Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata/Dell'esperienza

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Dell'esperienza

../Principii di filosofia zoologica ../Introduzione generale all'anatomia comparata fondata sulla osteologia IncludiIntestazione 14 giugno 2008 75% testi scientifici

Principii di filosofia zoologica Introduzione generale all'anatomia comparata fondata sulla osteologia


DELL’ESPERIENZA
CONSIDERATA COME MEDIATRICE
Tra l’Oggetto e il Soggetto

(1793)


Quando l’uomo scorge gli oggetti che gli stanno d’intorno, dapprima li considera nei rapporti che essi hanno con lui stesso, ed è ben ragione che egli operi così; imperocchè tutto il suo destino dipende dal piacere o dalla pena che producono in lui, dalla attrattiva o dalla ripugnanza che essi esercitano sopra di esso, dalla loro utilità o dai loro pericoli a suo riguardo. Questo modo, che è tanto naturale, di considerare ed apprezzare le cose si mostra in pari modo facile e necessario, e tuttavia espone l’uomo a mille errori che lo umiliano e gli riempiono la vita di amarezze.

Quell’uomo il quale, mosso da un poderoso istinto, vuol conoscere gli oggetti in loro stessi e nei loro reciproci rapporti, imprende un còmpito ancora più malagevole; perchè il termine di comparazione che egli aveva considerando gli oggetti per rapporto a se stesso, in breve gli verrà a mancare. Egli non ha più la pietra del paragone del piacere o della pena, della attrattiva o della ripugnanza, del vantaggio o del danno: questi criteri gli vengono oggimai a mancare interamente. Impassibile, sollevato per così dire al disopra della umanità deve sforzarsi di conoscere ciò che è, e non ciò che gli conviene. Il vero botanico non sarà colpito nè dalla bellezza, nè dalla utilità delle piante; egli esaminerà la loro struttura e i loro rapporti col rimanente del regno vegetale. Somigliante al sole che le illumina e le fa germogliare, egli deve contemplarle tutte con occhio imparziale, comprenderle nel loro complesso, e prendere i termini della sua comparazione e i dati del suo giudizio, non in se stesso, ma nella cerchia delle cose che viene osservando.

Quando noi stiamo considerando un oggetto in se stesso, o in rapporto cogli altri, ed esso non ci ispira nè desiderio nè antipatia, allora, con una attenzione ferma e tranquilla, noi ci possiamo fare un concetto abbastanza chiaro dell’oggetto medesimo, delle sue parti e de’ suoi rapporti. Quanto più noi allargheremo il campo di queste considerazioni, tanto sarà maggiore il numero degli oggetti che verremo a collegare fra loro, e tanto più in pari tempo si farà grande in noi, mercè l’esercizio, la potenza osservatrice di cui siamo forniti. Se noi sapremo far volgere a nostro profitto le nostre cognizioni nelle nostre azioni, meriteremo di essere considerati come abili e prudenti. La prudenza è cosa facile per l’uomo ben costituito, riflessivo naturalmente, o fatto tale dalle circostanze; impe-rocchè, nella vita, ogni passo è una lezione. Ma si tratta di applicare questa sagacia allo esame dei fenomeni misteriosi della natura; bisogna che l’uomo badi a ognuno dei passi che move in un mondo dove si trova per così dire abbandonato a se stesso; bisogna che si difenda da ogni precipitazione, che tenga sempre d’occhio la meta alla quale tende, senza tuttavia lasciar passare inavvertita qualsiasi circostanza favorevole o avversa; bisogna che tenga d’occhio continuamente se stesso, appunto perchè non ha nessuno che riveda le sue azioni; bisogna che stia continuamente in guardia contro i suoi propri risultamenti: queste sono le condizioni che si devono trovar raccolte in un osservatore cui nulla manchi, e ognun vede quanto sia malagevole radunarle in sè, o esigerle dagli altri. Tuttavia, queste difficoltà, o per parlare più esattamente, questa supposta impossibilità, non ci deve impedire di fare tutti i nostri sforzi per spingerci quanto più sia possibile avanti. Noi terremo a mente i modi con cui gli uomini eletti hanno allargato il campo delle scienze; noi lascieremo in disparte le strade fallaci nelle quali si sono smarriti, trascinandosi dietro, spesso durante parecchi secoli, un numero immenso di imitatori, fino al giorno in cui vennero nuovi esperimenti a ricondurre gli osservatori nella retta via.

