Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri/XII

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Del tempo, in cui si trattenne Dante nella Corte degli Scaligeri in Verona

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XI XIII


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XII.
DEL TEMPO, IN CUI SI TRATTENNE DANTE NELLA CORTE DEGLI SCALIGERI IN VERONA.

Si rende molto difficile il fissare il tempo, nel quale il nostro Dante Allighieri passò a Verona presso gli Scaligeri, Signori di essa, e lo stabilire quanto ivi si trattenne. Il Marchese Scipion Maffei1, seguendo il Boccaccio2, lasciò scritto che Dante cacciato di Firenze per la forza delle fazioni, se ne era andato a Verona per cercar ricovero presso gli Scaligeri. Di questo sentimento fu ancora Monsignor Giusto Fontanini3; ma se mal non mi oppongo, io credo che non prima dell’anno 1308. si possa con qualche fondamento riporre il [p. 121 modifica]passaggio del nostro Poeta a Verona4. Per la morte di Alberto della Scala succeduta l’anno 1301.5, restò la signoria di quella città a Bartolommeo suo primogenito, il quale per poco tempo di essa tenne il governo. Mancò egli di vivere il dì 7. marzo 1304.6 e nel dominio gli successe il suo fratello Alboino. Non molto tempo dopo ad Alboino7 fu dato per compagno Cane suo [p. 122 modifica]fratello, il quale restò Signore assoluto di Verona nel febbrajo del 1311. per avere allora terminato di vivere il suddetto suo maggior fratello Francesco. Ora nel Canto XVII. del Paradiso, avendo il Poeta immaginato, che Cacciaguida nel predirgli i casi della sua futura vita, gli dicesse8:

Lo primo tuo rifugio, e ’l primo ostello
Sarà la cortesia del gran Lombardo,
Che ’n su la Scala porta il santo uccello

