Lezioni accademiche/Lezione sesta

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Della Leggerezza.
Lezione sesta

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Lezione quinta Lezione settima


Nel passato discorso fu detto, che la sola gravità, o la sola leggerezza pareva ritrovarsi negli elementi. Consideriamo ora a quale di questi due partiti è più verisimile, che si sia appigliata la Natura; cioè s’ell’abbia fatto tutte le cose leggieri, overo tutte gravi. Io so, Sereniss. Principe, Degnissimo Arciconsolo, Virtuosissimi Accademici, io so, che alcuni Filosofi non solo antichi ma anche moderni, hanno creduto, che tutti gli elementi sien gravi, ed abbiano interiormente principio di moto verso il centro del globo terrestre. Opinione veramente giudiziosa, colla quale si salvano tutte l’esperienze praticate, e si escludono molte inconvenienze, che seguirebbero, supposto ritrovarsi attualmente quelle due qualità contrarie, ed incompatibili, gravità, e leggerezza. Questi tali fautori della gravità, si fondano egualmente sull’esperienza, e sul discorso. Ma però non può negarsi che mettono perpetuamente una petizione di principio troppo manifesta. Dicono essi. Tutte le cose le quali si muovono all’in giù, vi vanno per principio di momento interno. Ma non disputiamo noi per appunto di quella cosa medesima, che voi supponete? Il rimanente poi de i movimenti all’in su, bisogna che io lo confessi, lo salvano benissimo in questo modo. Dicono; se alcuni corpi si muovono in su, come l’aria, per esempio, nell’acqua, il fuoco nell’aria, e nell’argentovivo i marmi, ciò non avviene già per interna virtù, la quale spinga in alto le nominate materie; ma si bene per espulsione fatta dal corpo ambiente. Questo come più grave, discaccia le materie meno pesanti da lui circondate, e le ributta più lontano dal centro, che egli possa. Quel moto poi di repulsione vien da noi nominato movimento all’in su.

Ora venendo io alla proposizione del Paradosso, abbraccio la parte contraria, e pronunzio così. Tutte le cose per instinto, e principio innato, fuggono dal centro, e vanno in su. Conosco da me stesso che questa ancora è petizion di principio. Lo confesso: ma non sarebbe iniquità manifesta, se altri negasse a me quello, che colla medesima franchezza da lui si usurpa? Primieramente ancora da ogni avversario alla mia posizione, si concederà che uno elemento intero vada in su per natura sua. L’aria, i sugheri, alcuni legni, e molte cose simili, poste nell’acqua vanno in su. La terra, i sassi, i metalli posti dentro mezzi meno leggieri ascenderanno essi ancora, ed io dirò per virtù interna. Il rimanente poi de’ moti, che vanno in giù, da me si salva nell’istessa maniera, come abbiam detto farsi dalla setta contraria. È vero, che la terra nell’aria discende; i sassi, e i metalli nell’aria, e nell’acqua; l’oro in tutte le materie fluide, e cedenti. Non già perche queste cose non abbiano anch’esse quell’interno motivo di salire; ma perche ritrovandosi dentro mezzi, che l’hanno maggior di loro, son rispinte, e discacciate verso il centro dall’ambiente più vigoroso. Ogni cosa si sforza per andare in alto, e dilungarsi dal centro, ma però con disugual virtù: quindi è, che alcune quasi perdenti discendono abbasso, non per naturalezza, ma piuttosto per perdita di contrasto, e per inferiorità di momento; mentre intanto ascendono sopra il capo di esse, come vittoriose le più leggieri.

Ad alcuni dà grandissimo fastidio la chiarezza dell’esperienze in contrario. Vedesi un gran pezzo di marmo giacere là disteso sopra la terra; non vi è forza d’uomo, per robusto che sia, la quale basti per sollevarlo; e queste non sono apparenze chimeriche, ma verità palpabili, e reali; adunque senza tanti sofismi la gravità è cosa manifesta. Se quel marmo fosse leggieri non vi bisognerebbon Turni, o Polifemi per alzarlo da terra, ma potrebb’esser sollevato da ogni debole donnicciuola. Aggiungasi di più per rinforzar l’obbiezione, che in ogni gran mole, o sia di marmo, o di ferro, o di piombo, io confesso sentirsi quel glutine tenacissimo, e quei funicoli invisibili, ma gagliardi, che par, che a viva forza la tirino verso ’l centro. E questo col popolar vocabolo si chiama peso. Chi lo negasse meriterebbe nota non meno di sfacciataggine, che di stupidità. Io non nego, che molti Schiavi nella Darsena del trionfal Porto di Livorno, si affatichino; ma solamente controverto se essi facciano quelle operazioni per elezione della loro interna volontà, o pure come agenti forzati, e non volontari, lavorino ad arbitrio d’altri.

