Ligeia

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Edgar Allan Poe 1838 S 1869 Baccio Emanuele Maineri Indice:Poe - Storie incredibili, 1869.djvu racconti Letteratura Ligeia Intestazione 17 novembre 2016 100% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Storie incredibili



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LIGEIA

«E colà dentro havvi la volontà, che certo non muore. E chi mai conosce i misteri della volontà, chi la sua forza? Avvegnachè Iddio non sia che una volontà grande, infinita, che penetra l’universo e lo comprende in virtù di sua stessa intensità. Nè l’uomo è inferiore agli angeli, e non viene domo dalla stessa morte che per difetto della povera sua volontà.»



In affè mia non mi ricordo nè il come, nè il quando, nè il dove io abbia fatto conoscenza di madamigella Ligeia. Son volti da quel tempo molti e molti anni, — e grandi, molteplici dolori hannomi indebolito la memoria. Nè forse più mi riesce oggidì ricordarmi quelle circostanze, perchè il carattere della mia diletta, la di lei rara istruzione, il genere della sua beltà, sì singolare e sì placida, e la penetrante e domatrice eloquenza della profonda musical sua parola passarono come per [p. 266 modifica] filtro nel mio cuore, in modo cioè sì paziente, sì costante, sì furtivo ch’io nè men pigliai pensiero, nè potei serbarne coscienza.

Parmi tuttavia ch’ella sia stata da me incontrata per la prima volta, e molte altre dappoi, in un’ampia, antica e squallida città del Reno. Di sua famiglia (e questo ben so di certo) ella pur mi tenne discorso: ma e che n’ho io mai ritenuto? Tuttavia ho per fermissimo ch’essa contasse antiche origini, origini storicamente remote, remotissime... — Ligeia! Ligeia! — qual nome! — Assorto continuo in istudj per natura ed indole attissimi a cancellare le impressioni del mondo esterno, a me bastò questa sola semplice ma sì dolce parola Ligeia! per richiamarmi agli occhi del pensiero l’immagine di colei ch’è passata... Ed ora, ora, nell’atto che scrivo, a mo’ di debil chiarore da me non mai veduto, mi si affaccia il nome di famiglia di colei, che fu la mia amica e la mia fidanzata, che divenne la compagna de’ miei studj e dappoi la sposa del mio cuore; — debil chiarore fosforescente che trae l’occhio della mente nella densa tenebrìa de’ secoli lontani! — È egli tuttavia stato per un mero capriccio della mia Ligeia, — o fu una prova del mio forte affetto, ch’io non abbia assunto veruna notizia in proposito? O non piuttosto un mio ghiribizzo, uno strano e romantico sacrifizio sull’ara del culto il più appassionato? Io non rammento il fatto che in confuso: e v’ha egli quindi a far meraviglia se ho tutt’affatto dimenticato le circostanze che gli diedero vita e l’accompagnaron dappoi? Per verità m’è forza confessare che se lo spirito romanzesco o la pallida Ashtophet dell’idolatra Egitto, dalle ampie tenebrose ale, se mai [p. 267 modifica] essi, come credesi, furon auspici a’ maritaggi sinistri, certo, ripeto, lo sieno stati del mio.

Vi ha nondimeno un soggetto dilettissimo su cui la mia memoria non pigliasi gabbo; e questo soggetto è la persona di Ligeia.

Alta ella era, di statura lievemente esile, ed anco negli ultimi tempi per magrezza, spunta. Farei studio vano in dipingere la maestà, l’agevolezza solenne del suo incesso, la incomprensibil leggerezza ed elasticità de’ suoi passi. Veniva a me e da me dipartivasi leggiera sì come ombra; e del suo entrare nel mio studio io non m’accorgeva che per la ineffabil musica della sua voce, dolce e profonda, allor ch’ella posava la sua mano di marmo su la mia spalla. Nè mai beltà di femmina potè eguagliare la beltà del suo viso, mai! — del suo viso, nel quale splendeva il portento d’un sogno doppio, d’un sogno fascinante di peruviana coca; — specie di visione aerea e magnetizzatrice più stranamente celeste delle dorate larve volteggianti negli assopiti spiriti delle figlie di Delo.

E tuttavia le di lei fattezze non s’allineavano in que’ perfetti e regolari contorni, che vennero sempre falsamente proposti alla riverenza nostra nelle classiche opere del paganesimo. «Non v’ha beltà squisita (dice lord Verulam, parlando saggiamente di tutte le forme e di tutti i generi della beltà) senza un non so che di stranio nelle proporzioni. E nullameno, quantunque io vedessi che le fattezze di Ligeia non presentassero classica regolarità, sebben sentissi che la beltà sua fosse veracemente squisita, e fortemente penetrata di quella stranezza sì fatta, io mi studiava invano di scuoprire quella regolarità, invano mi studiavo di rilevare [p. 268 modifica] persin nella sua stanza quella mia percezione di stranio. E lungamente, lungamente io fissava i contorni dell’alta e pallida sua fronte (una fronte perfettissima); oh, com’è fredda questa parola a significare una maestà tanto divina! — e mirava la pelle gareggiante con gli avorj purissimi, l’ampiezza imponente, la calma, la sporgenza vaga degli spazj al di su delle tempie; e poi quella sua chioma nera nera com’ala di corvo, — nera come l’occhio della notte, lussureggiante e per natural vaghezza piegata in dolci anella, la quale ostentava con evidenza splendida tutta la forza dell’omerica espressione: «capigliatura di giacinto.» E considerava le linee delicate del naso, nè, tranne che nei medaglioni degli Ebrei, io non ricordava d’aver mai contemplato in sito alcuno perfezione cotanta. Lo stesso getto di questi, la stessa unita e superba superficie, identica la quas’inavvertibil tendenza alla forma aquilina, le narici armonicamente tonde, identiche — e spiranti liberissimi, altissimi spiriti. E fisava fisava la meravigliosa sua bocca, in cui scorgevi proprio il trionfo d’ogni celeste cosa. La linea elegantissima del labbro superiore, un po’ breve; e l’aria dolcemente, voluttuosamente calma dell’inferiore; e le pozzette vaghissime, e il colore parlante. E i denti che riflettevano a mo’ di lampo ogni raggio della luce benedetta che su loro versavasi dai sereni e placidi suoi sorrisi, sorrisi sempre radiosi e pien’ di trionfo. Esaminava la forma del mento, ed anco lì vedeva la pienezza delle grazie, scorgeva la dolcezza e la maestà, la copia e la spiritualità greca, — quel contorno che il Dio Apollo non rivelò che in sogno a Cleomene, figlio dell’ateniese Cleomene. E dappoi, dappoi mi poneva a [p. 269 modifica] contemplare tutt’anima i grandi, i dilatati occhi di Ligeia.

