Lettera di Sebastiano Ciampi sopra tre medaglie etrusche in argento/Testo

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Eccellenza


Gradite al sommo state mi sono le tre antiche medaglie d’argento regalatemi dall’E. V. nelle quali ho specialmente ravvisato un testimone della memoria che Ella si degna conservar di me e del mio genio per simili antichità. E giacché regalandomi del buono e sonante argento, gradisce in isconto qualche parola intorno al pregio delle dette medaglie, eccomi a soddisfare, prima all’obbligo mio di ringraziarla, e poi all’altro d’ubbidirla nel miglior modo che mi potrà riuscire. Primieramente non mi cade in animo nessun dubbio sù la loro genuinità. Lo stile di quelle teste è antichissimo. L’essere poi state trovate, com’Ella mi assicura, insieme con altre molte, sopra i monti Lucchesi che guardano la marina, mi garantisce sempre di più la non equivoca loro sincerità. Nè sono di poco pregio e per la forma piuttosto ovale che sferica, e per esser prive di qualunque tipo nel rovescio; caratteri che le fanno risalire all’epoca prima della Numismatica; epoca bensì assai estesa, che dall’origine dell’invenzione della moneta e dell’infanzia dell’Arte del Disegno arriva fino ad un perfezionamento notabile si dell’una, come dell’altra. Antiche medaglie senza tipo nel rovescio poche ne conobbe l’Eckhel avendo scritto che rarum est vedere numum cum aversa piane sterili (Doct. N. V. Vol. I. Proleg. Gene. Cap. 18. pag. CIV). Il Guarnacci ne riporta una d’oro che la crede di Todi dall’unica lettera etrusca Oscan T1.svg che vi è impresta.

Il chiarissimo Numismatico ed amico mio Sig. Conte Viani ne possedè già tre, da lui tenute nel numero delle incognite, delle quali una d’oro, e dettele in cambio di altre più analoghe a’ suoi numismatici studj all’eruditiss. Sig. March. Giuseppe Pucci, che ora le conserva nel suo [p. 4 modifica]ricco museo. Il celebre Sig. Sestini Numismatico di quel grido che ognun sà, varie ne conosce egli pure, specialmente della zecca di Populonia; ma non per questo scema la rarità delle nostre e perchè la loro grandezza non è ovvia tra le medaglie in argento dell’epoca a cui queste risalgono; e perchè quantunque sene conoscano varie senza rovescio, pure son assai rare in confronto della grandissima quantità delle improntate da ambe le parti. Pesa la prima denari 9. gr. 12. la seconda denari 9. gr. 18. la terza denari 9. gr. 6. Concedendo che la diversità dei grani derivi dalla maggiore o minore consumazione, possono considerarsi di 10 denari l’una, o siano tre tetradrammi. Appunto dall’essere questa specie di medaglie e senza iscrizione e senza tipo nel rovescio è molto difficile il determinare a quale Zecca debbansi attribuire. Vi sono altre medaglie, scrive il chiarissimo Lanzi (Saggio ec. T. 2. P. III. pag. 114. §. XIII.), più difficili ad interpretarsi perchè hanno una o più lettere, ma applicabili a diverse città, onde se qualche altro segno non ajuta alla intelligenza, elle si rimangono tra le incognite. È questo appunto il caso nostro si per la prima, che per la seconda osservazione. Due infatti non hanno rovescio, e neppure una lettera, sia che non mai vi fosse stata, sia che non più vi si scorga, o per consumazione del metallo, o per essere state tosate. La terza, parimente senza tipo nel rovescio, presenta una sola lettera dietro al collo della testa, che come nell’altre due evvi improntata. Rifacendomi da questa, che ha una lettera, è noto che una o più lettere iniziali nelle medaglie e nelle monete talora indicarono i distintivi delle Officine di una Città o di varie concorse a quel conio; talora il nome del personaggio in esse rappresentato. A prima vista la lettera della presente medaglia sembrar potrebbe un λ greco, e quale si trova pure in molte iscrizioni italiane; ma lo stile di quelle teste, il modo della fabbricazione, ed il luogo in cui furono trovate non permettono di toglierle a qualche zecca dell’Etruria, perciò all’etrusco, piuttosto che al greco o ad altro vecchio Alfabeto italico, bisogna che [p. 5 modifica]facciamo ricorso. Stando alla testimonianza degli scritti monumenti etruschi, due sole lettere si rassomigliano alla nostra per la figura, se non sempre per la posizione, cioè la EtruscanL-01.svg e la EtruscanL-02.svg che sono la L e la P. La prima, dice il chiarissimo Lanzi (l. c. p• 120) talora è ambigua o per la forma o per la posizione, onde può confondersi con la EtruscanL-01.svg e con la EtruscanL-02.svg.

