Poesie varie (Marino)/Introduzione

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La bruna pastorella

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Poesie varie (Marino) I - I

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INTRODUZIONE


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LA BRUNA PASTORELLA


LILLA


E donde cosí tardi,
caro il mio Lidio, or viensi,
e dove vassi?
So che potea ben io,
lá tra le due fontane,
nel vallon degli abeti oggi aspettarti!

LIDIO


Lilla mia, credi pure
che quando da te lunge una brev’ora
faccio altrove dimora, altre due fonti,
ma piú larghe e piú vive
di quelle che dicesti,
mi discorron dagli occhi.
Non ch’io de la mia sorte
con la querula schiera
de’ mal graditi amanti
abbia, la tua mercede, onde dolermi;
ma però che lasciando,
qualor da te mi parto,
ne’ tuoi begli occhi per ostaggio il core,
com’io viva non so: dicalo Amore.

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LILLA


Perché, dunque, lasciasti
nell’usato meriggio
di menar la tua greggia a pascer meco?
Ch’ivi amboduo, da la gran lampa estiva
sotto l’ombrosa ascella
del bel monte vicin nascosti e chiusi,
pasciute avremmo a prova
le pecorelle di fresch’erbe e fiori,
e di nòve dolcezze i sensi e i cori.

LIDIO


Fu scusabile degna
la cagion de l’indugio. Il buon Fileno,
Filen da cui la turba
de’ moderni pastori
apprese in questi boschi
la novitá del non piú udito canto,
oggi sen gío lontano, e non convenne
ch’io, nel commune universal concorso
de’ piú sinceri amici,
solo mi rimanessi
di dargli nel partir l’ultimo addio.

LILLA


Dunque, è pur ver che le sue patrie piagge,
giá sí care e dilette,
a Filen nostro abbandonar non spiacque?
Oh sconsolate rive,
di tanta armonia prive!
Ma, dimmi, e qual il mosse
quinci a peregrinar cagion novella?

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LIDIO


A sé l’appella il gran pastor di Senna,
acciò ch’egli, cangiando
in tromba la sampogna,
possa intrecciar col verdeggiante alloro,
che gli cerchia la fronte, i gigli d’oro.
Quinci a varcar s’appresta
le gelid’Alpi e le profonde valli,
che ’l Rodano divide.

LILLA


Or certo c’ha ben donde
di Durenza e di Sorga Arno dolersi,
a cui dever confesseranno omai
il furto di duo cigni!
Ma che libro è cotesto,
che legato in fin oro hai sotto il braccio?

LIDIO


Se tu sapessi, o Lilla,
ciò che dentro contiensi, e ciò che in esso
v’ha di tue lodi espresso,
diresti ben che la pomposa spoglia
che l’adorna di fore è il minor fregio.
Due volte e due, partendo,
baciommi in fronte il mio Fileno, e poi
di questo, che qui vedi,
prezioso tesoro
mi fece erede e mi lasciò custode.
Deposito a me caro
sovr’ogni altra ricchezza,
dov’ei notò primieramente e scrisse

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quanto in leggiadre rime,
ritrovator sublime,
compose giá, quando in sui primi ardori
scherzava con gli Amori.

lilla

Deh, deh, Lidio, per Dio,
porgilo a me, sol tanto
che di quel chiaro e glorioso ingegno
e di quella felice e nobil mano
i caratteri veri io miri e legga!
Giá dal gran vecchio Alcippo
gli elementi imparai de la prim’arte;
non ch’io però di penetrar mi vanti
del culto stile i magisteri occulti.
O di sacro intelletto
onorata scrittura, ecco ch’io t’apro!
Lidio, e con tua licenza anco la bacio.
Ma come, oh come io scorgo, e ’n quante parti
cancellati e confusi i dotti inchiostri!
V’ha cento cose e cento
pria scritte e poi stornate,
e in mille guise e mille
in margine talor mutati i versi.
Scorrer giá senza intoppo
le mal distinte e rotte,
con frettolosa man vergate righe,
io per me non saprei.
Tu, che piú intendi ed hai
de la famosa e peregrina penna
meglio di me l’esperienza e l’uso,
prendilo e leggi, ch’io
son d’intender pur troppo
ambiziosa e vaga
l’alto tenor de le faconde note.

