allora si vedevano confusamente fuggire bande di uccelli marini e non pochi passavano fra i cordami della nave.

S. A. R., Cagni ed il capitano Evensen, non stavano un momento fermi. Passavano da poppa a prora guardando se i ghiacci si avvicinavano, e davano ad ogni istante comandi per far deviare la rotta lentissima già, della Stella Polare.

Il timore di venire rinserrati dai ghiacci ed immobilizzati si leggeva sui loro volti. Però conservavano tutti un ammirabile sangue freddo e comandavano le manovre con voce calma e tranquilla.

Intanto i ghiacci ora spinti dal vento ed ora portati dalle onde e dalla corrente, continuavano a girare intorno alla nave. Mentre il banco scendeva verso il sud, gli altri, come se subissero un'attrazione strana, cercavano di saldarsi al colosso.

– Come la finirà?... – chiese Querini al macchinista che era salito in coperta, lasciando il comando della macchina a Torgrinsen.

– Mi pare che cominci a soffiare vento da ponente, signore – rispose Stökken. – Se dura e se si rinforza, spazzerà queste nebbie.

– Sì – disse Andresen che era vicino a loro. – Il vento ha girato e pare che prenda forza.

– Che moto hanno questi ghiacci?... – chiese il tenente.

– Da levante a ponente, signore – disse il capitano Evensen, che s'era unito al loro gruppo. – La corrente polare in questi luoghi deriva verso la Groenlandia, almeno tutto lo fa supporre.

– Ecco una cosa importante da studiarsi. Se si fosse certi della vera direzione delle correnti polari, si potrebbero evitare molte catastrofi.

– La soluzione del problema sarebbe di grande interesse per le navi che vanno alla pesca delle balene, signore. Quei poveri naviganti, appunto perché non hanno una esatta conoscenza delle correnti, talvolta si vedono piombare addosso i ghiacci in modo così improvviso da non poterli evitare. Anche quest'anno una numerosa flottiglia che navigava in mare libero, in poche ore è stata imprigionata e quasi distrutta dai ghiacci. Se le correnti che ammassano i banchi in così breve tempo fossero state studiate e conosciute da quei balenieri, il disastro si sarebbe potuto evitare.

– E non si cerca di studiarle? – chiese il tenente.

– So che la Società geografica di Filadelfia si sta occupando seriamente di ciò. Ha deciso di far costruire dei gavitelli di forma conica, lunghi trentasei pollici, con un diametro di dodici, composti di doghe di quercia cerchiate in ferro. Un'apertura praticata superiormente si aprirà e si chiuderà mediante una vite in rame. Ogni gavitello porterà un numero e conterrà una bottiglia suggellata, entro la quale il capitano di ciascun naviglio collocherà un documento riferente la data dell'immersione, l'esatta longitudine e latitudine del punto di lancio in mare, il nome della nave e del suo comandante. I capitani delle navi in crociera per la pesca delle balene o per la caccia delle foche, riceveranno l'avviso di ricercare e raccogliere quei gavitelli, di aprirli, di prendere nota del contenuto e di rimetterli in acqua dopo d'averli ben tappati. Dovranno poi mandare alla Società geografica di Filadelfia un rapporto riferente il luogo esatto del loro ritrovamento e tutte le particolarità ed indizi interessanti e tali da far conoscere approssimativamente il viaggio che i gavitelli, trasportati dalle correnti, hanno compiuto. Si spera in tal modo, dopo due o tre stagioni, di poter ottenere una direzione esatta delle correnti polari.

– Che si speri anche di poter scoprire un qualche passaggio libero comunicante fra l'Atlantico ed il Pacifico?...

– Sì, signor tenente – rispose il capitano. – Questo è anzi il punto più importante dell'esperimento.

– Credete voi, signor Evensen, che questo passaggio esista?...

– Hum!... Ho i miei dubbi, signore – rispose il capitano, raggiungendo il Duca che era salito sul castello di prora per meglio osservare la parete di ghiaccio.

La situazione della Stella Polare non accennava a mutare. Erano già trascorse sei ore e la nebbia non s'era ancora alzata, né i ghiacci si erano allontanati.

La minaccia continuava, con una ostinazione incredibile. I bianchi fantasmi del nord, vagavano costantemente attorno alla nave come se fossero smaniosi di rinserrarla addosso al banco e di stringerla fra le loro formidabili pressioni.

La pazienza cominciava a scappare a tutti, eppure nulla potevasi tentare se il nebbione non si alzava.

Nessuno dubitava dell'esistenza di uno o più canali attraverso quel ghiaccione, ma dove cercarli?... La prudenza consigliava di non tentare alcuna investigazione per non andare addosso a qualche ice-berg pericolante.

Per sedici lunghissime ore la Stella Polare errò dinanzi alla muraglia, evitando destramente le strette dei ghiacci che la minacciavano a poppa, poi un vigoroso colpo di vento di ponente cominciò a sconvolgere le nebbie.

