Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata/Principii di filosofia zoologica

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Principii di filosofia zoologica

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Prefazione del traduttore Dell'esperienza


PRINCIPII
DI
FILOSOFIA ZOOLOGICA

discussi nel marzo 1830 all’Accademia delle Scienze di Parigi
DA
STEFANO GEOFFROY-SAINT-HILAIRE


La seduta dell’Istituto di Francia, del 22 febbraio 1830, è stata il teatro di un avvenimento significante, del quale devono essere necessariamente importanti le conseguenze. In quel santuario delle scienze, dove tutto segue in presenza di un pubblico numeroso, e con perfetta convenienza di modi, dove le parole hanno l’impronta di un carattere di moderazione che suppone un poco di quella dissimulazione che si trova nelle persone educate, dove i punti di litigio sono piuttosto lasciati in disparte che non discussi; in quel santuario appunto è sorta una discussione, che potrebbe veramente diventare una contestazione personale, ma che, veduta da vicino, ha una importanza ben maggiore.

Quel perpetuo conflitto che da tanto tempo divide il mondo dei dotti in due partiti, era per così dire latente fra i naturalisti francesi e li divideva senza che essi stessi lo sapessero; questa volta è scoppiato con una violenza singolare. Due uomini rimarchevoli, il segretario perpetuo dell’Accademia, Giorgio Cuvier, e uno dei suoi membri più segnalati, Stefano Geoffroy-Saint-Hilaire, sorgono l’uno contro l’altro; il primo, circondato dalla sua immensa fama; il secondo, forte della sua gloria scientifica. Entrambi professano da trent’anni la storia naturale al Jardin des plantes; operai in par modo laboriosi nel campo della scienza, hanno incominciato a lavorare insieme; ma poi, separati a poco a poco dalla differenza delle loro vedute, si sono avviati in due opposte strade. Cuvier non si stanca mai di distinguere, di descrivere esattamente ciò che ha sotto gli occhi, e di allargare per tal modo il suo impero sopra una superficie immensa; Geoffroy-Saint-Hilaire studia silenziosamente le analogie degli esseri e le loro misteriose affinità: il primo parte dalle esistenze isolate per arrivare a un complesso che presuppone, senza pensare di poterne mai avere l’intuizione; il secondo porta dentro di sè l’immagine di questo complesso e vive nella persuasione che se ne potranno a poco a poco dedurre gli esseri isolati. Cuvier accoglie con riconoscenza tutte le scoperte di Geoffroy nel campo della osservazione, e questi è lungi dal respingere le osservazioni isolate, ma decisive del suo avversario; non hanno nè l’uno nè l’altro la coscienza di questa scambievole azione. Cuvier il quale incessantemente separa e distingue, partendo sempre dalla osservazione, non crede alla possibilità di un presentimento, di una previsione della parte nel tutto. Pare a lui una esorbitante pretesa il voler conoscere e distinguere ciò che non si può nè vedere cogli occhi del corpo, nè toccare colle mani. Geoffroy, fermo su saldi principii, si abbandona alle sue elevate ispirazioni, e non si assoggetta alla autorità di un tal metodo.

Non ci si vorrà movere rimprovero, se, dopo questa esposizione preliminare, ci faremo a ripetere ciò che dicevamo sopra, vale a dire che si tratta qui di due forze opposte della mente umana, quasi sempre isolate e sparpagliate per tal modo che s’incontrano tanto raramente insieme nei dotti quanto negli altri uomini. La loro eterogeneità rende ogni ravvicinamento malagevole, e non si è che con qualche rammarico che esse si aiutano scambievolmente. Una lunga esperienza personale e la storia della scienza mi fanno temere che la natura umana non sia per potersi mai sottrarre alla influenza di questa fatale scissione. Dirò anche, spingendomi più oltre, che l’analisi esige tanta perspicacia, una attenzione talmente continuata, una così grande attitudine a tener dietro alle variazioni della forma nei più minuti particolari, e a dar loro un nome, che non si potrebbe biasimare quell’uomo il quale essendo fornito di tutte queste facoltà, ne vada superbo, e consideri un così fatto metodo siccome il solo ragionevole e vero. Come mai potrebbe, egli risolversi a dividere una gloria tanto penosamente acquistata con sforzi laboriosi, con un rivale che ha avuto l’arte di arrivare senza fatica a quella meta dove il premio non dovrebbe essere dato che al lavoro e alla perseveranza?

Non v’è dubbio che chi piglia le mosse da una idea ha il diritto di inorgoglirsi di aver saputo concepire un principio; egli si riposa fiduciosamente nella certezza che sarà per trovare nei fatti isolati tutto ciò che ha segnalato nel fatto generale. Un uomo in tal condizione ha pure quel bene inteso orgoglio che proviene dal sentimento delle sue forze, e non c’è da meravigliare se egli non cede nulla dei suoi vantaggi, e protesta contro quelle insinuazioni che tenderebbero ad abbassare il suo genio per esaltare quello del suo avversario.

Ma ciò che rende malagevolissimo qualsiasi ravvicinamento si è che il Cuvier, il quale non si occupa che di risultamenti tangibili, può ad ogni volta mettere avanti le prove di ciò che asserisce, senza presentare ai suoi uditori quelle nuove considerazioni che in sulle prime paiono sempre strane; perciò la maggior parte del pubblico, o anche tutto quanto il pubblico si è messo dalla sua parte: mentre il suo rivale si trova solo e separato da quelli stessi che partecipano alle sue opinioni, perchè egli non se li sa attirare. Sovente già si è veduto questo antagonismo nella scienza, e il medesimo fenomeno si deve riprodurre sempre, perchè gli elementi opposti che lo costituiscono si sviluppano con una forza eguale e determinano una esplosione ogni qual volta si trovano in contatto.

Il più delle volte la cosa avviene fra uomini che appartengono a popoli differenti, che sono lontani l’uno dall’altro per la loro età e per la loro posizione sociale, i quali, col reagir l’uno sull’altro, menano una rottura di equilibrio. Il caso presente offre questa circostanza rimarchevole che si tratta di due dotti della medesima età, collegati da trentotto anni nella medesima università i quali, coltivando lo stesso campo in due direzioni opposte, scansandosi, sopportandosi vicendevolmente con una attenzione piena dì reciproci riguardi, non hanno potuto sottrarsi a una collisione finale, che ha dovuto colpirli tutti e due penosamente.

Dopo queste considerazioni generali possiamo procedere all’esame del libro di cui il titolo sta in capo a questa memoria. Dal principio di marzo i giornali di Parigi parlano ai loro lettori di questo avvenimento e si schierano dalla parte dell’uno o dell’altro dei due avversari. Queste discussioni occuparono parecchie sedute, fino a che Geoffroy-Saint-Hilaire credette opportuno di mutare il teatro del combattimento e di fare un appello, per mezzo della stampa, a un pubblico meno ristretto.

