Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87/Parte I/Dal Brennero a Verona

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Dal Brennero a Verona

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Parte I - Da Carlsbad al Brennero Parte I - Da Verona a Venezia
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DAL BRENNERO A VERONA


Trento, l’11 Settembre per tempo.

Dopo essere stato cinquant’ore continuamente in moto ed occupato, sono arrivato qui ieri sera verso le otto; sono andato tosto a riposare, ed ora mi trovo in condizione di potere continuare la mia narrazione. Il 9 a sera, dopo avere chiusa la prima parte del mio giornale, volli ancora disegnare la locanda, o la casa della posta sul Brennero, ma non sono riuscito ad essere soddisfatto del mio schizzo, e me ne tornai a casa piuttosto di mal umore. L’albergatore mi domandò se per avventura io non volessi partire; mi disse che splendeva la luna, che la strada era buona, e tuttochè io sapessi benissimo che abbisognava al mattino per tempo dei cavalli per altra corsa, che desiderava riaverli nella notte, e che pertanto il suo suggerimento non era punto disinteressato, siccome però corrispondeva questo al mio desiderio interno, lo accettai per [p. 18 modifica]buono. Il sole era ricomparso sull’orizzonte, il vento era tollerabile; posi in ordine il mio bagaglio, ed alle sette sali in vettura. L’atmosfera era limpida, e la sera bellissima.

Il postiglione sonnecchiava, ma la strada era buona, ed i cavalli, assuefatti a percorrerla, correvano rapidamente nella discesa; giunti ad un tratto piano, rallentarono il loro corso. Il postiglione, svegliatosi, ridestò il loro ardore, e camminando a traverso alle rupi, non tardai ad arrivare all’Adige.

La luna splendeva; tutti gli oggetti che mi circondavano assumevano proporzioni grandiose. Alcuni molini, i quali sorgevano fra mezzo a vecchie piante di pini sul fiume spumeggiante, erano veri quadri di Everdingen.

Allorquando arrivai, verso le nove, a Sterzingen mi si disse che avrei pure potuto continuare il mio viaggio, e quando arrivai al punto di mezzanotte a Mittelwald, trovai tutti addormentati, ad eccezione del postiglione, cosicchè potei proseguire la strada fino a Brixen, e di lì a Colman, dove arrivai sul fare del giorno. I postiglioni correvano per modo, che nulla si poteva nè vedere nè sentire, in guisa che mi rincrebbe propriamente, lo avere attraversato quella bella contrada di nottetempo, e con tanta fretta, quasi avessi dovuto fuggire. Mi rallegrai però, che soffiasse alle mie spalle un vento propizio, il quale corrispondeva a miei desideri. Allo spuntar del giorno vidi le prime colline piantate a viti. Una buona donna mi offerì pere e pesche; attraversai Teutschen, che battevano le sette del mattino, e continuai a viaggiare, ed allora finalmente, quando splendeva già alto il sole, e dopo avere ribattuto un tratto di strada in direzione di settentrione, vidi la valle dove giace Bolzano. Circondato questo da monti ripidi, di mediocre altezza, trovasi aperto verso mezzodì, e coperto a settentrione dai monti del Tirolo. La temperatura vi era mitissima, ed ivi l’Adige volge di bel nuovo il suo corso verso tramontana. Le colline ai piedi dei monti sono coltivate a viti. I tralci sono [p. 19 modifica]disposti in filari, sostenuti da pali infissi nella terra a mediocre altezza, ed i grappoli oramai già neri, pendono da quelli, giovandosi per la maturazione del calore della terra. Parimenti nei piani della valle, dove altrove non si scorgono che praterie, si vede quivi coltivata la vite, e tra i filari di queste il gran turco, i cui fusti si solleva vano di già a notevole altezza. Ne ho visti di quelli che raggiungevano ben dieci piedi. Non si sono ancora tagliati i fiori, come si suol praticare quando giunge il tempo della maturazione.

Arrivai a Bolzano con un sole splendidissimo; tutti i merciaiuoli ambulanti si affollavano intorno a me; il loro aspetto rivelava la contentezza, il ben essere. Sulla piazza stavano venditrici di frutta, le quali avevano ceste piatte rotonde, del diametro di quattro piedi all’incirca, ripiene di pesche, disposte a poca altezza, in guisa che non avessero a pesare le une sopra le altre. Avevano pere parimenti. Mi venne allora alla memoria un’iscrizione che avevo letta in Ratisbona, sulla porta di una locanda:

     Comme les pêches et les melons,
Sont pour la bouche d’un baron,
Ainsi les verges et les bâtons
Sont pour les fous, dit Salomon.

