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Operette morali d'Isocrate/Preambolo del volgarizzatore

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Preambolo del volgarizzatore

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Isocrate - Operette morali d'Isocrate (Antichità)
Traduzione dal greco di Giacomo Leopardi (XIX secolo)
Preambolo del volgarizzatore
Operette morali d'Isocrate
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PREAMBOLO DEL VOLGARIZZATORE

A leggere i buoni libri moderni volgarizzati dalle lingue straniere, solo che il volgarizzamento abbia fedeltá e chiarezza, si prova per lo piú quello stesso diletto, o poco minore, che a leggere quei medesimi libri nelle lingue loro proprie. Ma nei volgarizzamenti che abbiamo, o che vengono giornalmente in luce, di buone e classiche scritture antiche, non solo non si prova diletto uguale a quello che danno le medesime opere, leggendole nelle lingue loro, ma né anco si sente diletto alcuno, anzi in quella vece un tedio infinito, eccetto al piú in materie di storia e in poche altre simili. La cagione di questa differenza si è che nelle opere moderne lo stile è cosa piccolissima o niente, nelle antiche è grandissima parte o il tutto. Diceva Isocrate che «nei ragionamenti degl’instituti e degli offici, non sono da cercare le novitá, perché nulla vi si può trovare d’inaspettato né d’incredibile né d’insolito; ma quello è da riputare di cotali scritti il piú bello, nel quale sieno raccolti in sulla materia la piú parte dei concetti che erano dispersi nelle menti degli uomini, e questi piú leggiadramente esposti che in alcuno altro». Ora, non in quel solo genere di componimento che si accenna in questo luogo d’Isocrate, ma in molti altri medesimamente, si può dire che gli antichi, facendosi a scrivere, si proponessero, non giá di dir cose nuove né di esporre invenzioni o pensieri che appartenessero a loro piú che agli altri, ma solo di dire acconciamente ed ornatamente e come non si sarebbe saputo dire dal volgo, quelle stesse cose che erano conosciute e pensate comunemente dagli [p. 122 modifica]uomini del loro tempo, eziandio volgari. Però, non che bastino ai volgarizzamenti delle opere dei classici antichi la fedeltá e la chiarezza, ma esse opere non si possono dir veramente volgarizzate se nella traslazione non si è posto arte e cura somma circa la eccellenza dello stile, e se questa non vi risplende in ogni lato. Ed essendo tra i moderni generalmente la sottile ed intima arte dello stile pochissimo nota, e la squisita cura di esso oltremodo rara, non è maraviglia che per lo piú in tutte o in quasi tutte le lingue, i volgarizzamenti che si hanno o che si crede avere dei libri classici antichi, sieno poco meno che intollerabili e impossibili a leggere interi.

I francesi nella loro lingua presente, non avendo vera differenza di stili, e quell’uno che hanno, essendo di carattere diverso assai dagli stili antichi, non possono avere e non hanno veri volgarizzamenti di antichi libri classici: e volendone avere, converrebbe loro ricorrere a quel vecchio parlare francese, oggi dismesso e quasi morto, ma quanto a sé bellissimo e potentissimo, come veramente veggiamo aver fatto poco addietro il Courier nel provarsi a ridurre in francese alcune parti di Erodoto. I tedeschi hanno da poco addietro nella loro lingua (certo infinitamente varia, immensa, fecondissima, liberissima, onnipotente, come la greca) un buon numero di versioni di libri antichi che sono tenute dalla nazione in pregio grande, e che si dicono essere somigliantissime ai testi originali. Ma se elle abbiano quella eccellenza di stile che loro si richiederebbe, questo io non so. So bene che molte di esse rappresentano fedelissimamente l’ordine, il numero delle parole, l’andamento, il suono de’ periodi, e tutto il materiale della dicitura degli autori, di modo che, pur materialmente parlando, lo stile, anzi, per dir cosí, ancora la lingua di quelli, si trova trasportata di pianta in simili versioni: ma ciò non vuol dire che elle abbiano né perfezione né bontá di stile tedesco. Anzi io dico: o la lingua tedesca non ha carattere alcuno proprio, e ciò essendo, ella non è capace di bellezza di stile; o essa ha carattere proprio, e tali volgarizzamenti, condotti in ogni cosa secondo la consuetudine, la maniera, la forma di altre [p. 123 modifica]favelle, anco disparatissime dalla tedesca, non possono essere di bello stile tedesco.

