Opere di Raimondo Montecuccoli (1821)/Prefazione dell'Autore

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Lettera dedicatoria dell'Autore all'Imperatore Leopoldo Aforismi dell'arte bellica. Libro primo
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PREFAZIONE

DELL’AUTORE






La virtù innata del senso apprendendo gli oggetti, ne lascia impresse nella memoria le specie. Da più memorie tra loro paragonate nasce l’esperienza, e da più esperienze una cotal ragione universale si estrae, che è delle scienze e delle arti il principio. Onde, siccome la pratica delle specie di più singolari, così la teorica dalle regole generali ciò che fare si debba quì e di presente discorre e giudica. Quella senza questa è meno soggetta all’errore1; questa senza quella assai più oltre s’estende, e fino nella conoscenza dell’universale, e delle cagioni s’interna. L’una senza l’altra è manchevole, e col solo accoppiarle2 insieme amendue, la perfezione [p. 68 modifica]s’attinge. Imperciocchè l’idea dell’arte è misura3, e l’uso è maestro delle cose da farsi4; quindi è che nel presente Trattato si porranno in primo luogo, giusta il costume de’ matematici, i principii, e quelle maggiori proposizioni, sulle quali, come sopra stabili basi, l’intelletto sillogizzando, sicuramente s’appoggia5; in secondo luogo recherannosi avanti, come proposizioni minori, le pratiche di essi aforismi riflessi alle prossime guerre seguite nell’Ungheria, acciocchè restringendosi nell’applicazione l’universalità delle massime, e de’ comuni principii alle circostanze de’ casi, e al particolare operabile, ne risultino in terzo luogo le conclusioni de’ vantaggi che si hanno da procacciare, e dei danni da fuggirsi nelle guerre col Turco.

Allegherassi a luogo a luogo alcuno degli esempii e documenti dell’antica milizia, non senza tramezzarvene talun altro de’ pratici delle guerre del corrente secolo; imperciocchè, eccettuata l’invenzione dell’artiglieria, la quale ha in qualche parte alterate le forme, sta il resto delle regole nella sua [p. 69 modifica]fermezza e dignità, e dall’autorità degli uomini grandi gran parte del sapere deriva, mentre che la loro testimonianza è da se stessa ragione (benché estrinseca) fortissima. Quell’egli il disse de’ pitagorici ebbe forza d’imprigionare l'intelletto di molti savii in ossequio del maestro, né poco rileva che una sentenza medesima venga o dall’una o dall’altra bocca proferita. Vola con differente forza da un sol arco la freccia6, che da diversa mano è incurvato, ed un concetto di più, ingegni in uno consenzienti7, ravvisasi come oracolo dalle labbra della stessa Verità espresso.

Vengono qui dunque apportate le autorità nei proprii termini, e nelle precise parole, acciocché il senso non ne resti nel volgarizzarle punto alterato; e poiché le varie lingue, in cui gli autori scrissero, sparse per entro il ragionamento, lo renderebbero confuso, e coll'interrompere il filo del discorso sariano tante pietre d’inciampo al lettore, sonosi però quelle fuori del testo a parte notate. Le pratiche che si adducono8 sono quelle delle ultime campagne in Ungheria; conciossiachè gli esempii, quanto piìi recenti e prossimi, di tanto maggior [p. 70 modifica]ammaestramento sono eglino, ritenendo maggiore analogia, e venendo più in acconcio a’ tempi, ai luoghi, e alla materia moderna9, con facevolezza, che è l'anima dell’insegnamento10, mentre che il ragguaglio che si fa nel simile, trova più, proporzione nel caso, e men divario nell'applicazione; oltre che egli si ha l'esperienza de’ proprii sensi esenti d’illusione, gran momento alla giusta notizia, e che fu singolar prerogativa dell’Evangelista, testimonio di veduta11: avvegnachè la variazione d’una sola circostanza vale a diversificar tutto il caso. E qui conviensi ridere di certi scrittori tondi, e frustapenne, i quali dove si fecero a credere di ottener nome di storici, s’acquistarono derisioni e fischiate, scorgendosi, nel disordinato caos de’ loro racconti, dipinta e trasfusa la confusione de’ loro cervelli, ed in molto cicaleccio12 nessun buon senso. Quante