Plico del fotografo/Libro III/Parte I/Sezione IV

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Sezione IV

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Libro III - Sezione III Libro III - Parte II

[p. 420 modifica]SEZIONE IV,

Prove negative su carta.

Le nozioni precedentemente esposte ci fanno strada per arrivare senza fatica di sorta ad imparare il metodo da seguire onde ottenere buone negative su carta. Laonde ci occorrerà spendere minor somma di parole per farci comprendere appieno.

Quando si tratta di ottenere buone prove negative su carta 6 cosa molto importante lo avere della carta di prima qualità, sottile, di spessore uniforme, ecc. La caria incollata colla gelatina o colla resina è meno sensibile di quella preparata coll’amido, ma essa ba il vantaggio di essere più tenace e di resistere più facilmente quando si tratta nei diversi liquidi. Il principale difetto che s’incontra nella carta destinala per le prove negative è la sua ineguaglianza di spessore. Questo difetto si può evitare in parte, osservando attentamente ogni foglio al lume di una candela, portandolo tra l’occhio ed il lume e facendolo passare su e giù a diritta ed a sinistra. La dilTerenza di spessore si riconosce dalla diversa quantità di luce che lo aitraversa; ed è sempre cosa più sicura rigettare i fogli che presentano la più piccola ineguaglianza. Colla luce del giorno è più difficile il giudicare dello spessore della carta per cagione dell’interferenza della luce riflessa colla luce trasmessa. Relativamente alle altre qualità della carta è in generale cosa molto fallace il guidarsi dall’apparenza esterna nel giudicarle; perciò per venire a conoscere la bontà della carta il miglior metodo a seguire, per non errare, consiste nel tirare alcune prove negative.

Noi crediamo che sarebbe affatto superfluo il fermarci a descrivere i differenti sistemi che vennero usati colla carta umida per prendere i ritratti, perchè il collodio dà risultati mollo più eccellenti e perfetti. Laonde ci limiteremo volentieri a far conoscere il procedimento a secco del sig. Le Gray con alcune semplificazioni. [p. 421 modifica]Nelle operazioni che si debbono far subire alla caria abbiamo procurato di conservare la più grande analogia possibile coi melodi prima d’ora descritti, sia nelle manipolazioni, sia nella composizione dei liquidi sensibilizzatori, rivelatori, fissatori, ecc.

Operazione 1.

Incerare la caria.

In un bacino di latta, più grande della carta da incerare, si fa fondere a calore moderato della cera vergine ben purgata dalle naturali sue immondizie, quindi vi si introduce la carta che venne destinala alla produzione della prova negativa. Non appena l’impregnazione apparisca essere uniforme, si estrae la carta, si adagia tra alcuni fogli di carta bibula ben propri, puliti, e vi si passa sopra una liscia calda, o ferro a lisciare caldo. La cera eccedente fonde, e si distribuisce tra la carta bibula.

Un foglio di carta incerata come si deve, veduto per trasmissione, dovrà avere l’aspetto di un foglio di gelatina senza macchie, e veduto per riflessione non dovrà presentare dei punti lucidi alla sua superficie. Una nuova lisciatura a caldo farebbe in ogni caso scomparire quelle e questi. Il calore del ferro a lisciare dovrà essere presso a poco quello che usano dare ai loro stampi gli indoratori col mezzo della gomma lacca, cioè, toccato il ferro colla saliva, questa deve stridere, senza però staccarsi dal ferro.

Operazione 11.

/otturare la caria incerala

4 00 grammi di acqua 8 » • riso di prima qualità

1 o » colla di pesce. [p. 422 modifica]Si fa bollire il miscuglio sino a che il riso incomincia a rompersi, e screpolarsi. Si passa Ira tela fina il liquido, e gli si aggiunge

40 grammi di zuccaro di latte 20 » » ioduro di potassio.

Terminala la soluzione si passa per tela, e si conserva al bisogno.

Col tempo invade la superfìcie del liquido una muffa derivante da un principio di fermentazione sviluppatosi nel liquore; si filtra, e non si ha altro inconveniente. Coll’uso la soluzione non perde le sue qualità, anzi diventa migliore, epperciò essa serve sino al suo esaurimento.