Nissuno vorrà negare che l’esperienza non abbia e non debba avere la massima azione su tutto ciò che l’uomo intraprende, e particolarmente riguardo alla storia naturale, di cui qui più specialmente si tratta: nello stesso modo non si può negare che l’intelligenza, la quale comprende, compare, coordina e perfeziona l’esperienza, non abbia una forza indipendente e in qualche modo creatrice. Ma quale è il miglior metodo dello sperimentare? Come trar partito dei tentativi e aumentare le nostre forze adoperandoli? Ecco ciò che è, e deve essere quasi universalmente ignorato.

Quando l’attenzione di un uomo che abbia buone condizioni e acume di sensi è attratta su certi oggetti, da quel punto egli è tratto ad osservare, e può far ciò con buon effetto.

Sovente ho potuto riconoscere questo fatto da che mi occupo con ardore di ottica e di cromatica. Ho l’abitudine, come suole accadere, di parlare dell’argomento che mi attrae in quel punto con delle persone estranee a una tale scienza. Quando si è destata la loro attenzione, esse scorgono dei fenomeni che mi erano ignoti, e che io avevo lasciato sfuggire alla mia osservazione, e per tal modo correggono dei convincimenti prematuri, e mi mettono in grado di andare avanti con maggiore speditezza, e di uscire dalla cerchia ristretta nella quale sovente le ricerche faticose ci tengono imprigionati.

Ciò che è vero pel maggior numero delle imprese umane è vero anche per queste: gli sforzi di parecchi, diretti verso il medesimo scopo, possono soli condurre a grandi risultamenti. È cosa evidente che la gelosia, la quale ci induce a togliere agli altri l’onore di una scoperta, come pure il desiderio smodato che ha l’uomo di condurre a buon fine una scoperta che egli abbia fatto e di perfezionarla senza aiuto d’altrui, costituiscono gravi ostacoli che l’osservatore si impone da se stesso.

Io ho tratto così grande vantaggio dal metodo che consiste nel lavorare con parecchi collaboratori, che sono ben lungi dal volervi rinunziare. Io conosco bene le persone alle quali vado debitore di questa o di quella scoperta, e proverò un vero piacere nel far ciò conoscere in seguito.

Se gli uomini ordinari, purchè siano attenti, possono rendere grandi servizi, s’intende come moltissimo si possa aspettare della riunione di parecchi uomini istrutti. Una scienza è per se stessa una massa tanto grande che può reggere parecchi uomini, mentre un uomo solo è incapace di sopportarne il peso. Le scienze somigliano a quelle acque fluenti, ma imprigionate in un bacino, che non possono superare un certo livello. Non sono gli uomini che fanno le più belle scoperte, ma bensì le fa il tempo; le grandi cose sono state compiute nella medesima epoca da due o più pensatori contemporaneamente. Se noi dobbiamo una immensa gratitudine alla società e ai nostri amici, tanto più ancora dobbiamo essere grati al mondo e al tempo, e veramente non riconosceremo mai abbastanza quanto siano necessari per tenerci sulla buona strada e farci progredire gli aiuti, gli avvisi, i ragguagli e le contraddizioni.

