Orlando innamorato/Libro secondo/Canto decimonono

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Libro secondo

Canto decimonono

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Libro secondo - Canto decimottavo Libro secondo - Canto ventesimo

 
1   Già me trovai di maggio una matina
     Intro un bel prato adorno de fiore,
     Sopra ad un colle, a lato alla marina
     Che tutta tremolava de splendore;
     E tra le rose de una verde spina
     Una donzella cantava de amore,
     Movendo sì soave la sua bocca
     Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

2   Toccami il core e fammi sovenire
     Dal gran piacer che io presi ad ascoltare;
     E se io sapessi così farme odire
     Come ella seppe al suo dolce cantare,
     Io stesso mi verrebbi a proferire,
     Ove tal volta me faccio pregare;
     Ché, cognoscendo quel ch’io vaglio e quanto,
     Mal volentieri alcuna fiata io canto.

3   Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,
     Come vedeti, è nel vostro comando,
     E con più voglia e più piacer che mai
     La bella istoria vi verrò contando;
     Ove, se me ramenta, vi lasciai
     Nel ragionar di Brandimarte, quando
     Con Fiordelisa, di bellezza fonte,
     Tornava adietro a ritrovare il conte.

4   Tornando adietro il franco cavalliero
     Con Fiordelisa, a mezo la giornata
     Trovarno un varletino in su un destriero,
     Che avea dietro una dama iscapigliata.
     Lui via ne andava sì presto e legiero,
     Che mai saetta de arco fu mandata
     Con tanta fretta, o da ballestra il strale,
     Qual non restasse a lui dietro a le spale.

5   La dama, che era a piedi, pur seguia,
     A benché fosse a lui molto lontana.
     Il cavalliero incontra gli venìa
     Con Fiordelisa per la terra piana;
     E l’altra dama, che questa vedia,
     Cridando incominciò: - Falsa puttana!
     Non ti varrà costui ch’è la tua scorta,
     Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. -

6   Lasciò la briglia, battendo ogni mano,
     E ben se tenne morta Fiordelisa,
     Perché cognobbe presto aperto e piano
     Che quella dispietata era Marfisa,
     La qual seguito avea Brunello invano
     (Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);
     Avendo quel giottone assai seguito,
     Trovò la dama e il cavalliero ardito.

7   Era Brunello adunque il varletino
     Ch’è sopra a quel destrier di tanta lena;
     Lui via passò, fuggendo al suo camino,
     Né con la vista lo seguirno apena.
     Quando Marfisa l’occhio serpentino
     Voltò, di doglia e di grande ira piena,
     Mirando Brandimarte e la sua dama
     Far la vendetta sopra a questi ha brama.

8   E le parole che ho sopra contate
     A Fiordelisa disse minacciando;
     E benché l’arme avesse dispogliate,
     E senza destrier fusse e senza brando,
     Di sommo ardire avea tanta bontate
     Che, Brandimarte armato riguardando,
     Volea seco battaglia a ogni partito;
     Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

9   Ché a ferire una dama disarmata
     A lui parea vergogna e grande iscorno.
     Era una pietra in quel campo piantata,
     Ove seguito avea Brunello il giorno,
     Da trenta passi, o quasi, diruppata,
     E cento ne voltava, o più, de intorno;
     Per un scaglione alla cima se sale:
     Altronde non, chi non avesse l’ale.

10 Questa adocchiata avea l’aspra donzella,
     Né pose alcuna indugia al pensamento,
     Ma trasse Fiordelisa de la sella
     E, via fuggendo ratta come un vento,
     Montò la pietra, che parbe una occella;
     A benché Brandimarte non fu lento
     A seguitarla, come vidde il fatto,
     Ma pur rimase in asso a questo tratto.

11 Perché il scaglione è tanto diruppato,
     Che non che alcun destrier possa salire,
     Ma non vi puote lui montare armato,
     Onde si cominciava a disguarnire.
     Marfisa dal più sconcio ed alto lato
     Portò la dama per farla morire:
     In braccio la portò sopra a quel sasso
     Per trabuccarla dalla cima al basso.

12 E Fiordelisa menava gran pianto,
     Come colei che morta se vedia,
     E ’l cavallier ne faceva altro tanto,
     E de ira e de dolor quasi moria.
     Egli è coperto de arme tutto quanto,
     E di camparla non vede la via;
     Se ben salisse, salirebbe invano,
     Ché a suo mal grato fia gettata al piano.

