Periodi istorici e topografia delle valli di Non e Sole nel Tirolo meridionale/Periodi istorici/Delle cose dell'Anaunia sotto varj Governi finchè il Trentino fu eretto in Principato Vescovile

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Delle cose dell'Anaunia sotto varj Governi finchè il Trentino fu eretto in Principato Vescovile

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Delle cose dell'Anaunia sotto varj Governi finchè il Trentino fu eretto in Principato Vescovile
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Delle cose dell’Anaunia sotto varj Governi finchè il Trentino fu eretto in Principato Vescovile.


FIN qui Trento colle adjacenti Valli andò sempre soggetto agl’Imperadori Romani. Ma sul principio del Secolo V. sopra l’Italia piombarono i Goti, e s’impadronirono anche di Trento. A quelli, che vogliono il Trentino fosse parte della Rezia, sembra di vedervi qualche barlume di storia patria in quei tratti, dove da’ Storici della Rezia si ragiona, come appresso il Muratori all’anno 401, di una rivolta ivi seguita, che calmò Stilicone Generale dell’Imperadore Onorio, inducendo i Reti ad unirsi contro i barbari; come pure, che Trento sia stato sottomesso al Duca delle Rezie stabilito da Teodorico nominato in Cassiodoro Variar. Lib I. ep. 11., "Servato Duci Rhætiarum Theodoricus Rex" dove gli ordina "ut per provinciam, cui prœsides, violentiam nullam fieri patiaris, sed totum cogatur ad justum, unde nostrum floret imperium." E così anche dove avendo comandato la riparazione di Fortezze della Rezia, ne dæ la ragione. "Retiæ, namque naunimina sunt Italiæ, & claustra Provinciæ."

Ma io non posso così facilmente arrendermi a tal opinione. Credo bene, che i primi a noi cogniti abitatori siano stati i Reti. Ma Trento cessò di essere Rezia, quando fu occupata da’ Galli, e l’Anaunia quando conquistata da Druso fu unita a Trento. Da quel tempo il Trentino formò una provincia separata col suo proprio nome, senza alcuna relazione di governo colla Rezia. Nella Lapida di C. Valerio Mariano, che ha ricevuto tutti gli onori in Trento, ed era padrone della Colonia pubblica, si parla bensì di Mantova, e di Brescia, dove aveva decorosi ufficj, ma la Rezia non v’è nominata. Nel citato passo di Strabone i Trentini sono nominati separatamente da’ Reti, ed il Marchese Maffei nella Verona illustrata Lib. IX. pag. 229 racconta, come per una carestia nella Rezia avvenuta, il Re Teodorico comandò, che si soccorresse coi magazzini di Treviso, e di Trento, distinguendo in talmodo Trento dalla Rezia. Ne’ sensi poi di Teodorico andava benissimo, che le Rezie sono le Fortezze dell’Italia, e i chiostri della Provincia, anche senza comprendervi Trento; perchè i maggiori timori d’irruzioni gli doveva avere per parte de’ Galli, che potevano tenere le vie delle Rezie, le quali coprivano gran parte dell’Italia, ed anche Trento. Quanto a’ confinanti Paesi dell’ora detto Tirolo, dipendevano egualmente lui. Contuttociò egli stese anche sopra le fortezze del Trentino le sue cure: nel 415 fece fabbricare le mura di Trento1: e dirò un mio pensiero anche riguardo all’Anaunia.

In tempo, in cui vi dominavano i Romani, il principale suo Castello doveva essere Vervò, giacchè ivi si sono ritrovate le Lapide. Ora io penso, che divenutone padrone Teodorico, abbia abbandonato, e demolito [p. 14 modifica]quello, e fabbricatone un altro in sito giudicato più opportuno, e appellatolo Anagni, da Anagnia, donde col sincopar la parola sia venuto il nome di Nan, e dal Castello di tal nome sia derivato il primo nome della Valle di Nan, ed in seguito della Valle di Non, cangiando la lettera a in o, come fanno nel loro linguaggio volgare i vicini Tedeschi. Popolatosi maggiormente il Paese convien credere, che all’opposta riva del Noce dal Castello di Vervò sia stata all’oriente aperta un’altra strada, e per sicurezza della medesima fabbricato altro Castello, detto Nan, venendo con ciò a perdersi la memoria dell’antico Castello di Vervò, del quale ora non rimangono nemmeno vestigia.