È chiaro che quelle parole devono essere state scritte da un barone delle contrade settentrionali, il quale sarebbe costretto in queste a modificare la sua opinione.

Alla fiera di Bolzano si fa grande commercio di seterie; vi si vendono pure panni, e cuoiami che scendono dai monti. I mercatanti però, vi vengono principalmente per incassare il loro danaro, per ricevere nuove commissioni, ed aprire nuovi crediti. Avrei pure avuto desiderio di osservare tutti i prodotti che qui si recano, ma l’irrequietudine che si è impossessata di me, oramai non mi dà tregua, e mi affrettai a partire di bel nuovo, consolandomi col pensiero, che in un epoca, nella quale la [p. 20 modifica]statistica gode di tanto favore, tutto ciò si trova stampato, e se ne può prendere conoscenza ricorrendo ai libri. L’esenziale si è, che io prendo di bel nuovo interessamento alle cose di questo mondo; che io cerco di bel nuovo di esercitare il mio spirito di osservazione, per quanto i miei lumi e le mie cognizioni lo consentono; che la mia vista è pronta ad afferrare rapidamente quanto si offre allo sguardo; e che il mio animo può di bel nuovo esercitare le sue facoltà, le quali erano rimaste oppresse ed irrigidite. Ed ora che sono costretto a servirmi da me, a badare a tutto, a non perdere di vista cosa veruna, mi sento, tuttochè siano trascorsi pochi giorni, ben altra elasticità di spirito; mi è d’uopo informarmi del corso del danaro, cambiare monete, pagare, tenere conti, prendere appunti, scrivere, a vece di pensare soltanto come prima, riflettere, volere, dare ordini, e dettare.

Da Bolzano a Trento si cammina per nove miglia in una valle fertile, ma severa. Tutte quelle piante, le quali tentano vegetare sulle alte montagne hanno di già qui maggiore forza, maggiore vita; il sole vi è caldo, e si crede di bel nuovo in un Dio.

Una povera donna mi domandò se avrei voluto prendere nel mio legno un suo ragazzo, imperocchè il suolo ardente offendeva i piedi di questo. Le usai questa carità, in riconoscenza della limpidezza del sole. Il ragazz0 era pulitissimo, anzi vestito con una certa eleganza, ma mi riuscì impossibile comprendere una parola qualsiasi, del dialetto che balbettava.

Il corso dell’Adige era diventato assai meno rapido, ed anzi in molti punti il fiume descriveva ampi meandri. Nella valle, in vicinanza al fiume, al piede delle colline, le coltivazioni sono talmente fitte, talmente aderenti le une alle altre, che si direbbe si volessero soffocare a vicenda; vi si scorgono vigne, gran turco, gelsi, pomi, peri, castagni e noci. Le erbe si arrampicano piene di vita sui muri. L’Edera cresce vigorosa ai piedi delle rupi, e ne riveste la superficie; le lucertole corrono,si nascondono nelle [p. 21 modifica]fessure, e tutto quello che si vede, porge l’aspetto di un bel quadro, pieno di vita. Le trecce voluminose delle donne, il petto nudo degli uomini, i loro giubboncini corti, i buoi bellissimi che tornano a casa dal mercato, gli asinelli carichi, tutto vi ricorda uno dei bei quadri di Enrico Roos. Ed ora che venne la sera, che un venticello leggerissimo muove appena le nubi che stanno sui monti, e che paiono quasi parte del cielo, ora, che tramontato il sole, si comincia a sentire il canto del grillo, io mi sento, a questa distanza, quasi fossi a casa mia, e non già in stanza accidentale, e tanto meno poi in esilio. Mi abbandono a pensare, quasi io fossi nato qui, vi fossi stato educato, e vi facessi ritorno da un viaggio nella Groenlandia, da una lontana spedizione in mare. Accolgo con piacere la stessa polvere sollevata dalle ruote del mio legno, che non avevo provata già da tempo, e che mi ricorda le strade della mia contrada natia. Il canto delle locuste non è punto spiacevole, e diverte quando in un campo un qualche ragazzo cerca imitarlo, e si direbbe sorga fra i due cantori una vera gara musicale. Ed anche questa sera, la temperatura è mite, quale fu nella giornata.