Nelle scienze bisogna tenere una condotta opposta a quella che tengono gli artisti. Questi hanno ragione di non lasciar vedere i loro lavori fino a che non siano terminati, perchè difficilmente potrebbero trar partito dai consigli che a loro verrebbero dati, o giovarsi degli aiuti che loro verrebbero offerti. Compiuto il lavoro, devono darsi molto pensiero della lode e del biasimo, meditarne le cause per combinarle colle loro osservazioni personali, e prepararsi, formarsi prima d’accingersi a un nuovo lavoro. Giova invece nelle scienze il comunicare al pubblico un’idea che nasce, un nuovo esperimento che si affaccia, e non costruire l’edificio scientifico se non che quando il disegno e i materiali ne sono stati universalmente conosciuti, apprezzati e giudicati.

Lo studioso che ripete a bella posta le osservazioni, fatte da altri prima o simultaneamente, che riproduce dei fenomeni prodottisi artificialmente o a caso, fa ciò che si dice uno esperimento.

Il merito di un esperimento semplice o complicato, è che esso si possa ripetere ogni qualvolta si avranno riunite le condizioni essenziali mercè un apparecchio noto, maneggiato secondo certe regole, colla abilità necessaria. Merita veramente di essere ammirato l’ingegno dell’uomo quando si consideri quali siano le combinazioni che sono state necessarie per ottenere l’intento, quali macchine erano state immaginate e si vadano ancora immaginando collo scopo di dimostrare una verità.

Qualunque sia il valore di uno sperimento isolato, esso non acquista tutta la sua importanza se non che quando è collegato e rannodato ad altri tentativi. Ma per legare insieme i due sperimenti fa d’uopo adoperare tanta attenzione e tanto rigore quanto pochi osservatori se ne sanno imporre. Può avvenire che due fenomeni si somiglino senza che abbiano tanta analogia quanto può parere. Talora a tutta prima sembra che due sperimenti siano la conseguenza l’uno dell’altro, e poi si scorge che anche una lunga serie di fatti intermedi basta appena per rannodarli l’uno all’altro.

Pertanto lo sperimentatore non sarà mai abbastanza cauto contro quelle conseguenze premature che si traggono tante volte dagli sperimenti; invero, quando l’uomo passa dalla osservazione al giudizio, dal conoscimento di un fatto alla sua applicazione, allora egli si trova allo ingresso di uno stretto dove lo aspettano tutti i suoi interni nemici, l’immaginazione, l’impazienza, la precipitazione, l’amor proprio, l’ostinatezza, la forma delle idee, le opinioni preconcette, la pigrizia, la leggerezza, la vaghezza del mutare, e mille altri ancora di cui mi sfuggono i nomi. Tutti questi nemici sono là in agguato e sorprendono ugualmente l’uomo della vita pratica e l’osservatore calmo e tranquillo che sembra al riparo da ogni azione.

Nello intendimento di segnalare la imminenza del pericolo e fermare l’attenzione del lettore, io non rifuggirò dallo arrischiare un paradosso, col sostenere che uno esperimento, od anche parecchi esperimenti messi in rapporto fra loro, non provano assolutamente nulla, e che è cosa pericolosissima il voler confermare colla osservazione immediata una qualsiasi proposizione. Havvi di più: l’ignoranza degli inconvenienti e della insufficienza di un così fatto metodo è stata la causa dei più grandi errori. Io mi spiegherò più chiaramente per purgarmi del sospetto che io abbia voluto soltanto avere la originalità in mira.

L’osservazione che voi fate, lo sperimento che la conferma, non sono per voi che una nozione isolata. Riproducendo parecchie volte questa nozione isolata, voi la trasformate in certezza. Due osservazioni sullo stesso argomento vengono a vostra conoscenza; esse possono essere collegate strettamente fra loro, ma possono anche parere assai più che realmente non siano. Perciò l’uomo è consuetamente indotto a credere la loro connessione più intima che non sia in effetto. Ciò è conforme alla natura dell’uomo; la storia della mente umana ce ne dà esempi a migliaia, e io so per mia propria esperienza di aver sovente errato in tal modo.

