Mitologia del secolo XIX/XV. Anteo

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XV. ANTEO.



Anteo era figliuolo a Nettuno e alla Terra, e regnò sulla Libia. Chi cerca la spiegazione dei simboli mitologici nella storia stimerà facilmente che i dominii di questo re abbracciassero contrade terrestri e marittime, di che veggano gli eruditi. Quanto a me, che mi studio di trarre gli enti dell’antica mitologia a significazione moderna, ossia di distendere a tutti i tempi ciò [p. 99 modifica]che potrebbesi credere proprio d’un solo, dalla storia di questo re strangolato da Ercole ne derivo qualche utile ammaestramento, in particolare pei letterati, e in generale per tutti gli uomini.

Aveva il famoso lottatore tebano un bel fiaccare il re gigante fino a terra: non prima toccavala, che risorgeva rifatto di forze maggiori che non erano state le sue per l’avanti. Pensate se la buona madre non aiutava a tutto potere il figliuolo! Questo mal giuoco si rinnovò parecchie volte, ed Ercole, tra stizzoso e maravigliato, fu per torsi dall’impresa di domare il gigante; e sarebbe stata la prima che fossegli andata fallita. Se non che gli venne pensiero, vedendo come a toccar terra il nemico racquistava vigore, di tenerlo in aria sospeso colle valide braccia, fino a che avesselo condotto a mandar fuori l’ultimo spirito. Non era picciola prova il tenere alto un gigante, tanto che fosse morto; ma Ercole era anch’esso da più che le picciole prove. Detto fatto: e il re gigante tenuto alto da terra, come fosse una pernice o altra tale preda di cacciatore novizio che ne fa mostra agl’increduli compagni, andò all’altro mondo, o, se vi piace meglio, rientrò nel grembo a chi l’aveva partorito.

Ora qual costrutto se ne cava dalla storiella? Pianissimo. Letterati, e artisti confratelli de’ letterati, nel ricopiare la natura, volete non morir mai? Non tenetevi a lungo discosti dalla madre [p. 100 modifica]Terra. Spiccate pure a quando a quando de’ voli, per quanto vi portano l’ali del vostro ingegno, ma ricordatevi di tornare a basso a riprender fiato ogni qual volta vi sentite mancare la lena. Se no, colla mitologia di tutti i tempi vi annunzio che rimarrete strozzati dall’Ercole della critica, in onta a tutti i vostri contorcimenti da gigante. Oh! noi, direte, siamo potenti d’ingegno, abbiamo in nostro dominio tutti i regni della fantasia. Anche Anteo era re e gigante, e aveva a genitori niente meno che Nettuno e la Terra. E per questo? Springò un poco con ambe le piote, per dirla alla dantesca, e poi fece la morte de’ malvissuti. La terra e il mare sono la vostra abituale dimora, e del cielo bisogna usarne con discrezione. Finchè non si arriva al sole, o almeno alla luna, non c’è altro da imbottare che aria e vapori; e di genti che siano arrivate a quell’altezza non ce n’è memoria fuorchè nel poema dell’Ariosto. Provvedetevi dunque del cavallo alato di Astolfo, che non si sa dopo il secolo di Carlomagno in che man sia mai capitato, e se no, contentatevi di calare, come diceva, a quando a quando, e rifarvi mortali. Quante volte mi accade, leggendo certe ventose o annuvolate sieno prose, sieno poesie, di dire meco stesso: qui il pover’uomo monta alle nuvole, cali un poco sua signoria da tanto pericolosa altezza! Ma sua signoria mi dà quell’ascolto che a Dedalo il figliuolo; io parlo, che l’amico fa viaggio più sempre verso le stelle. Qui la [p. 101 modifica]critica te l’afferra, e lo strozza. Pedanti, si grida, pedanti; questo fragore, e questa tenebrosità sono il bello e il nuovo dell’arte. Terra, terra, ripete la critica; ed ha ragione.

Non meno importante è la lezione che se ne cava per gli uomini tutti. Udite artifizio di chi vuol lacerare con qualche sicurtà la riputazione di un tale. Primieramente te lo leva alto da terra, vorrebbe ch’ei fosse da più che un angelo; ciò fatto non ha che un passo per giugnere a capo di mostrartelo poco meno che dimonio. Licisca? Essa che avrebbe sortito tali e tali altri pregi, ch’ebbe tali e tali altre favorevoli opportunità di riuscire esemplare in ogni cosa . . . ebbene? Essa invece — e qui fuori difetti che sono proprii di mezzo mondo, e non farebbero colpo sull’animo degli uditori senza quell’artifizioso esordio delle mirabili disposizioni di Licisca, e di ciò che il mondo aveva ragione di ripromettersi da una tal donna. Udendo pertanto il mio nome sulla bocca a questi Ercoli della maldicenza: piano, direi loro, lasciatemi in terra, non mi levate alto. Io sono fango, fango vilissimo, e niente più. Giudicate de’ miei difetti, ma in ragione del povero mio naturale: non mi attribuite natali celesti, mi ha generato la Terra, madre comune di tutti gli uomini. Non sono, come voi altri, prole di Giove; il mio concepimento non ha messo a soqquadro l’Olimpo, e tocca di gelosia la sovrana dei numi. Credete che l’Ercole volesse badarmi? Egli mi vuol [p. 102 modifica]levare mio malgrado sopra le nubi, già s’intende per strangolarmi.

Non potrei con queste osservazioni venire anche al particolare de’ miei scritti? Ci hanno alcuni che si contentano di quel poco che posso dare, e mi vanno di tanto in tanto consigliando come migliorare il lavoro. Questi tali io gli ringrazio, e vedranno come m’ingegni di porre a profitto la loro amorevolezza. Ma ce ne hanno degli altri i quali mi attribuiscono intenzioni che non ho mai avute; mi cambiano l’arte in quello che non ho mai pensato che possa essere mai; mi portano se volete in palma di mano, come suol dirsi; ma con qual fine? Gli articoli del Gondoliere sono elevati, sottili, pieni di ardua filosofia. Con vostra pace, sono fango, fango delle nostre lagune, su cui passa ogni gondola che ne abbia voglia. Io non sono gigante, non ho a me soggetta la Libia: trattatemi fratellevolmente; calpestate il mio fango, se ve ne viene il capriccio, anzichè condannarmi a perdere la respirazione nelle regioni destinate agli uccelli, e dove mi mandate a vivere con troppo sviscerata sollecitudine della mia gloria.