grandi cose in poche linee restrinsero gli antichi13! Quante poche in gran volume i moderni14! [p. 71 modifica]Attesochè, facendo essi d’ogni erba fascio, raccogliendo i rumori delle piazze, ed infilzando gazzette15, gareggiarono a saltar de’ primi sul palco, poco o nulla curando o esaminando la verità delle cose16, e la sussistenza de’ rapporti17; ma senza sapere che si dicessero, senz’arte, senza informazione18, e senza vocazione alcuna legittima, riempirono di sogni i loro fogli, abusandosi del tempo e della pazienza delle genti, che, fuorché il titolo d’istoria, null'altro di tale, non più che la scimia d’Esopo19 sotto alla maschera, per entro vi ritrovarono. Misera Istoria che costoro disfacciatamente profanare non si vergognano, mentre che lo scriverla non s’appartiene a ciarlatani, né a persone volgari20! E come possono mai uomicciuoli privati giudicare delle cose di stato21? Chi non mai vide eserciti, delle militari! Chi non fu mai in corte, [p. 72 modifica]degli arcani de' gabinetti? Successe nel tempo della guerra turchesca quello stesso che il Mascardi, non senza sdegno, narra essere occorso in quella degli Svezzesi in Alemagna22: Oggi che il Re di Svezia scorre depredando la Germania, un intiero popolo di scrittori si vede surto, che riempie il mondo di fogli, e sollecita alla fatica gli stampatori. Infelice condizione di così nobile, insieme, e malagevole mestiere, oggi reputato faccenda dozzinale, e comune all'ignorante non meno che al dotto23! Grande ingiuria del nostro secolo; nè può consentirsi senza manifesto oltraggio de’ posteri! Ma con tanto maggior licenza precipitarono qui le penne in una voragine d’adulazioni24 prezzolate, e d’inventate favole, e di spropositi intollerabili, in quanto che la materia, rispetto a nemici barbari, ed a regioni men note25, e ad un inviluppamento universale, diede campo maggiore alle novità, alle meraviglie, e alle imposture. Oh quanti fantocci vollero comparire in iscena26! Oh quanti invidi, cui gli occhi offese la [p. 73 modifica]luce delle altrui gesta illustri! Penne condotte a gaggio, vili e bugiarde si presero a giuoco l’altrui semplicità, e su fogli mentiti impressero ritratti mostruosamente feroci, disegni chimerici27, battaglie fantastiche, eroi favolosi, encomii meritati dagli uni, usurpati dagli altri; via compendiosa per certo, e di niuna fatica all’apoteosi28, se lo appropriarsi quello d’altrui, e il rivestirsi gli abbigliamenti della deità, senza più, a deificarsi bastasse; e se cotal fama non fosse momentanea29 e comica che ad un raggio di verità, ad un giro di scena, si dilegua e sparisce30: ma non avendo costoro onde consolarsi nel vero, come il magnanimo31 e il gran Carlo32, si lusingano nell’adulazione33, benchè delle [p. 74 modifica]false loro lodi non possono, quasi di cotanti rimproveri, essi medesimi non vergognarsi: conciossiachè la vera gloria è il testimonio della nostra coscienza! E che pro ch’altri ci lodi, quando ella ci accusa! O che nuoce ch’altri ci biasimi, se ella ci difende? I vantaggi esaltano l’essere delle cose, rendendole più opportune, più commode, più utili, e più efficaci, ed in questi si risolvono gli stratagemmi della milizia. Deesi dunque misurare e paragonare insieme i proprii vantaggi con quelli dell’inimico, per prevalersi degli uni, e render vani gli altri, e per correggere altresì, e ricoprire le proprie debolezze, e vegliare a quelle dell’avversario, e de’ suoi errori34 non altrimenti approfittandosi di quello che il valente schermitore faccia, il quale s’ingegna di guadagnargli il debole della spada35, e di tentarlo nelle parti men coperte, ed all’incontro dove egli men forte si sente, scansa le prese36.

  1. Quin imo videmus expertos magis id, quod intendunt, consequi, quam illos qui rationem absque experientia tenent..... Nihilominus scire et cognoscere magis arti quam experientiae arbitramur inesse..... eo quod sapientia propter scientiam magis omnes sequitur....; experti enim sciunt quidem quod est, caussam autem nesciunt, illi vero propter quid et caussam cognoscunt. Aristot. Metaphys. lib. i. M.