Pe’ suoi occhi, in affè mia, io non trovo modello nell’antichità più remota; ed era forse negli occhi della mia diletta che nascondevasi il mistero di cui parla Verulam. Erano, penso, più grandi degli occhi ordinari dell’umanità, e meglio fessi dei più begli occhi di gazzella della tribù della valle di Nourjahad: ma non avveniva che ad intervalli (ne’ momenti d’eccessivo animarsi), che tale particolarità si facesse singolarmente meravigliosa. In que’ momenti, la di lei bellezza — tale almeno come appariva al mio pensiero di fuoco — era la bellezza della più favolosa urrì d’Oriente. Le pupille, d’un nero intensissimo, fascinante, e quasi velate da nereggianti lunghissime ciglia; a disegno lievemente irregolare e d’egual colore, i sopraccigli. Tuttavia, lo stranio ch’io scorgeva ne’ suoi occhi non dipendeva affatto dalla loro forma, dal loro colore, dal loro lampo; ma era assolutamente da attribuirsi alla pura espressione. Qual parola questa! Una parola senza senso! un puro suono! spazio vasto sconfinato ove vaga e si libra tutta la nostra spirituale ignoranza! — L’espressione degli occhi di Ligeia! — Oh! le lunghe e lunghe ore che vi meditai sopra! Le tante volte che, l’intiero corso d’una notte estiva, io mi abbandonai al potentissimo fascino di perscrutarli! Stolto! E che era mai quel non so che — quel non so che più profondo del pozzo di Democrito — ch’io scorgeva laggiù laggiù in fondo, nel più remoto punto delle pupille della mia diletta? Che era e’ mai? Io mi sentivo ardere della passione di scoprirlo. — Quegli occhi! quelle dilatate, quelle scintillanti, quelle [p. 270 modifica] divine pupille! — Per me s’erano convertite nelle gemine stelle di Leida, ed era divenuto per esse il più fervente, il più appassionato degli astrologhi.

— Quegli occhi!

Tra le innumeri ed incomprensibili anomalie della scienza psicologica non si dà caso più strano, più eccitante di quello (negletto, secondo me, nelle scuole) in cui, negli sforzi da noi fatti per richiamarci in mente una cosa da lungo tempo obbliata, ci troviamo sovente allo stesso punto, punto del ricordo, senza tuttavia aver potuto mai scindere un lembo del ricordo stesso. Ed oh! quante volte in simil guisa, nell’ardente mia analisi degli occhi di Ligeia, non ho io sentito appropinquarsi la completa conoscenza dell’espressione loro? Io la sentiva, sì, la vedeva avvicinarsi, ma essa non si è mai tutt’affatto disvelata a me, e nella lunghezza dell’attendere andò intieramente in dileguo! Ed oh strano, stranissimo dei misteri! più volte mi fu dato rinvenire tra gli oggetti più comuni di questa vita una serie di analogie per così fatta espressione! Mi spiego: dal tempo in cui la beltà di Ligeia attraversò il mio spirito e, quasi sacro oggetto in reliquiere, vi ste’, attinsi da varj esseri del mondo materiale una sensazione analoga a quella che diffondevasi sopra di me, in me, sotto l’influsso delle sue ampie luminose pupille. E tuttavia io non mi trovo più capace nel definire questo sentimento, nell’analizzarlo e anche nell’ottenerne una percezione esatta, netta. Tale sentimento, lo ripeto, l’ho qualche volta riconosciuto all’aspetto d’una vigna rapidamente crescinta, — nella contemplazione d’una falena, d’una farfalla, d’una crisalide, di uno stesso corso di precipiti acque. Lo [p. 271 modifica] rinvenni nell’oceano, nella caduta d’una meteora; e lo sentii negli sguardi di qualche vegliardo venerando.

Vi ha su in cielo una o due stelle (in ispecie una della sesta grandezza, doppia e cangiante, che scorgesi sempre vicino alla grande stella della Lira), le quali, osservate col telescopio, m’hanno sempre desto un sentimento analogo. E similmente me ne sentii come ripieno da certi suoni di strumenti a corde, e talvolta eziandio da certi passi delle mie letture. E tra innumeri esempi, io mi rammento benissimo d’una simile cosa, di un punto sì fatto, rilevati in un libro di Giuseppe Glanwill, donde (forse semplicemente a causa della sua bizzaria — chi lo sa? — ) mi venne sempre ispirato il medesimo sentimento: ecco tal passo: «E colà dentro vi è la volontà, che certo non muore. E chi mai conosce i misteri della volontà, chi la sua forza? Avvegnachè Iddio non sia che una volontà grande, infinita che penetra l’universo e lo comprende per virtù di sua stessa intensità. Nè l’uomo è inferiore agli angeli, nè vien domo dalla stessa morte che per difettò della povera sua volontà.»