Questo difetto ha molta relazione con un altro, di cui è il prodotto. L’uomo si compiace della rappresentazione di una cosa più che non della cosa istessa; o, per parlare più esattamente, l’uomo non si compiace in una cosa, so non che in quanto se la rappresenta, e combina colla sua maniera di vedere; ma per quanto egli sollevi la sua idea al disopra di quelle del volgo, per quanto la purifichi, essa non è mai altro che un tentativo infruttuoso per stabilire fra parecchi oggetti delle relazioni che, in verità, si possono afferrare ma che, a parlare propriamente, non esistono fra di essi. Da ciò quella tendenza alle ipotesi, alle teorie, alle terminologie, ai sistemi, che noi non sapremmo biasimare, perchè è una conseguenza necessaria della nostra organizzazione.

Se è vero che, per un lato, una osservazione, uno sperimento, devono sempre essere considerati come isolati, e che, per un altro lato, la mente umana tende irresistibilmente a raccostare tutti i fatti esterni che arriva a conoscere, si comprenderà facilmente quanto sia pericoloso il voler collegare uno sperimento isolato con una idea già affermata, il voler stabilire per via di sperimenti isolati un rapporto il quale, lungi dall’essere puramente materiale, è il prodotto anticipato della forza creatrice della intelligenza. Soventissimo avviene che lavori di tal fatta producano teorie e sistemi che fanno un grandissimo onore alla sagacia dei loro autori. Queste teorie, adottate con entusiasmo, hanno un regno il quale sovente dura troppo a lungo, ed esse traggono o incagliano i progressi della mente umana ai quali, per altri rispetti, sarebbero state giovevoli.

Aggiungiamo che una mente forte fa prova di una abilità tanto maggiore, quanto è minore il numero dei dati. Allora essa li domina, non ne sceglie che taluni i quali le piacciono, sa disporre gli altri in modo che non sembrino contradditorii, e confonde, ed allaccia talmente quelli che sono decisamente contrari, che finisce per metterli in disparte. Allora quel complesso non è più una repubblica nella quale ogni cittadino opera liberamente, ma è una corte dove regna l’arbitrio di un despota.

Un uomo dotato di un merito di cotal fatta non potrebbe a meno di avere degli allievi e degli ammiratori, ai quali la storia insegna a conoscere e a vantare questo ingegnoso sistema; essi si compenetrano quando è possibile delle idee del maestro, sovente una dottrina diventa così fattamente dominante, che passa per audace e temerario chi abbia l’ardimento di metterla in dubbio. Trascorsi parecchi secoli, il tempo incomincia alla perfine a scavare l’idolo dalla base, e a sottomettere i fatti al libero esame della ragione umana, la quale non si lascia più imporre una autorità usurpata; e allora, in proposito del fondatore della sètta caduta, si ripete ciò che un uomo di ingegno diceva di un grande naturalista: Sarebbe stato un gran genio se avesse fatto meno scoperte.

Non basta avere riconosciuto il pericolo e averlo segnalato. È d’uopo che io faccia conoscere la mia opinione e che io indichi quelle precauzioni mercè le quali ho potuto scansare così fatti scogli, che altri prima di me hanno pur saputo scansare.

Ho già detto precedentemente esser cosa pericolosa il fare di uno sperimento la dimostrazione immediata di una ipotesi, e ho fatto vedere che io teneva in conto di cosa utilissima il farne un uso mediato. Siccome tutto si posa su questo punto di dottrina, è d’uopo che io mi esprima chiaramente.

Ogni fenomeno della natura è collegato al complesso e, sebbene le nostre osservazioni ci sembrino isolate, sebbene gli sperimenti non siano per noi che dei fatti individuali, non risulta da ciò che realmente siano tali; si tratta soltanto di sapere in qual modo noi saremo per trovare il legame che unisce questi fatti o questi avvenimenti fra loro.