Qualcuno dirà, che questo è un puro sogno, non potendosi garantire con alcun documento: dico solo, che è meno strano di quello di coloro, che per iscansare il nome di Valle di Non, mettono Valle di Annone2. Che poi la Valle possa desumere il nome dal principale suo Castello, è cosa a noi troppo evidente abitando in una Provincia, che solo dopo il mille acquistò il nome di Tirolo per un Castello, così detto sopra Merano, in cui abitarono i Signori del Paese. Posto sia stata realizzata questa mia opinione, avremmo già qualche cosa di rimarchevole dell’oscuro tempo de’ Goti, qual è l’erezione d’un principale Castello, e la mutazione del nome della Valle, da Anagnia, o Anaunia, come prima appellavasi, detta indi Valle di Nan, poi Non, senza aver bisogno di ricorrere a’ fatti della Rezia, onde pescare qualche patria notizia.

Il regno de’ Goti venne a cadere alla metà del seguente secolo per varie vittorie riportate sopra di loro da Belisario, e poi da Narsete Generali dell’Imperadore Giustiniano. Ma non tardò molto l’Italia a passare sotto il giogo d’altri conquistatori, che furono i Longobardi. Paolo Diacono vuole, che il nome di Longobardi sia venuto dalle lunghe barbe, che avevano uso di portare, tolto dal linguaggio tedesco, dove lang significa lungo, e bart barba. Questa opinione, sebbene riprovata da alcuni, che li credono così chiamati dalle lunghe aste, o dal nome del lor Paese, è però seguita dal Cluverio, dal Grozio, e da altri. Si credono originarj de’ contorni dell’Elba, e del Mar Baltico, già prima calati nella Pannonia, o nel Norico per invito dell’Imperadore Greco in suo sussidio contro i Goti. A loro però si unirono tutti i bisognosi, e vogliosi di cambiare paese delle varie provincie della Germania, e dell’Ungheria, e formatone un numerosissimo esercito sotto la condotta del Re Alboino nel 569 calarono dalla parte del Friuli, e s’impadronirono di Venezia, e l’anno seguente anche di Trento, e stesero largamente le loro conquiste. Ad Alboino successe Clefo, e dopo la morte di questo avvenuta l’anno 575, attesa la piccola età di Autari di lui figlio, i Longobardi crearono trentasei Duchi, li posero nelle principali città, dove comandavano con autorità sovrana, [p. 15 modifica]nelle cose universali del Regno tutti insieme formando un Senato. A Trento fu dato per Duca Evino e questa fu la prima volta, che Trento ebbe il titolo di Ducato.

Tre Duchi de’ Longobardi trovando gusto nel mestiere di bottinare, fecero un’irruzione nelle Gallie, governate da’ Franchi; ma dopo varie sconfitte dovettero in fretta levarsi da quelle contrade, e per le nevi cadute nelle Alpi bisognò aver per grazia abbandonar la preda, onde metter in salvo la vita. Irritati i Franchi da queste incursioni, calarono nel territorio Trentino, secondo il Muratori l’anno 577, e presero il Castello Anagni posto sopra Trento, che lor si arrese. Paolo Diacono: "His Ducibus advenientibus Francis, Anagnis Castrum, quod super Tridentum in confinio Italiæ positum est, se eisdem tradidit." Eccovi il Castello Anagni, che io sognai eretto per ordine di Teodorico Re de’ Goti, capo della Valle, per sincope detto Nan. L’espressione senza aggiunta "se eisdem tradidit" sembra indicare una dedizione volontaria. Così, che il presidio malcontento del governo de’ Duchi Longobardi si sia dato in poter de’ Franchi. Si capisce bene, che dal Regno de’ Galli di Austrasia per la via della Rezia si può entrare nell’Anaunia dalla parte di Pejo per i monti, e da quella di Tonale per Ponte di Legno. Paolo Diacono però delle strade tenute non parla.

Divulgatasi subito la fama di questa conquista fatta da’ Franchi, v’accorse il Longobardo Regilone Conte di Lagare, ossia della Valle Lagarina (indizio, che oltre i Duchi delle Città, in certe Valli c’erano de’ Conti) e non essendogli riuscito di riacquistar il Castello, sfogo la sua collera contro il paese, e lo saccheggiò. Ma ritornandosi addietro col bottino, fu sorpreso da Crannichi Capitano de’ Franchi, e tagliato a pezzi con molti de’ suoi nel campo Rotiliano, forse alle ischie di Denno verso la Rocchetta3.