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LIDIO


Ciò che tu chiedi, io bramo.
Ma, per star meglio ad agio,
sediam colá sotto quell’ombra opaca,
dove il fiorito seno
di quell’erboso prato,
e la verde spalliera
di quel cedro odorato,
tapeti di natura, e de la selva
tapezzerie frondose,
farne potranno in un seggio e cortina.

LILLA


Sia pur com’a te piace: ecco m’assido;
mentre da la tua bocca
impareranno i circostanti augelli
ingegnosi concetti,
amorosi concenti,
io seguirò con l’occhio
le tue capre lascive,
che per l’erte piú dubbie e piú scoscese
vagan di quella balza a salto a salto.

LIDIO


Lungo fôra e soverchio
del commesso volume ad una ad una
tutte volger le carte.
Ecco l’indice qui, ch’a parte a parte
registrati per capi
i suggetti racconta.
Passiamo i carmi gravi,
con cui loda gli eroi, prega gli dèi

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e di Morte i trofei piangendo canta.
Veniamo ai piú soavi,
in cui, con dolce vena,
d’amor vezzose e molli
le tenerezze e le delizie esprime.
Ma tra questi ancor passo
l’Amoroso duello,
taccio i Notturni amori,
e de’ Baci tralasso
la gentil canzonetta,
con quella ov’ei commenda
la Bella vedovetta:
cose di cui non è foresta o monte,
non è ruscello o fonte,
che non mormori omai, che non rimbombi.
Vedi questo fra gli altri? A punto questo
grazioso epigramma
(io ben il riconosco)
fu dettato a’ miei preghi; e qui, scherzando
con arguzie vivaci,
del tuo volto moretto i pregi essalta.
Odi come comincia:
«Negra sí, ma sei bella, o di Natura,
tra le belle d’Amor, leggiadro mostro».
Ma non richiede il tempo
ch’io l’ore preziose
spenda in vana lettura, or ch’è concesso
in effetto a me stesso
quel diletto goder ch’altri descrive;
né, quando ho il vero avante,
deggio altronde cercar ciò che ne finge
musa favoleggiante.
Non posso ad altro oggetto
rivolgermi, né voglio
che le viste e l’affetto,
che si deve al mio ben, s’usurpi il foglio.

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Loda e celebra insomma
la tua guancia brunetta
sovra quante ne son purpuree e bianche,
dicendo che non è rosa né giglio,
ch’appo le tue bellissime viole
non perda e non confonda
il candido e ’l vermiglio.
E certo uopo non era
con poetici encomi ingrandir cosa
maggior d’ogni concetto e d’ogni stile;
ché se l’occhio, che ’l mira,
confessarlo ricusa,
pur troppo chiaramente
il cor, che n’arde, il sente.
Testimonio n’è il foco
che per te mi distrugge,
o di bella fuligine amorosa
volto offuscato e, piú che ’l ciel, sereno.
Fede ne renda il cor ch’ognora essala
da la fucina sua vive scintille,
talché s’io non sapessi
che ’n te quel color bruno
è proprio e naturale,
io crederei che ’l fumo
de’ miei spessi sospiri
t’avesse fatto tale.
O beltá senza eguale,
come senza ornamento e senza pompa,
cosí ancor senza fine e senza essempio;
zingaretta leggiadra,
chi fabricò, chi tinse
quella larva gentil, sotto il cui velo,
quasi egizia vagante,
de le Grazie la dea quaggiú discesa,
anzi la Grazia istessa
mascherata sen va tra l’altre ninfe?

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Ninfa del ciel, quando il tuo bel sembiante
prese a formar Natura,
fe’ qual pittor ben saggio,
che con rozzo carbone abbozza in prima,
quasi vil macchia oscura,
ombreggiata figura, onde poi tragge
colorite e distinte
meravigliose imagini dipinte;
perché la tua bellezza,
disegnata di negro, è l’idea vera,
il perfetto modello,
dal cui solo essemplare
prende ogni altra beltá quanto ha di bello.
L’altre gote, fiorite
di porpore e di rose,
son del divin pennello
pitture diligenti e dilicate,
a studio miniate;
ma quel tuo fosco illustre
scopre semplici e schiette
quelle linee maestre, in cui s’ammira
maggior l’arte e l’ingegno
de l’eterno disegno.

