Merope (D'Annunzio)/L'ultima canzone

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L'ultima canzone

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La canzone di Mario Bianco
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L’ULTIMA
CANZONE

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D'Annunzio - Laudi, IV (page 29 crop).jpg



AH, non dieci canzoni, dieci navi
d’acciaio martellate con l’istessa
forza d’amore, o Patria, dimandavi,

e non sillaba a sillaba commessa
ma piastra a piastra ancor calda del maglio
e in ciascuna impernata una promessa,

e già, pronte su gli unti scali, al taglio
delle trinche, le dieci in armamento
com’è già, pronto il tuo Contrammiraglio.

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Ahimè, non ho se non il mio tormento
e il mio canto. L’oblio breve e imito,
e nell’oscuro cuore io mi sgomento;

ché oggi sono simile al ferito
lontano che si sveglia al limitare
del gran Deserto e vede l’infinito

silenzio sul suo sangue palpitare
di stelle e in lui remoto come il cielo
il volto delle sue cose più care

e tutta la sua vita senza velo,
quasi nel vetro della notte inscritta,
e l’anima chiarita nel suo gelo

come una gemma rigida ed invitta
che più non muta forma né s’arrende,
e la vittoria pari alla sconfitta.

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Non apprese negli anni ciò che apprende
nell’attimo. S’irraggia mentre agghiada.
E la notte lo fascia di sue bende.

E nel cavo degli occhi ha la rugiada,
non le lacrime, e qualche gran d’arena
nella man che non stringe più la spada.

Tutto è tacito e puro. Non balena,
non albeggia. In un sol chiarore eguale
spazia la solitudine serena.

Scende dal cielo e dalla terra sale
la stessa luce: tal nel cielo Sirio
qual nella piaga l’anima immortale.

Mi risveglio io così, dopo il delirio
dell’improvvisa primavera, solo
con la mia vita, ahimè, senza martirio

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cruento, nella notte del mio duolo
antico e nel silenzio delle stelle
infauste, inerte su lo stranio suolo.

E nelle vene che parean novelle
m’incresce il vano sangue non versato
e la febbre che aggrava il polso imbelle.

O mie canzoni, di qual grande afflato
piene sembraste nella prima ressa
quando ogni mio pensier balzava armato!

A ciascuna di voi con indefessa
vigilia diedi volto d’eroina,
d’aquila penne, ugne di leonessa.

Sì travagliosa era la mia fucina,
era l’angoscia dell’amor si forte,
che più non mi dolea nel cuor la spina

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né più da sera battere alle porte l’ultima
udivo il mio carnefice sagace canzone
che de’ miei sonni fa torbida morte,

ma sol ruggire udivo la fornace
imperterrita, e come alla battaglia
era la fronte all’opera pugnace,

e vedevo di là dalla muraglia
la notte costellata d’occhi ardenti,
d’occhi fraterni. “Su, fuoco, travaglia!

Gloria, fiammeggia! Su, cantór di genti,
con la Vittoria a gara!„ E le sorelle,
ancor rosse, partivano nei vènti

quando trascoloravano le stelle
sul disperato Ocèano, il selvaggio
stridendo annunciatore di procelle

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per la deserta landa; e al gran viaggio
l’anima tutta era seguace, e sola
teneva l’ombra il pallido rivaggio.

O lontananza, che dalla parola
eri abolita come inane cura,
or sembri nella notte di viola

spanderti senza fine, di pianura
in pianura, di monte in monte, d’acque
in acque. Il mio dolor non ti misura.

L’ululo dell’Ocèano si tacque,
il vento cadde. Dal silenzio strano
il notturno carnefice rinacque.

Nessun m’ode. Son simile al lontano
ferito che si sveglia al limitare
del gran Deserto e vede il ciel lontano

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sul suo gelo supino palpitare
di stelle e ascolta sempre più remoto
il pianto delle sue cose più care.

Non ti cantai, o mio fratello ignoto?
non chiesi il nome tuo perché nel mio
canto risuoni? Solo sei, devoto

a morte, già, fasciato dall’oblio
perenne, profondato nello stagno
del sangue; e non avrai tomba. Foss’io

per te come colui che accorre al lagno
del caduto, là dove più tremenda
è la strage, e si carica il compagno

su l’omero a scamparlo dall’orrenda
vendetta del mutilatore e arriva
nell’altra vita all’orlo della tenda!