13 Onde con pianto e con dolce preghiera
     Incominciò Marfisa a supplicare
     Che non voglia esser sì spietata e fiera,
     Sé proferendo e ciò che potea fare.
     Sorrise alquanto la donzella altiera,
     Poi disse: - Queste zanze lascia andare:
     Se costei vôi campare, egli è mestiero
     Che l’arme tu me doni e il tuo destriero. -

14 Or non fu molta indugia a questo fatto,
     Ché ciascaduno il prese per megliore.
     A Brandimarte parve un bon baratto
     Se ben cambiasse per sua dama il core;
     Così Marfisa ancora attese il patto,
     E, preso che ebbe l’armi e il corridore,
     Lasciò la dama che avea giù portata,
     E salta in sella e via cavalca armata;

15 E via passando con molta baldanza,
     Come colei che fu senza paura,
     Trovò duo che èno armati a scudo e lanza
     Sopra duo gran ronzoni alla pianura.
     Costor fôr quei che la menarno in Franza.
     Ma poi vi conterò questa aventura,
     E torno a Brandimarte e Fiordelisa,
     Come Turpin la istoria a me divisa.

16 Brandimarte montò nel palafreno
     Della sua dama, e quella tolse in groppa,
     E cavalcando assai per quel terreno
     Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa,
     E nella cima, o ver nel mezo almeno,
     Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa,
     Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,
     Ché qua di sotto è robba da guadagno. -

17 Il cavallier, che intese tal latino,
     Fermosse a quello, e non sa che si fare,
     Perché cognobbe che egli è un malandrino,
     Qual chiamava e compagni per robbare;
     E lui se trova sopra a quel ronzino,
     Né vede modo a poterse aiutare,
     Ché non ha spata né scudo né maglia;
     Trovar non sa diffesa che li vaglia.

18 E già scoperti son forse da sette,
     Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente.
     "Or non bisogna che quivi gli aspette!"
     Diceva Brandimarte in la sua mente;
     E per la selva correndo se mette,
     E lor non lo abandonan per nïente,
     Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia:
     Già più di trenta sono a dargli caccia.

19 Oh quanto se vergogna il cavalliero
     Fuggir davante a gente sì villana!
     Che se egli avesse l’arme e il suo destriero,
     Non se trarebbe adietro a meza spana.
     Or via fuggendo per stretto sentiero
     Gionse intra un prato, ove era una fontana:
     Cinto d’intorno è da la selva il prato,
     E uno altissimo pino a quello a lato.

20 Fuggendo il cavallier con disconforto,
     Come io vi dico, e molto mal contento,
     Un re vidde alla fonte, che era morto,
     Ed avea in dosso tutto il guarnimento;
     E Brandimarte come ne fo accorto,
     Ad accostarsi ponto non fu lento,
     E prese il brando, che avea nudo in mano,
     E giù del palafren saltò nel piano.

21 Il manto se rivolse al braccio manco,
     E con la spada e malandrini affronta.
     Mai non fu campïon cotanto franco:
     Questo tocca di taglio, e quel di ponta,
     A l’uno il petto, a l’altro passa il fianco.
     Or che bisogna che più ve raconta?
     Tutti e ladroni occise in poco de ora,
     Sì ben col brando intorno egli lavora.

22 Camponne solamente un sciagurato
     (Già non campò, ma poco uscì de impaccio),
     Il qual fuggì ferito nel costato,
     E via di netto avea tagliato un braccio.
     Alla capanna subito fo andato,
     Ove si stava il crudo Barigaccio,
     Barigaccio, il figliol di Taridone:
     Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

23 Ma Barigaccio grande di statura
     Fo più del patre, e forte di persona.
     Ora a lui gionse con molta paura
     Lo inaverato, e il tutto gli ragiona
     Come passata è la battaglia scura,
     Poi morto a lui davante se abandona;
     Essendo uscito il sangue de ogni vena,
     Cadegli avante e più non se dimena.

24 Onde turbato Barigaccio il fiero
     Fo a maraviglia, e prese un gran bastone;
     De arme adobato, come era mestiero,
     Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.
     Troppo era smesurato quel destriero:
     La pelle nera avea come un carbone,
     E rossi gli occhi, che parean di foco;
     Sol nella fronte avea di bianco un poco.