LILLA


Lidio mio, se di fuor bruna ho la scorza,
dentro son pura e bianca;
lá dove il volto manca
povero di colori,
disornato di fiori,
potrá, contrario a quel che in me si vede,
supplir candido amor, candida fede.

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LIDIO


Ma che dirò di voi,
che sí gioconde e liete,
in que’ duo brevi circoli girando,
influenze benigne in me piovete?
Io dico a voi, de l’amoroso cielo
ammorzate stellette,
ecclissate lunette!
Deh, chi mai crederebbe
che ’n due picciole sfere
s’accumulasse insieme
luce di paradiso
e caligin d’inferno,
tormento di dannati
e gloria di beati?
Lilla mia, dirò ver, ma dirò poco:
l’aquila imperiale,
a guardar fiso avezza
il pianeta lucente,
mai non poté fermar l’occhio possente
ne le due meraviglie
de la tua fronte ove s’abbaglia il sole.
La fenice immortale
bramò di rinnovarsi,
e piú volte rinacque
ne le care faville di quel foco
ch’arde soavemente e non consuma.
La fredda salamandra
venne talvolta in prova
di sostener la gelida natura
tra quelle fiamme estinte,
e, ’ncenerita alfine,
sospirò pur sí dilettosa arsura.
La farfalla mal cauta.

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delusa ancor da quel secreto raggio
che scalda e non risplende,
non lampeggia ed incende,
si reputò felice
a stemprar l’ali in sí beato ardore.
Il mio semplice core
in prigioni sí belle,
in sepolcri sí cari,
preso e morto rimase e non si dolse
perder la libertá, lasciar la vita.
Il cor dunque m’avete
e furato e ferito, occhi rapaci.
Ma che? fatta la preda,
mal poteste celarla; al furto istesso
fu tosto poi riconosciuto il ladro,
perché, veggendo voi
vestir le spoglie sue funeste e brune,
chi sará che non dica:
— Quell’è di Lidio il cor: l’ha certo ucciso
la sua bella nemica? —Fonte/commento: ediz. 1623
Ahi, lumi traditori,
le vostr’arti sagaci or ben comprendo!
Quindi avien che vestite
abito funerale,
quasi vedovi e mesti
pur celebrar vogliate
l’essequie atre e lugúbri
de la morte crudel che date ai cori.
Ma se i cori rubate,
anzi se gli uccidete,
e l’omicidio e ’l furto
falli son degni del supplicio estremo,
occhi rei quanto belli,
come i vostri delitti or non punisce
la giustizia d’Amor, né vi condanna
con sentenza severa a mortal pena?

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LILLA


Questi miei occhi negri
negri son, Lidio mio, perché son schiavi
giá conquistati in amorosa guerra.
Schiavi son tuoi, ch’or gli ritieni avinti,
dolcissimo tiranno,
d’invisibil catena,
e qualor, crudo, incontro a lor t’adiri
a tirar acqua gli condanni e sforzi.
Tu ’l sai, tu che, sí come
da la bocca focosa
assai sovente accogli
fra le tue labra i miei sospiri ardenti,
cosí piú d’una volta
dagli occhi umidi e molli
co’ tuoi sospiri innamorati asciughi
le lagrime cadenti.

LIDIO


O de la bella mora,
per cui moro beato e per cui vivo,
negri sí ma leggiadri,
foschi sí ma lucenti,
occhi dolci e ridenti,
io non so come possa
in un commun ricetto
insieme conversar col chiaro il buio.
Com’esser può che ’n quell’albergo istesso,
che possiede la notte, il giorno alloggi?
come, come presume,
se nemica è del lume,
ne le case del sole abitar l’ombra?
O luci tenebrose,

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tenebre luminose, occhi divini,
dal brillar de’ cui giri
ne l’Indo orientale
qualunque gemma piú pregiata e chiara
a scintillare impara;
vostre brune pupille
sembran carboni spenti,
ma vostri vaghi sguardi son faville
vigorose e cocenti.
Quel notturno colore
scolora l’alba e move invidia al giorno;
quel vostro smalto oscuro
al zaffiro fa scorno, ingiuria a l’oro;
quel brun, quel negro vostro
è puro e vivo inchiostro,
onde con l’aureo strale
scrive Amor la sentenza
de la mia dolce e fortunata morte.
Cari etiopi, adusti
da’ raggi di quel Sol che ’n voi fiammeggia,
anzi etiopi e Soli
che confondete in un tenebre e luce;
corvi destri e felici,
non giá nunzi di male,
ma messi di salute e di conforto,
che nel digiun de l’amorose fami
mi recate quel cibo
che può sol ristorar l’anima mia;
o luci dispietate,
dispietate e cortesi,
chiarissime fontane onde sí dolce
scaturisce il mio foco;
contener non mi so, mentr’io vi parlo,
che non accosti a ber l’avido labro.
Consentite, vi prego,
se l’alma m’involaste,