Se il mio entusiasmo venisse a cognizione di taluno il quale abitasse le contrade meridionali, ovvero venisse da quelle, secondo ogni probabilità lo troverebbe puerile. Se non che, tutto quanto io ora provo ed esprimo, lo ho desiderato a lungo, in fino a tanto ho vissuto e sofferto sotto un triste cielo, ed ora mi godo, quale eccezione, questa soddisfazione che ci dovrebbe pure essere guarentita per sempre, quale necessità di natura.


Trento, il 10 Settembre a sera.

Ho percorsa la città la quale è molto antica, ma che però possiede in alcune strade case nuove, di buona costruzione. Nella chiesa havvi un dipinto, il quale rappresenta il concilio ecumenico, intento ad ascoltare un [p. 22 modifica]discorso del generale dei gesuiti. Avrei pure voluto sapere quanto avesse detto quegli all’assemblea. La chiesa di quei padri porge bello aspetto, colle sue colonne di marmo rossiccio nella facciata, e l’ingresso è preceduto da una tenda pesante per impedire l’accesso alla polvere; la chiesa stessa poi è chiusa da una cancellata in ferro, la quale consente spingere lo sguardo all’interno. Tutto era silenzioso, tranquillo, imperocchè non si celebrano più in quella chiesa le funzioni del culto, e la porta era aperta, unicamente perchè così si suole praticare in tutte le chiese, all’ora del vespro.

Mentre io stavo esaminando l’architettura, la quale è simile a quella di tutte le chiese dello stesso ordine, entrò un vecchio, togliendosi la berretta nera che aveva in testa. Tutti i suoi abiti neri, vecchi, logori, rivelavano appartenere desso al clero; egli s’inginocchiò davanti alla cancellata, e dopo fatta una breve preghiera, si alzò di nuovo in piedi, e nel girarsi addietro disse a mezza voce, quasi parlando a sè stesso «Ora che hanno cacciati i gesuiti, avrebbero per lo meno dovuto pagare loro quanto ha loro costato la chiesa. Io so pure al pari di tanti altri, quanto abbiano loro costato non solo la chiesa, ma ancora il seminario.» Intanto era ricaduta dietro di lui la tenda che io aveva tenuta alzata, standomene in silenzio; egli si era fermato sull’ultimo gradino in alto, e diceva «Non è l’imperatore che abbia ciò fatto; lo volle il Papa.» E volgendosi verso la strada, senza punto badare a me, disse «Prima gli Spagnuoli; dopo noi; quindi i Francesi. Il sangue di Abele grida vendetta, contro Caino suo fratello» e scendendo la gradinata si avviò per la strada, continuando a parlare per tal guisa, con sè stesso. Probabilmente era tale mantenuto dai gesuiti, il quale, dopo l’immensa rovina dell’ordine sarà impazzato, e che verrà ora ogni giorno nella chiesa deserta, per cercarvi gli antichi abitatori, e dopo una breve preghiera, scagliare maledizioni ai persecutori di quelli.

Un giovane, al quale domandai conto delle cose notevoli [p. 23 modifica]della città, mi additò una casa alla quale danno nome di casa del diavolo, pretendendosi sia stata costrutta da questo distruttore universale di ogni cosa, nello spazio di una notte. Se non chè, il buon giovane, non si avvedeva della particolarità più curiosa, ed era, che questa casa si è l’unica di buon gusto che io abbia veduta in Trento, dove per certo la deve avere costrutta anticamente un qualche architetto italiano capace. Partii alla sera, dopo le cinque, accompagnato come il giorno precedente, tosto che fu tramontato il sole, dal canto dei grilli. Dopo un miglio si cammina fra muri, sopra i quali si stendono i tralci delle viti; e dove i muri non raggiungono altezza sufficiente, si sollevano quelli per mezzo di sassi, di legni od altrimenti, allo scopo d’impedire i viandanti di potere stendere la mano ai grappoli. Molti proprietari poi, per meglio ancora guarentire questi, li spruzzano d’acqua satura di calce, la quale non reca punto pregiudizio al vino, imperocchè la fermentazione purga l’uva da ogni materia estranea.


Li 11 Settembre a sera.

Mi trovo ora in Roveredo, dove si cangia lingua; finora si parlavano alternativamente l’italiano, ed il tedesco; qui ebbi per la prima volta un postiglione pretto italiano; il mio albergatore non capisce più il tedesco; mi è forza far prova della mia abilità nel parlare l’italiano, e mi rallegro tutto, nel pensare che quind’innanzi quella bella lingua, dovrà essere la mia lingua abituale.