Parmi che le due opinioni fautrici una della gravità, e l’altra della leggerezza, camminino fin quì del pari, e restino fra di loro con ogni egualità bilanciate. Venga ora dove mancano i sillogismi della Logica, le parzialità della natura a favorire la posizione della leggerezza, e succedano gli argomenti per abbattere la gravità.

Ma che? non è bisogno di prove silogistiche per via di discorso, dove la natura stessa parla con voci di chiarezza, non meno all’intelletto, che al sentimento. Ogni fiore, che s’apra in su i prati, ogni pianta, che verdeggi nelle selve sono tante bocche, e tante lingue, colle quali parlando, la materia creata manifesta la sua interna inclinazione. Questa si è, non di andar al centro della terra, ma piuttosto di partirsi da esso, come manifestamente si vede.

Appariscono i giorni di Primavera. Comincia la virtù motrice del caldo ad agitare sotto la superficie del terreno, ed a muovere da un luogo, a un altro, quei minimi corpicciuoli atti a trasformarsi in piante. Questi dopo l’ozio del freddo iemale, cominciando a trascorrere per gli occulti meati del terreno, inciampano casualmente nel seme di quell’erba, e nelle radici di quella pianta. Sormontando poi per le vene occulte alle parti più alte di esso seme, scappano fuori, e producon primieramente quel tenero germoglio. Sopraggiungono intanto per le fibre invisibili nuove materie ascendenti, e vanno successivamente a trapassare, ed a collocarsi sopra le cime delle già innalzate. Dopo queste vengono l’altre, e col progresso del tempo, s’innalza nell’aria non sò per qual forza d’incanto, una mole pesantissima cioè a dire, una Quercia, un Abeto, un Pino.

Veggiamo ora, se questa ascensione si faccia, o passivamente per l’attrazione del calore, o pure attivamente, perchè la materia istessa abbia in se principio intrinseco di fuggire dal centro, e poggiare in su.

Io non vidi mai se nell’agghiacciato Settentrione nascano le piante perpendicolari al piano della campagna, ovvero inclinate sull’orizonte del paese nativo; so ben di certo, che quando elle fossero attratte dal calore, ovvero si sollevassero per incontrarlo, dovrebbero non già innalzarsi a piombo sulle pianure della campagna, ma sorger da terra inclinate con angolo meno di mezzo, retto. Segua pur ciò, che vuole ne’ campi d’Irlanda, e di Norvegia, che a me basta il vedere ne i Giardini della Toscana i Cipressi dirizzati colle cime, non già verso le parti calorifiche del mezzo giorno, dalle quali ricevendo il benefizio dovrebbero anche aver l’attrazione, ma si ben verso ’l punto verticale della nostra Sfera, e pur da esso ricevono forse minor influenza di consolazione, che da qualunque punto della Zona infiammata.

Potrebbe alcuno rispondere, che le piante hanno bensì la propensione d’andar verso la parte del Cielo Meridionale, donde vien loro l’influenza amica; ma però convien, ch’elle spuntino con indifferente pendenza dalla superficie orizontale della campagna spianata, e che però sorgano erette al piano sottoposto.

Ammetterei questa ragione, quand’io non avessi veduto sorgere gli alberi anco sulle coste pendenti delle montagne, dove si conosce, che essi non hanno riguardo alcuno, ne all’andar verso la Zona passeggiata dal Sole, ne al partir con angoli eguali dalla superficie terrena; ma solo osservano indifferentemente il partir a dirittura dal centro della terra. Segno assai evidente, che l’interno principio delle cose create sia il fuggir dal centro. Forse amano l’andare a dilatarsi, e per dir così, a respirare nell’ampiezza del Mondo più spazioso. Che ignobile appetenza sarebbe quella delle cose mondane, se elle desiderassero d’andare a confinarsi nelle più intime angustie della terra? dove, o non potrebbero giammai pervenire, o pervenute che fossero, resterebbero sepolte lungi dalla natura vegetante, nel gielo d’una perpetua morte, nell’ozio d’una semtipiterna infecondità.

Sogliono nelle quistioni controverse della natura, osservar come la medesima natura si governi in cose non molto differenti; così poi s’argumenta, come si dice, a simili, e s’inferisce, che nel caso che si ha per le mani, l’istesso possa intervenire.