Noi abbiamo letto e meditato questo libro; fummo trattenuti da più di una difficoltà, e per meritare i ringraziamenti di quelli che staranno ora per leggerlo, ci sforzeremo di guidarli facendo la cronaca delle discussioni che hanno agitato l’accademia, le quali discussioni si possono considerare come il sommario dell’opera.


Seduta del 15 febbraio 1830.

Il signor Geoffroy-Saint-Hilaire legge un rapporto intorno a una memoria di due giovani naturalisti1, la quale contiene delle considerazioni sulla organizzazione dei molluschi. In questo suo rapporto, egli lascia scorgere una viva predilezione per le induzioni a priori, e proclama l’unità di composizione organica siccome la chiave di ogni studio della storia naturale.


Seduta del 22 febbraio.

Il signor Cuvier si oppone a questo principio, che considera come secondario, e ne stabilisce un altro più generale e più fecondo a parer suo. Nella medesima seduta, Geoffroy-Saint-Hilaire improvvisa una replica nella quale fa apertamente la sua professione di fede.


Seduta del 1 marzo.

Geoffroy-Saint-Hilaire legge una memoria nel medesimo senso, e presenta la teoria degli analoghi siccome quella che è di una immensa applicazione.


Seduta del 22 marzo.

Il signor Geoffroy applica la sua teoria degli analoghi al conoscimento della organizzazione dei pesci. Nella medesima seduta il Cuvier cerca di confutare gli argomenti del suo avversario, prendendo per esempio l’osso ioide da lui menzionato.


Seduta del 29 marzo.

Geoffroy-Saint-Hilaire giustifica le sue vedute sull’osso ioide, e presenta alcune considerazioni finali. Il giornale il Temps dà nel suo numero del 5 marzo un resoconto favorevole a Geoffroy col titolo di Riassunto delle dottrine relative alla rassomiglianza filosofica degli esseri. Il National, nel suo numero del 22 marzo, parla nel medesimo senso.


Geoffroy-Saint-Hilaire si decide a trasportare la discussione fuori della cerchia accademica; egli fa stampare il sunto della discussione, preceduta da una introduzione sulla teoria degli analoghi; questo scritto porta la data del 15 aprile.

L’autore vi espone chiaramente i suoi convincimenti, e adempie così il voto che noi facevamo di vedere queste idee farsi il più possibile popolari. In una appendice egli sostiene con ragione che le discussioni orali sono troppo fugaci perchè possano far trionfare il buon diritto, o smascherare l’errore, e che la stampa sola può far fruttificare i grandi pensieri.

Egli esprime altamente la sua stima e la sua simpatia pei lavori dei naturalisti stranieri in generale, e per quelli dei tedeschi e degli scozzesi, in particolare; si dichiara loro alleato, e il mondo dei dotti scorge con gioia tutto ciò che questa unione promette di utili risultamenti.

Sovente nella storia delle scienze come nella storia delle nazioni, si vedono cause accidentali e in apparenza lievissime le quali mettono apertamente gli uni in faccia agli altri dei partiti di cui era ignorata l’esistenza. La stessa cosa avviene del fatto attuale; disgraziatamente esso presenta questa particolarità, che la circostanza al tutto speciale la quale ha dato luogo a questa discussione, minaccia di trascinarla in un dedalo senza fine. Infatto, i punti scientifici di cui si tratta non hanno in se stesso nulla che possa eccitare un interessamento generale, ed è cosa impossibile il renderli accessibili alla massa del pubblico. Sarebbe adunque cosa più giudiziosa il ricondurre la questione ai suoi primi elementi.

Ogni avvenimento importante deve essere considerato e giudicato dal punto di vista etico, vale a dire che l’influenza del carattere individuale e della posizione personale degli attori merita di essere esattamente apprezzata. Perciò noi sentiamo il bisogno di dare una breve notizia biografica dei due uomini di cui ci stiamo occupando.

Geoffroy-Saint-Hilaire, nato a Etampes nel 1772, fu nominato professore di zoologia nel 1793, quando il Jardin des Plantes fu eretto in scuola pubblica di insegnamento; poco tempo dopo il Cuvier vi fu pure chiamato. Tutti e due presero a lavorare zelantemente insieme, non sapendo nè l’uno nè l’altro quanto fosse diversa la tendenza dei loro ingegni. Nell’anno 1798 la spedizione arrischiata e misteriosa di Egitto tolse Geoffroy-Saint-Hilaire dai lavori dello insegnamento; ma egli si confermò ogni giorno meglio nella sua via sintetica, e trovò l’occasione di applicare il suo metodo in quella parte della grande opera sull’Egitto di cui è autore. La grande stima che egli seppe ispirare al governo colle sue cognizioni e col suo carattere, fece sì che gli venisse affidata, nel 1808, la missione di organizzare gli studi nel Portogallo; il suo viaggio arricchí il Museo di Parigi di parecchi oggetti importanti. Sebbene egli fosse unicamente assorto nei suoi lavori, la nazione lo volle avere a rappresentante; ma una arena politica non era il campo che gli convenisse, ed egli non salì mai alla tribuna.

Nell’anno 1818 egli proclamò per la prima volta i principî secondo i quali studiava la natura, formolò la sua opinione nel modo seguente:2 «L’organizzazione degli animali è sottomessa a un piano generale il quale, modificandosi nelle diverse parti, produce le differenze che si scorgono in essi.»

Passiamo alla storia del suo avversario.

Giorgio Leopoldo Cuvier nacque nel 1779,3 a Montbelliard, che allora apparteneva al ducato di Wurtemberg. Egli si fece presto familiare la lingua e la letteratura tedesca; il suo gusto spiccato per la storia naturale lo mise in rapporto col dotto Kielmeyer, e questo legame continuò a malgrado delle distanze che li separavano. Io mi ricordo di aver veduto, nel 1797, delle lettere di Cuvier dirette a quel naturalista. C’erano, intercalati nel testo, degli ammirabili disegni rappresentanti organizzazioni di alcuni animali inferiori. Durante la sua dimora in Normandia, egli lavorò intorno alla classe dei vermi di Linneo, e per tal modo si fece conoscere dai naturalisti di Parigi. Per sollecitazione di Geoffroy-Saint-Hilaire egli venne a dimorare nella capitale, e entrambi si riunirono per pubblicare in comune dei lavori didattici, che avevano per scopo di stabilire una buona classificazione dei mammiferi. Un merito quale era quello di Cuvier non poteva rimanere a lungo ignoto; perciò, nel 1795, egli fu chiamato a far parte della Scuola Centrale di Parigi, e della prima classe dell’Istituto. Nel 1798, egli pubblicò ad uso delle Scuole Centrali, i suoi quadri elementari della storia naturale degli animali. Nominato professore di anatomia comparata, egli comprese in un solo sguardo il complesso di questa scienza e le sue lezioni, chiare ad un tempo e brillanti, destarono un generale entusiasmo. Dopo la morte di Daubenton, Cuvier ne prese il posto al Collegio di Francia, e Napoleone, apprezzando la sua capacità, lo nominò commissario al dipartimento della pubblica istruzione. Con questo titolo egli percorse l’Olanda, una parte della Germania, e tutti i nuovi dipartimenti dell’impero, per esaminare le scuole e le case di insegnamento. Io non conosco il rapporto che egli fece in quella occasione; ma so che non si peritò a proclamare la superiorità delle scuole tedesche comparate a quelle della Francia. Dopo il 1813, egli fu chiamato a pubblici uffici elevati, che tenne sotto i Borboni. E, oggi ancora, il suo tempo è diviso fra la scienza e la politica. I suoi immensi lavori, che comprendono tutto quanto il regno animale, sono modelli inimitabili di esattezza nella descrizione degli oggetti naturali. Dopo di avere studiato e classificato le tribù innumerevoli delle organizzazioni viventi egli risuscitò nella scienza le razze estinte da secoli. Nei suoi elogi degli accademici, si vede fino a qual punto egli conoscesse gli uomini e la società, con quale sagacia sapesse analizzare il carattere degli attori principali della scena del mondo, e con quanta sicurezza si fosse orientato nelle varie regioni delle cognizioni umane.