Torbole, il 12 Settembre al dopo pranzo.

Quanto bramerei che i miei amici si trovassero ora per pochi istanti al mio fianco, per poter godere dessi pure, della vista incantevole che mi sta davanti.

Avrei potuto arrivare a Verona fin di questa sera, ma avrei dovuto per questo lasciare in disparte uno stupendo [p. 24 modifica]punto di vista, quello del lago di Garda di cui non mi volevo privare, e fui ampiamento ricompensato di avere allungata d’alcun poco la strada. Partito di Roveredo dopo le cinque, presi una valle laterale, la quale versa tuttora le sue acque nell’Adige. Dopo aver salito alquanto, s’incontra un colle abbastanza elevato, che si deve valicare per scendere al lago. Si potrebbero trovare in quelle colline motivi di bellissimi paesaggi. Terminata la discesa, s’incontra un piccolo villaggio, all’estremità settentrionale del lago, con un piccolo porto naturale, o piuttosto punto di approdo, il quale ha nome Torbole. Avevo trovata già lungo la strada piante di fico, e sceso ora in quell’anfiteatro naturale di colline, trovai i primi alberi di olivo, carichi di frutti. Trovai ivi pure per la prima volta comunissimi i fichi bianchi, di cui mi aveva fatta parola la contessa Lantieri.

Dalla camera dove scrivo, si scende nella corte; ho portato colà il mio tavolo, ed ho preso uno schizzo della vista. Si scorge il lago in tutta la sua lunghezza quasi, sottraendosi in parte soltanto allo sguardo, verso il fine a sinistra. Ambedue le rive formate di colline e di monti di poca altezza, sono popolate di paeselli, di villaggi.

Dopo la mezzanotte il vento soffia da tramontana a mezzogiorno, e pertanto chi vuole scendere il lago deve approffittare di quel tempo, imperocchè, poche ore prima del sorgere del sole il vento cangia, soffiando in direzione opposta. La tramontana pertanto, soffia ora su di me, e tempera il calore del sole. Rilevo da Volkmann, che questo lago nell’antichità portava nome di Benaco, ed egli adduce un verso di Virgilio, che ne fa parola


Fluctibus et fremitu resonans, Benace marino.


È questo il primo verso latino di cui io scorga il significato vivo davanti il mio sguardo; e ciò nel momento appunto, in cui le onde, agitate dal vento fattosi più gagliardo, si frangono sulla spiaggia, ora come secoli e [p. 25 modifica]secoli sono. Quante cose non cangiarono; ma soffia sempre lo stesso vento su questo bel lago, illustrato da un verso di Virgilio.

Scritto sotto il grado quarantesimo quinto, minuti cinquanta.

Venuto colla sera il fresco andai a passeggio, e mi trovo ora qui in una contrada propriamente nuova fra oggetti nuovi. Gli uomini vivono vita neghittosa, alla buona; le porte non hanno serrature, ma l’albergatore mi accertò, che io poteva stare pienamente tranquillo per ogni cosa mia, avessi pure recato meco diamanti; le finestre non hanno vetri, sono chiuse con fogli di carta inzuppati nell’olio; mancano anche le cose le più indispensabili, per modo che vi si può dire, di vivere allo stato di natura. Avendo domandato al garzone della locanda dove avrei potuto soddisfare ad un certo bisogno, mi additò la corte al basso, dicendo «Qui abbasso può servirsi» ed avendo io insistito «Ma dove?» «Dapertutto, dove vuole,» mi rispose alla buona. Dovunque si scorge la trascuranza, ma in un certo senso però, non difettano la vita, l’attività. Le vicine cicaleggiano, schiamazzano tutta quanta la giornata; tutte le donne si agitano, si muovono; qualcosa fanno, non ne ho vista una ancora oziosa.

Il mio albergatore mi annunciò con un enfasi tutta italiana, che si stimava felice di potermi servire trote propriamente stupende. Si prendono presso Torbole, dove il torrente scende dai monti, e dove il pesce cerca risalirlo. L’imperatore ritrae mille scudi dall’affitto di questa pesca. Non sono propriamente trote, ma altra specie analoga di pesce, del peso talvolta perfino di quindici libbre; hanno il corpo tutto ricoperto di punti rossicci fin sulla testa, il loro gusto sta fra quello della trota e del salmone, e per dir vero sono di gusto delicatissimo e saporite.