Osservo che nella diffusione della luce, nell’emanazione delle spezie visibili, nello spargimento del suono, la natura sempre si serve di quelle linee, che chiamano divergenti, le quali partendo da un punto, si diffondono in una sfera. Non ho già saputo ritrovar caso alcuno, che sia familiare alla natura, ed usitato nel Mondo, nel quale la diffusione, ed il moto, si faccia per linee convergenti, e concorrenti in un punto. I raggi, che partono dal corpo luminoso del Sole, si diffondono per l’Universo con linee, le quali allargandosi sempre più, mostrano di fuggir l’angustie, e di appetir la dilatazione. L’istesso fanno i raggi de’ Pianeti, dell’altre Stelle fisse, de’ nostri fuochi; anzi l’istesso osservano anco tutti quei simulacri, che partono dagli oggetti visibili: l’istesso fanno le linee, o per dir meglio, l’ondate degli increspamenti sonori per l’aria: l’istesso fa la diffusione di quei piccolissimi corpicciuoli, che partono dalle materie odorose.

Quanto all’Arte; non m’è nuovo ch’ella fabbrichi specchi, che uniscano i raggi della luce, e che ella faccia vasi, e stanze, le quali riconcentrino ad un punto le linee del suono. Ma che la natura abbia messo nelle cose create sullunari un principio intrinseco di momento verso il centro, cioè verso l’angustie d’un punto, con appetenza d’eterna infelicità, ciò mi è nuovo, inopinabile, e senza esempio alcuno.

Orsù. Voglio concedere, che le cose abbiano principio intrinseco, e naturale di andare al centro; ma non però mi si nieghino gli assiomi della Fisica, che si concedono a tutti. Ogni agente opera per lo suo fine. Così la rondine, dice Aristotile, fa il nido, il ragnatelo ordisce la rete, l’albero fa le foglie; tutti per conseguire il lor fine. Domando ora io; potrà giammai l’elemento della terra; potrà giammai l’elemento dell’acqua conseguire il suo fine, che è di pervenire a quel verso, al quale con tanta ansietà sono stati incamminati dalla natura? Sarebbe certo altra maraviglia il veder due elementi così grandi in un punto solo, che l’Iliade d’Omero in un guscio di noce. Se dunque non è possibile, che gli elementi della terra, e dell’acqua, possano giammai ottenere il prescritto fine di pervenire all’amatissimo centro loro; e se è vero quell’altro assioma Aristotelico, che Dio, e la Natura non fanno niente indarno, bisogna, pare a me, confessare, che gli elementi non abbiano quel principio intrinseco di andare al centro. Dicalo il Filosofo colle sue parole stesse, acciò nella versione del testo non si sospetti l’alterazione del senso, le parole non posson esser ne più chiare, ne più a proposito. Impossibile est enim ferri illuc quò nullum quod fertur pervenire potest. Non è mai possibile, che le cose vadano naturalmente colà, dove non possono arrivare. Come dunque vogliono, che due elementi così grandi sieno naturalmente incamminati verso il centro, se è impossibile, che vi pervengano giammai? La natura mostrerebbe bene d’aver usato superflua prodigalità nella distribuzion degl’istinti, quando ella avesse collocato nelli elementi una potenza, la quale non è possibile, che giammai si riduca all’atto.

Nel primo del Cielo parlandosi di gravità, e leggerezza abbiamo questo Testo. Impossibile est id fieri, quod non contingit esse factum. Non è possibile che si faccia quello, che non può star fatto. Per ispiegarsi meglio porge alcuni esempi, dicendo.

Se non è possibile, che la tal cosa sia fatta bianca, non è anco possibile che ella si faccia bianca. Se non è possibile, che la tal cosa sia in Egitto, non è anco possibile ch’ella si faccia in Egitto. Aggiungo io; non è possibile che la terra, e l’acqua possano mai ritrovarsi, ed esser insieme nel centro, adunque non è ne anco possibile, che vadano al centro.

Ma concedasi anco questo, acciò da tutte le supposizioni maggiormente campeggi la verità. Sia vero, che gli elementi della terra, e dell’acqua possano ottenere il fine del loro natural movimento, cioè possano pervenire al desiderato centro del globo. Chi non vede, che bramano l’esterminio, e tendono alla lor propria destruzione, mentre appetiscono di concentrarsi, e ridursi in un punto, cioè d’annichilarsi? Ma per lo contrario, avendo eglino il principio interno di partire dal centro, verrebbero a bramare la lor propria ampliazione, ed il loro accrescimento, instinto comune di tutte le creature, e verrebbero ad avere un fine assegnato loro dall’onnipotenza creatrice, al quale, o sarebbero di già pervenuti, o almeno potrebbero pervenire.