Siami perdonata tutta l’imperfettezza di questo abbozzo; non ho avuto la pretesa di insegnare qualche cosa di nuovo a tutti quelli che si danno pensiero della storia naturale; ho voluto solamente rammentare loro ciò che già sanno della vita di questi dotti illustri.

Mi si domanderà forse: quale interesse, quale bisogno ha la Germania di conoscere questa discussione; sarebbe forse perchè si schierasse coll’uno o coll’altro partito? - Prima di tutto, qualsiasi questione scientifica, dovunque sia discussa, ha il diritto di attrarsi la attenzione dei popoli inciviliti, perchè i dotti di tutte le nazioni formano un corpo solo; poi è facile dimostrare che questa questione ci interessa particolarmente, perchè Geoffroy-Saint-Hilaire si appoggia sullo assentimento di parecchi naturalisti tedeschi. Il Cuvier, allo incontro, sembra aver concepito una opinione poco favorevole dei nostri lavori in questo genere; perchè egli dice nella sua nota del 5 aprile: «Io so che per taluni havvi dietro questa teoria degli analoghi, almeno confusamente, una altra teoria antichissima, confutata da lungo tempo, ma che alcuni tedeschi hanno riprodotto a profitto del sistema panteistico chiamato Filosofia della natura

Se si volesse fare un commentario letterale di questo paragrafo affine di chiarirne il senso, e rendere evidente a tutti il candore e la santa buona fede dei filosofi della natura di cui la Germania si vanta, ci vorrebbe probabilmente un volumetto in ottavo. Io cercherò adunque di arrivare alla meta per una via più breve.

La situazione dei signor Geoffroy-Saint-Hilaire è tanto malagevole, che egli deve far plauso agli sforzi dei dotti tedeschi e tenersi per avventurato della certezza che essi partecipano ai suoi convincimenti e camminano per la medesima strada e che egli può fare assegnamento sulla loro approvazione riflessiva, e all’uopo sul loro giovevole appoggio. Perchè i nostri vicini d’Occidente, in generale, non hanno avuto ragione di pentirsi dello avere imparato a conoscere, in questi ultimi tempi, le idee e le ricerche dei tedeschi.

I naturalisti citati in questa occasione sono Kiélmeyer; Meckel; Oken, Spix, Tiedemann; nello stesso tempo si fa risalire a trenta anni indietro la parte che io ho preso a questi studi; ma posso bene affermare che da cinquanta anni io dò opera ad essi ardentemente. Nessuno, tranne forse io stesso, ha conservato la ricordanza dei miei primi tentativi, per la qual cosa spetta a me il ricordare quei lavori coscienziosi della mia gioventù, tanto più che essi possono spargere una qualche luce sugli argomenti che sono ora in discussione.

Io non giudico, racconto. Con queste parole di Montaigne io sarei tentato di terminare la prima parte delle mie considerazioni sull’opera del signor Geoffroy. Per determinare bene il punto di vista secondo il quale desidererei di essere giudicato io stesso, trovo ottima cosa riferire le parole di uno scrittore francese, le quali esprimono più chiaramente che io non saprei fare, ciò che vorrei dire al lettore.

«Gli uomini d’ingegno hanno sovente un modo particolare di presentare le cose; cominciano col parlar di se stessi; e stentano molto a isolarsi dal loro argomento. Prima di darvi i risultamenti delle loro meditazioni, essi sentono il bisogno di farvi sapere dove e come vi siano stati condotti.» Mi si conceda adunque di porgere qui, senza nessuna pretesa personale, la storia sommaria dello svolgimento successivo della scienza, quale si è venuto operando parallelamente al corso di una lunga esistenza che le è stata in parte consacrata. Assai per tempo gli studi delle scienze naturali produssero sopra di me una impressione indefinita, ma durevole. Il conte di Buffon pubblicò nell’anno 1749, l’anno della mia nascita, il primo volume della sua Storia Naturale; essa produsse un grande effetto in Germania, dove allora si era molto accessibili alle influenze francesi. Ogni anno il Buffon pubblicava un volume, ed io era testimonio dello interessamento che destava in una società eletta; in quanto a me il nome dell’autore, quello de’ suoi illustri contemporanei furono le sole cose che rimasero impresse nella mia memoria.

Buffon nacque nel 1707; quest’uomo rimarchevole, pieno di vedute brillanti ed estese, amava la vita e la natura vivente; si interessava a tutto ciò che aveva sotto gli occhi, Amante dei piaceri e della società, egli volle rendere la scienza attraente e piacere ammaestrando. Le sue descrizioni sono dei ritratti. Egli presenta l’essere nel suo complesso, sovratutto nei suoi rapporti coll’uomo, cui ha raccostato gli animali domestici. Facendo suo prò di tutto ciò che è conosciuto, trae partito dai lavori dei naturalisti, e sa vantaggiarsi dei racconti dei viaggiatori. Direttore delle collezioni già considerevoli del Jardin des plantes, piacevole della persona, ricco, innalzato alla dignità di conte, egli sembra regnare come un sovrano sul grande impero delle scienze, di cui il centro è a Parigi. Egli conserva tuttavia in faccia ai suoi lettori una dignità piena di grazia. In questa posizione elevata, egli seppe trarre partito di tutti gli elementi del sapere di cui era circondato. Quando egli scriveva, vol. II, pag. 544: «Le braccia dell’uomo non somigliano affatto ai membri anteriori degli animali, nè alle ali degli uccelli,» egli cede a quella impressione che domina il volgo e gli impedisce di vedere negli oggetti esterni qualche cosa al di là di ciò che è accessibile ai suoi sensi grossolani. Ma la sua mente era andata ben oltre, quando disse, vol. IV, p. 379: «Esiste un tipo primitivo e universale, di cui si possono seguire molto lungi le diverse trasformazioni»; parlando così, egli enunciava la massima fondamentale della storia naturale comparata.