Per iodurare la carta metti un’ abbondante quantità di questa soluzione in un bacino a orli ben rilevali, introduci in essa ad uno ad uno alcuni fogli di carta incerata, scacciando con cura le bolle d’aria che cercano frammettersi, e lascia riposare per circa un’ora, od anche di più, che sarà ancor meglio.

Dopo solleva foglio per foglio dal baguo, ed appendi per un angolo ad un ago curvato in forma di S su di un filo leso orizzontalmente per aria. Una lista di caria bibula applicata all’angolo inferiore del foglio faciliterà la partenza delle goccie.

Seccando, la carta acquista una debole tinta violacea utile per giudicare in seguito del tempo necessario alia perfetta sensibilizzazione della carta stessa, come diremo or ora.

Alla soluzione preparata di fresco è bene aggiungere da 20 a 25 centigrammi di iodio, onde ottenere con maggior sicurezza il coloramento della carta.

Si potrebbe far senza di incerare la carta, ma allora, per rendere la superficie della carta più liscia, di una grana più fina, si accrescerà la quantità prescritta di colla di pesce sino ad averla nella proporzione di 2 parli sopra 100 parti di soluzione, si sopprimerà il riso, e si effettuerà il iodnramenlo ad una temperatura tiepida per mantenere liquida la gelatina durante l’operazione.

Il signor Davanne prescrive una nuova lisciatura a caldo per la carta iodurata, onde questa possa perdere l’effetto granulato nocivo alla nitidezza dell’immagine che si vuol produrre. [p. 423 modifica]Operazione HI.

Sensibilizzare la carta iodurata.

Trovo potersi fare assai bene questa operazione collo stesso aceto-nitrato che usasi per sensibilizzare i vetri albuminati, cioè:

100 parti di acqua 8 » » nitrato d’argento

16 » o acido acetico cristallizzabile.

Si introduce la carta iodurata nella soluzione ( al buio s’intende ) e vi si lascia per lo spazio di 5 minuti circa, ossia sino a che il coloramento violaceo della carta sia scomparso, e che questa sia diventala ben trasparente.

Tolto dal liquido il foglio così sensibilizzato, si lascia sgocciolare un istante, e si luffa tosto in un bacino ripieno di acqua distillata, oppure di acqua piovana, per lavarlo.

Trattandosi di dover conservare per molto tempo la carta allo stato sensibile si rinnoverà ancora una volta o due l’acqua di lavamento.

La carta sensibile, quando è lavata a sufficienza, si fa asciugare in un cartolare di carta senza colla, poscia si pone per conservarla in un altro consimile cartolare.

Andrebbe a vuoto ogni fatica se si lasciasse seccare la carta sensibile mettendola penzolone per aria, fosse anche al buio il più perfetto, e ciò per causa dell’azione dell’aria sopra di essa, la quale fa si che, nello sviluppare più tardi l’immagine, la carta venga a macchiarsi tutta.

Operazione IV.

Esperte nella camera oscura.

Ciò, che abbiamo detto presso il collodio e l’albumina, per rispetto alle regole generali a seguirsi ncll’eseguire questa operazione, è naturalmente applicabile anche alla carta. [p. 424 modifica]La differenza consiste solo nello adagiare la caria sensibile nel quadro della camera oscura. Questo quadro dovrà esser provvisto di due lastre di cristallo, tra cui si insinua la carta da impressionare, mettendo per di dietro a questa due fogli di carta da stampa ben unita, onde promuovere un perfetto contallo della superficie sensibile col vetro anteriore più vicino alla lente delfoggettivo.

Operazione V.

Sviluppare l’immagine.

Fatta preventivamente una soluzione satura di acido gallico, al momento di sviluppare l’immagine su carta si aggiunge al liquido ^ del suo peso di nitrato d’argento e si versa in un bacino per immergervi intieramente la carta impressionata.

L’immagine non tarda a fare la sua comparsa.

L’operatore non dovrà turbarsi per la tinta sporca e l’aspetto scabro che la carta incerala assume nel bagno rivelatore. Scaldando in appresso la carta ad una sufficiente distanza dal fuoco, oppure con un ferro a lisciare nel modo sopraddetto, la cera si diffonde in modo uniforme, e la carta riprende la sua trasparenza.

11 sig. W. Crookes compone la soluzione sviluppatricc delP immagine su carta dilungando con acqua una soluzione alcoolica di acido gallico addizionata di acido acetico, ed aggiungendo ad essa un po’ di nitrato d’argento al momento di adoperarla i«).