Asseriscono alcuni Filosofi, che la terra, e l’acqua hanno dentro di se il motivo intrinseco dell’andar verso il centro; e mi par anco d’aver sentito, che assegnino la cagione di ciò; perchè le cose coll’andare al centro, pretendono conseguire non so che lor perfezione, e riposo.

Quanto al riposo, ed alla quiete, se pure hanno questo desiderio, mi par che la maggior parte delle materie dovrebbe star contenta, senza cercar altro centro. Questo gran globo di terra, se noi lo consideriamo tutto, certissima cosa è, che egli sta fermo. Tante montagne, tanti scogli, tante, e si vaste moli di roba, quante ne sono dentro a una palla, che di diametro è fino in settemila miglia, tutte stanno ferme. Eccettuate però pochissime zolle turbate dagli aratri, e poca polvere agitata dal vento. Del resto tutto ciò, che rimane di questo smisurato elemento terrestre tutto sta fermo, ed immobile, con certezza anco di non aver a muoversi mai nel corso di tutti i secoli della futura posterità. Perche dunque vorranno le parti della terra andar a cercare il centro, se dato che vi giugnessero, in ogni modo ivi non riposerebbero niente più di quello che facessero nella lor nativa regione? Dunque l’andare al centro sarebbe indarno, e indarno la natura averebbe dato alle cose questo momento. Anzi se io dovessi dire un mio pensiero, io stimo che niun altro luogo del Mondo sia meno atto per la quiete, che il centro della terra. Non dite voi che l’acqua tutta, e tutta la terra s’affaticano per giungere al centro? dunque collocato, per esempio, un sasso nel centro, avrà guerra continua da tutte le parti, e da tutte l’altre cose, che vorrebbero pervenir al centro ancor esse. Il centro è uno, le cose sono molte, e la penetrazion de’ corpi non si dà. Ma posto quel medesimo sasso quassù nella superficie, egli vi sta fermo non meno che fosse nel centro, e non ha perpetuamente quel contrasto con immense moli, che da tutti i lati lo spingono per torgli il luogo.

Diciamo ora della perfezione, e ponghiamo fine al discorso. Può egli immaginarsi il più infelice, il più imperfetto stato del Mondo, che quell’antico, e favoloso Caos? certo no. Chi non vede, che se la potenza degli elementi potesse ridursi all’atto, e andar al centro, sarebbe un resuscitare quell’altissima confusione di tutte le cose? L’umido col secco, il caldo col freddo, il duro col molle si mescolerebbe e simil mescolanza si farebbe di contrarietà, non intelligibile dagli uomini, ed abbominevole nella natura. Non veggiamo, che l’acqua fugge dall’aria; e l’aria dentro all’acqua se ne vola via; la terra non può star ne in acqua, ne in aria, e molto meno il fuoco? Se dunque gli elementi mostrano di non voler commercio, come avranno per istinto comune l’andar a racchiudersi in un luogo angustissimo tutti insieme?

Concludiamo pure, che ponendosi, come dicemmo da principio, la leggerezza, cioè l’istinto di andare in su nelle cose create, non perciò seguirebbero assurdi nella natura. Si salverebbero con facilità tutti i movimenti, che si fanno, e verso la circonferenza, e verso il centro. Ponendosi la leggerezza, non perciò seguita, che il piombo, e l’altre cose pesanti debbano rimaner senza quella manifestissima virtù, che si chiama peso. Pare, che favoriscano questa opinione ogni pianta, che s’innalzi nelle selve, ogni fonte, che scaturisca sulle montagne, ed ogni altra cosa, la sollevazione di cui, proceda da potenza non conosciuta.

Fra tutti i movimenti locali non controversi, che fa la Natura, mai non si trova, ch’ella si serva di linee convergenti. Testimonio la luce, le specie visibili, la diffusione del caldo, del suono, e degli odori. Sarebbe unico il moto de i corpi se si facesse per linee concorrenti. Contro la gravità, par che congiurino i detti de’ Filosofi, e le leggi della natura. Non par possibile, che gli elementi vadano al centro, primieramente, perche non possono arrivarvi, e la natura non intraprende l’imprese impossibili: secondariamente, perchè arrivandovi sarebbe un distrugger se medesimi, ed un rinnuovare la favolosa confusione del Caos. Per la quiete, è superfluo, che le parti della terra cerchino il centro, potendo forse meglio in ogni altro sito del globo riposarsi. Per la perfezione, par vanità, perchè gli elementi non sarebbero più perfetti nel centro, che altrove. Anzi se mai vi giugnessero tutti, affine di perfezionarsi, conseguirebbero piuttosto coll’unione delle contrarietà, la massima di tutte quante le imperfezioni.