25 E Barigaccio, poi che fu montato,
     Di speronarlo mai non se rimane.
     Or Brandimarte, che rimase al prato
     Poi che spezzato ha quelle gente istrane,
     Guardando il re che stava al fonte armato,
     Cognobbe al scudo ch’egli era Agricane,
     Qual fo occiso da Orlando alla fontana:
     Già vi contai l’istoria tutta piana.

26 Egli avea ancor la sua corona in testa,
     D’oro e di pietre de molto valore,
     Ma Brandimarte nulla li molesta,
     Ché ancor portava al corpo morto onore.
     De arme il spogliò, ma non di sopravesta,
     E baciandoli il viso con amore:
     - Perdonami, - dicea - ché altro non posso,
     Se ora queste arme ti toglio di dosso.

27 Né la temenza di dover morire
     Mi pone di spogliarti in questa brama,
     Ma nella mente non posso soffrire
     Veder poner a morte la mia dama;
     E ben son certo, se potessi odire,
     Se sì fosti cortese, come hai fama,
     Odendo la cagion perché io ti prego,
     Non mi faresti a tal dimanda niego. -

28 Parlava in questo modo il cavalliero
     A quel re morto con piatoso core,
     Il quale era ancor bello e tutto intiero,
     Sì come occiso fosse di tre ore;
     E stando Brandimarte in quel pensiero,
     Sentì davanti al bosco un gran romore,
     Qual facea Barigaccio per le fronde,
     Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

29 Presto adobosse il cavalliero ardito
     Di piastra e maglia e de ogni guarnisone,
     Prese Tranchera, il bel brando forbito,
     E lo elmo che far fece Salamone.
     De tutte l’armi a ponto era guarnito,
     Quando sopra gli gionse quel ladrone,
     Il qual, mirando de intorno e da lato,
     E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

30 Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,
     Disse: - In malora, gente da bigonci!
     Ché non me incresce de avervi perduti,
     Poi che un sol cavallier così vi ha conci;
     Ché io voria prima, se Macon me aiuti,
     Ne la mia compagnia cotanti stronci.
     Colui voglio impicar senza dimora,
     E voi con seco, così morti, ancora. -

31 Così parlando, verso del gran pino,
     Ove era Brandimarte, se voltava.
     Come lo vidde a piede in sul cammino,
     Subito a terra anch’esso dismontava;
     Né per virtù ciò fece il malandrino,
     Ma perché forte il suo ronzone amava:
     Dubitò forse che quel campïone
     Non lo occidesse, essendo esso pedone.

32 Senza altramente adunque disfidare,
     Adosso a Brandimarte fu invïato:
     Proprio un gigante alla sembianza pare,
     Tutto di coio e di scagliette armato.
     Col scudo de osso che suolea portare
     E il suo baston di ferro e il brando a lato
     Venne alla zuffa, e senza troppo dire
     Se cominciarno l’un l’altro a ferire.

33 Sopra del scudo a Brandimarte colse
     Menando ad ambe mano il rio ladrone;
     E quanto ne toccò tanto via tolse,
     Come spezzasse un pezzo di popone.
     Il cavalliero ad esso si rivolse
     Col brando, e gionse a mezo del bastone,
     E come un gionco lo tagliò di netto:
     Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

34 E saltò adietro forse da sei braccia,
     E trasse il brando senza dimorare,
     E biastemando il cavallier minaccia
     Di farli quel baston caro costare.
     Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;
     Or se comincia l’un l’altro a menare
     Ponte, tagli, mandritti e manroversi:
     Mai non fu visto colpi sì diversi.

35 Il cavallier se maraviglia assai
     Come abbia un malandrin tanta bontade,
     Perché in sua vita non vidde più mai
     Tanta fierezza ad altri in veritade.
     Ambi avean l’arme, quale io vi contai;
     Già tutte l’han falsate con le spade,
     Né di ferire alcun di lor se arresta,
     Ma la battaglia cresce a più tempesta.

36 Cresce più forte la battaglia fiera,
     Per colpi sterminati orrenda e scura,
     E Barigaccio il crudo se dispera,
     Che tanto il cavallier contra li dura.
     Or Brandimarte il tocca di Tranchera,
     E portò seco un squarcio de armatura;
     Lui fu gionto anco dal forte ladrone,
     Che l’arme gli tagliò insino al giuppone.