Noi abbiamo veduto sopra che i primi a cadere nell’errore sono quelli che cercano di fare combaciare immediatamente un fatto individuale colle loro opinioni o colla loro maniera di vedere. Noi troveremo invece che quelli che sanno studiare una osservazione, una esperienza sotto tutti i suoi aspetti, che sanno tenerle dietro in tutte le sue modificazioni e rivolgerla per ogni verso, arrivano ai risultamenti più fecondi.

Tutte le cose nella natura, e sovratutto le forze e gli elementi generali, soggiaciono a una azione e a una reazione incessanti. Si può dire di un fenomeno qualsiasi che esso è in rapporto con un grandissimo numero di altri, somigliante a un punto luminoso e libero nello spazio, che raggia in tutti i sensi. Per la qualcosa, fatta la esperienza, registrata l’osservazione, non sarà mai troppa la cura che noi dovremo porre nel cercare ciò che si trova in contatto immediato con essa, ciò che ne risulta prossimamente; ciò è più importante che non il sapere quali siano i fatti che hanno rapporto col nostro. Deve quindi ogni naturalista variare i suoi sperimenti isolati. Ciò è l’opposto di quanto deve fare uno scrittore che voglia riuscire interessante. Questo scrittore riuscirà noioso a chi lo legge e se non gli lascia nulla da indovinare, mentre il naturalista deve lavorare senza tregua come se non volesse lasciar più nulla da fare ai suoi successori. La sproporzione fra la nostra intelligenza e la natura delle cose lo avvertirà abbastanza sollecitamente che non v’ha un uomo il quale abbia la capacità di finirla con un argomento, qualunque esso sia.

Nei due primi capitoli della mia Ottica, ho cercato di formare una serie di sperimenti congeneri, i quali si toccano immediatamente, per modo che, quando siano considerati nel loro complesso, non formano, propriamente parlando, che uno sperimento solo, e non sono che una sola osservazione, presentata in mille diversi aspetti.

Una osservazione che per tal modo ne contiene parecchie è evidentemente di un ordine più elevato. È l’analogia della formola algebrica che rappresenta migliaia di calcoli aritmetici isolati. Il naturalista ha questa alta missione di arrivare a così fatti sperimenti di un ordine elevato, e ciò è ben dimostrato dallo esempio degli uomini più rimarchevoli nelle scienze.

Questo metodo prudente, che consiste nel procedere di punto in punto, o piuttosto nel trarre delle conseguenze le une dalle altre, ci viene dai matematici; e, sebbene noi non facciamo uso di calcoli, dobbiamo sempre procedere come se dovessimo rendere conto dei nostri lavori a un geometra severo e rigoroso. Il metodo matematico, che procede assennatamente e limpidamente, fa vedere all’istante se in un ragionamento si tralasciano degli intermediari. Le sue dimostrazioni non sono che degli svolgimenti circostanziati, i quali devono far vedere che gli elementi del complesso che esso presenta esistevano precedentemente e che la mente umana avendoli compresi in tutta la loro estensione, li aveva giudicati esatti e incontestabili per ogni rispetto. Perciò le dimostrazioni non sono tanto argomenti, come piuttosto esposizioni, ricapitolazioni.

Da che ho posto questa differenza, mi sia concesso di ritornare un po’ indietro.

Si vede quanto la dimostrazione matematica, la quale, con una serie di elementi, produce mille combinazioni, differisce dal genere di dimostrazione che un abile oratore sa dedurre dai suoi argomenti. Taluni argomenti possono avere delle relazioni parzialissime; ma un oratore ingegnoso e ricco di immaginazione li costringe a convergere verso un punto comune, e illude il suo uditorio con delle apparenze di bene e di male, di falso e di vero. Nella stessa maniera, per sostenere una teoria si possono raccontare taluni sperimenti isolati, e se ne può trarre una sorta di dimostrazione più o meno fallace.