Fu col volger del tempo e per ragion di persistenti, successivi pensieri, ch’io riuscii a determinare certo lontano rapporto tra questo passo del filosofo inglese e una parte del carattere di Ligeia. Quell’intensità singolare nel pensiero, nell’azione, nella parola, era forse in essa il risultamento od almeno l’indizio di quella gigantesca potenza di volizione che, nel durare dei nostri legami, avrebbe potuto dare altre e più positive prove della sua esistenza. Di tutte le donne da [p. 272 modifica] me conosciute, essa, la sempre placida, la sì apparentemente calma Ligeia, fu l’essere più straziato da’ tumultuosi affanni di passione delira. Nè a me era dato valutare la potenza di tanta passione altrimenti che dal miracoloso dilatarsi dei suoi occhi, che mi rapivano e spaventavano ad una, dalla melodia quasi magica, dalla modulazione, esatta, spiccata e pur placida di sua profonda voce, — e dall’energia selvaggia delle strane parole da lei abitualmente profferite, parole la cui pronunzia facile ed elegante ne addoppiava l’effetto.

Dell’istruzione di Ligeia ho detto; e ho detto ch’ell’era immensa, tale ch’io non ne conobbi mai simile in veruna femmina. In lei, profonda cognizione delle lingue classiche, e, per quanto lontano estendevansi le mie cognizioni nelle moderne lingue d’Europa, giammai avvidimi poterla côrre in fallo. E per verità su qualsiasi tema di erudizione accademica per quanto vantata, ammirata, anzi unicamente per quanto astrusa essa fosse, ho io mai potuto trovare Ligeia in fallo? Come mai quest’unico contrassegno della natura di mia moglie aveva, soltanto in quest’ultimo periodo di tempo, colpito e soggiogato la mia attenzione? — Dissi, la di lei istruzione sorpassar quella di qualunque femmina da me conosciuta; ma, e dove troverebbesi mai uomo che, a guisa di Ligeia, avesse effettivamente discorso tutto il vasto campo delle scienze morali, fisiche e matematiche? Nè io allora scorgeva ciò che adesso veggo chiarissimamente, che cioè le cognizioni di Ligeia fossero gigantesche, fenominali; e nullameno io aveva bastevole coscienza della infinita sua superiorità per rassegnarmi, con confidenza di discepolo, a [p. 273 modifica] lasciarmi guidare da lei a traverso il caotico mondo delle investigazioni metafisiche, di cui fervidamente occupavami sino dai primi anni del nostro matrimonio. Con qual immenso trionfo, con quale intima gioja, con qual eterea speranza io non sentiva, — mentre stava su me inclinata Ligeia a mezzo studj così poco investigati, tanto poco noti — non sentiva, ripeto, grado a grado dilatarsi quello interminabile, splendido, intentato cammino, per cui alla fine io doveva toccare il termine d’una sapienza e troppo preziosa e troppo divina per non divenire interdetta?

Ed oh con qual acutissimo dolore non vidi, in capo a pochi anni, quelle sì ben fondate mie speranze prender loro volo e dileguarsi! Senza Ligeia, io non era che un fanciullo miserabilmente brancolante nel seno di profonda notte. La sua presenza soltanto, soltanto le sue lezioni rischiarar potevano di viva luce i misteri del trascendentalismo in cui ci eravamo ambedue immersi. Priva della sacra, fulgidissima fiamma degli occhi suoi, tutta questa letteratura dalle ali azzurre e d’oro, diventava sguaiata, bacchica e, qual piombo, pesante. — Ed oramai que’ suoi unici occhi rischiaravano ognor più raramente le pagine da cui stavami deciferando gli alti sensi. — Ligeia cadde malata. Gli strani suoi occhi rifulsero di troppo splendida fiamma; le pallidissime dita presero il color della morte, il color della cera trasparente, e le azzurre vene dell’ampia sua fronte gonfiarono all’impeto delle più dolci emozioni. Mi accorsi che le bisognava morire; oh! — e lottai, lottai con tutte le potenze dell’anima contro Azraello, l’angelo terribile della morte. [p. 274 modifica]

Ma con mia grande meraviglia, i conati di questa donna appassionatissima per rimuovere da sè tanto male erano ancor più energici, più strenui de’ miei stessi conati! Eravi certo in quella sua severa natura di che farmi credere che per essa la morte non sarebbesi presentata con l’immane sua caterva di terrori; e pur, non fu così! Ma, e a che varrebbon mai le parole a dar un’idea della resistenza feroce da lei spiegata nella lotta sua con l’Ombra? Cotale tristo spettacolo mi opprimeva d’angoscia; e ne gemevo dal profondo cuore. Avrei voluto calmarla; avrei voluto porla nella ragione: ma nell’intensità superlativa del selvaggio suo disìo di vivere, — di vivere, — di null’altro volere che vivere, ogni consolazione, ogni ragionamento l’avrebbe tratta al colmo della pazzia. Tuttavia, sino all’istante estremo, a mezzo le torture e le convulsioni del selvaggio suo spirito, l’apparente placidezza del suo contegno e de’ suoi modi non si smentì mai, mai! La sua voce si faceva più dolce, si faceva più profonda, ma io non voleva troppo dilungarmi sul bizzarro senso di quelle sue parole profferite con tanta calma. E quando estatico io tendeva l’orecchio a quella melodia sovr’umana, a quelle ambizioni, a quelle aspirazioni sino allora ignote a questa povera umanità, il mio cervello smarrivasi, ogni giusto equilibrio di mia ragion si rompea...

