Le vie del peccato/Il concorso

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Il concorso

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L’avara
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IL CONCORSO.

A Enrico Corradini.

[p. 254 modifica] [p. 255 modifica]è caduto in pericolo di matrimonio, – pensai io e andai a vederlo per invitarlo al mio pranzo di «svinatura.» [p. 256 modifica]Bindo non era un’aquila, ma nemmeno un’oca, e forte e ricco e solo, aveva resistito a dieci anni di vita mondana, di notti insonni, di luce elettrica, di balli di beneficenza, di complimenti alle vecchie e di baci alle giovani, senza perdere la testa o i capelli o il patrimonio. A Roma lo vedevo spesso da una signora bella che si atteggiava a letterata con la stessa compiacenza con cui le altre signore si atteggiano a cocottes e che con molta perspicacia aveva scelto a suo amante fra tutti i suoi amici, scrittori, oratori, professori, pittori, musicisti, proprio lui che non era nulla di tutto ciò, ma era bello e forte e ricco e libero... Lo vedevo spesso lì, e spesso d’accordo ridevamo sulla resistenza allo sbadiglio mostrata dalla giovane signora quando un esploratore svedese, un critico francese, un politicante spagnuolo, uno storico tedesco passavano tra gl’inchini e il silenzio ammirativo nel bel salotto di lei e le parlavano di tutto fuorchè della bellezza, dell’amore e del sole.

Qualche volta egli aveva anche fatto atto di dispotismo; e dopo avermi detto un risoluto: «Adesso, basta!», era andato a sussurrare, con un bel sorriso sulle labbra, qualche motto reciso alle orecchie della contessa, e costei dopo pochi minuti si era alzata obbedendogli e mormorando allo straniero: — [p. 257 modifica]Professore mio, mi scusi, è tardi e io domattina di buon’ora devo andare a visitare alcuni scavi recenti al Colosseo. E il professore se ne andava, e tutti ce ne andavamo, e Bindo la mattina dopo usciva assai di buon’ora, caricava in un coupé molti fiori e spariva. I servi della contessa annunciavano a chi ne domandava: La signora contessa è al Colosseo. Ma il Colosseo era deserto. — Bindo in campagna, di gennaio! Di certo gli hanno voluto dar moglie, – e la mia bicicletta volava su la strada soda verso Campello. Sul capo del monte la neve scintillava come un elmetto di argento; a torno a torno tutti gli Appennini, fino a mezzo costa, avevano i muscoli disegnati da linee di neve resistente al sole giù per tutti i seni, giù per tutti gli anfratti rocciosi. Saltellavano su i pruneti nudi lungo la via i passeri e i pettirossi; in lontananza le siepi rossastre prendevano un vago colore violaceo per l’intermedia aria azzurrina. I pioppi nudi del Clitunno in schiera folta apparivano come immani equiseti primordiali, salvi fuori dai fondi cumuli litantracei. Tutta la valle aveva un aspetto di semplicità e [p. 258 modifica]di sincerità come la nudità di una giovanissima donna. E il cielo era quasi bianco, e la terra pareva tutta nuova. Entrai vivamente portando con me l’aria fresca del di fuori e trovai Bindo curvo presso il fuoco. — Ehi, Bindo, come va? Come mai qui, di gennaio? Quest’anno abbiamo un trebbiano che pare un Graves de... Egli si volse e io m’arrestai confuso, vergognoso di quella violenta apostrofe, perchè egli m’appariva curvo, giallo, incalvito sulle tempie, cogli occhi infossati e metallici, m’appariva non solo più magro e più vecchio ma anche in realtà più basso. — Che hai, Bindo? Tu non stai bene. — Non sto bene. Per questo sono qui, – mi rispose stendendomi la mano diaccia e conducendomi vicino al fuoco. — Ma da quanto tempo? Son sei mesi dacchè non ti vedo. Che male è? — Niente di peggio di quel che vedi. Son consumato