Ma l’uomo che procede coscienziosamente in faccia a se stesso ed altri si sforza di elaborare con cura gli sperimenti isolati, collo scopo di pervenire alle osservazioni di un ordine più elevato. Queste dovranno essere formolate in poche parole, coordinate insieme a mano a mano che si vengono sviluppando, e disposte per modo da formare, come proposizioni matematiche, un edificio incrollabile nelle sue parti e nel suo complesso.

Gli elementi di queste osservazioni di un ordine più elevato consistono in un gran numero di sperimenti isolati, che ognuno può esaminare e giudicare; acquistando per tal modo la certezza che la formola generale è veramente l’espressione di tutti i casi individuali; imperocchè qui non si potrebbe procedere arbitrariamente.

Invece nell’altro metodo, il quale consiste nel sostenere la propria opinione per via di sperimenti isolati; che vengono trasformati in argomenti, il più delle volte non si fa altro che sorprendere un giudizio, senza indurre il convincimento. Ma, se voi avete raccolto una massa di quelle osservazioni di un ordine più elevato delle quali già abbiamo tenuto discorso, allora, per quanto si voglia aggredirle col ragionamento, colla immaginazione, col dileggio, ben lungi dallo scuotere l’edificio, non si farà altro che fortificarlo. Non sarà mai sufficiente lo scrupolo che converrà porre nel compimento di questo primo lavoro, anzi il rigore, e perfino la pedanteria, perchè esso deve servire al tempo presente e al tempo avvenire. Bisognerà coordinare questi materiali in serie, senza disporli in un modo sistematico; allora ognuno può disporli a suo modo per formarne un complesso più o meno accessibile e di facile intendimento. Procedendo in tal modo, si verrà a separare ciò che deve essere separato e si verrà ad accrescere più sollecitamente e più fruttuosamente il tesoro delle nostre osservazioni, che non avverrebbe se bisognasse lasciare in disparte le esperienze susseguenti, come si trascurano le pietre portate dopo il compimento di una fabbrica e delle quali l’architetto non si saprebbe giovare.

Lo assenso degli uomini più segnalati, e il loro esempio, mi fanno sperare di essere nella buona via; io desidero pure che i miei amici, i quali qualche volta mi domandano quale scopo io mi propongo nei miei sperimenti sull’ottica, siano soddisfatti di questa dichiarazione.

È mio intendimento raccogliere tutte le osservazioni fatte in questa scienza, ripetere e variare quanto più sia possibile tutti gli sperimenti, rendendoli abbastanza facili perchè possano essere accessibili al maggior numero; poi formolare delle proposizioni che riassumeranno le osservazioni di secondo grado, e finalmente rannodarle a qualche principio generale. Se qualche volta la mente e la immaginazione, sempre pronte e impazienti, mi fanno andare allo avanti della osservazione, allora il metodo medesimo mi indica quale sia la direzione in cui si trova quel punto al quale le devo ricondurre.


L’uomo che vuole studiare gli esseri in generale, e in special modo quegli esseri che sono organizzati, collo intendimento di determinare i loro rapporti e quelli delle loro azioni reciproche, quasi sempre è indotto a credere che egli arriverà al suo scopo mercè l’analisi delle parti di quegli esseri. Invero, l’analisi può condurre molto avanti. È inutile ricordare qui tutti quei servizi che l’anatomia e la chimica hanno reso alla scienza, e quanto queste scienze abbiano contribuito a far comprendere la natura nel suo complesso e nei suoi particolari.

Ma questi lavori analitici, continuati sempre, hanno pure i loro inconvenienti. Si separano gli esseri viventi in elementi, ma non si possono nè ricostrurre nè animare; ciò è vero di molti fra i corpi inorganici, e tanto più dei corpi organizzati.

Perciò in ogni tempo i dotti hanno sentito il bisogno di considerare i vegetali e gli animali come organismi viventi; hanno sentito il bisogno di comprendere il complesso delle loro parti esterne, che sono visibili e tangibili, per dedurre la loro struttura interna, e dominare per così dire il tutto per mezzo della intuizione. È inutile di mostrare particolareggiatamente quanto questa sentenza scientifica si trovi in armonia collo istinto artistico e col talento della imitazione.