Per questa vittoria incoraggito Crannichi non molto dopo si scaricò contro Trento, e lo devastò. Si mosse allora lo stesso Duca Evino, e Crannichi inferiore di forze si diede col bottino alla fuga. Non fu più a tempo di passare l’Adige, e ripigliare la strada dell’Anaunia: gli convenne tener la via retta sulla sinistra del fiume, e raggiunto a Salorno fu messo a sil di spada con tutta la sua truppa, che lasciò colla vita la preda. Evino vincitore scacciò dal territorio tutto il rimanente de’ Franchi, e rimase pacifico possessore del Ducato di Trento4. [p. 16 modifica]

Nell’ultimo anno del Regno, e della vita di Autari avvenne un’altra invasione de’ Franchi nel Trentino, appresso il Muratori anno 590. Mossi questi dall’Imperadore Maurizio ai prestargli soccorso per iscacciare i Longobardi dall’Italia, ci vennero, e da queste parti presero molti Castelli, e penetrarono ben addentro nell’Italia. Ma non ricevendo le paghe, non passando di buona intelligenza colle Milizie Cesaree, e per altre disavventure si risolsero di dar addietro, e ritornarsene ne’ lor paesi. In questo ritorno però una parte tennero la via del Trentino, e devastarono molte Castella, e condussero via schiava la gente. Fra le Castella devastate si nomina Maletum "nomina autem Castrorum, quæ diruerunt in territorio Tridentino Maletum &c." Chi fece le note allo Storico, lo mette al Lago di Garda, supponendo qualche vizio nell’espressione della parola. Ma pure Maletum senza vizio di voce si dice in latino Malè nella Val di Sole; e sopra vi si scorgono vestigia di un castello anticamente distrutto; e nulla impedisce il credere, che una banda di soldati abbia preso la strada di Tonale, onde rimettersi nel Regno di Austrasia.

In questo incontro risplendette la carità d’Ingenuino Vescovo Sabionese (ora Bressanone) e di Agnello Vescovo di Trento. Poichè essendo stato preso anche il Castello Ferruge (non si sa bene, se il Castel Veruca presso Trento, oppure quel di Pergine) per intercessione de li accennati due Vescovi, la gente fu messa in libertà contro lo sborso di danaro. Paolo Diacono Lib. III. cap. 30. "Pro Ferruge Castro intercedentibus Episcopis Ingenuino da Savione, & Agnello de Tridento data est redemptio uniuscujusque viri solidus unus usque ad solidos sexcentos;" e secondo un’altra lezione: "data est redemptio pro capite uniuscujusque viri solidi sexcenti," lo che mi sembrerebbe incredibile, se fosse vero, che qui s’intendano soldi d’oro, come pretende il Reschio Secol. VI. not. 169 pag. 403, non essendo verisimile, che in quel tempo in questi paesi ci fosse tanta copia di danaro. Ma la carità di Agnello non si estese solo al Castello nominato. Dopo la morte di Autari era divenuto Re de’ Longobardi Agilolfo, il quale mandò in Francia il detto Vescovo a procurare la liberazione della gente fatta schiava, e condotta via dagli altri Castelli: d’onde nel suo ritorno ne ricondusse molti riscattati da Brunechilde Regina de’ Franchi5. Venne in seguito l’universale liberazione de’ prigioni; poichè si trattò di pace; ed a conchiuderla furono mandati nelle Gallie Ambasciatori, tra i quali il Duca Evino, lo che servì per consolidare maggiormente il Regno de’ Longobardi in Italia. "Evin quoque Dux Tridentinorum ad obtinendam pacem ad Gallias perrexit, qua, & impetrata regressus est. Paul. Diac. Lib. IV. cap. 1." Da ciò si vede, che Evino primo Duca ebbe lungo governo del Trentino. [p. 17 modifica]

La fame successe al flagello della guerra, non solo per le solite conseguenze della medesima; ma anche, perchè dal mese di Gennajo 591 non piovette fino al mese di Settembre; e inoltre le locuste, ossia cavallette, più grosse dell’ordinario, diedero nel territorio Trentino un guasto grande con divorare le foglie degli alberi, e l’erbe de’ prati. Offesero in vero poco le biade de’ campi: ma queste erano pochissime attesa la lunga siccità. E il flagello delle locuste rinnovossi anche l’anno seguente6.

