Le donne che lavorano/XIV. La musica e il teatro

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XIV. La musica e il teatro

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XIV.

La musica e il teatro.

La musica non sembra arte umana, pare un linguaggio che venga da regioni ignorale e lontane e scenda nel profondo dell’anima, facendovi vibrare delle corde occulte e trasportandola in regioni superiori e soprannaturali.

La musica è nata colla donna; fin dai primi tempi della creazione, la sua voce limpida e squillante saliva nell’aria assieme al gorgheggio degli uccelli a festeggiare la natura risorta.

Il canto muliebre dopo aver echeggiato forte e selvaggio nelle antiche foreste ed esser salito al cielo dalle are druidiche [p. 165 modifica] unito ai sacrifizi cruenti, salì per le eccelse volte delle chiese e dei conventi su in alto col fumo degl’incensi; ed ora sulla scena; dei nostri teatri, soggioga col suo fascino, una folla plaudente e può dare uno dei maggiori godimenti che si possano desiderare su questa terra.

Se si narra d’Orfeo che riuscì a domare colla musica le fiere, e di David che potè calmare le ire del forsennato Saulle, bisogna dire che la musica abbia una potenza sovrumana.

Quando poi uomini di genio costrinsero, i suoni a seguire certe leggi e vi aggiunsero le armonie sgorganti dalle loro anime come limpide acque dalle fonti perenni, la musica si trasformò in arte sublime c quasi divina.

È strano che la donha la quale interpreta con tanta arte la musica altrui, che ha nella gola gorgheggi da usignuolo e sa trarre, colle mani esperte, concenti melodiosi dagli [p. 166 modifica] istrumenti più ingrati, non sia mai riuscita a comporre nell’arte musicale, un’opera, non dico sublime, ma nemmeno mediocre.

Può darsi che applicando la mente allo studio dell’armonia, possa in avvenire far sgorgare la poesia che racchiude nell’anima in note melodiose, ma può anche essere che la sua natura si ribelli a tanto sforzo e si contenti della parte d’interprete delle ispirazioni altrui.

In ogni caso per dedicarsi alla musica con profitto, ci vogliono attitudini speciali, e fin troppe fanciulle imparano a tormentare qualche strumento, procurano di trar suoni più o meno grati dal gravicembalo, dall’arpa o dal violino, si contentano anche della chitarra o mandolino, pur di strimpellare qualche cosa, ma in generale non riescono che a tormentare le povere orecchie di chi le ascolta piuttosto che a divertirle.

Non basta saper trarre un suono più o [p. 167 modifica] meno armonioso da uno strumento, bisogna che l’artista sappia immedesimarsi in quello come se formassero una cosa sola, e abbia tanta potenza animatrice da dar vita ai suoni che colla sua arte ne ricava.

Chi riesce a far parlare uno strumento, è certo che, oltre all’avere una mente atta a comprendere e a interpretare il linguaggio dei suoni, deve essersi dedicato intensamente al suo strumento al punto da renderlo pieghevole e ubbidiente ai suoi cenni come uno schiavo. Certo specialmente oggidì che la musica è diventala una scienza, si possono contare molti concertisti chea riescono colla loro abilità di esecutori, a guadagnare abbastanza per vivere indipendenti ed essere applauditi.

Però la carriera che è il miraggio delle fantasie giovanili, il paese incantato dei sogni, la meta che ognuno vorrebbe toccare, è il teatro.

Non credo che vi sia donna, per quanto, [p. 168 modifica] la musica s il teatro ricca e felice, che nell’assistere in teatro, al trionfo d’una grande artista, non abbia provato il desiderio di cambiarsi con quell’artista e poter destare colla voce quell’entusiasmo nel pubblico.

È da molti secoli che la donna è accettata sulla scena e anche i più arrabbiati antifemministi l’approvano, la lodano e la incoraggiano, quantunque la donna destinata agli studi incessanti, ai lunghi viaggi, alle prove della scena, molto meno di chiunque altra troverà il tempo per le cure domestiche e per l’educazione dei figli.

Ma l’artista diverte, affascina, appartiene un po’ a tutto il pubblica, e in questo, quando si tratta del proprio godimento, ogni altra considerazione scompare. È certo che l’artista è più amata, più desiderata, più acclamata di tutte le altre donne, può aspirare alla situazione più elevata, alle ricchezze più favolose, è libera, indipendente, sirena e regina a un tempo, può essere l’idolo di [p. 169 modifica] una folla plaudente, raggiungere tale celebrità e suscitare tanto entusiasmo, come a nessuna donna nelle altre carriere è dato sperare.

Però bisogna notare che per poche che riescono a raggiungere la meta della fortuna e della celebrità, innumerevole è la schiera di quelle che rimangono indietro, e la carriera del teatro è altrettanto bella, luminosa per quelle che riescono, come stentata, piena di dolori e di sciagure, senza pace, senza dignità per coloro che rimangono nell’ombra.