L’istoria dell’arte, del sapere e della scienza, ci ha conservato più di un tentativo intrapreso per fondare e perfezionare questa dottrina che chiamerò Morfologia. Vedremo nella parte storica in quante diverse forme questi tentativi siano stati intrapresi.

Il Tedesco, per esprimere il complesso di un essere esistente, adopera il vocabolo forma (Gestalt); adoperando questo vocabolo, egli fa astrazione dalla mobilità delle parti, ammette che quel tutto il quale risulta dallo adunamento delle parti che si convengono, porta un carattere invariabile ed assoluto.

Ma, se noi esaminiamo tutte le forme, e in particolare le forme organiche, troveremo in breve che non havvi nulla di fisso, di immobile, nulla di assoluto, ma che tutte sono condotte in un continuo movimento; ecco perchè la lingua tedesca ha il vocabolo formazione (Bildung), che si dice tanto di ciò che è già stato prodotto, come di ciò che sarà prodotto poi.

Dunque, se vogliamo creare una Morfologia, non dobbiamo parlare di forma; e se noi adoperiamo questo vocabolo, esso per noi non sarà altro che il rappresentante di una nozione, di una idea, o di un fenomeno realizzato ed esistente soltanto pel momento.

Ciò che si è venuto formando si trasforma subito, e per avere un’idea vivente e vera della natura, noi la dobbiamo considerare come sempre mobile e mutevole, prendendo per esempio il modo in cui essa procede con noi stessi.

Se, mercè lo scalpello, noi separiamo un corpo nelle sue differenti parti, e queste nuovamente nelle loro parti costituenti, finiremo per arrivare agli elementi che sono stati indicati col nome di parti similari. Non tratteremo ora di queste parti; vogliamo invece chiamar l’attenzione sopra una legge più elevata della organizzazione che formoliamo nel modo seguente:

Ogni essere vivente non è una unità, ma una pluralità; anche quando esso ci appare nella forma di un individuo, esso è una riunione di esseri che vivono ed esistono per se stessi, identici in fondo, ma che in apparenza possono essere identici o somiglianti, differenti o dissomiglianti. Talora questi esseri sono riuniti fin dalla origine, altra volta s’incontrano e si riuniscono; si separano, si ricercano, e determinano per tal modo una riproduzione nel medesimo tempo infinita e svariata.

Quanto più il vivente è imperfetto, tanto più le parti sono somiglianti, e riproducono l’immaginazione del tutto. Quanto più il vivente diventa perfetto, tanto più le parti sono dissomiglianti. Nel primo caso, il tutto somiglia alla parte; nel secondo, segue l’opposto; quando le parti sono somiglianti, tanto meno sono subordinate le une alle altre: la subordinazione degli organi indica una creatura di un ordine elevato.

Siccome le massime generali hanno sempre qualche oscurità per chi non sa spiegarle subito con esempi, daremo qui qualche esempio, perchè tutto questo nostro lavoro non intende ad altro che allo svolgimento di queste idee e di alcune altre ancora.

Nessuno vorrà negare che un’erba e anche un albero che si presentano a noi come individui, non si compongano di parti che si somigliano fra loro e somigliano al tutto. Son molte le piante che si possono propagare per talee. La gemma nell’ultima varietà di un albero fruttifero mette un ramo che porta un certo numero di gemme identiche, la propagazione per seme si fa nello stesso modo; essa è lo sviluppo di un numero infinito di individui somiglianti, usciti dal seno della medesima pianta.

