Orlando innamorato/Libro secondo/Canto decimosettimo

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Libro secondo

Canto decimosettimo

../Canto decimosesto ../Canto decimottavo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro secondo - Canto decimosesto Libro secondo - Canto decimottavo

 
1   Come colui che con la prima nave
     Trovò del navicar l’arte e l’ingegno,
     Prima alla ripa e ne l’onda suave
     Andò spengendo senza vella il legno;
     A poco a poco temenza non have
     De intrare a l’alto, e poi, senza ritegno
     Seguendo al corso il lume de le stelle,
     Vidde gran cose e glorïose e belle;

2   Così ancora io fin qui nel mio cantare
     Non ho la ripa troppo abandonata;
     Or mi conviene al gran pelago intrare,
     Volendo aprir la guerra sterminata.
     Africa tutta vien di qua dal mare,
     Sfavilla tutto il mondo a gente armata;
     Per ogni loco, in ogni regïone
     È ferro e foco e gran destruzïone.

3   Assembrava in Levante il re Gradasso,
     In Ponente Marsilio, il re di Spagna,
     Che ad Agramante ha conceduto il passo,
     Ed esso è in mezo giorno alla campagna.
     Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,
     La Francia, l’Inghilterra e la Allemagna;
     Né Tramontana in pace se rimane:
     Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

4   Tutti vengono adosso a Carlo Mano
     Da ogni parte del mondo, a gran furore;
     Allor fia pien di sangue il monte e il piano,
     E se odirà nel cel l’alto romore;
     Ma nel presente io me affatico in vano,
     Ché a questo fatto io non son gionto ancore,
     E, volendol chiarire, egli è mestiero
     Prima che io conti il tutto di Rugiero.

5   Il qual lasciai in su il destriero armato,
     Con Balisarda il bon brando al gallone,
     Qua già fu con tale arte fabricato,
     Che taglia incanto ed ogni fatasone;
     Or, perché il fatto ben vi sia contato,
     Che l’intendiati a ponto per ragione,
     Quel torniamento de che vi contai,
     Era nel prato più caldo che mai.

6   Ché Pinadoro, il re de Constantina,
     E il re di Nasamona, Pulïano,
     Veggendo de Agramante la ruina,
     Qual solo abatte la sua schiera al piano
     (Ché il re di Bolga e di Bellamarina,
     E quel d’Arzila con quel di Fizano,
     Qual d’urto avea atterrato e qual di spada,
     E ben tra gli altri se facea far strada;

7   E la schiera di lui stava da lato,
     Come tal fatto non toccasse a loro):
     Onde e due franchi re ch’io v’ho contato,
     Io dico Pulïano e Pinadoro,
     Avendo il campo alquanto circondato,
     Ferirno a tutta briglia tra costoro,
     E ferno aprir per forza quella schiera,
     Gettando a terra la real bandiera.

8   Alla guardia di quella era Grifaldo
     Re di Getula, e ’l re de la Alganzera:
     Bardulasto avea nome quel ribaldo,
     Di cor malvaggio e di persona fiera.
     Né l’un né l’altro al gioco stette saldo:
     Fo lor squarciata in braccio la bandiera,
     E fo Grifaldo tratto de l’arcione
     Da Pulïano a gran confusïone.

9   E Bardulasto quasi tramortito
     Fu per cadere anch’esso alla foresta;
     Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,
     A gran roina il gionse in su la testa;
     Onde, al colpo diverso imbalordito,
     Via ne ’l porta il destriero a gran tempesta;
     E Pinadoro a gli altri se disserra,
     E questo abatte e quello urta per terra.

10 Gionse alla fronte il forte re di Fersa,
     Fiaccando sopra a l’elmo la corona,
     Che ne andò a terra in più parte dispersa;
     Poi verso Alzirdo tutto se abandona,
     E tramortito al campo lo riversa.
     Questo Alzirdo era re di Tremisona;
     Gettollo a terra il re di Constantina,
     Che sopra al campo mena tal roina.