  2. Ei, qui..... ad res percipiendas idoneus effici velit, ad universale sit progrediendum....: verumtamen non parum usus et exercitatio videntur valere. Aristot. Ethicon, ad Nicom. l. x. M.
  3. Scientiam..... mensuram rerum dicimus esse..... propterea quia ea aliquid cognoscimus. Aristot. Metaphys. lib. x. M.
  4. Rerum omnium magister usus. Caes. Bell. civ. lib. ii. M.
    — »Usus me genuit, mater peperit memoria.» Lips. Politic. lib. i. ex Afranio. M.
    Quomodo suum quisque negotium gerere debet obscurum est, et res eget consideratione. In rebus singularibus prudentia vertitur, quarum cognitio experientiae comparatur. Adolescens autem experientiam non habet, quippequam temporis longinquitas sit allatura. Aristot. Eth. ad Nicom. lib. vi. M.
  5. Ex praecognitis. Aristot. M.
    Il Montecuccoli stabilisce le sue massime sopra quelle della scuola aristotelica, che teneva il campo ai suoi tempi.
  6. Ut in uno aliquo telo aut gladio multum interest, a qua manu veniat: sic in sententia, ut penetret, valde facit robustae alicuius et receptae auctoritatis pondus. LIPS. in praef. ad polit. M.
  7. Potentissima probatio est, si in id, quod dicimus, omnes consentiant. M. Massima aristotelica, congiunta dall’Autore colle seguenti della stessa scuola:
    Argumentum veritatis est aliquid omnibus videri.
    Quod omnibus ita videtur, ita id esse dicimus.
  8. Non singula, sed e multis illustria, et, ut ille ait, summa sequor vestigia. P0NTAN. Introd. ad Flor. M.
  9. Parum ex lege aut dignitate historiae, quae, ut Ammianus ait, discurrere per negotiorum celsitudines assueta, non humilium minutias indagare caussarum. LIPS. ad I polit. ex Ammiani, lib. XXVI. M.
  10. Nec utiles nobis omnes historiae pari gradu: ea,ut censeo, maxime, in qua similitudo, et imago temporum nostrorum. LIPS. in Tac. M.
    Nuspiam facilius aut bellica res, aut omnis reipublicae disciplina cognoscitur, quam ex annalium monumentis. PONTAN. ex M. Tull. M.
  11. Quod vidimus oculis nostris, quod perspeximus et manus nostrae contrectaverunt, annunciamus vobis. JOANN. epist. I. M.
  12. Inscitia in plerisque, et sermonum multitudo. LIPS. praef. in polit. ex Cleobulo. M.
  13. CESARE, LIVIO, TACITO, CURZIO, ecc. M. Nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius. CIC. de cl. orat. M.
  14. Non modico historiae detrimento, quam excrescentem in volumina plura pauciores legunt. BUSSIER. Hist. franc., in monit. ad lect., edit. I. M.
  15. Historia est rerum, publice gestarum ex fide narratio ..... Scilicet ut figmenta omnia, et fabellae ex ingenio adinventae excludantur. PONT. ad Flor. M.
  16. Historici, ne mendaces dicam, poëtici. BUSS. Hist. franc, lib. IV. M.
  17. Il sapere la verità de'successi, le risoluzioni importanti, e segrete, le disposizioni, e le circostanze, non è mestiere dozzinale. MASCARDI Arte istor. M.
  18. Veritas pluribus modis infracta; primum inscitia reipublicae, ut alienae; mox libidine adsentandi, aut rursus odio adversus dominantes. TAC. Hist. lib. I. M.
    Sed ille egregius historiarum scriptor hujus cladis historiam ita scripsit, ut me pudeat eum ita imprudenter rem sibi ignotam in vulgus prodere ausum fuisse. SAMBUC. de reb. hung., in append. M.
  19. Accenna la favola della volpe e della maschera.
  20. De iis vero quemquam dicere, quorum ignarus es, stulti ac rudis ingenii proprium est. ARISTOT. Rhet. lib. II., traduzione del Majoragio citata dal Mascardi. M.