Fioriva fra questi tempi in Trento Secondo di Trento, la di cui morte in quella Città seguita nel mese di Marzo del 612 è registrata ne’ suoi Annali dal Muratori, il quale ivi lo appella "buon Servo di Dio" e all’anno 603 lo dice "Uomo, che era allora in concetto di gran santità."

Ora Secondo scrisse le cose del Trentino sotto i Longobardi del suo tempo. Ma per grande disavventura i di lui scritti perirono; onde non sappiamo, se non le poche cose di sopra accennate, tratte da Paolo Diacono, Scrittore contemporaneo.

De’ susseguenti tempi fino all’estinzione del Longobardico Regno, che seguì l’anno 774,7 l’anno 206 dopo il suo incominciamento, non abbiamo particolari memorie rapporto all’Anaunia; onde accennerò alcune cose generali, delle quali anche ad essa ne sarà toccata la sua parte.

I Longobardi erano eretici Ariani, e gran parte senza alcuna religione, e confessa Paolo Diacono Lib. II. cap. 32, che singolarmente ne’ dieci anni del libero dominio de’ Duchi furono spogliate le Chiese, uccisi i Sacerdoti, devastate le Città, desolati i popoli. L’avarizia è sempre la molla, che regge gli empj prepotenti, i quali si servono del pretesto della religione per rubare; e questo era il carattere de’ più forti, e de’ Duchi de’ Longobardi. In certe Città avevano scacciati i legittimi Vescovi, e intrusivi Vescovi Ariani: e rimesso anche il Vescovo Cattolico, vi persistette insieme l’Ariano. Questi guai, che dal più al meno avevano durato circa cento anni andarono estinguendosi, quando dopo la tirannia de’ Duchi fu coronato re Autari, e questi prese in moglie Teodolinda figlia del Duca di Baviera, donna cattolica di gran senno, e molta pietà, che conciliossi subito l’amore, e la stima della nazione tutta. Il di lei figlio Adoloaldo avuto dal secondo suo matrimonio col Re Agilolfo, fu allevato nella fede cattolica, e ad essa di mano in mano si convertirono i Longobardi. Onde le persecuzioni aperte ebbero fine: avvegnachè non in tutto le inquietudini contro i Romani Pontefici, procedute per lo più dalla brama d’impossessarsi di Roma, e di tutto il Paese, che possedevano gl’Imperadori Greci in Italia, e dalle loro guerre mosse a questo fine. Le leggi de’ loro Re si leggono [p. 18 modifica]nella seconda parte Vol. I. Rer. Italic. del Muratori: e il Dottore Bernardino Zanetti nella prefazione alle sue Memorie del Regno de’ Longobardi in Italia a loro ascrive l’oscuramento dell’antico di lei splendore. Ivi fra l’altro al Nro. X. dice: "Ma che mai aspettar si doveva da gente zotica, che altra moderatezza non conosceva, che quella le suggeriva l’innata barbarie, se non un mondo a rovescio? E’ dettame di natura, che dar sempre si debba la precedenza nel governo a chi è fornito di un più lucido discernimento, come più atto a conoscere ciò, che più confluisce all’accrescimento del pubblico bene. Ma qui va tutto al contrario. Chi per superiorità di talento, e abilità di maneggio naturalmente dovrebbe sovrastare, è costretto ad ubbidire, e chi dar legge, a riceverla. Di quali idee stravaganti, di quali opinioni sconvolte, e di quali barbari costumi non fu però madre feconda questa sovversione di ordine? Le prime a gittar le radici in questo non loro omogeneo terreno furono le lor dure leggi. E certamente qual cosa più avversa all’umanità, che decidere le controversie, e le liti non a norma della ragione, ma col ferro? Eppur essi furono i Longobardi, che ne portarono dal settentrione il crudel uso in Italia, e ne lo rendettero sì accetto mercè la frequente pratica, che sino uno de’ loro più saggi Re, qual fu Luitprando, non potè trattenersi dal farne almen la detestazione, giacchè il troppo possesso, che aveva preso nel cuor di quella nazione, non permetteva, che potesse del tutto estirparlo; come rilevasi da una legge, che fu in tal proposito da esso pubblicata. Da questa torbida fonte altresì scaturiron le pazze prove delle acque fredde, o bollenti, de’ ferri infocati, di passaggi per le fiamme, e di altre simil sorta, chiamate giudicj, abbenchè fossero in realtà tentazioni di Dio. Più oltre ancora avanzossi la corruttela, essendo che prevalendo la falsità delle idee si giunse sino a cangiar i nomi alle cose istesse, ed a guastar la morale ........ Da questa ( servitù ) derivò in essi ( Italiani ) lo smarrimento dell’idea del valore; carattere sì individuo di questa illustre Nazione ...... All’abbandono dell’armi, ch’eran per essi sì necessarie al riacquisto della lor libertà, tenne dietro negl’Italiani anche quello delle Lettere, niente men bisognose, ed alla propria coltura, e all’altrui direzione"