11 Fo costui figlio a l’alto re Balante,
     Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,
     Vago di faccia e di core arrogante,
     Maggior del patre e più destro e più forte.
     Ora la gente a lui fugge davante,
     Né se ritrova alcun che se conforte
     Di star con seco voluntieri a faccia,
     Ma come capre avante ogniom se caccia.

12 Il re Agramante non era vicino,
     Ed intendea di tal fatto nïente,
     Però che avea afrontato il re Sobrino,
     E quel se diffendeva arditamente;
     Ma vidde di lontano il gran polvino
     Che menava fuggendo la sua gente.
     Fuggia sua gente a Pinadoro avante:
     Forte turbosse in faccia il re Agramante,

13 E rivoltato con la spada in mano
     Ne l’elmo a Pinadoro un colpo lassa,
     E tramortito lo distese al piano;
     Ma, mentre che turbato avanti passa,
     Gionse a lui nella coppa Pulïano,
     E la coperta a l’elmo li fraccassa,
     Scendendo sì gran colpo in su le spalle,
     Che quasi il pose del destriero a valle.

14 Pur, come quel che avea soperchia lena,
     Se tenne per sua forza nello arcione,
     E verso Pulïano il brando mena,
     E qui se cominciò l’aspra tenzone.
     Or, mentre che ciascun più se dimena,
     Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,
     El re de Arzila, ch’era rimontato,
     Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

15 Adosso ad Agramante ogniom si serra,
     E quando l’un promette, e l’altro dona,
     Come fosse mortal l’odio e la guerra;
     Pur che si possa, alcun non se perdona.
     Tutto il cimiero avean gettato a terra
     Ad Agramante e rotta la corona
     Quei cinque re ch’io dissi; ogniom martella,
     Cercando trarlo al fin for della sella.

16 E certo l’avrian preso al suo dispetto,
     A benché fosse sì franco guerrero,
     Ché avere a far con uno egli è un diletto,
     Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.
     Ora vi gionse il forte giovanetto,
     Qual giù callava, io dico il bon Rugiero,
     Che l’arme avea del re de Tingitana;
     Callò la costa e gionse in su la piana.

17 Come fo gionto, tutto se abandona
     Ove stava Agramante a mal partito;
     Frontino, il bon destrier, forte sperona
     E dà tra loro il giovanetto ardito;
     Gionse alla testa il re di Nasamona,
     E fuor d’arcione il trasse tramortito,
     E toccò dopo lui quel re Fizano;
     Sì come al primo, lo distese al piano.

18 Alto da terra volta il suo Frontino,
     Che proprio un cervo a’ gran salti somiglia;
     Alcun già non cognosce il paladino:
     Che sia Brunello ogniom si meraviglia.
     Ora ecco gionto ha d’urto il re Sobrino,
     Correndo l’uno e l’altro a tutta briglia;
     Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso,
     Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

19 Dopo lui pose a terra Prusïone,
     Quale era re de l’Isole Alvaracchie.
     Come da l’aria giù scende il falcone,
     E dà nel mezo a un groppo di cornacchie:
     Lor, sparpagnate a gran confusïone,
     Cridando van per arbori e per macchie;
     Così tutta la gente in quel torniero
     Fuggia davanti al paladin Rugiero.

20 Il re de Arzila, io dico Bambirago,
     Fu da Rugier colpito in su la testa;
     Costui portava per cimiero un drago:
     Con quel percosse il capo alla foresta.
     Sempre più viene il giovanetto vago
     Di ben ferire, e menando tempesta
     Pose Tardoco e Marbalusto al piano,
     L’un re de Alzerbe e l’altro re d’Orano.

21 E Baliverzo, il re di Normandia,
     Fo tratto dello arcione al suo dispetto.
     Quando Agramante e gran colpi vedia,
     Per meraviglia usciva de intelletto,
     Ché ’l re de Tingitana esser credia,
     Per l’arme che avea indosso il giovanetto;
     Ma prima nol tenea gagliardo tanto,
     Or ben li dava di prodezza il vanto.