  21. Lo scrivere l’istoria ..... da varie nazioni fu imposto ad uomini grandi; fra gli Ebrei a Mosè, a Giosuè, ai Profeti, a’Sacerdoti; fra gli Egizii al collegio de’ Sacerdoti; fra’ Persiani forse fu scritta da’Magi....; Presso i Romani il Pontefice la scriveva; fra i Cristiani gli Evangelisti, poscia i Protonotarii; in Venezia un Senatore. MASC. Arte istor. cap. II, proem. M.
    Rex autem, quod gestum erat, scripsit in commentariis. ESTH. c. XII. M.
    Nulla, quae non didicit pingere, potest bene judicare quid sit bene pictum a plumario, vel textore in pulvinaribus. VARRO de lib. educ. ap. Nonnium. M.
  22. MASCARDI Arte istor., tratt. III, c I. M.
  23. «Scribimus indocti doctique poëmata passim.» HOR. M.
  24. Uomini che per non morir di fame vendono a chi più paga l’immortalità della fama; corvi ingordi, che cantano il Victor Caesar, non a chi vince, ma a chi li pasce. DAN. BART. Dell’uomo di lettere. M.
  25. Quidam inter eos creduli, quidam negligentes sunt, quibusdam mendacium obrepit, quibusdam placet. Illi non evitant, hi appetunt. SENEC. Natural. quaest. lib. VII. M.
  26. Quanti mi parver già Fabi e Catoni,
    Che, poichè quivi di lor esser seppi,
    Mi riusciron pecore e montoni.
    MACHIAV. As. d’oro. M.
  27. «Spectatum admissi risum teneatis amici. Hor. M.
    L’Autore cita poscia un’ottava della cometa del Palemonio, stranissimo seicentista, bastino i tre primi versi:
    Così se di repente in ciel rosseggia
    Con infausto splendor nuova cometa
    Il minacciante crine ognun vagheggia,... ecc. M.
  28. Qui l’Autore cita un verso dell’epigramma scritto da Timone contro il filosofo Arcesilao, e riferito da Laerzio nella vita di lui. Eccone la traduzione letterale: Sic dicens, turbae circumstanti se immiscuit.
    Illi autem eum tamquam noctuam circum aviculae obstupebant,
    Stultum ostendentes, quoniam turbae places.
    Haud magnum negotium, miser quid inflaris, ut insipiens!
  29. Quae cito placent, diu placere non possunt. Vulgatum oraculum. M.
  30. Verum admonitus (Caligula) et principum et regum se excessisse fastigium, divinam ex eo majestatem asserere sibi coepit. Datoque negotio ut simulacra Numinum religione et arte praeclara, inter quae olympici Jovis, apportarentur e Graecia, quibus capite dempto suum imponeret..... et quidam eum latialem Jovem consultaverunt. Svet. ad Calig. cap. xxii. M.
  31. Magnanimi est..... majorem veritatis quam opinionis curam habere. Aristot. Ethicor. ad Nicom. llb. iv. M.
  32. Princepsqne optimus (Carolus) mereri honorem studet, adipisci fugit, tanto moderatior, quanto melior; unum conscientiae suae calculum ambiens. Bussieres lib. iv. M.
  33. Ne’ due manuscritti Faussone, e Napione leggesi operazione con nessun senso. Il dottissimo conte Napione propone di leggere finzione: ho sostituito adulazione, perchè parvemi più consentaneo cole false lodi, che vengono dopo. Anche codice Bossi dice operazioni; ma la traduzione latina dice falsa denique sibi blandiuntur et ponunt, e conferma la nostra lezione.
  34. Quieti intentique Caecina ac Valens, quando hostis imprudentia quod loco sapientiae est, alienam stultitiam opperiebantur, Tac. Hist. lib. ii.
    Vitia hostium in gloriam exercitus sui vertunt. Tacit. Agric. vita c. xxxii. M.
  35. Prendre l’ennemi par son faible. Proverbio. M.
  36. Ruggier cerca il Pagan tenere a bada
    Lungi da se, nè d’accostarsi ha caro;
    Per lui non fa lasciar venirsi addosso
    Un corpo così grande, e così grosso.
    Ar. Orl. fur. cant. 46. M.