37 A tal percossa piastra non vi vale,
     Né grossa maglia, né sbergo acciarino,
     Né cor de adante, il quale è uno animale,
     Di che armato era il forte saracino.
     Ora pareva a Brandimarte male
     Che sì prodo uomo fusse malandrino;
     Onde, essendo uno assalto assai durato,
     Così parlando se trasse da lato:

38 - Io non so chi tu sia, né per qual modo
     T’abbia condutto a tal mestier fortuna,
     Ma per più prodo campïon te lodo
     Ch’io sappia al mondo, sotto della luna;
     E ben me avedo che fermato è il chiodo,
     Che prima che sia sera o notte bruna,
     O l’uno o l’altro fia nel campo morto;
     E spero che serà colui che ha il torto.

39 Ma stu volessi lasciar quel mestiero,
     Qual nel presente fai, di robbatore,
     Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:
     In ogni parte vo’ portarti onore.
     Or che farai? Hai tu forse pensiero
     Che manchi giamai robba al tuo valore?
     Lascia questo mestier: non dubitare,
     Ché a tal come sei tu, non può mancare. -

40 Rispose il malandrin: - Questo che io faccio,
     Fallo anco al mondo ciascun gran signore;
     E’ de’ nemici fanno in guerra istraccio
     Per agrandire e far stato maggiore.
     Io solo a sette o dece dono impaccio,
     E loro a dieci millia con furore;
     Tanto ancora di me peggio essi fanno,
     Togliendo quel del che mestier non hanno. -

41 Diceva Brandimarte: - Egli è peccato
     A tuor l’altrui, sì come al mondo se usa;
     Ma pur quando se fa sol per il stato,
     Non è quel male, ed è degno di scusa. -
     Rispose il ladro: - Meglio è perdonato
     Quel fallo onde se stesso l’omo accusa;
     Ed io te dico e confessoti a pieno
     Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.

42 Ma a te, qual tanto sai ben predicare,
     Non voglio far di danno quanto io posso
     Se quella dama che là vedo stare
     Mi vôi donare e l’arme che hai indosso.
     E ne la borsa te voglio cercare,
     Ché io non me trovo di moneta un grosso;
     Poi te lasciarò andar legiero e netto.
     Ma voglio baratare anche il farsetto,

43 Però che questo è rotto e discucito;
     Tu te ’l farai conciar poi per bell’agio. -
     E Brandimarte, quando l’ebbe odito,
     Disse nel suo pensier: "L’omo malvagio
     Non se può stor al male onde è nutrito;
     Né di settembre, né il mese di magio,
     Né a l’aria fredda, né per la caldana
     Se può dal fango mai distor la rana."

44 E senza altra risposta disdegnoso
     Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;
     E fu questo altro assalto furïoso,
     Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,
     Ed era l’uno e l’altro sanguinoso,
     Crescendo ogniora più la questïone;
     Né più vi è di concordia parlamento,
     Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

45 Or Brandimarte afferra il brando nudo,
     Ché destinato è di donarli il spaccio,
     E disserra a due mano un colpo crudo
     Per il traverso adosso a Barigaccio,
     E tagliò tutto con fraccasso il scudo,
     Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.
     A quel gran colpo ogni arma venne manco,
     E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

46 Lui cadde a terra biastemando forte,
     Ed al demonio se racomandava,
     E benché Brandimarte lo conforte,
     Con più nequizia ognior se disperava;
     Ma il cavallier non volse darli morte,
     E così strangosciato lo lasciava,
     Partendosi di qua senza dimora;
     Ma lui moritte appresso in poco d’ora.

47 Il cavallier, lasciando il ladro fello,
     Con la sua dama si volea partire,
     Quando Batoldo, il suo destrier morello,
     Ch’era nel prato, cominciò a nitrire;
     Veggendol Brandimarte tanto bello,
     Con la sua Fiordelisa prese a dire:
     - Il palafren serìa troppo gravato
     Se te portasse e me, che sono armato,

48 Sì che io me pigliarò quel bon destriero,
     Come pigliato ho il brando e l’armatura,
     Perché serebbe pazzo e mal pensiero
     Lasciar quel che appresenta la ventura.
     Quei morti più de ciò non han mestiero,
     Ché sono usciti fuor de ogni paura. -
     Così dicendo se accosta al ronzone,
     Prende la briglia e salta in su lo arcione.