Nè io poteva porre in dubbio il suo amore per me, e facil m’era il dovinare che, in un petto quale il suo, l’amore non doveva certo regnare come una semplice ed ordinaria passione. Ma, sol nella morte, nella morte sola, io compresi, io misurai tutta la forza, tutta la distesa di quell’affetto [p. 275 modifica] potente. Duranti lunghe e lunghe ore, la mia nella sua mano, ella in me versava la ripienezza d’un cuore, di cui la completa devozione tramutavasi in idolatria. E in qual modo aveva io potuto meritare la beatitudine d’ascoltare confessioni siffatte? E come erami io mai renduto colpevole da meritarmi d’essere condannato sì fattamente, che la dilettissima mia fossemi tolta in quella appunto ch’essa inebbriavami delle gioje sue? Non lice a me diffondermi su tale argomento. Dirò solo, solo, che nel completo abbandono, certo più che femminile, di Ligeia ad un amore, ohimè! non ben meritato, concessomi tutt’affatto gratuitamente, spontaneamente, conobbi alfine il principio del suo ardente, del suo selvaggio rammarco di lasciar una vita, che le fuggiva omai rapida, precipite. Quest’ardore disordinato, questa veemenza nel suo disìo della vita, e di null’altro che della vita, — ardore, veemenza e disìo per me impossibili a descriversi, — neanco lingua d’uomo potrà descriverli ora, potrà descriverli mai!

Ed è appunto, a mezzo il corso della notte in cui ella si spense, che, chiamatomi a sè, con grazia soffusa d’autorevolezza celestiale, volle che le recitassi alcuni versi da lei composti pochi giorni prima.

Obbedii. — Or eccovi que’ versi:


«Osservate! — Dopo gli ultimi squallidi, desolati anni, abbiamo alfine una notte gioconda, una vera notte di gala: ecco; — osservate!

«Una schiera d’angeli infinita, dall’ali azzurro-aurate, aperte e tese, di lagrime irroranti, è assisa in gran teatro per vedere un dramma di [p. 276 modifica] speranze, un dramma di timori, mentre l’orchestra sospira ad intervalli la musica delle sfere — la musica delle sfere.»


«Mimi, fatti a immagine di Dio altissimo, borbottano, si sbracciano, di qua e di là saltellano, accennano, volteggiano, destreggiano. Fantocci sventurati, che vanno e vengono al voler d’esseri immensi, senza forma, che mutano, trasportano qua e là la scena, scuotendo dalle loro ali di condor l’inevitabile, l’invisibile Sventura.»


«Dramma moltiforme, sinistro! Oh, certo, certo, noi non lo scorderemo mai, noi, con quel solenne suo Fantasma, eternamente, inseguito, cercato, ricercato da una folla che non riesce, non riuscirà mai ad afferrarlo a traverso un cerchio sempre girante sopra sè stesso, sempre girante sulla stessa linea, sullo stesso perno! E la guazzante Follia, e il Peccato cieco e moltiforme e ’l pallido Orrore forman l’anima di tanto intrigo.

— Girate e girate!»


«Ma, ve’, ve’; traverso la geldra caotica dei mimi s’è immessa una specie di fantasima rampicante! Ve’! — Una cotal cosa di sangue, che, a mo’ di serpe, vien tutta torcendosi e ritorcendosi dall’inosservata, solitaria parte della scena di fondo! E si torce! e si contorce... Ahi! tra quali angoscie di morte rimangon sua preda gl’infelici mimi! e i Serafini danno in grossi singhiozzi veggendo gli acuti denti del Verme maciullar carne ed ossa, e inghiottire i grumi dell’umano sangue.»


«Ed ecco tutti i scintillanti lumi sonosi estinti — [p. 277 modifica] tutti, — tutti! E sur ogni parvenza arricciata di spavento cadde il sipario con la violenza della tempesta». —

«E gli Angeli, pallidi e convulsi, rizzaronsi qui tutti scindendo i loro veli; e — sentite! — affermano che questo dramma è una tragedia intitolala: Uomo, il cui vero eroe trionfatore è il Verme. Il Verme!...»


— Dio! — sclamò commossa Ligeia, levandosi su ’n piedi e stendendo verso il cielo le braccia come colta di spasmo, tosto ch’io ebbi terminato di recitare que’ versi. — O Dio, o Padre celeste, e fia egli vero che tali cose si compiano irremissibilmente? Nè questo conquistatore, il Verme, non sarà dunque giammai disfatto? Che! non saremmo noi dunque una parte e una particella di Te? «E chi, chi mai conosce i misteri della volontà e la sua forza? L’uomo non la cede agli angeli e non s’arrende intieramente alla morte che per debolezza della povera sua volontà!»

E qui, come sfatta dall’emozione, lasciò andare le bianche sue braccia, e solennemente si volse nel suo letto di morte. E in quella che alenava l’estremo suo spiro, un indistinto murmure errò su le sue labbra scialbe. E rattenendo il respiro e teso l’orecchio, nuovamente riconobbi la conclusione del passo di Glanwill: «L’uomo non la cede agli angeli, nè s’arrende intieramente alla morte, se non per difetto della povera sua volontà.»