Il lettore mi vorrà perdonare se io faccio passare davanti ai suoi occhi l’immagine di questo grand’uomo con una speditezza tanto irriverente; ma bastava a noi di far vedere che egli non ha disconosciuto le leggi generali, per quanto fosse assorto nei particolari. Percorrendo le sue opere acquisteremo la certezza che egli aveva la coscienza dei grandi problemi di cui si occupa la storia naturale, e che fece degli sforzi, sovente senza dubbio infruttuosi, per risolverli. Non sarà scemata perciò la nostra ammirazione, perchè vedremo quanto quelli che sono venuti dopo di lui si siano affrettati a trionfare prima di aver vinto. Coll’applaudire agli slanci della sua immaginazione che lo trasportava in quelle alte regioni, il mondo gli fece dimenticare che quella facoltà brillante non è l’elemento che costituisce la scienza, che Buffon trasportava inconsapevolmente nel campo della rettorica e della dialettica.

Per dileguare ogni oscurità intorno a un argomento tanto importante, ripeterò che Buffon, dopo di esser stato nominato direttore del Jardin du Roi, pose ogni cura per fare, che le collezioni affidate alle sue cure costituissero la base di una storia naturale compiuta. Egli comprendeva tutti gli esseri nel suo vasto disegno, ma li studiava vivi e nei loro rapporti primieramente coll’uomo e poi fra loro. Egli ebbe bisogno di un aiuto per accudire i particolari, e scelse il Daubenton suo compatriotta. Questi prese a trattare l’argomento da un altro lato; egli era anatomico esatto e sagacissimo. La scienza gli devo molto; ma egli poneva cosiffattamente ogni suo studio intorno ai particolari, che non seppe riconoscere le analogie anche le più evidenti. L’antagonismo di questi due metodi produsse un compiuto dissenso, e dall’anno 1768 in poi, il Daubenton non partecipò più in nessun modo alla storia naturale di Buffon; egli proseguì tuttavia a lavorare da solo.

Morto il Buffon, molto avanti negli anni, il Daubenton, vecchio esso pure fu chiamato a succedergli, ed egli scelse a suo collaboratore il Geoffroy-Saint-Hilaire, allora giovanissimo. Presto questi scrisse al Cuvier per invitarlo a farsi suo collega. Cosa rimarchevole! La medesima antipatia che aveva precedentemente allontanati l’uno dall’altro il Buffon e il Daubenton, rinasce ora più viva che mai fra questi due uomini eminenti. Cuvier, ordinatore sistematico, si attiene ai fatti particolari, perchè una veduta più estesa lo avrebbe inevitabilmente costretto a erigere un tipo. Geoffroy, fedele al suo metodo, si sforza di comprendere il complesso, ma non si limita come Buffon alla natura attuale, esistente, compiuta; la studia nel suo germe, nel suo sviluppo, nel suo avvenire. L’antica querela pertanto non era spenta, anzi ogni giorno acquistava novelle forze, ma una socievolezza più perfezionata, certe convenienze, dei riguardi reciproci allontanavano d’anno in anno il momento di una rottura, quando una circostanza, in apparenza poco importante, pose in contatto, come nella boccia di Leida, le elettricità di nome contrario, e produsse in tal modo una violenta esplosione.

La paura delle ripetizioni non ci potrebbe trattenere dal prolungare le nostre riflessioni intorno a questi quattro uomini, di cui sempre ritornano i nomi nella storia delle scienze naturali. Essi sono, per comune accordo, i fondatori e i sostegni della storia naturale francese quello splendido fuoco che sparse tanta luce. L’istituto da essi diretto si accrebbe mercè le loro cure; essi ne hanno sfruttato i tesori, e rappresentano degnamente la scienza che hanno fatto progredire, gli uni colla analisi, gli altri colla sintesi. Il Buffon prende il mondo esterno tal quale si trova, come un complesso infinitamente diversificato di cui le diverse parti hanno una reciproca convenienza e influenza le une rispetto alle altre. Il Daubenton nella sua qualità di anatomico, separa e isola costantemente ma scansa di comparare i fatti isolati che ha scoperto; anzi dispone ogni cosa l’una accosto all’altra per misurarla e descriverla in se stessa. Il Cuvier lavora nell’istessa maniera, con maggiore intelligenza e minore minuziosità, egli sa mettere al loro posto, combinare e classificare le innumerevoli individualità che ha osservato; ma quando si tratti di un metodo più largo, egli ha contro di esso una certa apprensione secreta, la quale tuttavia non l’ha impedito qualche volta di farne uso a sua stessa insaputa. Il Geoffroy per certi rispetti ricorda il Buffon. Questi riconosce la grande sintesi del mondo empirico, ma sa sfruttare, far conoscere tutte le differenze che distinguono gli esseri. Quegli si raccosta alla grande unità, la quale astrazione il Buffon aveva solo veduto confusamente; lungi dallo indietreggiare in faccia ad essa, egli se ne impadronisce, la domina e ne sa far sgorgare quelle conseguenze che essa nasconde dentro di se stessa. Forse la storia delle scienze non presenterà mai più per una seconda volta questo spettacolo d’uomini tanto rimarchevoli, che dimorano nella medesima città, insegnano nella medesima scuola e lavorano ai progressi della medesima scienza, i quali, invece di riunire i loro sforzi per arrivare a una stessa meta mercè la concentrazione delle loro forze, insorgono gli uni contro gli altri, vengono a discussioni astiose, e tutto ciò perchè, sebbene siano d’accordo intorno alla sostanza dello argomento, differiscono nel modo di considerarlo. Un fatto tanto rimarchevole riescirà profittevole alla scienza e a tutti quelli che la coltivano. È d’uopo che, ognuno di noi sia ben persuaso di ciò, che il separare e il riunire sono due atti necessari della intelligenza; ossia piuttosto noi siamo costretti, volere o non volere, a procedere dal particolare al generale e dal generale al particolare. Quanto più queste funzioni intellettuali, che io comparo alla inspirazione e alla espirazione, si compiranno energicamente, tanto più sarà in fiore la vita scientifica del mondo. Noi ritorneremo sopra questo argomento, ma solo dopo di aver parlato di quegli uomini i quali, nella ultima metà del precedente secolo, hanno camminato in quella medesima strada nella quale noi pure siamo entrati.

Pietro Camper era fornito di una rimarchevolissima attitudine alla osservazione e alla combinazione; sapeva riflettere su ciò che aveva veduto, far rivivere le sue scoperte in se stesso, animarle e vivificare in tal modo le sue meditazioni. Tutto il mondo ha reso giustizia ai suoi meriti immensi. Io ricorderò solamente il suo concetto dell’angolo facciale che permette di misurare la sporgenza della fronte, invoglio dell’organo intellettuale, e di apprezzare per tal modo il suo predominio sull’organismo destinato alle funzioni puramente animali.