49 E via con Fiordelisa cavalcando
     Trovò due cose spaventose e nove,
     Tal che gli fie’ mistiero avere il brando.
     Ma questo fatto contaremo altrove
     Ché or mi convien tornare al conte Orlando,
     Quale avea fatto le diverse prove
     Contra de Antropofàgo e’ Lestrigoni,
     Come contarno avanti e miei sermoni.

50 Campata avendo Angelica la bella,
     Troppo era lieto di quella aventura.
     Via caminando assai con lei favella,
     Ma di toccarla mai non se assicura.
     Cotanto amava lui quella donzella,
     Che di farla turbare avea paura;
     Turpin, che mai non mente, de ragione
     In cotale atto il chiama un babïone.

51 Essendo in questo modo costumato,
     L’un giorno apresso a l’altro via camina.
     Già il paese de’ Persi avea passato,
     E la Mesopotamia che confina;
     Poi, lasciando li Armeni al destro lato,
     Soria vargò giongendo alla marina;
     E tutto questo ricco e bel paese
     Passò senza trovar guerre o contese.

52 Essendo gionto, come io dico, al mare,
     Nel porto di Baruti ebbe trovato
     Un bel naviglio, che volea passare;
     Ma troppo estremamente era ingombrato,
     Però che in Cipri convenea portare
     Un giovanetto re, che era assembrato
     A dimostrar ne l’arme il suo valore,
     Per una dama a cui portava amore.

53 Era re di Damasco il giovanetto
     Quale io ve dico, e nome ha Norandino,
     Ardito e forte e di nobile aspetto,
     Quanto alcun altro fosse in quel confino.
     Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,
     Ne la isola de Cipri un Saracino,
     Che avea una figlia di tanta beltate,
     Quanta alcuna altra di quella citate.

54 Lucina fu nomata la donzella
     De cui io parlo, e il patre Tibïano.
     Sendo la dama a meraviglia bella,
     Era da molti adimandata in vano;
     E sol di sua beltate si favella
     Ivi de intorno per monte e per piano,
     Onde l’ama chi è longi e chi è vicino,
     Ma sopra a tutti la ama Norandino.

55 Re Tibïano avea preso pensiero
     Di voler la sua figlia maritare,
     Ed avea ordinato un bel torniero,
     Come in quel tempo se usava di fare,
     Ove ogni re, barone e cavalliero
     Potesse sua prodezza dimostrare,
     Ed ha invitate e dame e le regine
     Tutte de intorno per quelle confine.

56 Ciascun voluntaroso in Cipri andava,
     Come fu il bando per de intorno inteso.
     Chi de provarsi a l’arme procacciava,
     Chi per mirare avea quel camin preso;
     Ma più de gli altri gran fretta menava
     Re Norandino, avendo il core acceso,
     Fornito ben de ciò che fa mestieri,
     De paramenti e de arme e de destrieri.

57 E seco ne menava in compagnia
     Da vinti cavallier, ciascuno eletto.
     Or quando il conte in su il ponto giongia,
     Il re si stava a nave per diletto;
     Onde rivolto a’ suoi baron dicia:
     - Se costui non me inganna ne lo aspetto,
     Debbe esser cima e fior de ogni valente,
     Se la apparenza e lo animo non mente. -

58 E poi lo fece al paron dimandare,
     Se volea seco andare al torniamento.
     Esso rispose senza dimorare
     Che egli era per servirlo a suo talento
     O ver per giostra, o sia per tornïare,
     O sia per guerra ed ogni struggimento:
     Pur che lo possa a suo modo servire,
     In ogni cosa è presto ad obedire.

59 Il re lo adimandò che nome avia,
     De sua condizïone e del paese.
     E lui rispose: - Io son de Circassia,
     Ove perdei per guerra ogni mio arnese,
     Eccetto l’arme e quella dama mia
     Di che fortuna me è stata cortese.
     Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,
     È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -

60 Il giovanetto re molto ebbe grato
     Il cortese parlar che fece Orlando,
     Ed in sua compagnia l’ebbe accettato,
     Poi di più cose li andò dimandando,
     Sin che il vento da terra fu levato.
     Segnori e donne, a voi mi raccomando;
     Finito è un canto, e l’altro io vo’ seguire,
     Cose più belle e vaghe per odire.