Morì. — Io, disfatto, annichilito dal dolore, fui incapace di sopportare più lungamente la spaventevole desolazione della mia dimora in quella trista e squallida città sulle sponde del Reno. Nè [p. 278 modifica] certo penuriava di quanto il mondo usa chiamare beni di fortuna; avvegnachè avendo io eredato le sostanze di Ligeia, assai più me ne fosse toccato di quanto il destino d’un povero mortale ne potesse abbisognare. Per lo che, consumati alcuni mesi in una vita errante, uggiosa, senza scopo, mi addussi in un ritiro sconsolato, specie di abbazia, di cui feci acquisto, della quale non giova fare il nome; una delle più incolte e men frequentate località della cara Inghilterra. La trista e saturna ampiezza del fabbricato, l’aspetto quasi selvaggio del dominio, le meste e venerabili ricordanze cui legavasi erano in perfettissima armonia col sentimento di completo abbandono che aveami spinto a tale esilio in una regione solitaria e lontana. Non pertanto, pur lasciando all’esterno dell’abbazia quas’intatto il primitivo suo carattere ed il verdeggiante squallore ond’eran tappezzate le sue pareti, mi diedi con pueril malignità, e forse con flebile speme di distrarre le mie amarezze, mi diedi, dico, a far pompa nell’interno di magnificenze piucchè straordinarie, regali. Io era stato sino dalla mia infanzia mattamente preso dal gusto di siffatte frivolezze, le quali ora mi ritornavano come un vaneggiamento del dolore. Pur troppo! mi accorgo che in tali lussureggianti e fantastici sfarzi di drappi, in quelle sculture egiziane siffattamente grandiose e solenni, nelle ampie cornici e nelle stravaganti mobiglie, negli stranissimi arabeschi dei tappeti lavorati e sopraccarichi d’oro, pur troppo, ripeto, m’avveggo non sarebbe stato difficile scuoprire i primi segni forieri della mia follia! L’oppio era diventato il mio re, il mio tutto; ei mi teneva nelle sue spire, ed ogni mio lavoro, [p. 279 modifica] ogni mio disegno si coloriva dai miei sogni. Nè mi arresterò ai particolari di queste puerili assurdità; narrerò soltanto di quella camera, eternamente maledetta, in cui in un momento d’aberrazione mentale trassi all’ara e sposai, sposai (dopo l’indimenticabile Ligeia!) madamigella Rowena Trevanione di Tremena, dagli occhi azzurri e dalla chioma bionda.

Non vi ha segno, linea, direi, per quanto minuta, dell’architettura o delle decorazioni di quella camera nuziale che, pur adesso, in questo preciso istante, non mi sia lì lì presente agli occhi. E dove aveva di casa il capo l’orgogliosa famiglia della fidanzata, quando, spinta dalla calda sete dell’oro, ebbe permesso ad una figlia sì teneramente cara di varcar la soglia d’un appartamento decorato in così strana e delirante maniera? — Dissi, che mi rammentava per filo e per segno i particolari di questa camera, quantunque ben di spesso la mia infelice memoria smarrisca cose di assai rara importanza; e nondimeno in tanto fantastico lusso nulla vi era per sistema o per armonia che potesse imporsi alle immagini del passato.

La mia camera faceva parte d’un’alta torre dell’abbazia, fortificata come un castello — camera pentagonale e di dimensioni assai ampie. Occupava la intiera parte del pentagono volta a mezzodì un finestrone unico, compreso da un’immensa, superba lastra di cristallo di Venezia, d’un sol pezzo, d’un colore fosco, in modo che i raggi del sole o della luna ond’era attraversata, sprizzavano sugli oggetti interni una luce sinistra. Superiormente alla enorme finestra, distendevasi il pergolato d’una vecchia vite che si avviticchiava lungh’esso i massicci muri della [p. 280 modifica] torre. Il palco della camera, di annerita quercia, si spiccava eccessivamente alto a mo’ di volta, scanalato bizzarramente di ornamenti stranissimi, fantasticissimi, di uno stile semigotico, semidruidico. E al fondo di questa melanconica volta, proprio al centro, sospesa a semplice catena d’oro composta di lunghi anelli, vedevasi una grande lampada dello stesso metallo fatta in forma di turibolo, ideata sul gusto saraceno e ricamata a capricciosi fori, tra’ cui scorgevi vibrarsi, sprazzarsi intersecarsi, scintillare, attorcigliarsi con la vitalità d’un serpente i mille continui raggi d’iridiscente luce.

Alcuni seggioloni e qualche candeliero di forma orientale qua e là posati, senz’ordine; e il letto — il nuzial letto — era in istile indiano, basso, d’ebano massiccio e a bassi rilievi, parato a sopraccielo, simile a mortuario drappo. Ad ogni angolo della camera rizzavasi un gigantesco sarcofago di granito nero, tratto dalle tombe dei re nelle vicinanze di Louqsor, con l’antico suo coperchio sopraccarico di scolture immemoriabili. Ma lo sfoggio precipuo, inesplicabile della fantasia chiarivasi propriamente negli arazzi degli appartamenti. Su’ muri prodigiosamente alti, alti pure al di là d’ogni proporzione, distendevasi una tappezzeria greve e apparentemente massiccia, che terminava in ampie nappe ondeggianti, tappezzeria della stessa materia del tappeto della stanza; e della stessa i seggioloni, il letto d’ebano, ed anco il baldacchino del letto e le tende lussureggianti ond’era in gran parte nascosta l’ampia finestra. La qual materia componevasi d’un tessuto d’oro ricchissimo, qua e colà varieggiato di arabiche figure, d’un piede all’incirca di diametro, che rilevavano su gli sfondi [p. 281 modifica] le lucide nereggianti lor linee. Quelle figure però assumevano arabesco carattere allora soltanto che l’occhio si faceva ad esaminarle da un dato punto fisso. Ed esse eran fatte in modo che mutavan d’aspetto in più foggie, metodo oggimai alla commune, le cui prime traccie e perfezionamenti salgono all’antichità più remota. Per chi, per esempio, fosse entrato nella camera, quelle figure prendevano aspetto di semplici mostruosità; se non che quelle apparenze grado grado si trasformavano, e, passo passo e mutando luogo, il visitatore vedevasi circondato da una continua processione di forme spaventevoli, simili a quelle figliate da superstizioni settentrionali, o alle fantasime volteggianti nei colpevoli sogni di ascetici e romiti monaci. Il quale fantasmagorico effetto s’accresceva ancora per doppio mercè l’artificiale introduzione d’una forte e continua corrente d’aria dietro gli arazzi, la quale comunicava a quel tutto una ributtante ed irrequieta animazione.