Tutte le altre nazioni (intendo in questo discorso di parlare specialmente degli scritti in prosa) hanno piuttosto difetto che raritá di buoni e veri volgarizzamenti di libri antichi; non per incapacitá delle loro lingue, come i francesi, ma per poco studio e poca opera posta dagl’ingegni dintorno a sì fatto genere, o poca loro sufficienza a trattarlo. Certo, fuori della tedesca, niuna lingua moderna è piú capace che la nostra di traduzioni perfette, o almeno eccellentissime, da qual si sia favella del mondo, ma dal latino e dal greco massimamente. Contuttociò, in questo particolare delle traduzioni, noi ci troviamo essere piú poveri eziandio che gli altri. E ristringendoci ora a dire dei libri greci e latini, parrebbe che in quel secolo nel quale piú che in alcun altro fiorirono tra noi lo studio sì di queste due lingue e sì della propria italiana, voglio dire nel cinquecento, i nostri migliori ingegni avessero temuto, e perciò schifato, di tentare con volgarizzamenti le opere degli antichi di maggior conto. Le quali in quel secolo furono per veritá recate nella nostra lingua quasi tutte, ma le piú da uomini insufficienti e di poco valore. Ben si leggono con diletto, a cagion di esempio, le cose di Seneca e di Boezio volgarizzate dal Varchi, e quelle di Aristotele, del Nazianzeno, di sanCipriano dal Caro, e sono di ottimo stile e sì spedito e libero, che paiono anzi scritture originali che traduzioni. La qual cosa, dopo il cinquecento, mai nessuno italiano, volgarizzando in prosa, non ha potuto ottenere, se non forse Gasparo Gozzi. Ma né san Cipriano né il Nazianzeno né Aristotele nella Rettorica né Boezio né Seneca sono esempi di bello stile, e in questa parte i predetti volgarizzamenti vincono senza alcun dubbio i dettati primitivi. Onde è molto da dolersi che questi e simili ingegni di quell’etá, contenti di quasi trastullarsi con tali scrittori di basso affare, si astenessero dal provarsi coi grandi e coi principali. Lascio stare il Livio del Nardi e il Tacito del Davanzati, ingegni ambedue non ordinari, ma dei quali al primo, come che ciò si fosse e per qual cagione, [p. 124 modifica]mancò la felicitá nel successo, all’altro errò il giudizio nella scelta del modo. E molto meno mi fermerò a parlare dei nostri volgarizzatori del secolo decimoquarto; i quali assai piú arditi de’ piú dotti e valenti uomini del cinquecento, non temettero di arrischiarsi con Sallustio, con Livio, con Cicerone e con altri dei sommi; ma, rozzissimi come erano nelle lingue antiche, e privi di ogni arte nella propria, quantunque forniti, solo per la fortunata condizione del loro tempo, di una bellissima consuetudine di parlare, riuscirono, non solo insulsi e noiosi presso che in tutto, ma in gran parte anche strani, ridicoli, e, siccome non s’intesero essi medesimi, cosí non intelligibili altrui; e fecero opere che quanto sono pregiate per le voci e le locuzioni, tanto si dispregiano per lo stile e in quanto alla loro qualitá di volgarizzamenti.

Ripigliando e conchiudendo del secolo decimosesto, lo stile di Marcello Adriani nei Morali di Plutarco non passa la mediocritá: nondimeno, risguardando che similmente lo stile di Plutarco, massime in quei trattati, resta anzi di qua che di lá dal mediocre, si potrebbe presumere che quello fosse un volgarizzamento bastevole a tali opere, se esso, per la poca scienza del greco avuta dall’Adriani e per la scorrezione dei testi greci usati, non fosse in troppo gran parte falso, e troppo abbondante di errori. Il simile si può dire intorno al volgarizzamento fatto dallo stesso Adriani del libro di Demetrio della elocuzione. Quanto si è al Longo del Caro, opera giovanile e non finita anche di limare e polire, quello stile pare a me poco pregevole e poco bello, e questo per la cagione medesima per la quale pare il contrario a molti, cioè per la copia, che a me riesce soverchia, degli ornamenti; né la elocuzione di Longo, appena conforme all’indole della lingua greca, merita a lui titolo di scrittor classico.

Ora che direi de’ nostri volgarizzamenti piú moderni se io volessi qui distendermi maggiormente? Che direi, tra gli altri, degli Amori dí Abrocome e d’Anzia del Salvini, i quali sono lodati io non so perché? dove io trovo, giusta il consueto del volgarizzare di quell’uomo, un dire né italiano né greco, [p. 125 modifica]ma fatto di un raccozzamento dell’uno e dell’altro in foggia mostruosa e barbara; e un andamento che sarebbe molto piú acconcio a una versione interlineare. Che direi del Longino del Gori, che oltre alla trivialitá dello stile e della lingua, non dico giá è sparso, ma è composto tutto di errori d’intelligenza e d’interpretazione del testo greco? e tuttavia, non senza nostra vergogna, è riputato universalmente in Italia per volgarizzamento non pur vero e buono, anzi egregio e classico!

Io penso che fosse per essere cosa molto conveniente se i dotti italiani, che hanno, come ho detto, una lingua dispostissima alle traduzioni dei libri classici degli antichi, attendessero a questo genere piú che essi non fanno al presente e che non si è fatto tra noi per l’addietro, e gareggiassero, come fanno i tedeschi, di produrvi opere perfette e che si meritassero il nome altresi di classiche. E questo sarebbe studio senza pericolo, e tanto piú opportuno in Italia, quanto la conoscenza e la pratica delle lingue latina e greca sono cose molto piú rare qui che in Germania e in altre parti. Ma poiché gl’italiani oggi in universale non hanno, a voler dire il vero, alcun sentimento delle virtú e dei vizi del favellare e dello stile, e giudicano in queste materie per lo piú a caso, confondendo il mediocre coll’ottimo, ed ancora il buono col tristo, e spesso anche l’ottimo col pessimo; che gloria agli autori o che piacere agli altri e, per dire in somma, che frutto potrebbe venire di sì fatte opere e dell’arte e della fatica infinita che si richieggono a procacciare la finezza della lingua e la perfezione dello stile che esse dovrebbero avere? A chi m’interrogasse in questo tal modo, io cercherei di fare qualche risposta, ma io non so bene ora quello che io direi.