Le masse di vapore ondeggiavano burrascosamente, alzandosi ed abbassandosi. S'apriva uno squarcio, poi si rinchiudeva, quindi tornava ad aprirsene un altro più lontano. Le raffiche di ponente che si succedevano con maggior frequenza, incalzavano i vapori, aumentavano gli strappi.

Finalmente quel velo pesante e umido, che opprimeva gli animi di tutti, cominciò ad alzarsi, fuggendo, in ondate immense, verso levante.

I ghiacci, che fino allora si scorgevano vagamente, comparvero quasi tutti d'un colpo.

Dinanzi alla Stella Polare s'estendeva una massa enorme, un floe, ossia campo di ghiaccio formato dal congelarsi dell'acqua di mare.

Aveva una estensione notevole e presentava immense spaccature. Le pressioni che doveva aver subìto nelle regioni più settentrionali dovevano averlo danneggiato assai, tuttavia presentava una fronte ancora troppo compatta per lo sperone della Stella Polare.

Numerosi uccelli marini avevano preso dimora su quel banco e si vedevano volteggiare in grossi stormi i gabbiani, le urie, le oche e le strolaghe, gridando giocondamente.

La Stella Polare aveva ripresa la marcia innanzi, fiancheggiando il banco. Era urgente trovare un passaggio, poiché altri ghiacci navigavano verso il sud, tendendo a riunirsi al banco.

Poco dopo però giungeva dinanzi ad un'apertura capace di lasciar passare la nave. Esaminata coi cannocchiali, fu constatato, con gioia generale, che tagliava il banco in tutta la sua larghezza.

Con un'abile manovra il capitano Evensen lanciò la Stella Polare entro quel canale.

Il pericolo non era lieve. I due pezzi del banco potevano, da un momento all'altro, rinsaldarsi e chiudere la nave, disgrazia già toccata al tenente Payer col suo Tegetthoff.

Ma la Stella d'Italia proteggeva la Stella Polare, ed il valoroso Duca che muoveva alla conquista del nevoso polo.

La nave, spinta dal vento e dall'elica e audacemente manovrata, filò celeremente lungo il canale, superando felicemente quella prima prova.

Poco dopo l'immenso oceano si svolgeva dinanzi agli sguardi degli esploratori, libero completamente fino agli estremi limiti dell'orizzonte.

Libero proprio non si poteva veramente dire, ma navigabile di certo, poiché i ghiacci che oscillavano fra l'onde non erano tali da costituire un serio pericolo, né da arrestare la corsa della Stella Polare.

– Se il diavolo non ci mette la coda, – disse Andresen a Torgrinsen, il secondo macchinista, – noi giungeremo alla Terra di Francesco Giuseppe, senza fare altri cattivi incontri. Al nord l'orizzonte è limpido ed il mare quasi sgombro di ghiacci. Quindi, se tutto va bene, fra due o tre giorni daremo fondo al capo Flora.

– Credi che non incontreremo nessun altro campo di ghiaccio?...

– No – rispose il giovane nostromo. – Non vedo l'ice-blink verso il settentrione, e questo è un indizio sicuro che non troveremo altri ghiacci di grande estensione.

– Le nebbie possono arrestarci ancora!

– Bah!... S. A. R. non è persona da arrestarsi due volte. Questi italiani hanno un motto invidiabile: Sempre avanti, Savoia!... E perdinci, avanti ci vanno davvero e andranno molto lontano.

– Sono i nipoti dei primi navigatori polari, mio caro Andresen.

– Lo si vede: avanti, sempre avanti, a dispetto dei venti, dei ghiacci, delle nebbie e delle tempeste. Questi marinai dei climi temperati danno dei punti a noi norvegesi ed anche agli inglesi. Vuoi una scommessa?... Io sono certo che questi uomini, guidati dal Duca, sorpasseranno il nostro Nansen.

– Nansen!...

– Non lo credi?... Cento corone contro una pipata di tabacco.

– Dinanzi a tanta fiducia, io mi ritiro, Andresen.

– Sì, perché perderesti anche la tua pipata di tabacco – disse il giovane nostromo, ridendo.

– E da che cosa deriva tanta fiducia?...

– Sai tu chi ha scoperto pel primo la Terra di Francesco Giuseppe?... Non era né un norvegese, né un danese, né un americano.

– So che era un austriaco.

– Sì, ma il suo equipaggio era formato da tirolesi e da dalmati, che è quanto dire italiani, abitanti dei climi temperati.

– E quegli italiani sono andati bene innanzi, mentre noi uomini dei climi freddi...

– Abbiamo avuto Nansen.

– E essi ora avranno anche...

– Un Duca, un principe di sangue reale, audace, intrepido, risoluto a tutto, pur di spiegare, più innanzi che sarà possibile, ai venti del polo, la sua gloriosa bandiera tricolore.