e indebolito. Il dottore m’ha spedito qua, con questi freddi; e ha avuto ragione. Ho appetito, mi rimetterò in gambe. — Ma la causa? — [p. 259 modifica]Un concorso. — Un concorso? Tu? E per quale carriera? — Nessuna carriera. Un concorso, così, puro e semplice; ossia semplice sì, ma non tanto puro. Un concorso pel gusto di concorrere. Egli sorrideva e io rivedendogli negli occhi una scintilla d’allegria, sperai. — Ma come t’è venuto in mente? — A me? Io concorrevo senza saperlo. Tu sai che i concorsi sono per titoli e per esame. I titoli miei erano buoni, per dio, a detta di tutti e di tutte; ma occorreva un esame, un esperimento. Ed è quello che m’ha ridotto così. Fa un gran freddo, sai. — Freddo, oggi? Ma tu devi venir fuori al sole. — Io ho freddo perchè ho perduto quindici chili di carne in cinque mesi tra Livorno, Firenze e Roma e così sono un po’ allo scoperto... E le maglie e le flanelle non sostituiscono la carne. — Ma almeno mi dirai chi erano gli esaminatori! — Uno solo. — Uno solo? — Già, e per dir la verità vera, era una esamiaatrice. — [p. 260 modifica]Eh! — Già. Ma via! resta a colazione e ti dirò tutto. Ci vedremo spesso poi, non è vero? Io ho faticato più di quel che fatichi tu, mio grande scienziato. Tant’è vero che tu sei grasso, ridente e colorito: e io sembro fatto di cera..., non propriamente di cera vergine. — Ma... e la contessa? — Finito tutto da quando è incominciato il concorso. Io avevo da lavorare, ti dico, e non potevo pensare anche a lei. — E adesso? — Adesso s’è data al socialismo cattolico. Poi tu mi spiegherai che cosa sia. Io vorrei sapere se ci sia anche un socialismo ebraico. Sarebbe grazioso. — E con chi s’è data al socialismo? — E chi lo sa? Chi ha avuto tempo da pensarci? — Insomma parlami del concorso. — Subito. Io non fumo per proibizione del dottore; tu fuma, se vuoi. Io prendo un bicchierino di elisir di china, e fra un’ora, prima di colazione un cucchiaio di fosfato, e a colazione niente altro che carne e uova, uova e carne. Dunque, ecco il racconto specificato dell’esame. [p. 261 modifica]E sorseggiando il rosolio ricostituente, povero Bindo, ricantucciato accanto al fuoco, con un grande scialle su le ginocchia, narrò lentamente: — Tu conosci la Varano? No? Pensaci bene: tu ci ballasti al ballo della Croce Rossa al Grand Hôtel l’altr’anno, e conoscesti anche il marito. — Chi? quel colosso con la barba rossa che sembrava Vercingetorige in frac? — Proprio lui. Ti ricordi che spalle, eh? E che voce! E che appetito! Ma seguitiamo il racconto. Dunque io conobbi la moglie la stessa sera che la conoscesti tu. Quindici giorni dopo andavo a casa di lei, all’ora del tè; un mese dopo ci andavo un’ora prima dell’ora del tè, quando non c’era nessuno; dopo altri quindici giorni ella veniva da me a prendere il tè e in cambio mi dava del tu, e fumava le mie sigarette, e mi costringeva ad aspergermi di un certo suo profumo violentissimo, e non mi permetteva di portare che cravatte viola e mi proibiva di andare dalla contessa. Insomma io ero il suo amante assai più di quel che ella fosse la mia amante. — Ossia? — Difficile a spiegarsi. Ecco... In borsa tu sai che significhi accaparrare tutti i titoli di una certa rendita che sono sul mercato? Significa divenir [p. 262 modifica]padrone di quella data impresa, sia pel rialzo che pel ribasso. Ora – me ne sono accorto tardi, – Bianca Varano giocava al ribasso; e chiedendo tutto lo stock che io potevo darle e dovendo io per non far cattive figure concederglielo, m’ha ridotto così... fallito... — Tu presso a poco saresti un banchiere fuggito... — Precisamente, ma senza aver più nemmeno un centesimo nelle mie tasche, a quel che assicura il dottore, per parecchi