22 Perché sappiati il fatto ben compito,
     Ordinato è il torniero a tal ragione,
     Che non poteva alcuno esser ferito,
     Menando tutti e brandi de piatone,
     Ed altrimente a morte era punito
     Chiunque facesse al gioco fallisone.
     Di taglio né di ponta alcun non mena:
     Sapea Rugiero e l’ordine e la pena.

23 Però menava sol di piatto il brando,
     E gionse il fio d’Almonte, Dardinello,
     Che portava il quarter sì come Orlando,
     E for de arcion lo trasse a gran flagello.
     Dicea Agamante: - A Dio mi racomando,
     Ch’io non credetti mai che quel Brunello
     Un regno meritasse per valore:
     Ma ben serebbe degno imperatore. -

24 Queste parole diceva Agramante,
     E stavasi da parte a riguardare
     E colpi orrendi e le prodezze tante,
     Quanto potesse alcuno imaginare.
     Ecco Rugiero abatte a lui davante
     Argosto, che armiraglio era del mare,
     Argosto de Marmonda, il pagan fiero,
     Che avea il timone a l’elmo per cimiero.

25 Gionse Arigalte, il re de l’Amonia,
     E ’l re de Libicana, Dudrinasso,
     E seco Manilardo in compagnia,
     Re di Norizia, e mena gran fraccasso.
     Eran costoro il fior de Pagania,
     Che non curavan tutto il mondo uno asso;
     Veggendo che colui fa tanta guerra,
     Se destinâr di porlo al tutto in terra.

26 Ciascun percosse il giovanetto franco,
     Ma lui trasse Arigalte de la sella,
     Qual porta senza insegna il scudo bianco,
     E per cimero un capo di donzella.
     Al primo colpo non parbe già stanco,
     Ché Dudrinasso sì forte martella,
     Che gli roppe ’l cimero e la corona,
     E tramortito a terra lo abandona;

27 Ed avantosse contra a Manilardo,
     Né più de’ primi fu questo diffeso;
     Benché tra gli altri assai fusse gagliardo,
     Rimase allora in su il prato disteso.
     Quando Agramante a ciò fece riguardo,
     Fu ben de invidia grande al core acceso,
     Che un altro avesse più di lui valore,
     Stimando assai per questo esser minore.

28 E destinato veder se Brunello
     Potesse il campo contra a lui durare,
     Mossese ratto, che parbe uno uccello.
     Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,
     E gionse di traverso il damigello,
     E quasi il fece a terra trabuccare;
     Ma pur se tenne nello arcion apena,
     Presto se volta ad Agramante e mena.

29 Era il cimero e la insegna reale
     Tre fusi da filare e una gran rocca;
     Rugier, che gionse il re sopra al frontale,
     Roppe le fuse e a terra lo trabocca.
     A’ soi sequaci ciò parbe gran male,
     Onde ciascuno il giovanetto tocca:
     Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,
     Ciascun quanto più pô, mena a due mano.

30 Quel Sorridano è re della Esperia,
     Ove il gran fiume Balcana discende,
     Qual crede alcun che il Nil d’Egitto sia,
     Ma chi ciò crede, poco se n’intende.
     Or questi tre che io dissi, tuttavia
     Ciascun quanto più pô Rugiero offende;
     Chi di qua chi di là mena tempesta,
     L’un per le braccie e l’altro per la testa.

31 Voltosse verso Alzirdo il pro’ Rugiero,
     E quel ferì de un colpo sì diverso,
     Che a gambe aperte il trasse del destriero;
     Poi mena a Sorridano un gran roverso,
     E lui distese sì come il primiero.
     Allor fu Bardulasto tutto perso,
     Né gli bastando d’affrontarsi il core
     Venne alle spalle il falso traditore;

32 E ferì de una ponta nel costato
     Quel franco giovanetto a tradimento.
     Quando Rugier si sente innaverato,
     Forte adirosse e non prese spavento;
     E verso Bardulasto rivoltato,
     Lo vidde ritornar di mal talento
     Per donarli la morte a l’altro tratto;
     Ma non andò come credette il fatto.

