Lettere due di un professore di Padova a S.E. Andrea Cornaro

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Saverio Bettinelli

1800 Indice:Bettinelli - Opere edite e inedite, Tomo 12, 1800.djvu Lettere due di un professore di Padova a S.E. Andrea Cornaro Intestazione 27 maggio 2015 75% Da definire

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LETTERE DUE

DI UN PROFESSORE DI PADOVA1

A S. E. ANDREA CORNARO

SOPRA LE LETTERE DI VIRGILIO

LETTERA I.


RIcevei ieri un foglio graditissimo di V.E. col poemetto sopra le Raccolte di terza edizione, ed altresì le lettere del Gozzi contro le lettere anonime, e quelle del Forcellini, come qui dicesi, contro il poemetto delle Raccolte. Le rendo vive grazie del dono, ma più dell’ingenua sincerità, con cui fa meco affidanza circa l’indiscreta, e scortese maniera usata dal nostro Gozzi. Io non avrei creduto in via di civile onestà, ch’ei dovesse scriver contro, dopo d’aversi assunto l’impegno d’assistere alla stampa del [p. 126 modifica]libro, in cui lode alla sua diligente attenzione sono sdrucciolati li gran belli spropositi; ma dato che ne abbia da lei chiesta licenza, non doveva inveire contro chi non è autor delle lettere, o fa di tutto per non volerlo essere. Io posso asserire colla più giurata pontualità, che dalla bocca di V. E. non potei in tutto quest’autunno, nè a Padova in tempo del Santo, ove per la prima volta si compiacque di leggermele, trarle giammai nemmen fra denti che il Bettinelli ne fosse egli il padre, quantunque più d’una volta con seduttrice curiosità ne l’abbia ricercata. M’incresce assai di simil procedere, ma siccome l’onore è dell’onorante, così l’ingiuria ricader suole più sù chi la fa, che sù chi la riceve. Ma non c’è più rimedio, vibrato è il colpo, ed ha percosso chi non dovea. V. E. non può imputar niente a se stesso, se non d’aver sempre tenuto coperto il nome dell’amico supposto, ed altresì di non tenere al presente celato l’intimo giusto dolore, e sdegno contro chi non serbò le leggi della civiltà, o dell’onoratezza. Già per quello ho udito da alcuni; le critiche gozziane [p. 127 modifica]sono coserelle, e scarse di sapere che nullapiù, e se gli può appropriare il parturient montes. Basta io le leggerò, e le saprò dire il mio sentimento. Ma dicano pure, e ridino a lor posta contro le lettere, che per Dio tutti li satelliti di Dante, e del Petrarca allambicati per bagnomaria non arrivaranno giammai a comporre un poemetto, come quello delle Raccolte, e dirò anche uno di quelli scritti in verso sciolto, che anno tutti li numeri della vera matronale anzi reina poesia non serva delle frasette, e contrafatta imitatrice di que’ primi autori, a’ quali van dietro battendo le fievoli ale senza raggiungerli. Qui già da chi ha buon senso, ed è spregiudicato nel giudicare s’antepongono li poemetti del Bettinelli a quelli del Frugoni, ed io pure entro in tal sentimento, dopo che li ebbi sotto gl’occhi, e ne feci il paralello. Il Frugoni sembra avere uno stampo solo di pensare, ed un torno uniforme di versi, ma l’altro è un’Iride ne’ suoi diversi colori, ed ha la fantasia sì pregna, e sì calda, che gli si rinversa strabocchevolmente al di fuori. Anche le sue [p. 128 modifica]negligenze, che tal’ora s’incontrano, influiscono alla varietà, madre del piacere, ed alla testimonianza dell’estro suo naturalmente felice ed impaziente della lima severa.

Ebbi a leggere il paragrafo, che fa il dottor Lami nelle sue novelle letterarie di Firenze, dando conto della lettera di Filomuso. Già da un fiorentino amantissimo de’ suoi, e nemicissimo dei lombardi non si potea attendere se non una pettinata indiscreta, ma egli dice male per doppio senso, essendo questo un mestiere, che ci vuol giudizio, e grazia per dir male bene. La sua più bella è di chiamare l’autore Misomuso, cioè odia muse invece di Filomuso. Dice che attende il libro per far le vendette de’ padri d’Arno. Si scaglia contro un espressione, in cui dicesi esser lecito pensare quel che si vuole, e scrivere quel che si pensa, e qui il fripon la vol fare da santoccio, e da missionario, dicendo che tal proposizione apre l’adito agl’increduli, a liberi pensatori. Oh che pazzo; se ciò dice da vero, oh che briccone, se simula per aver campo di saccheggiare! Cosa ha a fare la libertà del pensare, [p. 129 modifica]e dello scrivere in poesia colla teologia, colla fede? Se pure non si pretenda che il papa debba scomunicare chi dubita non chi niega un passo di Dante, o del Petrarca esser santo, giusto, ben espresso; risum teneatis amici? Io direi più tosto bilem teneatis? Ah caro, e pregiatissimo sig. Andrea io vengo necessitato dal mio presente destino al silenzio; ma se fossi in qualche altra nicchia non mi terrebbono le catene di s. Pietro ch’io non alzassi visiera in così bell’argomento; pazienza, seguiti a volermi bene, mi riverisca il veneratissitno sig. abate Marco, e mi creda ec. [p. 130 modifica]

LETTERA II.