Se dunque prendasi per la lettera L, fatta attenzione al luogo dove queste medaglie furono ritrovale, due sarebbero le città, le quali hanno l’iniziale corrispondente: Luni e Lucca.

Si è preteso dagli antiquarj che avesse Luni la sua zecca. Il principale argomento l’hanno preso da una medaglia riferita dal Passeri (Paralip. Dempst Tav. V. N. I.) Dal Guarnacci (Orig. Ital. T. 2. Tav. XII. N.8) Dal Lanzi (Saggio ec. T. 2. Tav. I. N. 10) nel diritto della quale è pure una testa senile barbata e co’ capelli cinti di nastro. Ma sospettò l’Eckhel che la parola Luna, la quale vi si legge sia il residuo di Pupluna (Populonia); cosa non difficile ad essere avvenuta per la consunzione del metallo. Questo sospetto è pure caduto in mente al chiarissimo Sig. Sestini. Il non trovarsi nessun’altra moneta certa di Luni avvalora l’opinione di questi due sommi numismatici. Il Guarnacci credette di possedere due altre monete di Luni, ma non ne avevano scritto il nome; e perciò è da credersi che appartenessero piuttosto alla ricchissima zecca di Populonia, a cui non disconvengono le impronte che egli ne addita. Nelle Novelle Letterarie di Firenze N. XVII. 26 Aprile 1764 si legge un’articolo di lettera scritta dal Sig. Canonico Alberto Poch di Sarzana ai 24 Marzo del 1765 dove egli afferma essergli stata mostrata dal celebre eruditissimo Monsignor Mario Guarnacci una Moneta di Luni molto bene conservata con l’iscrizione in caratteri etruschi, la quale dice LUNI da me veduta ec. È da notarsi peraltro che questa moneta con l’iscrizione Luna non dice il Guarnacci d’averla mai posseduta, e si riporta unicamente al Passeri nel luogo citato. Quelle che egli credeva di possedere non [p. 6 modifica]avevano, per sua testimonianza, iscrizione veruna. Quella dunque citata dal Sig. Poch dovette essere la stessa che la riferita dal Passeri, la quale potè essere stata mostrata al Guarnacci. Quantunque parmi strano che essendo l’Opera del Guarnacci pubblicata nel 1767 e perciò posteriore di due anni in circa alla data del 1765 che presenta la lettera del Sig. Poch, non vi si dichiari dall’Autore d’aver veduta, o posseduta la medaglia originale con l’iscrizione Luna e si contenti di parlarne unicamente dietro la testimonianza della tavola del Passeri.

Ella è cosa da far maraviglia che essendo stata la città di Luni una delle più commercianti della Etruria, con tutto ciò niuna delle sue monete sia giunta fino a noi col suo nome manifesto, tranne quell’una in questione. Dar si può che ve ne siano tra le incognite; ma, come vedremo, anche queste più che a Luni, a Populonia possono attribuirsi.