33 Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero,
     Non lo sofferse di guardare in faccia,
     Che era in sembianza sì turbato e fiero,
     Che par che al mondo e ’l cel tutto minaccia;
     Onde esso, rivoltato il suo destriero,
     Fuggendo avante a lui si pose in caccia.
     Rugiero il segue, e sembra una saetta,
     Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -

34 Ma quel, che non volea ponto aspettare,
     Giva ad un bosco assai quindi vicino,
     Credendo di nascondersi e campare;
     Ma troppo corridore era Frontino.
     Non valse a Bardulasto il speronare,
     Ché presso al bosco il gionse il paladino,
     Là dove al suo dispetto essendo gionto,
     Venne animoso a quello estremo ponto;

35 E rivoltato con molto furore
     Menò più colpi in vano al giovanetto,
     Ma durò la battaglia poco d’ore,
     Ché presto fu partito insino al petto.
     Così il re de Algazera traditore
     Rimase morto a canto a quel boschetto;
     Rugier, spargendo il sangue for del fianco,
     A poco a poco quasi venìa manco.

36 Ma per pigliare a ciò rimedio e cura
     Tornava al sasso dove era Atalante,
     Il qual sapea de l’erbe la natura
     E le virtute e l’opre tutte quante;
     Onde di cavalcar ben se procura
     Per ritrovarsi presto a lui davante,
     Ché tanto la ferita lo adolora,
     Che non bisogna far lunga dimora.

37 Così ne andò Rugier, che era ferito;
     E gli altri che restarno al torniamento,
     Non se accorgevan che fosse partito,
     Tanto gli avea percossi alto spavento.
     Ma il re Agramante tutto sbigotito
     A destrier rimontò con gran tormento,
     Perché avea di vergogna un tal sconforto,
     Che avria pena minore ad esser morto.

38 Or lasciamo costor tutti da parte,
     Ché nel presente ne è detto a bastanza,
     Però che il conte Orlando e Brandimarte
     Mi fa bisogno di condurli in Franza,
     Accioché queste istorie che son sparte,
     Siano raccolte insieme a una sustanza;
     Poi seguiremo un fatto tanto degno
     Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

39 Andava Brandimarte e il conte Orlando
     Per ritrovare Angelica al girone,
     Sì come io vi contava alora quando
     Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone;
     Or là ritorno e dico, seguitando,
     Che in diversi paesi e regïone
     Per aventure strane ebber che fare,
     Come io vi voglio a ponto racontare.

40 Insieme cavalcando una matina;
     In India, se trovarno ad un gran sasso,
     Ove presso a una fonte una regina
     Tenea piangendo forte il viso basso;
     Sopra ad un ponte che quivi confina,
     Guardava un cavalliero armato il passo.
     Fermârsi e duo baron, pur con pensiero
     Di aver battaglia con quel cavalliero.

41 Ma ciascun d’essi, io dico il paladino
     E Brandimarte, in prima volea gire;
     E, standosi in contesa, un peregrino
     Col suo bordone in man vedon venire.
     Quel mostrava aver fatto un gran camino,
     E passandosi via senz’altro dire,
     Più non pensando, al ponte se ne entrava,
     Ma il cavallier di là forte cridava:

42 - Tòrnati adietro, se non vôi morire,
     Tòrnati adietro, - cridava - poltrone,
     Ché non è cavallier di tanto ardire,
     Qual commettesse questa fallisone!
     Se tu non torni, io te farò partire
     Con sì fatto combiato, vil giottone,
     Che mai non vederai ponte né sasso
     Qual non te torni a mente questo passo. -

43 Il peregrin, mostrandosi tapino,
     Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare,
     Ch’io aggio un voto al tempio de Apollino,
     Il quale è in Sericana a lato al mare.
     Se un altro ponte qua fosse vicino,
     Ove questa acqua si possa vargare,
     E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;
     Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -

44 - Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -
     Rispose il cavallier forte adirato,
     E verso lui se mosse con ruina,
     Per averlo del ponte trabuccato;
     Ma il peregrin, gettando la schiavina,
     Di sotto si scoperse tutto armato;
     Lasciando andare a terra il suo bordone,
     Trasse con furia un brando dal gallone.