Si vede che il mistero della propagazione per semi è già contenuto in questa formola. E, se si riflette, se si osserva bene, si riconoscerà che il seme stesso il quale a primo aspetto, ci appare come una unità indivisibile, in realtà non è che un adunamento di esseri somiglianti e identici. Ordinariamente si considera la fava siccome acconcia a dare una giusta idea del germogliamento; prendetela prima che abbia germogliato, quando è ancora avvolta nel suo perisperma, voi troverete, quando l’avrete spogliata di questo invoglio, primieramente due cotiledoni che a torto vengono comparati alla placenta, imperoccbè sono vere foglie, tumefatte per verità, ripiene di fecola, ma che verdeggiano all’aria: poi si osserva la piumetta che si compone essa pure di due foglie sviluppate e suscettive di svilupparsi ancora; se voi riflettete che dietro ciascun picciuolo esiste una gemma, se non in realtà almeno possibile, allora riconoscerete nel seme che a tutta prima ci appare semplice, un adunamento di individualità che l’idea suppone identiche e di cui l’osservazione dimostra l’analogia.

Ciò che è identico secondo il giudizio della mente, agli occhi della osservazione qualche volta è identico, altre volte è somigliante, e finalmente spesso è al tutto differente e dissomigliante, e in essi consiste la vita accidentata dalla natura quale noi la vogliamo presentare in questo libro.

Citiamo ancora un esempio preso nel grado più basso della scala animale. Hannovi infusorii che presentano una forma semplicissima, i quali noi vediamo nuotare nell’acqua, appena questa li lascia all’asciutto, essi scoppiano e si risolvono in una moltitudine di minuti granellini; probabilmente questa risoluzione è un fenomeno naturale che seguirebbe in pari modo nell’acqua e che indica una moltiplicazione indefinita. Ho parlato abbastanza per ora intorno a questo argomento, perchè questo punto di vista si deve riprodurre in tutto il corso di questo lavoro.

Quando si osservano delle piante e degli animali inferiori, appena si possono distinguere. Noi non vediamo altro che un punto vitale immobile, oppure dotato di movimenti sovente appena sensibili. Io non oserei affermare che questo punto possa divenire o l’uno o l’altro dei due secondo le circostanze; pianta sotto l’influenza della luce, animale mercè quella della oscurità; sebbene ciò sembri essere indicato dalla osservazione e dalla analogia. Ma ciò che si dice, si è che gli esseri venuti da questo principio intermediario fra i due regni, si perfezionano secondo due direzioni contrarie, la pianta diventa un albero durevole e resistente, l’animale si solleva nell’uomo al punto più alto di libertà e di mobilità.

La gemmazione e la prolificazione sono due modi principali dell’organismo che si possono dedurre dalla coesistenza di parecchi esseri identici e somiglianti di cui questi due modi non sono che l’espressione; noi teniamo dietro ad essi attraverso a tutto il regno organizzato, ed essi ci serviranno a classificare e caratterizzare più di un fenomeno.

La considerazione del tipo vegetale ci mena a riconoscere da esso una estremità superiore e una estremità inferiore; la radice è in basso, essa si dirige verso la terra, perchè è del dominio della oscurità e della umidità; lo stelo si eleva in senso opposto verso il cielo cercando la luce e l’aria.

La considerazione di questa struttura meravigliosa e del suo sviluppo, ci conduce a riconoscere un altro principio fondamentale. Questo si è che la vita non saprebbe operare alla superficie e manifestarvi la sua forza produttrice. La forza vitale ha bisogno di un invoglio che la protegga contro l’azione troppo energica degli elementi esterni, dell’aria, dell’acqua, della luce, per poter adempiere un còmpito determinato. Che questo invoglio si mostri nella forma di una scorza, di una pelle, di una conchiglia, poco importa, tutto ciò che ha vita, tutto ciò che opera siccome dotato di vita, è fornito di un invoglio; quindi la superficie esterna appartiene prontamente alla morte, alla distruzione. La scorza degli alberi, la pelle degli insetti, i peli e le penne degli uccelli, l’epidermide dell’uomo, sono integumenti che si mortificano, si separano, si distruggono incessantemente, ma dietro ad essi si formano altri invogli sotto i quali la vita, la quale ha sede a una varia profondità, intesse la sua trama meravigliosa.