Geoffroy gli dà questo magnifico attestato in una nota della sua filosofia zoologica, p. 149 «Era, dice egli, una mente vasta, tanto ricca di coltura quanto riflessiva; aveva intorno alle analogie dei sistemi organici un sentimento tanto vivo e tanto profondo, che ricercava con predilezione i casi straordinari. Egli non ci vedeva che un argomento di problemi, una occasione di esercitare la sua sagacia adoperata in tal modo a ricondurre alla regola le pretese anomalie.» Quante cose si potrebbero aggiungere, se non si volesse rimanere entro la cerchia di indicazioni sommarie?

Qui giova osservare che i naturalisti i quali hanno proceduto in questa via sono i primi che abbiano compreso la potenza della legge e della regola. Quando non si studia che lo stato normale degli esseri, si acquista la persuasione che essi devono essere così, e che in ogni tempo sono stati e sempre saranno stazionarii. Ma se noi scorgiamo delle deviazioni, delle anomalie, delle mostruosità, allora non tardiamo a riconoscere che la legge è fissa e invariabile, ma che è pure viva; che gli esseri si possono trasformare fino alla deformità entro i confini che essa ha segnato, pur riconoscendo sempre il potere invincibile della legge che li ritiene con mano ferma e sicura.

Samuele Tommaso Soemmering ha dovuto la sua esistenza scientifica a Camper. Era un uomo operoso, infaticabile, che osservava e rifletteva sempre. Nel suo bel lavoro intorno al cervello, egli stabilisce perfettamente la differenza che vi è fra l’uomo e gli animali, quando la fa consistere in ciò che, negli animali la massa del cervello non è superiore a quella dei nervi, mentre si osserva il contrario nell’uomo. Quanta sensazione non ha destato in quel tempo, in cui era facile l’entusiasmo la scoperta della macchia gialla della retina, e quanto non ha contribuito Soemmering a far progredire l’anatomia dell’occhio, dell’orecchio, col suo acume e colla perfettezza dei suoi disegni! La sua conversazione e le sue lettere erano in pari modo istruttive e interessanti. Un fatto nuovo, un punto di vista inosservato, un pensiero profondo destavano in lui un interessamento che egli sapeva comunicare agli altri. Tutto si compiva rapidamente nelle sue mani, e il suo ardore al tutto giovanile non prevedeva guari gli ostacoli che un giorno sarebbero stati per trattenerlo.

Enrico Giovanni Merk, pagatore nell’esercito di Assia-Darmstadt, merita per ogni riguardo di essere qui menzionato; era un uomo di una instancabile operosità e che avrebbe fatto cose rimarchevoli se la varietà dei suoi gusti non l’avesse costretto a sparpagliare la sua attenzione. Egli si diede pure con ardore allo studio della anatomia comparata, e la sua matita riproduceva presto e bene tutto ciò che gli veniva sott’occhio. Dedito principalmente alla ricerca delle ossa fossili che incominciavano a fermare l’attenzione dei dotti, e che si trovano con tanta abbondanza e con tanta varietà sulle rive del Reno, egli aveva con molto buon volere raccolto un gran numero di belli esemplari. Dopo la sua morte la sua collezione fu acquistata pel museo del granduca di Assia-Darmstadt. L’abile conservatore che dirige ora questo museo, il signor Schleiermacher, si applica costantemente a classificare questi oggetti e ad aumentarne il numero.

Le mie frequenti ed intime relazioni con questi due uomini furono dapprima personali, poi proseguite per corrispondenza. Essi tennero vivo il mio gusto per questo genere di studi; ma prima di darmi ad essi io sentii, guidato da un innato bisogno, la necessità di avere un filo conduttore, o se meglio si vuole, un punto di partenza determinato, un principio fermo, una cerchia da cui non bisognasse uscire.

Quelle differenze che esistono oggi nel modo di procedere dei zoologi erano allora ben più sensibili e ben più numerose, perchè ognuno, partendo da un punto di vista differente, si sforzava di sfruttare tutti i fatti per arrivare alla meta che aveva in vista.

Si studiava l’anatomia comparata, intesa nel suo più vasto significato, per farne la base di una morfologia, ma si badava alle differenze tanto quanto alle analogie. Io non tardai a riconoscere, che per difetto di metodo non si era fatto un solo passo avanti. In vero si comparava a caso un animale con un altro, degli animali fra loro, degli animali coll’uomo; quindi infiniti divagamenti, una confusione spaventosa; perchè qualche volta questi ravvicinamenti andavano abbastanza bene, altre volte, allo incontro, erano assurdi e impossibili. Allora riposi i libri in disparte per rivolgermi alla natura. Scelsi uno scheletro di quadrupede, essendo la stazione orizzontale meglio caratteristica, e mi misi ad esaminarlo pezzo per pezzo procedendo dallo avanti allo indietro.

L’osso intermascellare fu quello che mi colpì il primo; e gli tenni dietro in tutta la serie animale; ma questo studio svegliò in me altre idee. La affinità della scimmia coll’uomo dava luogo a riflessioni umilianti, e il dotto Camper credeva di aver segnalato una differenza importante dicendo che la scimmia aveva un osso intermascellare superiore il quale mancava nell’uomo. Io non saprei dire quanto mi riuscisse cosa penosa il trovarmi in opposizione con un uomo al quale andavo debitore di tanto, al quale mi sforzavo di raccostarmi per proclamarmi suo allievo e imparare tutto da lui. Chi volesse cercare di farsi un’idea di quel mio lavoro lo troverà nel vol. XV degli Atti di Bonn. In quell’ultimo periodico si troverà la memoria, accompagnata da tavole che rappresentano le diverse modificazioni che sopporta questo osso nei vari animali; per lungo tempo i disegni secondo i quali furono eseguite rimasero nascosti nelle mie cartelle, e vi sarebbero ancora senza la benevolenza colla quale fu accolto quel piccolo lavoro.

Ma prima di aprire questo volume, il lettore mi permetterà che io gli esponga una riflessione, una confessione, la quale, sebbene sia senza conseguenza, potrà tuttavia essere giovevole ai nostri nepoti: ed è che, non soltanto nella gioventù, ma anche nell’età matura, l’uomo che ha concepito una idea feconda e razionale, prova il bisogno di farla conoscere, e di vedere gli altri partecipare ai suoi concetti.

Io non mi accorsi allora che io mancava al tutto di tutto quando ebbi l’ingenuità di mandare la mia memoria tradotta in latino e accompagnata da disegni in parte finiti, in parte abbozzati a Pietro Camper medesimo. Egli mi fece una lunga risposta piena di benevolenza e di elogi sul mio zelo anatomico. Senza precisamente criticare i disegni, egli mi dava alcuni consigli sul modo di renderli più fedeli. Sorpreso dalla esecuzione di quell’opuscoletto, mi domandò se io volessi farlo stampare, mi fece conoscere le difficoltà che avrei incontrato per la incisione dei disegni, e m’insegnò nello stesso tempo il modo col quale le avrei potuto superare. In breve, egli prese alla cosa l’interessamento di un protettore e di un padre.