Tale il soggiorno, tale la camera nuziale dov’io passai con la signora di Tremena l’empie ore del primo mese del nostro matrimonio, — e le passai senza grande inquietezza. —

Che mia moglie temesse il selvaggio e feroce mio umore, — che facesse studio di evitarmi, — che mi amasse appena appena mediocremente, era cosa che mi pareva chiarissima, tale che certo non mi poteva omai dissimulare; ma ciò, lo confesso, anzichè venirmi a fastidio, riesciva a piacere. Avvegnachè da cotesta unione era in me sorta grado a grado, e come per influsso straniamente invincibile, un’avversione d’istinto, viva, acuta, intensa; onde io finii per odiarla con odio men proprio dell’uomo [p. 282 modifica] che dei demonj1. E la mia memoria faceva ritorno (ahi con quell’intenso rammarco!) verso Ligeia, Ligeia la diletta, l’augusta, la bella, la splendida, la morta Ligeia. Vere orgie di rimembranze, le mie! Il pensiero vi discorreva per ogni verso; m’inebbriavo sovrananamente nella sua purezza, nel suo sapere, nella sublime sua eterea natura, nell’amor suo appassionato, amore d’idolatria. Allora il mio spirito pienamente ardeva, ardeva largamente d’una fiamma molto più inestinguibile, molto più ardente che non era stata la sua. E nell’entusiasmo de’ persistenti miei sogni (ero omai abitualmente sotto l’impero del veleno) io gridava ad alta voce il suo nome, lo gridava nel silenzio della notte alta, e di giorno tra gli ombrosi e melanconici ritiri delle vallate, come se per atto di mia selvaggia energia, per solennità della stessa passione, pel fuoco voratore di quella frenesia per la defunta, io potessi richiamarla a’ sentieri di questa vita da lei per sempre abbandonata. Per sempre! ed era e’ mai ciò possibile? — per sempre! — per sempre?...

Al principio del secondo mese del nostro matrimonio, la signora Rowena venne colta d’improvviso malore, che assai l’afflisse e da cui uscì a rimettersi con grande lentezza. La febbre, ond’era consumata, le rendeva le notti molto penose, e nell’inquietudine de’ suoi lievissimi sonni ella parlava di suoni e di moti che qua e là e ad [p. 283 modifica] intervallo facevansi sentire nella camera della torre, e che per verità io non poteva attribuire che al disordine delle sue idee o forse a’ fantasmagorici influssi della camera. Col tempo ell’entrò in convalescenza e si rimise in salute.

Tuttavia, non era valico un certo spazio di tempo, quando nuovo e più violento accesso l’ebbe novellamente gettata sul suo letto di dolore, dopo il quale, la di lei costituzione, sempre invero stata debole, non potè giammai completamente riaversi. In questo frattempo il suo male si chiarì di carattere pericoloso; e ricadute ancora più stranie e pericolose, che sfidavano ogni sussidio della scienza, ogni studio de’ medici, avvennero. E mano mano che tal cronico malore aumentava, malore che senza dubbio si era da quell’istante troppo diffuso in ogni fibra del suo corpo per essere diretto da mani d’uomo, io non poteva non rilevare una crescente irritazion nervosa nel suo temperamento, un’eccitabilità tale per cui anco le più lievi cause le erano argomento di subitana paura. Parlò ancora, anzi più soventi, con maggiore persistenza, di rumori — rumori leggieri — ed insoliti, improvvisi moti nelle tende, di cui, almen diceva, avere altra fiata sofferto; e ne diceva con tale insistenza....

Una notte — in sul cader del settembre — con energia veramente straordinaria ella trasse l’attenzion mia sopra questo desolante soggetto. Era appunto allor allora uscita da un sonno molto agitato, ed io con sentimento tra l’ansia e un terror vago aveva attentamente spiato ogni alterazione del dimagrato suo volto. Me ne stava seduto al capezzale del letto d’ebano, sur uno dei lettucci all’orientale. Ed ecco che, rizzatasi su a metà, mi [p. 284 modifica] parla a voce bassa bassa, in una specie d’ansioso bisbigliamento, di suoni ch’ella aveva allor allora inteso, ma ch’io non poteva intendere, — di movimenti ch’ella aveva or ora veduto, ma ch’io non poteva vedere. Il vento agitavasi vivacemente dietro le tappezzerie, ed io mi faceva a persuaderla (sebben, lo confesso, io non vi prestassi tutta la fede) che que’ sospiri indistinti, que’ mutamenti quas’insensibili nelle figure del muro altro non fossero che naturali effetti dell’ordinaria corrente d’aria. Ma il pallore di morte che le si diffuse in sul viso, mi provò che ogni mia cura a rassicurarla rendevasi vana; qui parve venir meno, nè vi erano domestici che potessi chiamare.

Mi sovvenni del luogo dove aveva posato una fiala di vin leggiero ordinatole dai medici, onde attraversai celermente la camera per procurarmela. Se non che, in quella che passavo sotto la luce della lampada, due strane, singolarissime circostanze attrassero l’attenzion mia. Aveva sentito un non so che di palpabile, quantunque invisibile, lievissimamente strisciare lungo la persona, e scôrsi sul tappeto d’oro, là proprio al centro del lussureggiante irraggiamento proiettato dall’incensiero, un’ombra, — una debile ombra, indefinita, d’angelico aspetto — proprio tale qual potrebbe figurarsi l’ombra di un’Ombra. Tuttavia, poi ch’io era in preda ad un’eccessiva dose di oppio, non prestai che poca attenzione a queste parvenze, e non ne feci molto a Rowena.

Trovai il vino, riattraversai frettoloso la camera, e, rimpiutone il bicchiere, il recai alle labbra della svenuta mia moglie. Anzi ella s’era un po’ rimessa, così che prese ella stessa il bicchiere, mentr’io [p. 285 modifica] mi lasciai andare sulla poltrona, non levandole un momento gli occhi di sopra.

