Le poesie di Catullo/66

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Gaio Valerio Catullo - Poesie (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1889)
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Quei che tutti del vasto ètera i lumi
     Scorse, e primo avvisò come ogni errante
     3Stella avvien ch’or s’asconda or si rallumi,

Come del Sol veloce il folgorante
     Candor s’oscuri, come ogn’astro veli
     6A tempo certo il lucido sembiante,

E come dolce amor tragga dai cieli
     Trivia furtiva a’ Latmj sassi, ed ella
     9In esilio felice ivi si celi;

Quel Conon vide me, ch’or sono stella,
     Scintillar vivamente, e che fui pria
     12Chioma recisa a Berenice bella.

Le braccia vellutate al ciel la mia
     Reina ergendo, con solenne rito
     15Me sagrificio a molti numi offria,

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Quel dì che dalle nozze alte insignito
     Pur novamente, a desolare andava
     18I confini d’Assiria il re marito,

Che le dolci vestigia anco recava
     Da la rissa notturna, allor che delle
     21Virginee spoglie intrepido pugnava.

Che sia Venere in odio a le novelle
     Spose? Che tutte rendano fallaci
     24Dei genitori le speranze belle,

Perchè al talamo appresso, in tra le faci,
     Spargano un mar di lagrimette ardenti?
     27Oh no, così mi giovi il Ciel, veraci

Non gemono: co’ suoi molti lamenti
     La mia regina a me chiaro l’ha detto,
     30Quando vide lo sposo a rei cimenti.

Deserto forse il tuo vedovo letto
     Non piangesti? E il partir del fratel caro
     33Non ti fu di dolor flebil soggetto?

Oh come le midolle egre l’amaro
     Pensier t’invase; e ogni senso, ogn’idea
     36Dal tuo trepido cor dispersi andàro!

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Eppur da giovinetta io ti sapea
     Magnanima! ln oblio dunque ponesti
     39L’opra che nessun prode osato avea,

Onde ottenesti il regio sposo? Oh mesti
     Accenti di commiato al tuo consorte!
     42E quante volte, o Ciel, gli occhi tergesti!

Il dio che ti mutò dunque è sì forte?
     Dunque dal corpo dell’amato mai
     45Non vuol l’amante dipartir sua sorte?

Allor non senza un’ecatombe, il sai,
     A impetrar degli Dei che al dolce sposo
     48Dato fosse il ritorno, offerta m’hai.

Nè molto andò, che a te vittorioso
     Ritorno ei fè, poi che all’Egitto aggiunta
     51Ebbe l’Asia domata. Al luminoso

Coro degli astri io son per questo assunta,
     E sclolgo in novo officio un voto antico;
     54Ma dal tuo caro vertice disgiunta

Malgrado io fui, malgrado: pudico
     Capo, o regina, e te giuro, per cui
     57Chi giura invan condegno abbia il gastico.

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Ma chi co ’l ferro, ond’io tolta ti fui,
     Gareggiar può? Dei monti il più sublime
     60Le radici divelte ebbe da lui:

Non passeggiavan più superbe cime
     D’Iperione le progenie chiare,
     63Allor che i Medi le sue viscere ime

Schiusero; e all’Ato in sen creando un mare,
     Dei barbari le torme indi fùr viste
     66Sopra guerreschi legni alto vogare.

Una chioma che può, se non resiste
     Un’alpe a lui? Cada, per dio, distrutta
     69Dei Calibi la razza avida e triste;

Cada chi primo della terra tutta
     Spiò le vene, e la virtù ribelle
     72Del ferro ebbe a mortali usi ridutta!

Piangeano il fato mio le mie sorelle,
     Da me pur dianzi separate, allora
     75Che l’aere aprendo con le penne snelle,

L’aligero corsier nato ad un’ora
     Con l’etiope Mennon le premurose
     78Piume ad Arsinoe offrì locria signora;

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E per le immense regioni ombrose
     Dell’ètere con sè toltomi a volo,
     81Nel casto sen di Venere mi pose.

Chè Arsinoe Zefiritide dal suolo
     Cirenaico il mandava, ella ch’è grata
     84Alle sponde canopie, acciò che solo

Tra le faci diverse, ond’è gemmata
     L’aria, non rimanesse il serto d’oro,
     87Di cui fu già Ariana incoronata;

Ma fosse dato in tra l’etereo coro
     Sorger degli astri e a noi, devote spoglie
     90Del biondo capo, e scintillar con loro.

Così la Dea m’apre del ciel le soglie,
     E me, ch’ero umidetta anco di pianto,
     93Nel tempio degli Dei nov’astro accoglie.

Presso a Calisto licaonia intanto
     Piego all’occaso, ed al Leon gagliardo
96E alla vergine Astrea passo daccanto;

E quasi duce innanzi movo al tardo
     Boote, che nell’alto oceano appena
     99Ultimo immerge il luminoso sguardo.

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Ma benchè degli Dei l’orma serena
     Su me passa le notti, ed all’antico
     102Seno di Teti il novo dì mi mena,

(Vergin Ramnusia, con tua pace il dico:
     Chè per tema non fia ch’io taccia il vero,
     105Nè se degli astri il motteggiar nemico

Mi lacerasse, io patirei che intero
     Non uscisse dal petto il pensier mio
     108Sciolto da’ lacci d’ogni vil mistero)

Pur di tanto io non vo lieta, che il rio
     Senso non mi martelli, aimè, che ognora
     111Dal capo amato ognor lungi son io!

Ah, che tesor di sirj unguenti allora
     Io beeva, che ancor vergine e lunge
     114D’altre cure vivea la mia signora!

Deh voi, cui nuzial teda congiunge
     Nel sospirato dì, non consegnate
     117Le membra a lui cui pari amor compunge;

Gittato il verginal velo, non date
     Nude le mamme, pria che a me gioconde
     120Libagioni abbia l’onice versate:

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L’onice vostro, io dico, o vereconde
     Che cercate l’amor di un casto letto;
     123Ma di chi sozzi affetti in cor nasconde,

E d’adulteri nodi il seno ha stretto,
     Beva la sabbia le profferte esose:
     126Chè doni dalle indegne io non accetto.

Ma sempre tra di voi, pudiche spose,
     La pace alberghi, e sempre i lari vostri
     129Semini Amore di perpetue rose.

Tu, qualor volgi agli stellati chiostri,
     Regina, i lumi, e ne’ giorni festivi
     132Propiziando a Venere ti prostri,

Deh, regina, non sia che me tu privi
     Me che fui tua, di sirj unguenti: pia
     135Versa, o regina, a me balsami a rivi.

Oh, ruinasse per l’eterea via
     Ogni astro, e si mutasse il mio destino!
     138Pur che tua chioma novamente io sia,

Splenda l’Acquario ad Orion vicino!