Operazione VI.

Fissare r immagine.

Quando si ravvisa convenevolmente sviluppata, la prova si lava nell’acqua al riparo dalla luce, rinnovando due o tre

(a) A ffand hook lo thè tvaxed paper process in Photography, by William Crooees. London, 1857.

. [p. 425 modifica]volte l’acqua in cui si pone la prova stessa, quindi, operando alla luce del giorno, si introduce in una soluzione di iposolfito di soda 15 per 100, dove la prova si lascierà sino a che sia svanito il coloramento giallastro proveniente dall’ioduro d’argento. Un quarto d’ora è d’ordinario sufficiente per la carta incerata. In appresso si lava nell’acqua la carta, lasciandovela immersa per lo spazio di tre ore circa, quindi si fa seccare.

Si termina l’opera facendo riscaldare dolcemente la prova per renderla di una trasparenza perfetta, confaciente al suo uso di produrre le positive.

Osservazioni.

1 ’ Positive dirette su carta. — Li signori Lassaigne, Talbot, Bunt, Uerschel, ed altri scopersero che il ioduro di potassio in presenza della luce ha la singolare proprietà di imbiancare la caria contenente cloruro d’argento annerito, ossia la carta preparata per positive indirette, e lasciala annerire in piena luce. Ciò diede origine al modo di produrre su carta delle positive dirette nella camera oscura; modo poco o nulla utile, ma degno di essere conosciuto dal fotografo.

l’rendi carta preparata con cloruro di sodio e nitrato d’argento, e ponila al sole finchè sia diventata nera; ora fa una soluzione di ioduro di potassio composta di

6 parti di ioduro di potassio 100 » » acqua,

impregna la carta annerila con questa soluzione, ed esponi umido per 10-90 minuti, giusta la natura della luce, delle lenti, ecc., ed otterrai un’ immagine. Per fissarla immergila semplicemente nell’acqua calda, con cui sciogliere il ioduro di potassio e d’argento. A priori sembra che l’iposolfito dovrebbe fissare meglio dell’acqua calda, ma l’esperienza dimostra che l’iposolfito non è un migliore agente della sola acqua nel fissare questo genere di fotografie. così fissala l’immagine non è affatto inalterabile alla luce, sotto l’azione della quale i neri perdono una gran parte della loro intensità, ed i [p. 426 modifica]bianchi anneriscono sino a che il contrasto tra i lami e le ombre diviene appena sensibile. Un tale effetto può anche prodursi indipendentemente dalla luce. Sinora non si è trovato un metodo migliore per fissare queste prove.

2’ Modo di correggere le imperfexioni della carta. — Quando si ha ragione di temere che la carta che si destina alle operazioni fotogeniche sia stata mal fabbricata, il metodo da seguirsi per renderla migliore è presso a poco quello che venne proposto dal signor Stefano Geoffray (a). Si immerge la carta per un’ora in un miscuglio fatto con

10 parli di acido citrico 1 00 » acqua;

si estrae la carta, si lava nell’acqua, e si porta in un liquido fatto con

5 parli di ammoniaca liquida 1 00 » acqua.

Dopo lo spazio di una mezz’ora si lava nell’acqua, e si fa seccare al riparo dalla polvere. La carta così preparata sarà alla a ricevere l’immagine fotografica senza macchiarsi, ma avrà perduto una gran parte della sua lisciatura, sarà diventala porosa, ruvida, epperciò ora si tratta con albumina, con gelatina, gomma arabica e zuccaro, con amido, o con altra sostanza capace di riempire i pori tra le fibre della carta.

3’ Carta alla gelatina. — Si fa fondere a bagno maria 2 grammi di colla di pesce in 100 grammi di acqua, cui si aggiunge 1 grammo di ioduro di potassio. Si immerge la carta per 10 minuti in questa soluzione, e poi si fa seccare; quando si vuole far uso di questa carta, non si ha più che a sensibilizzarla per le operazioni susseguenti.

È con un metodo somigliante che il signor Baldus ed altri operatori ottengono prove di grande dimensione, di molta bellezza.

(o) Traiti pratique pour Cemplol des papiers du commerce en Photographle par Ètienne Geoffray. Paria, 1855.