I Longobardi erano nemici degli studj: poche erano le loro leggi, e poche in conseguenza le liti8, dove, se il Giudice non sapeva trovar il capolo della matassa, si decideva col duello, o con una prova canonica, per cui, in vece di avvocati legali, stavano venali i campioni, per chi non sentivasi di far la prova nella propria persona. Non c’eran primogeniture, fedecommissi, sostituzioni; anzi distrussero fino i cognomi delle famiglie; con che restavano estinti i titoli di Nobiltà. Da’ Longobardi fu portato in Italia il primo seme de’ feudi giurisdizionali. March. Maffei Verona illustrata Lib. X. col. 269. Muratori Rer. Ital. Tom. I. pag. 461. [p. 19 modifica]

Il Regno Longobardico, come accennai, ebbe fine l’anno 774, allorchè Carlo Magno Re de’ Franchi venne con grande esercito in Italia, e in Pavia fece prigione Desiderio ultimo Re de’ Longobardi.9 Trento proseguì ad essere marca, ossia confine del Regno Longobardico verso la Germania la di cui estremità a qualche tempo doveva essere Mezzolombardo, detta Meta Longobardica, cui ad oriente subito segue Mezzotedesco, Meta Theutonica: o sotto i Longobardi, o presto dopo fu portata ad Egna, da’ Romani detta Endide, e da’ Tedeschi Neümarch, che significa nuovo confine, per parte cioè de’ Tedeschi.

Carlo Magno non cangiò leggi: ma dopo essere stato in Roma coronato Imperadore di Occidente da Leone III. l’anno 800 con promessa di proteggere la Chiesa, fece i Capitolari, che non sono, se non aggiunte per favorire la Religione Cattolica, de’ quali il Muratori ne’ suoi Annali all’anno 814 dice, che tutti spirano sapienza, pietà, e giustizia.

Sotto il di lui successore Lodovico Pio, da Lotario di lui figlio, mentre trovavasi in Italia, fu formato un Capitolare riferito dal Muratori Rer. Ital. P. I. Tom. II. all’anno 829. Dice in esso di aver trovato, che lo studio delle lettere per colpa, e dappocaggine de’ Ministri sacri, e profani è affatto estinto nel Regno dell’Italia. Però di avere deputato Maestri, che insegnino le lettere con raccomandare loro tutta la premura possibile, onde i giovani ne cavino profitto. Annovera poi le Città, in ciascuna delle quali è destinato il Maestro, acciocchè vi concorrano studiosi de’ vicini Paesi. Una di queste Città è Verona; e là dovevano recarsi quelli del Trentino. Osserva poi lo stesso Scrittore, che i Maestri di Scuola d’allora altro non insegnavano, che la Gramatica, nome nondimeno, che abbracciava largo campo, cioè oltre la lingua latina anche le lettere umane, la spiegazione degli antichi Scrittori, e Poeti latini, una qualche tintura delle Sacre Scritture, coll’aggiunta talvolta del computo per intendere le lunazioni e simili altre cognizioni scientifiche.