Egli non aveva per nulla sospettato il mio intendimento di contrastare alla sua opinione, e non vedeva nel mio lavoro che un programma senza conseguenze. Io risposi modestamente, e ricevetti ancora parecchie lettere particolareggiate e sempre benevole, contenenti fitti materiali; ma nissuna di quelle lettere si riferiva allo scopo che io mi proponeva. Lasciai cadere quella relazione, ed ebbi torto; perchè avrei potuto attingere nei tesori della sua esperienza, e avrei dovuto ricordarmi che un maestro non si lascia convincere di un errore, appunto perchè è stato sollevato a quella dignità di maestro che legittima i suoi errori. Disgraziatamente io ho perduto quella corrispondenza, la quale avrebbe fatto vedere la salda istruzione di quell’uomo e la mia credula deferenza giovanile pei suoi consigli.

Poco dopo dovetti sopportare un nuovo disappunto. Un dotto segnalato, Giovanni Federico Blumenbach, che aveva coltivato con tanta riuscita lo studio della natura e da poco tempo aveva rivolto le sue meditazioni alla anatomia comparata, nel suo Compendium si schierò dalla parte del Camper e negò che l’uomo avesse un osso intermascellare. Quando io vidi le mie osservazioni, le mie vedute, respinte in un libro apprezzato, da un professore che godeva di una considerazione universale, la mia perplessità fu estrema. Ma un uomo fornito di una mente elevata, sempre nello studio, sempre nella meditazione, non poteva fermarsi in tal modo intorno a idee preconcette, e io gli devo su ciò, come su molte altre cose, i consigli più affettuosi e i più utili schiarimenti; egli mi fece sapere, che sul capo dei bambini che hanno l’idrocefalo, l’osso intermascellare è separato dal mascellare superiore, e che nel labbro leporino doppio si trova pure patologicamente isolato. Ora posso riparlare di questi lavori, che furono così male accolti al loro apparire, che furono per un così lungo tratto di tempo dimenticati, e posso pregare il lettore di prestar loro qualche attenzione4. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

In proposito dei lavori del signor Geoffroy io studiai secondo il medesimo concetto un altro organo, sul quale chiamerò l’attenzione del lettore. La natura deve essere rispettata anche nelle sue deviazioni, che l’osservatore intelligente sa sempre riconoscere e sfruttare. Essa si mostra ora in un sembiante, ora in un altro; essa indica almeno ciò che nasconde, e noi non dobbiamo trascurare nissuno dei mezzi che essa ci offre affinchè la possiamo contemplare meglio esternamente e possiamo meglio addentrarci nella sua intima struttura. Senza altro adunque noi imprenderemo a considerare la funzione per trarne tutto il possibile partito.

La funzione rettamente intesa non è altro che una entità in azione. Compariamo adunque, come appunto lo stesso Geoffroy c’invita a fare, il braccio dell’uomo ai membri anteriori degli animali.

Senza voler prendere sembianza di dotti, dobbiamo risalire ad Aristotile, a Ippocrate, e sovratutto a Galeno che ci conservò le tradizioni dei suoi predecessori. La brillante immaginazione dei greci aveva dato alla natura una piacevolissima intelligenza. Aveva disposto tutto così graziosamente che il complesso doveva essere perfetto; essa armava di artigli e di corni gli animali forti, e dava ai deboli la agilità delle membra e la rapidità della corsa. L’uomo sovratutto era stato ottimamente trattato, la sua mano sapeva maneggiare maestrevolmente la lancia e la spada; senza parlare della curiosa ragione che davano per spiegare quale sia lo scopo pel quale il dito mediano è più lungo degli altri.

Nel proseguimento delle nostre considerazioni prenderemo per base la grande opera di Dalton, dalla quale attingeremo i nostri esempi.

La struttura dell’antibraccio umano, la sua articolazione col corpo, le meraviglie che ne risultano, sono generalmente conosciute; tutti gli atti della intelligenza vi si riferiscono più o meno. Guardate in seguito gli animali carnivori; i loro artigli non valgono ad altro e non fanno altro che ghermire una preda, e, tranne una certa tendenza a trastullarsi, tutti questi animali sono subordinati al loro osso intermascellare, sono schiavi dei loro organi masticatori. Nel cavallo, le cinque dita sono avvolte in una sostanza cornea, e noi le vediamo cogli occhi della mente, anche quando la mostruosità non ci venisse a dimostrare che lo zoccolo è divisibile in cinque dita. Questo nobile animale non ha bisogno di fare grandi sforzi per impadronirsi del suo cibo Una prateria fresca e ariosa è il teatro nel quale si abbandona a tutto il capriccio delle sue corse vagabonde, e l’uomo sa sfruttare queste disposizioni per soddisfare i suoi bisogni o farlo contribuire ai suoi piaceri.

L’antibraccio, attentamente esaminato nei diversi ordini dei mammiferi, è tanto più perfetto quanto più agevolmente si compiono in esso la supinazione e la pronazione. Molti animali hanno questa facoltà in un grado più o meno elevato; ma siccome adoprano l’antibraccio nella stazione e nella progressione, questo rimane in pronazione, e il radio si trova all’interno, dalla parte del pollice al quale è intimamente unito. Quest’osso, che racchiude il centro di gravità del membro, si ingrossa sotto l’azione di certe circostanze, e finisce per rimanere solo al posto che occupa.

Lo scoiattolo, e i rosicanti che gli sono affini, hanno certamente un antibraccio mobilissimo e una mano abilissima; il loro corpo slanciato, la loro stazione verticale e la loro progressione per salti non appesantiscono i loro membri anteriori. Havvi forse qualche cosa di più grazioso di uno scoiattolo che pilucca un cono di pino? L’asse legnoso che è nel centro vien nettamente spogliato, e converrebbe verificare se questi animali staccano le brattee seguendo la linea spirale della loro inserzione. Qui giova far menzione dei loro denti incisivi sporgenti che sono inserti sopra l’osso intermascellare. Per un accordo misterioso, una mano più perfetta determina lo sviluppo di un sistema dentale anteriore, meglio compiuto. Questo non serve più, come negli altri animali, alla presa degli alimenti; una mano abile sa portare questi verso la bocca, e i denti non hanno più da far altro che rosicare, la qual cosa, per così dire, li converte in istrumenti meccanici. Qui non possiamo resistere alla tentazione di ripetere, o piuttosto di modificare sviluppandolo questo assioma dei naturalisti greci: gli animali sono tiranneggiati dalle loro membra. In verità essi se ne servono bene per lo scopo unico di prolungare la loro esistenza, e di riprodurre degli esseri somiglianti a loro, ma il motore necessario allo accrescimento di questi due grandi atti continua sempre a funzionare anche senza necessità; ecco perchè i rosicanti, quando sono satolli incominciano a distruggere: e questa tendenza si manifesta finalmente nel castoro, colla creazione di qualche cosa di analogo alle costruzioni ragionate dell’uomo. Noi ci fermiamo per paura di spingerci troppo oltre. Per riassumerci in poche parole; quanto più l’animale si sente destinato alla stazione e alla progressione, tanto più il radio aumenta di volume appropriandosi una parte della massa del cubito di cui il corpo finisce per scomparire affatto; l’olecrano rimane solo per via della parte considerevole che prende alla articolazione del gomito. Si guardino le tavole di Dalton; si riconoscerà che in questa o quella parte, l’organo in cui l’esistenza si manifesta colla forma, si traduce fedelmente colla funzione.