Se difficilmente concedo a Luni la nostra medaglia, potrà ella darsi più volentieri a Lucca? Non ignoro che il chiarissimo Lanzi alcuna tra le incognite, ma segnate colla lettera L, non ha ricusato di crederla probabilmente Lucchese; quantunque preponderasse in favore di Luni (Saggio ec. T. 2. P. III. Iscriz. e Tipi di Medaglie Etrusche pag. 122.). I fasti Lucchesi, se non raggiungono la celebrità, e l’antichità di quelli di Luni, debbono certamente incominciare da un’epoca in cui l’Etruria non fu per anche totalmente soggetta alla romana potenza. L’anno di Roma 577 nel consolato di C. Claudio Pulcro, e di T. Sempronio Gracco fu Lucca dichiarata Colonia Romana1 e le venne assegnato un territorio smembrato dalla Liguria, e che i Liguri avevan tolto all’Etruria (T. Livio lib. 41.). Sebbene niun certo monumento scritto ci resti di Lucca Etrusca, ciò non impedisce di credere che il suo stato fin da quel tempo fosse di qualche importanza. Quando la tolsero i [p. 7 modifica]Romani agli Etruschi o ai Liguri era assai ben munita, per quanto ne scrive Giulio Frontino (lib. X. cap. 46.), lodandone la situazione, le fortificazioni, e la bravura de’ suoi difensori. La località sua tra la Liguria e l’Etruria, rendevala come un luogo neutro, e comodissimo al commercio de’ due Popoli. Prima di diventare Municipio e Colonia Romana aver dovette proprie leggi e magistrature, e non inverosimilmente, ancor la sua zecca. Fino al tempo di Strabone erano popolatissime le sue campagne, sparse di borgate e castelli, come lo sono anche al presente2. Or qui non voglio tralasciar [p. 8 modifica]d’esporne un idea, che se qualcuno volesse prenderla piuttosto per un bel sogno fatto ad occhi svegli ed aperti, non starò punto a contradirgli. Gli antichi e specialmente gli Etruschi preferivano alla pianura le alture; massime che quella di Lucca fu molto probabilmente paludosa, e stagnante nei remotissimi tempi. E non potrebbe credersi che Lucca Etrusca, o Ligure invece d’occupare la presente sede, fosse piuttosto situata sopra i monti? Diventata Colonia Romana trovarono comodo gli abitanti di trasferirsi più verso la strada che facilitava il commercio con Pisa e la comunicazione con Roma. Non sarebbe senza esempio un tal fatto, essendo certo che molte antichissime città cambiarono sito, senza che sappiasene oggi il perchè, nè l’epoca, e forse [p. 9 modifica]non ne fu altro il motivo, che la maggior comodità del commercio di terra o di mare.

Ma per dare al mio sogno qualche appoggio probabile farei osservare che chiamandosi da Frontino (l. c.) l’antichissima Lucca Oppidum .... situ .... tutum, non sembra che questa prerogativa s’adatti bene alla presente situazione; ma che piuttosto convenga ad un luogo elevato, e d’accesso difficile. Sebbene ai tempi di Frontino fosse Lucca probabilmente nel sito che, presso a poco ha in oggi; è peraltro cosa sicura che egli prese da memorie antiche quel che ne scrisse. Né imporre ci debbono gran cosa gli avanzi di muraglia urbana o altro fabbricato che mostrano una costruzione solita degli Etruschi; poiché è ormai fuor di questione che anche i Romani usarono quel modo di edificare, e poteron esser quelle le prime mura della nuova città, che i Lucchesi divenuti Romani vi fabbricarono. Ma ritornando all’argomento, sebbene non sia in verisimile che Lucca aver potesse la sua zecca; ciò non ostante, la totale mancanza di monumenti sicuri, o almeno molto probabili, le poche, per non dir punte, notizie dello «tato di lei al tempo degli Etruschi, o dei Liguri, sono tutti i motivi che le debbono far cedere a Luni qualunque pretensione sopra le medaglie o monete con la lettera L iniziale trovate in Toscana, specialmente in quel tratto che rimane nel territorio Lunense e Lucchese.