45 E’ non se vidde mai livrer né pardo,
     Il qual levasse sì legiero il salto,
     Come faceva il peregrin gagliardo,
     E quanto il cavallier sempre è tanto alto.
     Né questo a quello avea ponto riguardo,
     Ma con feroce e dispietato assalto
     L’un l’altro avea ferito in parte assai,
     E pur van drieto e non s’arrestan mai.

46 Il cavallier smontato era de arcione,
     Temendo che il destrier gli fosse occiso,
     E, se non fosse sì forte barone,
     Dal peregrin serìa stato conquiso.
     Ciò riguardando il figlio di Melone
     E Brandimarte, fo ben loro aviso
     Non aver visti al mondo duo guerrieri
     Che sian de questi più gagliardi e fieri.

47 E benché a ciascun d’essi un’altra volta
     Sembri aver visto il peregrino altronde,
     Lo abito strano e la gran barba e folta
     Non gli lascia amentare il come o il donde.
     Or la battaglia è ben stretta e ricolta,
     Né abatte il vento sì spesso le fronde,
     Né si spessa la neve o pioggia cade,
     Come son spessi e colpi de le spade.

48 Il peregino ognior del ponte avanza,
     Come colui che a meraviglia è fiero,
     Ed era de alto ardire e gran possanza,
     Onde avea già ferito il cavalliero
     Nel braccio, nella testa e nella panza,
     Sì che ritrarsi gli facea mestiero;
     E benché ancor mostrasse ardita fronte,
     Pur se ritrava abandonando il ponte.

49 Era di là dal ponte una pianura
     Intorno al sasso di quella fontana;
     Quivi era un marmo de una sepoltura,
     Non fabricata già per arte umana,
     E sopra, a lettre d’oro, una scrittura,
     La qual dicea: ’ Bene è quella alma vana,
     Qual s’invaghise mai del suo bel viso;
     Quivi è sepolto il giovane Narciso.’

50 Narciso fu in quel tempo un damigello
     Tanto ligiadro e di tanta bellezza,
     Che mai non fu ritratta con pennello
     Cosa che avesse in sé cotal vaghezza;
     Ma disdegnoso fu come fu bello,
     Però che la beltate e l’alterezza
     Per le più volte non se lascian mai,
     Dil che perita è gran gente con guai:

51 Sì come la regina de Orïente
     Amando il bel Narciso oltra misura,
     E trovandol crudel sì de la mente,
     Che di sua pieta o di suo amor non cura,
     Se consumava misera, dolente,
     Piangendo dal matino a notte oscura,
     Porgendo preghi a lui con tal parole,
     Che arian possanza a tramutare il sole.

52 Ma tutte quante le gettava al vento,
     Perché il superbo più non l’ascoltava
     Che aspido il verso de lo incantamento,
     Onde ella a poco a poco a morte andava,
     E gionta infin allo ultimo tormento
     Il dio d’Amore e tutto il cel pregava,
     Ne gli estremi sospir piangendo forte,
     Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

53 E ciò gli avenne, però che Narciso
     Alla fontana, de che io ve contai,
     Cacciando un giorno fo gionto improviso,
     E corso avendo dietro a un cervo assai,
     Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,
     Il qual veduto non avea più mai;
     E cadde, riguardando, in tanto errore,
     Che de se stesso fu preso d’amore.

54 Chi odì giamai contar cosa sì strana?
     O iustizia de Amor, come percote!
     Or si sta sospirando alla fontana,
     E brama quel che avendo aver non pote.
     Quell’anima che fu tanto inumana,
     A cui le dame ingenocchion devote
     Si stavano adorar come uno Dio,
     Or mor de amore in suo stesso desio.

55 Esso, mirando il suo gentile aspetto,
     Che di beltate non avea pariglio,
     Se consumava di estremo diletto,
     Mancando a poco a poco, come il ziglio
     O come incisa rosa, il giovanetto,
     Sin che il bel viso candido e vermiglio
     E gli occhi neri e ’l bel guardo iocondo
     Morte distrusse, che destrugge il mondo.