Era fortuna in que’ secoli rozzi il poter ritrovare un buon Maestro: sì fatte scuole erano in molti Monisterj di Monaci; scienze ecclesiastiche insegnavano talvolta i Vescovi; ed i Parrochi di Villa erano tenuti ad ammaestrar i fanciulli nel leggere, e scrivere. [p. 20 modifica]

Con questo sussidio di Lettere si venne ad aver notizia delle leggi romane, e saliche, si diede loro luogo, nelle scuole, e ne’ fori, e si lasciò alla gente libertà di adattarsi alla legge romana, longobardica, o salica, venendo ciascuno giudicato, secondo la legge, che professava. Sigonius Lib. IV. de Regno Ital. pag. 9. Struvius Corpus Histor. German. Period. IV. §. 23. Di due sorta erano i giudicj, il Malo, ed il Placito, amendue pubblici in faccia al popolo. Sembra, che al Malo concorresse il popolo tutto, ma non al Placito, che era giudicio più privato. Nell’Opera del Muratori Antiquit. Ital. Med. AEvi Tom. II. col. 271., e segg. c’è un Placito, tenuto nella Corte Ducale di Trento alla presenza di Commissarj Imperiali. In esso Audiberto Abbate del Monistero di S. Maria in Organi di Verona trattò lite contro alcuni del Trentino, che negavano di essere servi del suo Monistero, e ottenne sentenza favorevole. Ivi apparisce Garibaldo giudice palatino, e vi si nominano otto Assessori, detti Scavini, e molti Vassi, o Vassalli Dominici, tanto Tedeschi, che Longobardi "Ad singulorum hominum causas audiendum, vel deliberandum."

Sembra, che con questi studj di gramatica, e di leggi que’ nostri vecchi ci avessero dovuto lasciare almeno in pergamene qualche notizia de’ loro tempi: pure non c’è nulla, nè meno ne’ Castelli. Si vorrebbe di tutto incolpare l’ingiuria del tempo, che tutto divora. Ma qualche parte ne e avrà avuto anche l’ignoranza, e la trascuratezza. Non c’era allora quella moltitudine di veri, e falsi sapienti, che dopo l’introduzione della stampa balzano fuori da ogni angolo, e se alcuno scriveva qualche cosa ad altri, che non ne sapeva il pregio, quella carta veniva comoda per far de’ turaccioli, o accender il fuoco: onde qui pure siamo all’oscuro delle cose particolari della nostra Valle.

Estinta la linea Carolinga, e in Italia creati altri Sovrani, l’anno 926 ottenne il regno d’Italia Ugone Duca di Provenza. Sotto l’impero di questo l’anno 935 Manasse Arcivescovo d’Arles non contento del grado, e gregge suo, siccome parente del Re Ugo, venne a pescar maggiori ricchezze in Italia, avendogli il Re, che per politica amava di esaltare i suoi parenti, e nazionali, assegnato le rendite delle Chiese di Verona, Trento, e Mantova, e fattolo Marchese di Trento, con iscandalo per altro di tutt’i fedeli, cui sempre fanno orrore simili ingojamenti di ecclesiastiche rendite, e dignità. Muratori Annali d’Italia all’anno citato. Questa è la prima volta, che apparisce un Marchese in Trento, e un Vescovo ivi dominante. Egli era ancora in vita l’anno 960, quando in Italia regnava Berengario II.

Il Regno Germanico l’anno 961 per elezione fatta nella Dieta tenuta in Vormazia passò in Ottone il Grande, Duca di Sassonia. Questi fece cangiar aspetto agli affari dell’Italia; poichè calatovi con un esercito per la via di Trento, e sconfitto, e spogliato di regno Berengario10, vi fu [p. 21 modifica]riconosciuto Re; anzi l’anno 962 da Giovanni XII. in Roma venne coronato Imperadore, e per convenzione col Pontefice di protegger la Chiesa, il Regno d’Italia, fu unito in perpetuo al Regno della Germania11 e in conseguenza il Trentino Ducato passò; in dominio de’ Sovrani Tedeschi. Dopo l’Impero di tre Ottoni, di Corrado I., e di Enrico il Santo, l’anno 1026 fu coronato Re d’Italia, e l’anno seguente in Roma Imperadore Corrado II. detto il Salico della stirpe de’ Duchi di Franconia; e questi donò; il Principato di Trento colle sue adiacenze ad Udalrico Vescovo, e suoi Successori. Il Diploma di donazione è segnato in Brescia li 31 Maggio dell’anno 1027. "Comitatus Tridentinum cum omnibus suis pertinentiis, & utilitatibus illis, quibus eum Duces, Comites, sive Marchiones, hucusque beneficii nomine habere visi sunti....... Vdalrico Episcopo, suisque Successoribus in perpetuum damus, tradimus, atque confirmamus......"