E che dovrà poi dirsi se molte delle medaglie credule aver impressa la L, abbiano invece la P per le ragioni indicate di sopra? che la P possa confondersi con la L l’osservò già il dottiss. Lanzi: che poi veramente molte medaglie credute incerte, o attribuite probabilmente a Luni per li pretesi emblemi dì quella città, si debbano ascrivere a Populonia è l’opinione del chiarissimo Sig. Sestini. Perciò che appartiene alle nostre, egli vi ravvisa senza dubbio la fabbricazione delle officine di Populonia, e lo stesso argento solito d’esser ivi adoprato. Alla sua opinione soscrive pure il dotto antiquario Sig. Ab. Gio. Batista Zannoni, ed io pienamente ancor vi acconsento. La lettera Lettera di Sebastiano Ciampi p17.png per iniziale di Populonia si [p. 10 modifica]osserva in molte medaglie conservate nel museo volterrano, e che manifestamente hanno gli emblemi di Populonia. Nè debbe far maraviglia che la nostra lettera non esattissimamente corrisponda alla forma dell’Etrusca. Chi non conosce le alterazioni delle antiche lettere secondo la diversità dei tempi in un’istesso Alfabeto? Nel Museo Volterrano vedonsi medaglie sicuramente di Populonia in argento aventi la testa di Mercurio con la lettera P pressochè in questa forma Lettera di Sebastiano Ciampi p18.png, e che dal Sig. Sestini, è creduta del secolo sesto o settimo di Roma. Prima che questo illustre Numismatico le sottoponesse al suo esame, furono poste tra le incerte da Combe, e da Pellerin.

Le tre teste barbate con capelli corti, e con mostacci hanno il carattere di Nettuno; emblema conveniente a Populonia, ed in generale ai porti e luoghi di mare. Mal distinguesi, per la consunzione, se corona, o semplice nastro gli stringa i capelli. All’occchio armato di lente dell’espertissimo incisore Sig. Carlo Lasinio sembrò una corona, che circondando la fronte termina in filo o in sottil gambo, dove serra i capelli presso la nuca.

La testa della prima medaglia sembra più chiaramente laureata, sebbene assai malconcia. A prima vista pare che abbia un piccol berretto non somigliante nè al frigio, nè ad altro solito incontrarsi nelle anticaglie di Etruria. Ma, usate diligenti osservazioni sopra l’originale, si trova essere piuttosto una rasatura, o schiacciatura fatta con lima o altro strumento; poichè vi si scorgono alcune tracce o dei capelli, o della corona. Il sospetto s’accresce dal vedersi delle impronte d’altri colpi o d altre ammaccature nel rimanente del viso, e specialmente dove essere dovettero i mostacci e la barba, di cui non restano che languide tracce. Se la ghirlanda o laurea non si credesse convenir pienamente a Nettano, invece d’un semplice nastro, non disconverrebbe a Giano, Nume tutelare del commercio, come inventor della nave (V. Macrab. Saturn.).

Rimarrebbe ora da stabilire con qualche maggior [p. 11 modifica]precisione il tempo; al quale possano appartenere queste medaglia. Se lo stile del disegno non fosse argomento troppo generale, e di non sempre sicura induzione, credo che non disconverrebbero alla seconda epoca dell’Arti Etrusche, ed al più, al quarto secolo di Roma. Certo è che l’arte si vede slontanarsi in quelle teste dall’antica rozzezza etrusca, e andar verso il miglioramento; sebbene manifesti caratteri vi si scorgano dello stile tuscanico, che i lavori degli Etruschi più o meno conservarono anche nelle più lodate opere loro.

Ecco esposto all’E. V. quel poco che ho saputo sopra un soggetto nel quale dir si possono molte cose generali, e assai poche appartenenti direttamente all’argomento. Se non ho creduto d’avere argomenti sufficienti per concederle a Lucca, spero che per questo codesta illustre città non mi stimerà meno sollecito della sua gloria, ed avendo molti sicuri vanti, non terrà a calcolo le mendicate lodi, le quali dai poco critici, o dai fanatici scrittori vengono spesso accumulate per edificare sistemi che come nebbia si dissipano in faccia al sole della verità.

Dell’E. V.

Pisa 1 Novembre 1813.
 