Ho letto ciò che ha scritto il nuovo apologista, e le dirò in breve il mio sincero parere, dissi in breve, perchè ci vorrebbe ben altro che una lettera a darne a parte a parte il giudizio. Le dirò adunque che il Gozzi mi piacque molto in quella parlata di Trifone Gabriello, e moltissimo nella sua favola d’Orfeo narrata da Aristofane, perchè in questi due pezzi egli va addentro nello spirito, e nella sostanza del poema, e generalizzando riduce a sistema la sua difesa; così non fece l’autore delle lettere, che accennò di volo alcuni particolari, motteggiando con grazia, anzichè provando con sodezza, e adoperando assai leggera, e poca artigliarla contro una fortezza sì malagevole, e stagionata dal corso di quattro secoli. Per altro le lettere, ed i dialoghi dell’istesso Gozzi sono essi pure tessuti a filagrana, e tutto il merito loro consiste nella sfumatezza, e venustà de’ colori. La spiegazione del tra feltro, e feltro sente un poco dello [p. 131 modifica]stirato, e quand’anche si ammetta, e passi per buona, incontra qualche altro obbietto in ragguaglio alla geografia, che in questo luogo ha servito alla rima, e così pure il dire che il non ciberà terra nè peltro fu detto per invilire col verso basso la miseria dei principi, e tiranelli d’Italia, e un Orvietano universale, che guarir può qualunque sconciatura, o bassezza, quando si voglia che appostamente vada l’autore incontro a’ difetti. Così pure è più ingegnoso, che vero il ripiego che Dante volesse nomar Danteide il suo poema, ma siasi rattenuto per modestia, onde garantirlo da ogni taccia, che se li può ascrivere al titolo di commedia, essendo a dir vero un poema, di cui Aristotele, nè altro precettante si sognò giammai la tessitura, e l’idea, e non sò come essi, che sono sì ligi dell’antichità non s’accorgano che Dante non fece conto ne dei precetti, ne degli esempi di Virgilio, o d’Omero nell’ ordir un poema tutto nuovo. Anche quel pretendere ch’egli parli del Purgatorio, e dell’Inferno di questa vita, per poter introdurre liberamente Virgilio, Catone, ed altri [p. 132 modifica]in detti luoghi è un punto di vista falso, poichè ammesso tal senso non si possono spiegare moltissimi luoghi, ove non si può se non intendere del Purgatorio ed Inferno dell’altra vita, e però saremo costretti a ammettere tutti due i sensi ad un tempo a solo fine di cavarci dalle difficoltà con tal doppio gioco di schermi. Quel sindicar cotanto l’anonimo per aver introdotto Virgilio nelle sue lettere ha del soverchio e si può sostenere per un ardita bensì, ma pur niente ridicola sconfacente supposizione, poichè coll’introdurre tra gl’italiani qualch’ombra era impossibile non urtar la passione, laddove Virgilio ne va scevro affatto, ed è non per tanto italiano poeta epico, ed altresì nomato da Dante. Ingiustissima è altresì la censura che l’autore non abbia mai letto Dante intieramente da capo a fondo, perchè fa dire a Virgilio; ma poi saltando assai carte senza leggerle. Primieramente parla Virgilio di ciò che addivenne agl’elisj a lui, non ciò che all’anonimo qui al mondo, e poi dicesi saltò da luogo a luogo per trovare i pezzi più belli, come facciamo [p. 133 modifica]ancor noi dopo aver letto qualche libro, che additar volendone altrui le bellezze balziamo repente da un luogo all’altro; e come può sapersi ove stieno di casa i più bei pezzi, se tutto il poema non s’è da prima trascorso? Anche il sogno, il leone, la lupa non sono difesi bastevolmente, e gli convenne ricorrere in sagrestia a prender un squarcio d’Ezechielle, la qual difesa se vaglia non vi sarà errore, che non possa sostenersi colla scrittura alla mano, come è costume degli eterodossi, che anzi non ammettono che la sola spiegazione scritturale ad autenticare ogni loro assurda proposizione. Il rame del Vesuvio è un insolenza, ed il nominare il Bettinelli per autore (spezialmente nelle lettere sopra, anzi contro il poemetto delle Raccolte ) non è da persona ben nata. E pure la prima lettera sotto nome dell’editore dicesi sia dell’abate Daniel Farsetti; la seconda del Forcellini, che sembra alquanto men insolente; e la terza che è un infilzatura d’ingiurie del conte Carlo Gozzi. Non ho tempo di parlar di queste sanguinose critiche, ne tampoco ne ho [p. 134 modifica]voglia, e non so quello m’abbia scritto sin qui, poichè mi sento poco bene della persona. La supplico quanto posso a non farmi autor di alcuna di queste cose estese alla rimpazzara, ma se ne prevalga, se si degna, come di cose unicamente sue, se non che V. E. le avrà prevedute, e ne saprà dar ragione meglio di me ec.

  1. Il professore si crede il celebre Sibilliato