mesi. — Povero Bindo... Ma come sei stato così imprudente? Pure tu eri abbastanza esperto, e due labbra fresche e sode anche se ti chiudevano gli occhi e la bocca a furia di baci, non dovevano riescire a farti perder la testa. — Qui entra in campo l’idea del concorso. Io nei primi giorni credetti che quel gigante dalla barba rossa fosse come le castagne troppo grandi: acotiledone, diceva il botanico della contessa. E credetti di dover spendere per lui. Ma una sera uscendo da casa sua e scendendo da Villa Ludovisi verso il Corso, egli mi domandò all’improvviso: «Bindi, ella conosce Lalla, quella milanese che abita a via Viminale?» Io risposi di sì, con un po’ di prudenza perchè temevo che poi egli [p. 263 modifica]narrasse qualche cosa alla moglie. «Scusi, sa, ma tra uomini... tra giovani... me la presenterebbe?», e si accarezzava la barba sotto il mento come accarezzasse già i capelli lucidi di Lalla. Ti puoi immaginare come gliela presentai, e meglio puoi immaginare come presentai lui a lei. Lalla che è una ragazza perspicace, si condusse a meraviglia e, siccome aveva allora allora per lunga convivenza studiato tattica con un tenente di cavalleria della scuola di Tor di Quinto, prima di qualunque scontro affamò la piazza assediata impedendo al nemico qualunque uscita. Una sera finalmente ricevetti un telegramma di Lalla «Vieni domani mattina». E la mattina dopo ci andai, era a letto ancora, e appena mi vide, mi gridò incontro: «Bel dono che m’hai fatto, saperlipopette! (Sai che quella è la sua esclamazione più vivace). Bel dono! Ma quello non è un uomo, è una belva! Una belva, ti dico! saperlipopette!» Io non so precisamente che idea Lalla abbia di una belva, ma certo malgrado le lamentazioni e i languori di quella mattina, ella ne parlava con rispetto come se invece di parlar d’una belva avesse parlato di un domatore. Io caddi dalle nuvole. Tu mi capisci. Pensavo con terrore a Bianca, piccola, pallida, fragile e tanto ardente: Vercingetorige e [p. 264 modifica]io, che alla meglio cercavo di imitarlo, eravamo poco o niente per lei. Rivedevo in lei la femmina divoratrice di uomini secondo le apocalittiche visioni dei padri cristiani; e quel terrore non era l’eccitante più adatto per farmi vincere il concorso. Perchè il concorso fu visibile in questo fatto: ai primi di agosto ella partì con Vercingetorige per Livorno. Lalla fu da lui mandata un giorno prima a Firenze. Io raggiunsi Bianca a Livorno un giorno dopo; e il gigante che ha beni e parenti nel Pistoiese, andava e veniva tra Firenze e Livorno ogni tre o quattro giorni. — Ma s’era avveduto dei rapporti fra te e...? — E sua moglie? E chi lo sa? Il perfetto amante non deve mai pensare al marito. Ogni pensiero dato al marito è un’offesa alla moglie; e una donna gli perdona più facilmente un’infedeltà che un’eccessiva preoccupazione del marito. Ella ci provvede da sè. Del resto io non credo che esistano mariti che sappiano qualche cosa, durante... Dopo, forse. Ma andiamo innanzi. Dove eravamo? — Mi davi la situazione topografica di voi quattro. — Ah benissimo! Dunque in quel periodo in cui il gigante era tutto preso da Lalla, Bianca divenne di un’idealità estrema: passeggiate lunghe, [p. 265 modifica]baci piccoli e lievi come confettini santé, discorsi flebili, chiari di luna, orzate al seltz, versi di Walter Scott. Io pensai che fosse innamorata del marito e tormentata dall’infedeltà di lui: sono frequenti questi casi di amore apparentemente doppi in uno stesso cuore di donna. Ma mi dovetti convincere del contrario. Ella (io non le avevo mai parlato di Lalla) mi disse di aver trovato a casa lettere indirizzate a suo marito da una cocotte milanese, mi disse anche di sapere