Devotissimo Servitore
Sebastiano Ciampi

Note

  1. V. Memorie per servire alla storia del Principato Lucchese T. I. p. 3.
  2. Nelle Memorie per servire alla Storia del Principato Lucchese T. I. p. 11 Lucca 1813 citandosi Strabone sene riportano le parole così tradotte in latino ad montes Lunae incumbentes est Luca, ubi plerique per vicos (seu vicatim) habitant. Il chiarissimo Autore delle dette Memorie prende a sostenere che habitare per vicos o vicatim ivi significar debba non già abitar separatamente in diversi castelli, come intese il Beverini: primi illi Lucenses sparsis vicis habitarunt ma bensì abitare in diverse contrade collegate insieme e congiunte. Per convalidare la sua opinione cita un luogo di P. Vittore de Regionibus urbis: Singulis Romae vicis quatuor praeficiebantur viri qui magistri vicorum dicebantur. Un’altro di Tacito lib. 2 c. 95 = editis tota urbe vicatim gladiatoribus = e finalmente un’altro luogo di Cicerone nell’orazione pro domo sua = servorum omnium vicatim celebrabatur tota urbe descriptio. Primieramente la voce vicatim in origine non altro significò se non che sparsim per vicos. Furono i vici gruppi di case qua a là disseminati che poi moltiplicatisi vennero ad essere racchiusi dentro il circondario delle mura; e così ingrandironsi Roma ed Atene.

    Inseguito il vicus talora indicò come il κωμος, Borgo, Castello alla Campagna, talora uno di que’ vici che rimasero nel circondario della città, dove molti vici comprendevansi in una regione. A questi due significati si riferì conseguentemente anche il vicatim, che talora fu adoperato invece del semplice avverbio sparsim qua, e là. In questo senso debbe intendersi presso Giulio Cesare de bello Alexandrino = Quo facto est admonitus Ganymedes posse nostros aqua intercludi; qui distributi munitionum tuendarum caussa vicatim ex privatis aedificiis, specubus et puteis extracta aqua utebantur. E Orazio; vos turba vicatim hinc et hinc saxis petens contundet obscaenas anus (Epod. 5. v. 97.). Questo significato derivò appunto a dispertitis vicis. Il diverso significato della parola vicatim debbe dunque attingersi dal contesto, e dal modo col quale dagli scrittori è adoperata. Indi è che nei passi citati dal chiarissimo Autore delle Memorie ec. trovandosi la circostanza manifesta che ivi s’intende di riferire rire il vicus, o il vicatim a Roma, è anche chiaro che si debba intendere il vicatim per vicos Romae. Ma quando è adoperalo senza relazione né a Roma nè ad altra città, in tal caso il vicatim non può avere altro senso che sparsim per vicos; come appunto habitare vicatim cioè habitare sparsim in vicis huc et illuc dispertitis. Lo stesso vocabolario del Forcellini che riferisce gli esempi citati dal chiarissimo Autore, aggiunge questi altri: Samnites in montibus vicatim habitantes (Livio lib. 9. cap. 13. ) Mesopotamia tota Assyriorum fuit vicatim dispersa, praeter Babylona, et Ninum (Plin. lib. 6. cap. 26).

    Che Strabone non riferisca κωμηδόν vicatim a Lucca, ma alla Campagna Lucchese è evidentissimo dal contesto dell’originale πρὸς δὲ τοῖς ὄρεσιν ἐστὶ πόλις τοῖς ὑπερκειμένοις τῆς Λούνης Λοῦκα. Ἔνιοι δὲ κωμηδὸν οἰκοῦσιν. κ. τ. λ. lib. 5. Da queste parole è manifesto che il tradurre ubi plerique vicatim habitant non è l’equivalente delle parole ἔνιοι δὲ κ. τ. λ, ma bensì aliqui autem vicatim habitant in ea regione; proseguendo ἐυανδρεῖ δὲ ὄμως ἡ χώρα. La particella δὲ chiaramente indica il passaggio da una ad un’altra cosa. Ed infatti se κωμηδόν vicatim avesse dovuto riportarsi a Lucca come mai o plerique, o aliqui solamente avrebbero potuto abitarvi vicatim?

    Ma quorsum haec? che mai hanno da fare i testi latini per determinare il senso preciso d’un vocabolo greco?

    Se i Latini, parlando di Roma, adoperarono la parola vicatim per denotare i vici di Roma; la parola κωμηδόν presso i Greci non altro indicò se non sparsim per vicos alicujus regioni κατὰ χώραν.