In questa, intesi distintamente un lieve fruscio di passi sul tappeto e vicino al letto; e, un istante dopo, nell’atto che Rowena accostava alle sue labbra il vino, io vidi (forse fu illusione d’un sogno), io vidi cadere nel bicchiere, come spiccato da invisibil sorgente sospesa nell’ammosfera della camera, tre o quattro grosse goccie d’un fluido brillante e dal color del rubino. Ma s’io lo vidi, nol vide però Rowena. Bevette calma e tranquilla il suo vino, ed io mi guardai bene di parlarle d’una circostanza che, in fin de’ conti, doveva tenere per una suggestione di fantasia esaltata, a cui i terrori di mia moglie, l’oppio, la stessa ora e, insomma, ogni cosa accrescevano le già troppo facili e morvidissime sue facoltà.

Non pertanto io non ebbi forza a dissimularmi che, immediatamente dopo cadute quelle rosse goccie, un mutamento rapido — in male — non si operasse nella malattia di mia moglie; in modo che, alla terza notte, i suoi domestici lavoravano a prepararle la tomba, — ed io me ne stava solo, seduto nella solitudine di questa camera fantastica, ch’aveva già accolto la giovane sposa, con dinanzi l’esanime suo corpo avvolto in un sudario. — Visioni strane, moltiplicate dall’oppio, volteggiavanmi intorno a mo’ di ombre. Ed io discorreva inquieto lo sguardo sopra i sarcofagi, negli angoli della camera, su le mobili figure delle tappezzerie e su gli splendori vermicolari e cangianti della lampada della vôlta. E mentre facea studio di rammentarmi le circostanze di una delle precedenti notti, i miei occhi caddero sul punto medesimo del [p. 286 modifica] cerchio luminoso, colà stesso dove ebbi scôrto le traccie lievissime d’un’ombra. Ma l’ombra più non vi era; ond’io, allargatomisi più il cuore, vôlsi gli sguardi verso la pallida e rigida figura distesa sul letto. E allora sentii fondersi in me mille e mille rimembranze di Ligeia; — e sentii rifluirmi al cuore, con la ruinosa violenza del mar in tempesta, tutto quel dolore intenso, sovrumano, ineffabile da me provato allora che l’ebbi vista, essa, essa pure, nel suo sudario. E la notte saliva e saliva; ed io sempre là, là, — il cuor gonfio di pensieri amarissimi, il cui oggetto, essa, essa, il mio unico, il mio supremo amore: ed io aveva gli occhi là, sempre là, chiovati sul cadavere di Rowena.

Poteva essere la mezzanotte, forse un po’ prima e forse un po’ dopo (avvegnach’io non avessi osservato il tempo), allor che un singhiozzo leggiero, leggierissimo, ma distintissimo, mi trasse di soprassalto da quel cupo fantasticare. Sentii che veniva dal letto d’ebano, — dal letto di morte. Fu un’angoscia di superstizioso terrore, tesi l’orecchio; e il rumore non si fe’ più sentire. Con uno sforzo intenso degli occhi procurai di scuoprire un moto qualunque nel cadavere, ma non m’accorsi di nulla. Eppure, sì, eppure era stato impossibile ch’io mi fossi ingannato. Il romore, debole invero, io l’aveva inteso, e lo spirito era assai ben desto in me, e il romore, lo ripeto, io l’aveva effettivamente sentito. Con una risolutezza e pertinacia intentissime io continuai ad osservare il cadavere; i miei occhi erano su lui, ed io era magneticamente fisso al cadavere. Volsero alcuni minuti in solenne silenzio di tomba, senza che alcun lieve incidente versasse un po’ di luce su questo mistero. A lungo [p. 287 modifica] stare apparvemi evidente un leggiero, leggiero, leggierissimo, appena appena sensibile coloramento alle guancie, il quale andavasi pur lento lento come filtrando lungo le piccole depresse vene delle palpebre. Sotto l’impressione d’un orrore e d’un terrore inesprimibili, per cui la umana favella sarebbe incapace di trovare espressioni sufficientemente energiche ed incisive, io sentii le pulsazioni del mio cuore arrestarsi ed ogni mio membro restare d’un tratto come colto di paralisi.

Nullameno, il sentimento del dovere ritornommi finalmente alla fredda calma. Per me non v’era più dubbio; avevamo avuto troppo pressa di fare i preparativi per la tomba: Rowena viveva ancora. Diveniva necessario di usare immediatamente qualche tentativo; ma perchè la torre era tutt’affatto separata dalla parte dell’abbazia abitata da’ suoi domestici (nessuno sì vicino cui potesse arrivare un mio grido), in nessun modo erami possibile chiamare soccorso, se non lasciando per qualche minuto la camera, — il che non convenivami rischiare. — Studiai pertanto di richiamarmi a me stesso e di raccôrre il mio spirito troppo ancor irrequieto e fuori di sè. Ed ecco di bel nuovo, dopo pochi minuti, mostrarsi una nuova, evidente ricaduta; il coloramento delle guancie e delle palpebre disparve, lasciandovi una pallidezza più che marmorea, semitrasparente. E le labbra replicatamente si chiusero e raggrinzaronsi nella spettrale espression della morte; un freddo ed una viscosità ributtante rapidamente si diffusero su l’intiera superficie del corpo, ed immediatamente chiarissi la più completa cadaverica rigidità. Ricaddi, arricciando di paura, sul letto di riposo donde erami [p. 288 modifica] tratto pur dianzi; e mi abbandonai un’altra volta a’ miei sogni, alle mie passionate visioni di Ligeia.