che egli la teneva a Firenze e per questo veniva poco a Livorno; ma non se ne mostrò nemmeno offesa nell’amor proprio. E vidi che ella aveva una vera impotenza sentimentale, tanto più visibile allora che per nascondermela ella prendeva tutte quelle arie romantiche e celesti. Io la lasciai fare. Sai che il mare a me dà subito il dolor di testa, e io, già un poco abbattuto dal passato luglio faticoso, ero tutto felice di passeggiare con lei al chiaro di luna in riva al mare e di leggerle nei pomeriggi sonnolenti Walter Scott e anche Chateaubriand. Ma a fin d’agosto io ricevo una lettera da Lalla che mi annunzia una rottura definitiva con un sospiro e un «saperlipopette, non ne potevo più.... proprio al contrario di lui.» E il giorno dopo arriva il gigante in persona, e propone alla [p. 266 modifica]moglie di andare a Firenze e induce anche me a seguirli. Ora appena potei sapere e capire che le relazioni tra il gigante e la piccola moglie erano tornate allo statu quo ante, la ferocia di Bianca ricominciò. Un giorno, risoluto a salvarmi mentre ella nella mia camera all’Hôtel Savoy davanti allo specchio si riavviava i capelli neri ritirandosi a volta di un passo per giudicare l’acconciatura, io che ancora ero sdraiato sul letto e fumavo, le domandai improvvisamente: «Dì un pò, Bianca, tuo marito è molto.... molto cattivo?» Ed ella dopo un momento con indifferenza aggiustandosi un ultimo ricciolo con la punta d’una forcinella: «Cattivo? Ma dì cattivissimo, addirittura. È terribile. Bindo mio», e si mise a ridere pian piano d’un risetto gutturale come fanno le piccole puledre quando provano a nitrire. Io osai: «Più cattivo di me?» Ella con la stessa serenità, lentamente disse come pesando la sentenza: «Ancora non potrei giudicare. Ma... credo di più». Poi si voltò e corse a baciarmi mormorando da presso tra i capelli su gli orecchi: «Ma ti paiono cose belle da domandare, queste?» Ho resistito settembre a Firenze; ottobre, novembre e decembre a Roma. Il giorno avanti a Natale ella, ridendo ridendo, a un’altra domanda mia timorosa [p. 267 modifica]ha risposto: «Eh sì, francamente, egli è più cattivo di te. Ma io voglio più bene a te, lo sai.» Io son partito e il dottore m’ha ordinato la doccia, l’elisir di china, l’arsenico, le uova e carne. L’astinenza, poi, era inutile che egli me l’ordinasse. In marzo, alla primissima primavera, Bindo era tornato forte e allegro; e già stavamo per partire insieme per Firenze (che Roma ancora gli incuteva un sacro terrore), quando una mattina egli ricevette un telegramma che gli annunciava l’arrivo dei Varano di passaggio per Firenze. — Già noi partiremo per Roma e lasceremo andare Firenze, – mi disse Bindo e tremava un poco. — Ma pure bisogna riceverli, mostrar loro Spoleto, Trevi, il Clitunno, gli affreschi... — Non ne capiscono niente. Io faccio telegrafare dal mio fattore che sono fuori, in viaggio, lontano, all’estero. Non voglio vederli. — Hai paura? — Si capisce. Ohè, ti rammenti in che stato ero ridotto a gennaio? — Bene càlmati. Tu li vedrai, li riceverai. Devi mostrare a lei la tua salute riconquistata. [p. 268 modifica]Bindo si convinse, pure alla stazione dove andammo insieme era un po’ pallido, quasi la sola vista della donna terribile potesse abbatterlo per sempre. E li conducemmo su a villa Bindi e alle sorgenti del Clitunno e a Trevi. L’ultima sera io salivo tra gli alberi sul prato verso la villa, e non c’era luna. Udii dietro un laureto il romor d’un bacio e riconobbi la voce del gigante: — Buona, Bianca, buona. Dopo.... dopo.... Ma ella insisteva: — Non ci sei che tu, non ci sei che tu. Davvero questi altri non mi sembrano uomini rispetto a te. Io passai tacito a capo chino, umilmente.