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ch’anch’io da voi rapisca
l’ésca che mi sostenta, e, benché siate
omicidi e predaci,
quante mi deste piaghe io vi dia baci!

LILLA


Bacia, Lidio gentile,
ch’a te nulla si nega;
baciami pur, ma non baciar in loco
dove senza risposta
inaridisca, insterilisca il bacio.
La bocca sol baciata
con bel cambio risponde;
la bocca sol de’ baci
vicendevoli e dolci è vera sede.
Ogni altra parte asciutto il bacio prende,
il riceve e nol rende.

LIDIO


Perdona, o Lilla cara,
a l’ingordo desio. Forza è che ceda
per questa volta sola
a l’ebeno il rubin, l’ostro a la pece.
In quella bocca bella
l’anima tua soggiorna;
ma dentro que’ begli occhi
l’anima mia s’annida, ond’io, che sono
cadavere senz’alma,
per gustar nova vita
voglio quindi ritorla;
né giá mai far saprei
de la rapina mia, de la ferita
vendetta piú gradita.
E, bench’agli occhi il ribaciar sia tolto,

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privilegio che solo
fu concesso a la bocca,
il privilegio almeno
del parlar degli amanti
piú ch’a la bocca si concede agli occhi.
Fanno ufficio di labra
le palpebre loquaci, e sguardi e cenni
son parolette e voci
e son tacite lingue,
la cui facondia muta io ben intendo.
Parlan, gl’intendo, e favellando al core
gridano: — Baci baci, amore amore. —
Ma che miro? che veggio?
mentre ch’a voi m’appresso,
mentre fiso vi miro e mentre in voi,
specchi lucidi e tersi,
l’anima mia vagheggio,
che belle imaginette in voi vegg’io?
Imaginette belle, che splendete
in quelle amiche luci,
deh ditemi: di cui
simulacri voi siete?
Ditemi: siete forse
pargoletti Amorini,
che lá dentro volate,
e volando scherzate
per accender le faci in sí bei lumi?
Ah! fuggite, fuggite,
semplicetti fanciulli,
perigliosi trastulli,
se non volete infra lo scherzo e ’l gioco
arder le piume a quel celeste foco.
No, no: siete, or m’accorgo,
i miei propri sembianti.
Or, se sí chiari a me vi rappresenta
il cristallo de l’occhio,

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creder ben voglio ancor che questo avegna
per reflesso del core,
che ’n sé l’effigie mia ritenga e stampi.
Ahi! ma voi siete due:
come in due si disparte
l’unica mia sembianza?
Io, sospettoso amante,
che ne’ miei lieti aventurosi amori
esser solo desio, gelo nel foco;
lasso, e di me medesmo
fatto rival geloso,
intolerante, avaro,
tremo del proprio bene, e non sostengo
per compagno me stesso.
Ite, dunque, e tornate onde partiste
da la doppia pupilla al cor, ch’è solo.
A me basta che ’l petto
ne le latebre sue m’accoglia e chiuda,
ch’io per me piú non curo
in sí lucidi fonti esser Narciso,
per non vedere in duo diversi oggetti
il proprio amor diviso.

LILLA


Giá l’ombra de la terra
si dilata per tutto. Ecco, dintorno
un denso umido velo
la gran faccia del cielo
ricopre, e folta nebbia
occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta,
fiaccola del contado
e baleno volante,
viva favilla alata,
viva stella animata,

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pur come ne le piume abbia il focile,
vibrando per le siepi
ali d’argento e foco,
alternar le scintille. È tempo omai
verso l’ovile, a passi corti e lenti,
da ricondur gli armenti.

LIDIO


Andiam, bella mia fiamma,
ch’io tra l’ombre e gli errori
de la notte e del bosco
altra per guida mia non curo o cheggio,
né lucciola né luce:
sol mi basta quel Sol che mi conduce.