Se sul palcoscenico tutto appare in distanza sfolgorante di splendore e di luce, dietro la scena lo spettacolo è tutt’altro che piacevole, e qualche volta si assiste a scene ignobili e ripugnanti; non è tutto oro quello che risplende sulla scena, anzi vi è molto orpello, e la volgarità e la menzogna, regnano sovrane.

Quel mondo sconosciuto a quelli che non [p. 170 modifica] lo frequentano, è pieno di sudiciume e di fango, tanto che una donna fine e gentile vi si trova a disagio, e se non è molto avveduta ed attenta, finisce per insudiciarsi anche senza volerlo.

Tutto è falso dietro le scene, come le gemme e le corone delle regine e lo scettro dei re, false le amicizie e le ammirazioni; vi si parla un linguaggio speciale, tanto che molte persone sensibili, provano ripugnanza a vivere in un ambiente corrotto e corrompitore e preferiscono rinunciare alle gioie dell’arte.

Ecco perchè mi pare che la donna debba pensare molto prima di dedicarsi alla carriera del teatro, e più di tutto non debba lasciarsi sedurre dalla speranza di facili applausi e lauti guadagni quella che non riunisce in se le qualità necessarie per poter riuscire e trionfare; pensi che oltre al grande amore pel teatro, e questo molti lo sentono, c ai doni naturali, come bella [p. 171 modifica] voce, grazia nei movimenti, intelligenza speciale, occorre una facoltà innata di saper immedesimarsi nei personaggi che si devono rappresentare, e oltre a tutto anche un po’ di fortuna.

In un tempo nel quale era limitalo il campo delle carriere concesse alla donna, quelle che sentivano un forte bisogno d’indipendenza e volevano liberarsi dalle meschine occupazioni domestiche e dai legami della famiglia, se avevano voce, studiavano il canto, altrimenti si davano all’arte drammatica, e pur di esser libere, in mancanza di meglio, chiedevano alla danza e alla mimica il mezzo per non morire di fame.

Ora altre vie fortunatamente sono aperte o si apriranno in breve all’operosità femminile, e la donna che non ha in sè elementi quasi sicuri di riuscire, non dovrebbe lasciarsi tentare da una carriera che qualche volta fa salire molto in alto, ma più spesso fa piombare nell’abisso, è fonte di [p. 172 modifica] disinganni e per giunta, salvo in certi casi, non è priva di pericoli e d’insidie.

Tutti conoscono la vita delle grandi artiste, sia liriche che drammatiche, la stampa sparge le loro notizie ai quattro venti si sa come vivono, che cosa mangiano, come viaggiano, di che cosa si occupano; i giornali ne descrivono le vesti eleganti, i gioielli degni di adornare regine sul trono, fanno balenare agli occhi del pubblico come i tesori di Golconda; nel mondo si ripercuote l’eco dei loro trionfi, gli uomini sono ai loro piedi come schiavi, pronti ad ogni sacrifizio, per appagarle, tutte le signore fanno loro festa, ne imitano gli abbigliamenti e procurano d’indovinare il segreto che possiedono per poter, vere trionfatrici, trascinar dietro a sè una folla esultante.

Ma la vita di quelle che al pari delle compagne fortunate si sono date all’arte piene d’illusioni e di speranze e sono rimaste al mezza strada troppo tardi per scegliere [p. 173 modifica] un’altra via, chi la racconta? Chi narra le loro sofferenze? Spesso son condannate a patire la fame per vestirsi decentemente; costrette a rappresentare personaggi lieti colla morte nel cuore, non sapendo se potranno sfamarsi il giorno appresso, in balia d’impresari che pagano poco o non pagano, seminando debiti da cui sono perseguitate lungo il cammino, costrette ad andar raminghe di città in città raccogliendo più disapprovazioni che quattrini, fra le tentazioni di una vita oziosa e vagabonda che fa loro sentire l’amarezza dei disinganni, finché vinte della vita, muoiono di stenti in un ospedale o vivono gli ultimi anni di elemosina, e scoraggiate e avvilite quasi invidiano la sorte dell’operaia che passa la giornata in un lavoro monotono e quasi meccanico, ma che almeno la tiene occupata e le dà un tozzo di pane.

La vita della scena è come un foco d’artifizio; anche per le artiste che hanno [p. 174 modifica] brillato di luce intensa viene il giorno dell’abbandono, il pubblico si volge ad altri astri che sorgono sull’orizzonte, e se non calpesta l’idolo passato, lo dimentica.

Se l’artista ha potuto nei giorni dell’abbondanza metter da parte un po’ di quattrini, potrà avere una casa e condurre una vita agiata e senza privazioni materiali; ma sentirà pur sempre un vuoto intorno a sè ripensando ai trionfi passati, se non avrà saputo ornare la mente di utili cognizioni e coltivare nei giorni migliori qualche buona amicizia che riesca a renderle più sopportabili i giorni tristi dell’età matura.