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Sembrami, ignoto, ch’io ti sopravviva
per un castigo oscuro e ch’io, non ombra
né uomo, in vano erri per questa riva.

Il vento cadde. Nella notte ingombra
di neri crini è il soffio di Medusa.
A quando a quando il mio cavallo aombra,

sosta, soffia, ricalcitra, ricusa
come se non dai tronchi morti fosse
la valle tra le dune alte preclusa

ma da mucchio d’uccisi e Torme rosse
nella bassura dessero bagliore.
Talvolta il passo nelle sabbie smosse

è come un tonfo sordo. Il tetro odore
che lascia la marea su le scoperte
spiagge de’ naufraghi è come l’odore

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dalla putredine. Il bacino è inerte L’ultima
come l’Averno, sparso d’errabonde
fiamme che or sì or no schiarano incerte

larve dentro le barche o per le sponde,
e pare che ogni fiamma s’incolonni
nell’abisso. Ora tutto si confonde

e m’illude. Latrare i cani insonni,
presso e lontano, odo per la malvagia
landa. Ascolto. Son forse quei di Fonni?

Sono i mastini della mia Barbagia?
E la muta di guerra? A paio a paio
ardere vedo i loro occhi di bragia.

Marceddu è in vermi. Murtula è più gaio:
non ha che l’ossa del viso disfatte.
Il buon Demurtas medica il carnaio.

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Azzanna! Azzanna! Dove si combatte?
Muta di guerra, trovami la pesta
nel sabbione, pe’ rovi e per le fratte.

Ma non latrare, che stanotte è gesta
di silenzio, vittoria senza grida,
gloria tacita. Il cuore me l’attesta.

Razza del Monte Spada, siimi guida,
innanzi al mio cavallo che paventa.
Io cerco il fuoco o il ferro che m’uccida.

Dove si muore? Un’anima fermenta
nella notte, più libera dell’aria.
Tutto è grande. La luna s’arroventa

occidua su l’altura solitaria,
simile a falce sopra grande incude.
Tutto è sogno. La landa originaria

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verso il sogno propaga le sue nude
onde, come il Deserto senza strade.
L’asfodelo letèo vi si dischiude

come lungh’essi i talami dell’Ade.
L’asfodelo si lacera ed aulisce
sotto lo schianto di colui che cade.

Or più la pesta si profonda. Strisce
di nero sangue rigano il cammino.
Tale è il silenzio, che vi si scolpisce

l’evento come in un rigor divino.
Il cielo è sgombro. Solo vi s’intaglia
l’indomito adamante del Destino.

Non rombo, non fragore di battaglia,
non urlo di dolore. Ma chi muove
per la gran notte, e la gran notte eguaglia?

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E la schiera quadrata, che va dove
l’Eroe la riconduce. Ha seppellito
a Tobras i suoi morti. Ha visto nuove

stelle sorgere a lei dall’infinito.
Ha represso il singulto del morente,
ha soffocato il lagno del ferito.

Col ghiado illude la sua sete ardente.
Il mulo che portava l’acqua, porta
il carico di sangue. Le cruente

some non hanno un gemito. La scorta
è un solo ferro che respira. Il duce
non chiama, non comanda, non esorta.

Cavalca innanzi. Ha seco la sua luce.
Ha seco l’alba nei deserti bui.
Quando laggiù gridava “A me!„ nel truce

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attimo, la sua gente era con lui.
S’egli cavalchi al limite del mondo,
la sua gente in silenzio andrà con lui.

In sommo della duna, sul profondo
cielo, è veduto sorgere dagli occhi
riversi del soldato moribondo.

E quegli a cui si piegano i ginocchi
riprende la sua lena su per l’erta
sinché l’arso polmone non gli sbocchi.

Taciturna così per la deserta
notte s’avanza la quadrata schiera,
con i suoi segni, verso l’alba certa,

simile al vóto d’una primavera
sacra che salga verso un fato augusto
con l’Eroe primogenito in cui spera.

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Così, divina italia, sotto il giusto
tuo sole e nelle tenebre, munita
e cauta, col palladio su l’affusto,

andar ti veggo verso la tua vita
nuova, e del tuo silenzio far vigore,
e far grandezza d’ogni tua ferita.

Nella mia notte, sopra il mio dolore,
questa suprema imagine si spande.
Chiudila nella forza del tuo cuore.

Non n’ebbe la tua guerra di più grande.



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