Esaminiamo ora il caso in cui troveremo una traccia sufficiente dell’organo, sebbene la funzione sia scomparsa; questa considerazione ci permetterà di entrare da un’altra porta nei segreti della natura. Contemplate le tavole di Dalton che rappresentano gli uccelli della tribù dei brevi pcenni, e vedrete in qual modo, a partire dallo struzzo per arrivare al casoar della Nuova Olanda, l’antibraccio si accorcia, si riduce e si semplifica a poco a poco; quest’organo essenziale e caratteristico dell’uomo e dell’uccello abortisce a tal punto che si potrebbe prendere per una deformità accidentale, se non vi si riconoscessero le differenti parti che costituiscono il membro anteriore. Questa analogia non potrebbe essere disconosciuta nè nella loro estensione, nè nella loro forma, nè nei loro modi di articolazione. E bensì vero che le parti terminali diminuiscono di numero; ma le posteriori conservano i loro rapporti. Il Geoffroy ha compreso perfettamente e ha giustamente proclamato questo grande principio di osteologia comparata, cioè: che si è nei limiti delle sue vicinanze che più sicuramente si ritroveranno le traccie di un osso il quale sembri sfuggire ai nostri occhi. Egli si è compenetrato di un’altra grande verità, che noi dobbiamo enunciare qui; e questa si è che la previdente natura si è fissato un bilancio, uno stato di spese ben definito. Essa opera arbitrariamente nei capitoli particolari, ma la somma generale rimane sempre la stessa; per modo che, se spende troppo da una parte, fa economia dall’altra.

Questi due principî, che erano già stati riconosciuti giusti dai dotti tedeschi, nelle mani del signor Geoffroy divennero guide sicure che non lo smarrirono mai nel corso intero della sua carriera scientifica. Con questi principî non sarà più necessario ricorrere al povero spediente delle cause finali.

Bastano pure gli esempi precedenti a dimostrare che non dobbiamo trascurare nissuna delle manifestazioni dell’organismo se vogliamo penetrare, collo esame delle apparenze esterne, nella intima natura delle cose.

Da ciò che precede si è potuto vedere che Geoffroy considerò le cose da un punto di vista elevatissimo; disgraziatamente, in molti casi la sua lingua non gli fornisce la espressione propria; e, siccome il suo avversario si trova nel medesimo caso, ne risulta oscurità e confusione. Cercheremo di far apprezzare la importanza di questo fatto, e ci varremo della occasione per dimostrare che un vocabolo improprio può, nella bocca degli uomini, anche i più segnalati, ingenerare i più gravi errori. Si crede di parlare in prosa e si adopera un linguaggio figurato. Ciascuno modifica a suo modo il senso di questi tropi, ne allarga il significato; la disputa si fa eterna e diventa insolubile il problema.

Matériaux. Questo vocabolo è adoperato per indicare le parti di un essere organizzato, di cui la riunione forma un tutto, o una parte subordinata al tutto. Così l’osso incisivo, i mascellari superiori e i palatini, sono i materiali di cui si compone la volta palatina; l’omero, i due ossi dell’antibraccio e quelli della mano, sono i materiali che costituiscono l’arto superiore dell’uomo, e la zampa anteriore degli animali.

Nel significato più generale, si chiamano materiali, certi corpi che non hanno nissun rapporto fra loro, che sono indipendenti l’uno dall’altro, e si trovano riuniti per circostanze fortuite. Delle travi, delle tavole, delle liste, sono i materiali con cui si possono costruire edifizi di varia natura, e particolarmente un tetto. Secondo le circostanze, vi si aggiungeranno delle tegole, del rame, del piombo, dello zinco, che non hanno nulla di comune con essi, tranne ciò che sono necessarie per coprire il tetto.

Perciò siamo costretti a dare al vocabolo francese materiali (materiaux) un significato molto più complesso di quello che ha realmente; ma noi facciamo ciò con ripugnanza, perchè prevediamo dove tutto ciò ci può condurre.

Composition è ancora un vocabolo vizioso preso dalla meccanica, come il precedente. I francesi lo hanno fatto adottare dai tedeschi, quando incominciarono a scrivere intorno alle arti; si dice comporre (componieren) dei quadri; un musicista si chiama un compositore, e tuttavia, se essi sono veramente artisti, non comporranno i loro lavori, ma svilupperanno l’immagine o il sentimento che hanno concepito, secondo le ispirazioni della natura e dell’arte. Questo vocabolo abbassa la dignità dell’uno e dell’altro. Gli organi non si combinano; non si radunano, come oggetti finiti e compiuti separatamente; essi si sviluppano l’uno dall’altro, modificandosi, per formare una entità, la quale tende necessariamente a costituire un tutto. In proposito di una tale creazione si può parlare di funzione, di forma, di colore; di dimensione, di massa, di peso e di altre proprietà; questo è permesso allo osservatore che cerca la verità: ma tutto ciò che è vivente si sviluppa, si propaga, poi vacilla, e arriva finalmente all’ultimo termine, la morte.

Embranchement è parimente un vocabolo preso dalle arti meccaniche; si dice delle travi che sono aggiustate insieme. Si adopera in un significato più positivo per indicare la divisione di una via in parecchie altre.

Noi crediamo di riconoscere qui nel complesso e nei particolari l’influenza di quell’epoca in cui la nazione era dedita al sensualismo, e avvezza a valersi di espressioni materiali e meccaniche. Questi vocaboli, che erano sufficienti ai bisogni del linguaggio usuale, in cui si sono perpetuati, non saprebbero esprimere le idee elevate concepite da uomini di genio, nè corrispondere alle esigenze di una discussione metafisica.

Ancora un esempio: il vocabolo plan serve a significare che i materiali si depongono secondo un ordine previamente combinato; ma questo vocabolo ricorda subito l’idea di una casa, di una città di cui la disposizione, per quanto sia ammirabile, non si potrebbe comparare, in nessun modo, a quella di un essere organizzato. Tuttavia i Francesi traggono i loro termini di comparazione dagli edifizii e dalle vie di una città; la espressione unité de plan dà luogo a dei malintesi e a delle discussioni le quali non fanno altro che intorbidare la questione principale.