I sopra mentovati scrittori, e molti altri prendendo alla lettera le accennate parole, crederono che non altro ci volesse per istabilire la gita di Dante a Verona subito dopo il suo esilio dalla Patria. E vero che nei detti versi chiaramente9 è indicato Alboino della Scala Signore di Verona, ma questo appunto dimostra che non subito dopo il suo esilio passò Dante alla Corte degli Scaligeri, perchè la detta condanna accadde nel 1302., ed Alboino non prima del 1304. divenne Signore di Verona10. Che se l’illustre Marchese Maffei avesse scrupolosamente esaminati i suddetti versi, e combinati con quanto di Cane fratello di Alboino, poche righe sotto, soggiunge il Poeta, senza dubbio si sarebbe accorto, che in quel luogo non aveva preteso Dante di parlare rigorosamente come egli credette. A lui non era noto che nel 1306. in circa fosse Dante trattenuto, come dicemmo, in Padova, nè che nel 1307. di nuovo fosse [p. 123 modifica]passato in Toscana; ed è probabile che non facesse riflessione a quanto della dolce accoglienza, fattaglia da Maorello Malaspina, lasciò scritto lo stesso Poeta nel VIII. Canto del Purgatorio. Nè citati versi del Paradiso, ed in quei che ad essi vengono dietro, non tanto celebra Dante la liberal cortesia d'Alboino, quanto in Cane suo fratello; onde da ciò ancora si trae argomento per credere, che non prima del 1308. da essi fosse nella loro Corte benignamente ricevuto. Imperiocchè in quell’anno solamente, e negli altri successivi si può dire, che Dante avess luogo di sperimentare gli effetti della loro generosità, perchè non prima11 ambedue governarono Verona. Girolamo della Corte 12 nella sua Storia di Verona all’anno 1306. narra che per le preghiere di Dante aveva Can della Scala mandata una truppa dei suoi in favore dei Bianchi fuorusciti di Firenze, sotto il comando di Scarpetta degli Ordelaffi13, ma io non [p. 124 modifica]posso all’autorità del mentovato Scrittore dare in questo fatto tutta la fede, mentre da’ suddetti riscontri siamo portati a credere, che ancora in quell’anno non fosse il nostro Poeta passato a Verona. Partitosi adunque Dante da Maorello Malaspina se ne andò a Verona per implorare dagli Scaligeri Signori di essa, qualche ajuto. Governava allora, come si disse, quella città in compagnia del giovinetto Can Francesco14, il fratello Alboino Principe quieto, pacifico, amorevole, e giusto amatore dell’onor di Dio, del ben pubblico, e dei Letterati15. Da esso fu con molta cortesia ricevuto e trattenuto presso di se, colmandolo d’infiniti benefizj ed onori16; e di lui non si dimostrò verso il nostro Poeta meno liberale il detto Can Francesco suo fratello. Egli era uno dei più notabili, e magnifici Signori che si sapesse essere in quei tempi in Italia17; onde per questo e per il suo valore che mostrò nelle guerre avute contro i [p. 125 modifica]Padovani18 meritossi il titolo di Grande, perchè la sua Corte era un sicuro asilo per tutti coloro, i quali erano stati maltrattati dalla fortuna, e principalmente per quelle persone che o per lettere, o pel mestiero delle armi, o per singolarità in qualche arte erano divenute famose. Quivi Dante, si trattenne del tempo, trattato con molta liberalità da due fratelli Scaligeri, e forse in Verona fece venire allora Pietro suo figliuolo, il quale non meno del padre attendeva a coltivare lo spirito coll’acquisto delle umane lettere, e della Giurisprudenza. A Dante era toccato in sorte un animo altero e sdegnoso19, e per questo poco atto a vivere nelle Corti dei gran Signori, nelle quali di rado si fa un’illustre fortuna senza servil docilità, e compiacenza ai voleri altrui. Quindi a poco a poco andò perdendo col suo costume alquanto aspro, e col suo parlar libero la grazia dei detti Scaligeri, ed insieme decadè da quella dei Cortigiani. Cane lo interrogò per questo un giorno in presenza di molti, circa alla ragione perchè ai suoi fosse più grato un suo buffone sciocco e balordo, che esso, il quale era stimato sapiente: al che Dante senza riguardo rispose subito, che di ciò non conveniva che alcuno se ne meravigliasse, perchè la similitudine e l’uniformità dei costumi era quella che partoriva grazia ed amicizia20. Allo stesso Cane dedicò la Terza Cantica della sua Commedia, alla quale diede forse compimento sotto l’ombra di lui.


  1. Loc. cit. degli Scrittori Veronesi pag. 53.
  2. Vita di Dante.
  3. Lib. 2. cap. 13. della sua Eloquenza Italiana.
  4. Girolamo della Corte, Istoria di Verona lib. 9. tom. I. pag. 582. Edizione di Verona del 1596. in 4. Da ciò apparisce essere veramente falso quello che dice il Boccaccio, cioè che Dante nel suo primo fuggire era ito a messer Alberto della Scala; imperciocchè egli era morto senza fallo prima che il Poeta fosse condannato all’esilio, onde Giannozzo Manetti ebbe torto a seguitare il Boccaccio, ed a scrivere che due volte Dante andò a Verona, la prima subito dopo l’esilio, ove fu ricevuto da Alberto; la seconda, quando era Signore di detta città Alboino. Di Alberto ancora ragiona con poco riguardo Dante nel XVIII. Canto del Purgatorio verso 121. se è vero. che di detto Alberto della Scala intenda parlare in quel luogo.
  5. Ciò si conferma con un Necrologio del Monastero delle monache di S. Michele in campagna di Verona, pubblicato dal Biancolini nella P. I. del Lib. V. delle sue Notizie istoriche delle Chiese di Verona, ove (pag. 210.) è notata la morte di Alberto della Scala, come seguita in quest’anno 1301. III. non. septembris, e dal di lui testamento dato fuori dal medesimo Biancolini fra i documenti ammessi alla serie de’ Vescovi, e Governatori di Verona impressa ivi nel 1760. in 4. num. XXV. pag. 101. e seg.
  6. Muratori all’anno 1304., e Pier Zagata Cron. di Veron. par. I. pag. 57. ediz. di Veron. del 1754. in 4°.
  7. Nel Necrologio suddetto (pag. 198.) è notato :
    III. Kal. Mart. obitus Alboini de la Scala fratris sororis Francischitte Monache M. CCC.