  1. Cassiod. Variar. L. V. epist. 9.
  2. Si può credere, che si scriverne A-none, ed indi congiunta la lettera fosse venuto Anone.
  3. "Quam ob causam Comes Longobardorum de Lagare Ragilo nomine Anagnis veniens, eam depredatus est. Qui cum de præda reverteretur, in campo Rotallano ab obvio sibi Duce Francorum Chramnichis, cum pluribus e suis peremptus est."
    Paul. Diac. de Gestis Longob. L. III. cap. 9.
  4. Continua Paolo Diacono Lib. III. cap. 9. "Qui Chramnichis non multum post tempus ( anno 577 ) Tridentum veniens, devastavit: quem subsequens Evin Tridentinus Dux in loco, qui Salurnis dicitur, eum cum suis interfecit, prædamque omnem, quam ceperat, excussit: expulsisque Francis Tridentinum territorium recepit." De Gestis Longobardorum.
  5. "Agilulfus (Longobardorum Rex) causa eorum, qui in Castellis Tridentinis captivi a Francis ducti fuerant, Agnellum Episcopum Tridentinum in Franciam misit, qui exinde rediens aliquantos captivos, quos Brunichildis Regina Francorum ex proprio pretio redemerat, revocavit." Paul. Diac. Lib. IV. cap. 1.
  6. "Venit quoque, & locustarum multitudo in Territorium Tridentinum, quæ majores erant, quam cœteræ locustæ. Hæ, mirum dictu, herbas, paludesque depastæ sunt, segetes vero agrorum exigue contigerunt. Sequenti vero anno pari nihilominus modo adventarunt." Paul. Diac. L. IV. cap.2 Rerum Ital. Script. Tom. I. part. I.
  7. Regnum Longobardorum finem habuit. Dondulus Rer. Ital. Script. Tom. XII. pag. 145
  8. "Apud quos plurimæ leges, ibi, & plurimæ lites." Plato.
  9. Che Carlo Magno in questa spedizione abbia mandato parte di truppe dalle vie del Trentino, è pensiero di uno Scrittore recente. Il Dandolo nella Cronica Rer. Ital. script. Tom. XII. pag. 145. non parla che del Monte Cenisio, e del grande S. Bernardo, allora detto Monte di Giove. Anzi Reginone Chron. Lib. 2. c. 26. Struvio Rer. German. Script. Tom. I. pag. 36. scrive di Carlo Magno: "Ipse cum una parte per Montem Cinysium perrexit, & misit .... cum reliqua parte per Montem Jovis. Conjunxerunt autem se uterque exercitus ad Clusas. Hoc sentiens Desyderius, statim Clusas reliquit." Clusa Città piccola sul fiume Arve, circondata da Monti alpestri situata nel Ducato di Savoja. Büsching. Geograf. dell’Italia Tom. I. pagina 103. onde le Chiuse della Savoja furono erroneamente prese per quelle del Tirolo.
  10. Dandalus in Cron. Rer. Italic. Tom. XII. pag. 207. "Otto per Vallem Tridentinam intravit in Italiam. Berengarium obsedit. Eundem per deditionem accepit, & in Saxoniam deductum Reginæ præsentavit, quæ eum in teterrimo carcere clausit, & miserrime vitam finivit." Aveva Berengario fatte atroci ingiurie alla Regina Adelaide lasciata vedova dall’Imperadore Lotario, e poi presa in moglie da Ottone, onde ne fu ricompensato secondo i suoi meriti.
  11. Pufendorf de Statu Imp. Germanic. Cap. I. §. 13. "Pontifici consultissimum visum, Ottonem sibi defensorem asciscere eodem fere, quo antea Carolum, jure: & quidem, ut deinceps protectio illa sedis Romanæ Regno Germaniæ ita juncta foret, ut qui eo Regno potiretur, ad hanc quoque statim jus nancisceretur."
    Sigonius de Regno Ital. Lib. VII. 276. "Regnum Italiæ post Ottonis tempora cum Regno Germaniæ junctum est."
    Struvius Corpus Histor. Germ. Period. V. pag. 294. not. 38.
    dal Conringio de Imp. Germ. c. X.