56 Quindi passava per disaventura
     La fata Silvanella a suo diporto,
     E dove adesso è quella sepoltura
     Iacea tra’ fiori il giovanetto morto.
     Essa, mirando sua bella figura,
     Prese piangendo molto disconforto,
     Né se sapea partire; e a poco a poco
     Di lui s’accese in amoroso foco.

57 Benché sia morto, pur di lui s’accese,
     Avendo di pietate il cor conquiso,
     E lì vicino a l’erba se distese,
     Baciando a lui la bocca e il freddo viso,
     Ma pur sua vanitate al fin comprese,
     Amando un corpo dal spirto diviso,
     E la meschina non sa che si fare:
     Amar non vôle, e pur conviene amare.

58 Poi che la notte e tutto l’altro giorno
     Ebbe la fata consumato in pianto,
     Un bel sepolcro di marmoro adorno
     In mezo il prato fece per incanto;
     Né mai poi se partitte ivi de intorno,
     Piangendo e lamentando, infino a tanto
     Che a lato alla fontana in tempo breve
     Tutta se sfece, come al sol la neve.

59 Ma per aver ristoro o compagnia
     A quel dolor che a morte la tirava,
     Struggendosi de amor, fu tanto ria,
     Che la fontana in tal modo affatava,
     Che ciascun, qual passasse in quella via,
     Se sopra a l’acqua ponto rimirava,
     Scorgea là dentro faccie di donzelle,
     Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

60 Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,
     Che chi le vede, mai non può partire,
     Ma in fin convien che amando se disfazia,
     Ed in quel prato è forza de morire.
     Ora ivi arivò già per sua disgrazia
     Un re gentile, accorto e pien d’ardire,
     Quale era in compagnia de una sua dama:
     Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

61 Essendo questo alla fonte arivato,
     E dello incanto non essendo accorto,
     Per la falsa sembianza fu ingannato,
     E sopra l’erbe ivi rimase morto.
     La dama, che l’avea cotanto amato,
     Abandonata de ogni suo conforto,
     Si pose a lacrimare in quella riva,
     E star si vôle insin che serà viva.

62 Questa è la dama che piangeva al sasso,
     E il ponte al cavallier facea guardare,
     Accioché ogni altro che arivava al passo
     Non se potesse a quel fonte mirare.
     Da poi che il suo Larbin dolente e lasso
     Per quello incanto vidde consumare,
     Pietà gli prese de ogni altra persona,
     E stassi al fonte, e mai non l’abandona.

63 E questa istoria, quale io v’ho contata,
     Del bel Narciso e di sua morte strana,
     Lei tutta la narrò, come era stata,
     Al conte Orlando presso alla fontana,
     Poscia che vidde la disconsolata
     Alla battaglia orribile e inumana
     Quel franco peregrino esser sì forte,
     Che al suo barone avria dato la morte.

64 Temendo che sia morto il suo barone,
     Aiuto o pace dimandava al conte,
     Mostrando a lui che per compassïone
     De ogni altra gente fa guardare il ponte;
     Onde a bona drittura di ragione
     Non debbe il cavallier ricevere onte,
     Qual non dimora là per fellonia,
     Ma per campare altrui da morte ria.

65 Cognosce il conte che ella dice il vero,
     Però ben presto se trasse davante,
     E tra quel peregrino e il cavalliero
     Spartì la fiera zuffa in uno istante;
     Poi, riguardando a lor con più pensiero,
     Cognobbe che l’uno era Sacripante
     E l’altro, che in più parte fu ferito,
     Era Isolieri, il giovanetto ardito;

66 Qual, per guardare a Calidora il passo,
     Insin di Spagna a l’India era venuto,
     Che pur pensando al gran camin son lasso;
     Amor l’avea condutto e ritenuto.
     Ma Sacripante andava al re Gradasso,
     Da Angelica mandato per aiuto,
     Come io vi dissi alora che Brunello
     A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

67 Alor contai come prese il camino:
     Non so se a ponto ben lo ricordati,
     Che l’abito pigliò di peregrino.
     Avendo già più regni oltra passati,
     Gionse alla fonte in su questo confino.
     Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,
     Se alcun de voi de odire ha pur talento,
     Ne l’altro canto io lo farò contento.