    Con questo abbiamo corretto il mese della morte di Alboino che nella prima edizione di queste Memorie dicemmo essere stato l’ottobre; anche lo Zagata pag. 58. loc. cit. s’inganna dicendo che accadde il dì 31. dicembre 1311.

  8. Vers. 70. e seg.
  9. Dal contesto di Dante apparisce che in detto luogo accenna Alboino, e non altri, perchè fa intendere con i suoi versi, che quello il quale è da lui indicato ne’ medesimi, non era solo nel governo de’ suoi Stati. Con questo si abbatte il sentimento di coloro i quali hanno creduto, che ivi il Poeta intendesse di parlare di Bartolommeo della Scala, non d'Alboino.
  10. Muratori loc. cit. Girolamo della Corte lib. 10. pag. 595.
  11. Il citato Girolamo della Corte dice ivi che Alboino di pubblico consenso, subito dopo essere entrato Signore di Verona, cioè lo stesso anno 1304. o in principio del 1305. scelse per compagno, nel governo, il fratello Can Francesco.
  12. Loc. cit. pag. 600.
  13. Quando i Bianchi tentarono di entrare nel Contado Fiorentino per la parte del Mugello; ma Dino Compagni lib. pag. 51. che racconta questo fatto, non dice che i Ghibellini avessero truppe ausiliari del Signor di Verona, anzi ciò non è probabile, perchè si dice di sopra, che in detto anno 1306. Cane non era ancora a parte dello Stato con Alboino suo maggiore fratello.
  14. Così lo chiama Girolamo della Corte
  15. Vedasi il detto Girolamo della Corte lib. 10. pag. 596.
  16. Beatrice dice a Dante nel citato XVII. Canto del Paradiso vers. 73. e seg.

    Avrà in te sì benigno riguardo,
    Che del fare e del chieder, tra voi due
    (cioè fra voi, o Dante ed Alboino, presso del quale sarete rifugiato)
    Fia prima quel, che tra gli altri è più tardo.

  17. Così dice presso a poco Gio. Boccaccio nella VII. Novella della sua prima Giornata del Decamerone. L’elogio che gli fa Dante nel citato Canto XVII. del Paradiso è assai grande. E se a lui si dovesse applicare quanto dice lo stesso Poeta nel Canto I. dell’Inferno verso 101. e seg. ancor questo sarebbe un’onorifico elogio per detto Signore; ma io non credo che in quest’ultimo luogo abbia inteso Dante di parlare di Cangrande; perchè più abbasso dimostrerò che al suo Poema diede principio prima di avere esperimentata la di lui liberalità, della quale parla Sagacio Gazata presso il Muratori nella Prefazione alla Cronica di Reggio, scritta dal detto Sagacio, e continovata da F. Pietro suo Nipote la quale è impressa nel XVIII. Tom. Rer. Italic. Scriptor.
  18. Ved. una giunta alla predetta Cronica dello Zagata loc. cit. pag. 61.
  19. Tale è il carattere che fanno di Dante tutti gli Scrittori della sua Vita; ed il vedersi che egli, benchè fosse molto obbligato agli Scaligeri, non si ritenne di censurar la condotta di Alberto loro padre nel Canto XVIII. del Purgatorio vers. 121. e seg. fa ben conoscere che ei mal sapeva frenarsi dal rampognar gli altrui difetti.
  20. Questo fatto è riportato da Francesco Petrarca nel lib. 4. Reremorab.