E in questo modo passò un’ora, una lunga ora! quand’ecco (mio Dio, ma era e’ ciò possibile? era ciò vero?) quand’ecco, dico, destarmisi nuovamente la percezione d’un romor vago che venia dalla parte del letto. Tesi l’orecchio — convulso di spavento. E quel suono, quel tale suono dièssi nuovamente a sentire; ed era un vero sospiro. Mi slanciai sul cadavere, e vidi, vidi distintissimamente un agitarsi delle labbra; e dopo circa un minuto, scoprirsi a’ miei occhi una riga brillantissima di denti, brillantissima quasi altrettante madreperle. Allora al terrore profondo ond’era sempre stato avvinto, s’aggiunse nel mio spirito uno stupore altissimo, indefinibile; e sentii la mia vista oscurarsi e la mia ragione fuggirsi: e subito per uno sforzo su di me violentissimo raccolsi poco a poco il coraggio ed ebbi coscienza di farmi forte al cómpito novellamente impostomi dal dovere. E qui la fronte erasi colorita d’un vago color carnicino, e così le guancie e la gola; un calore sensibile penetrava in tutto il suo corpo, anzi una pulsazione lievissima sollevava insensibilmente la regione del cuore.

Mia moglie viveva dunque: — con ardore raddoppiato, febbrile, mi posi allora in dovere di risuscitarla. Le stropicciai e le spruzzai le tempia e le mani, usando d’ogni mezzo suggeritomi dall’esperienza e dalle molte letture mediche da me fatte. Invano. D’improvviso, ogni colore sparì, cessò ogni pulsazione e le labbra ritornarono all’espression della morte, e, in un attimo, il corpo riprese la glaciale sua freddezza, la livida sua apparenza, la completa [p. 289 modifica] sua rigidità, gli sparuti contorni, e tutta la schifosa caratteristica d’un corpo giaciutosi nella tomba da più giorni.

E dappoi ricaddi nelle mie fantasticaggini su Ligeia, e di nuovo (e qual fia meraviglia ch’io tremi di spavento scrivendo queste linee?), di nuovo, dico, un soffocato singhiozzo mi giunse all’orecchio dalla parte del letto di ebano. Ma, e a qual pro descrivere per filo e per segno gli orrori ineffabili di quella notte? Dovrei dunque narrare quante volte, ad intervalli, e sino a’ primi indizi dall’alba, si ripetè il ributtante dramma della risurrezione? dire, che ogni spaventosa ricaduta mutavasi in una morte più tetanica e più irremediabile; che ogni nuova agonia rassomigliava ad una lotta contro qualche misterioso, invisibile avversario, e che ogni lotta era seguita da non so quale strana alterazione nella fisonomia del corpo? — Finiamo l’osceno racconto.

Era omai passata la maggior parte della notte, quando la morta si scosse novellamente, ma questa volta con energia insolita, massima, come se desta da più spaventoso, più irreparabile letargo. Io aveva da molto smesso ogni sforzo, ogni moto, rimanendo come inchiodato al sofà, disperatamente assorto in un turbinio di emozioni violente, di cui forse la meno terribile, la meno divorante era un supremo spavento. Lo ripeto; il corpo si agitava ed omai con maggior vivezza di prima. E i colori della vita le salivano al viso con energia singolare, — e le membra rilassavansi, e, tranne le palpebre sempre pesantemente chiuse, e l’immutabile riflessione de’ cortinaggi e dei funebri tappeti che comunicava alla di lei figura il [p. 290 modifica] carattere sepolcrale di questi, io avrei sognato che Rowena avesse intieramente scosso i legami della morte. Che se, d’allora, quest’idea non mi voleva intieramente entrare, però non potei più a lungo aver dubbi, quando (levatasi dal letto, barellante, con mal fermo passo, e gli occhi chiusi, a mo’ di sonnambula) essa, cioè l’essere avvolto nel sudario, si fece innanzi audacemente, solennemente a mezzo la stanza.

Non tremai, non mi mossi; una folla di pensieri inesprimibili, d’idee, desti dall’ambiente, dalla statura, da’ passi del fantasma, irrupero d’un tratto nel mio cervello, mi sbalordirono, mi pietrificarono. Immobile, contemplavo l’apparizione. I miei pensieri, un caos, un indomabil tumulto. Colei che mi stava lì lì di faccia era proprio lei, lei, Rowena viva? l’apparizione potev’essere proprio Rowena, la signora Rowena Trevanione di Tremena, dagli occhi azzurri e dalla chioma bionda! E perchè, sì, perchè ne dubitavo, io? La grossa benda le soffocava la bocca: e perchè dunque quella non avrebbe dovuto essere la bocca alitante della signora di Tremena? — E le guancie? sì, sì, quelle eran ben le rose della tanto gioconda e giovin sua vita; e potevan ben essere le belle guancie della vivente signora Tremena! E il mento con le gaie pozzette di sanità fiorita, il mento non potea dunque essere il suo? Ma, erasi ella dunque dopo la sua malattia fatta più alta? Oh, qual orribil delirio incolsemi a cotal idea! — Come lampo, io caddi a’ suoi piedi... Al mio contano si ritrasse, e liberò il suo capo dall’orrido sudario ond’era avvolto; e allor si sciolse nell’agitata ammosfera della stanza un volume enorme di lunghi e disordinati capelli, un fiotto immane d’agitata chioma, chioma più nera dell’ali [p. 291 modifica] di mezzanotte, l’ora dalle penne di corvo! E allora scôrsi il fantasma, ritto a me innanzi, lentamente, lentamente aprire gli occhi.......

— Finalmente! eccoli, eccoli! (gridai con voce tonante); oh, potrei io mai ingannarmi, io? — Eccoli! eccoli! gli occhi adorabilmente fenduti, gli occhi neri neri, gli stranii occhi del mio amore perduto, intenso, infinito, — gli occhi dell’unica, della tipica mia Ligeia!





Note

  1. Il lettore può vedere, ove confronti, la grande, la pienissima libertà di cui mi valsi sempre, ma specialmente in questa storia.

    R. E. M.