Unité de type è una espressione che si accosta un po’ meglio al vero, e poichè il vocabolo tipo è sovente adoperato lungo il discorso, converrebbe pure metterlo in capo all’articolo e contribuirebbe allo scioglimento della quistione.

Ricordiamoci che già, fin dal 1753, il conte di Buffon, aveva pubblicato che egli riconosceva un disegno primitivo e generale - cui si può tener dietro per un lunghissimo tratto - secondo il quale tutto sembra essere stato concepito. Che cosa domandiamo noi di più? Ritorniamo adunque alla discussione che ha dato occasione a questo scritto, e teniamole dietro nelle sue conseguenze conformandoci all’ordine cronologico.

Quando la memoria del signor Geoffroy apparve nell’aprile del 1830, i giornali s’impadronirono della questione e si divisero in due partiti. Nel mese di giugno, i redattori della Revue encyclopedique si pronunciarono in favore del signor Geoffroy; essi dichiararono che la quistione vertente era una quistione europea, e di una tale importanza che oltrepassa la cerchia delle scienze naturali. Infine inserirono nel loro periodico un articolo particolareggiato di questo uomo illustre, il quale articolo merita di essere conosciuto perchè il pensiero dell’autore vi si trova formulato in modo conciso e stringente.

Un solo fatto proverà quanto fosse grande la passione in questa lotta; ed è che il giorno dicianove luglio, quando già il fermento politico era violento, si proseguiva nello occuparsi di una questione di teoria scientifica, tanto estranea agli interessi del momento.

Questa controversia ci fa pur vedere quale sia lo spirito della accademia delle scienze di Francia; perchè se il lievito di discordia che essa albergava nel suo seno è rimasto nascosto per un tempo tanto lungo, conviene attribuire ciò alla causa seguente: le sedute dapprima erano segrete, vi assistevano i soli membri dell’accademia e discutevano i loro sperimenti e le loro opinioni; a poco a poco si apersero le porte ad alcuni amici della scienza, venne diventando difficile il ricusare l’ingresso a quelli che tennero dietro ai primi, e ben presto l’accademia si trovò in presenza di un pubblico numeroso.

Se si esamina attentamente l’andamento delle cose si vedrà che tutte le discussioni pubbliche, sia religiose, sia politiche, sia scientifiche, finiscono sempre per volgersi alla sostanza delle cose.

Gli accademici francesi avevano scansato per lungo tempo, siccome è l’uso nella buona società, le controversie intense e conseguentemente violenti; non si discutevano le memorie presentate, esse erano rimandate allo esame di una commissione che faceva un rapporto, e concludeva di tratto in tratto per la inserzione delle Memorie dei dotti stranieri all’Accademia. Questi sono i ragguagli che ci sono pervenuti; ma sembra che gli usi dell’Accademia siano per subire alcune modificazioni prodotte da queste discussioni, ed è sorto un conflitto fra i due segretari perpetui Arago e Cuvier. Era l’uso che ad ogni seduta si leggesse soltanto un processo verbale molto succinto della seduta precedente.

Il signor Arago credette di poter derogare a quest’uso, ed esporre particolareggiatamente tutto il contenuto della protesta di Cuvier. Questi protesta nuovamente, si lagna della perdita di tempo che trarrebbe seco una tale usanza, della inesattezza del sunto del signor Arago, Geoffroy-Saint-Hilaire replica; si citano le abitudini di alcune altre accademie; insorgono nuove obbiezioni, e si delibera finalmente di lasciar maturare la questione col tempo e colla riflessione.

In una seduta dell’11 ottobre, Geoffroy legge una memoria sulle forme particolari dell’occipitale nel coccodrillo e nel Teleosaurus; egli rimprovera a Cuvier una importante dimenticanza nell’enumerazione delle parti. Questi risponde ben mal suo grado da quanto assicura, ma solamente per non lasciar credere, col suo silenzio, che egli riconosca la giustezza di quelle osservazioni. Questo è un notevole esempio che dimostra come sia d’uopo scansare di trattar questioni generali in proposito di fatti particolari

Una delle sedute seguenti offerse un incidente, che il signor Geoffroy riferisce così nella Gazette Medicale del 23 ottobre 1830:

«La Gazette Medicale e gli altri pubblici periodici avendo sparso la notizia della ripresa dell’antica controversia mia col signor Cuvier, si accorse alla seduta dell’accademia delle scienze, per sentire il signor Cuvier negli svolgimenti che aveva promesso di dare intorno all’osso petroso dei coccodrilli. La sala era piena di curiosi; per conseguenza non si trattava di discepoli zelanti, animati dalle tendenze di quelli che frequentavano i giardini di Accademo, e vi si distinguevano le manifestazioni di una platea ateniese, in preda a ben altri sentimenti. Questa osservazione, comunicata dal signor Cuvier, lo indusse a rimandare a un’altra seduta la lettura della sua memoria. Munito di pezzi all’uopo, io ero pronto a rispondere. Tuttavia mi rallegrai di quella soluzione. Io preferisco, a un assalto accademico, il deporre qui il sunto seguente, il quale sunto aveva già redatto prima e che avrei, dopo l’improvvisazione divenuta necessaria, rimesso all’ufficio a titolo di ne varietur

È trascorso un anno da quegli avvenimenti, e si è potuto acquistare la persuasione che noi siamo stati attenti a tener dietro alle conseguenze di questa rivoluzione scientifica, quanto ad osservare quella del rivolgimento politico concomitante. Affrettiamoci a dichiarare che le ricerche scientifiche si fanno oggi presso i nostri vicini con un intendimento più indipendente e più largo che non altra volta.

I nomi di parecchi dotti tedeschi sono stati citati sovente in quelle discussioni: i nomi appunto di Bojanus Carus, Kielmeyer, Meckel, Oken, Spix, e Tiedemann. La stima che ispira ai francesi il merito eminente di questi uomini, farà sì che essi siano per adottare a poco a poco il metodo sintetico, che è uno dei caratteri essenziali del genio tedesco, e noi ci rallegriamo fin d’ora di vedere i nostri vicini procedere perseverantemente in quella via che percorriamo noi stessi.

(Queste sono le ultime pagine scritte dal Goethe. Le scriveva qualche giorno prima della sua morte, la quale avvenne addì 22 marzo 1832, essendo egli in età di ottantrè anni.)

Note

  1. I signori Laurencet et Meyraux.
  2. Philosophie anatomique 8: Paris, 1818.
  3. L’autore assegna già l’anno 1779 alla nascita del Cuvier, ma invero il grande naturalista nacque nell’anno 1769.
  4. Qui l’autore dà un sunto del suo lavoro intorno all’osso intermascellare, lavoro da lui pubblicato nel 1786. Siccome ci proponiamo di pubblicare più tardi per intero questo lavoro, crediamo di poter ommettere qui questo cenno.