Migliori però di ogni cosa sono le frutta, specialmente i fichi e le pera, le quali non possono a meno di essere ottime qui, dove vivono pure gli agrumi. [p. 26 modifica]


Il 13 Settembre a sera.

Stamane per tempissimo, circa le tre, partii di Torbole con due rematori. Da principio il vento era favorevole, e potemmo spiegare la vela.

Il mattino era stupendo, il cielo per dir vero alquanto coperto, ma l’atmosfera tranquilla. Passammo davanti a Limona, dove i giardini disposti in vari piani, e piantati di agrumi, porgono bella e ricca vista. Tutti i giardini sono formati da ordini di pilastri bianchi, quadrangolari, i quali ad una certa distanza gli uni dagli altri si appoggiano al monte, e contemporaneamente lo sostengono, a foggia di altrettanti gradini. Sopra questi pilastri sono appoggiati legni, destinati a sostenere nell’inverno i tetti mobili coi quali si proteggono le piante dal freddo; e dalla neve. La lentezza colla quale la barca camminava mi permetteva di godere a mio bel agio di quella vista piacevole, ed eravamo giunti già di fronte a Malsesine, allorquando il vento si cangiò tutto ad un tratto, soffiando secondo il suo solito di ogni giorno, in direzione di tramontana. Coi soli remi si faticava troppo, e si faceva poca strada; ci fu forza sbarcare a Malsesine, primo villaggio veneziano, sulla sponda orientale del lago. Allorquando si viaggia per acqua, non si può dire oggi sarò qui, o colà. Voglio trarre profitto per quanto io possa di questo soggiorno forzato, per disegnare il castello il quale sporge sul lago, e che fa bellissima vista. Stamane nel passarvi davanti ne ho preso di già uno schizzo.


Il 14 Settembre.

Il vento contrario che mi spinse ieri nel porto di Malsesine mi procurò una spiacevole avventura, che sostenni di buon animo, e che, in ultima analisi, mi lasciò ricordo per nulla ingrato. A norma di quanto avevo divisato, mi portai stamane di buonissima ora nel vecchio castello, il quale non ha nè porte, nè guardie, ne custodi, e dove è [p. 27 modifica]libero ad ognuno l’accesso. Mi collocai nella corte, di fronte all’antica torre costrutta di grossi macigni, dove avevo trovata località adattissima a potervi disegnare, stando sopra un sedile di pietra, che sorgeva nell’interno di una porta elevata di tre o quattro gradini, quali se ne scorgono frequentemente presso di noi pure, negli antichi edifici.

Ero seduto da poco tempo, quando entrarono parecchie persone nella corte, le quali osservarono quanto io stava facendo, poi di bel nuovo si allontanarono. Vennero altre persone, le quali si fermarono, e non tardai ad essere circondato dalla gente. Mi avviddi benissimo che il mio disegno aveva eccitata la loro attenzione, ma non me ne diedi per inteso, e continuai a lavorare. Finalmente mi si avvicinò un tale, il quale non aveva neppure aspetto troppo rassicurante, e mi domandò «che cosa io stessi facendo?» Risposi che stavo prendendo la vista della vecchia torre, per portar meco un ricordo di Malsesine. Mi replicò che la cosa non era permessa, e che avrei dovuto desistere dal mio lavoro. E siccome mi aveva dette queste parole in dialetto veneziano, che per dir vero io aveva durata fatica a comprendere, gli replicai che io non lo aveva capito. Allora con un piglio tutto italiano, egli prese il mio foglio e lo stracciò, lasciandolo però nella cartella. Mi accorsi che il suo atto era stato disapprovato dagli astanti, particolarmente da una buona vecchia, la quale disse non stare ciò bene, doversi chiamare il podestà, al quale spettava provvedere in tali casi. Io me ne stavo sul mio gradino, in piedi colle spalle addossate alla porta, contemplando la folla la quale andava crescendo. Gli sguardi avidi di curiosità, l’aspetto in generale benevolo degli astanti, e tutti i tratti caratteristici di una riunione di persone straniere, finirono per divertirmi. Ritenevo vedere davanti a me i cori di Vogel, che vidi spesse volte a me benevoli sul teatro di Ettersburg. Ero diventato di buon umore, ed allorquando giunsero il podestà ed il suo attuario, li salutai cortesemente, ed alla domanda del primo [p. 28 modifica]«perchè io stessi disegnando la loro fortezza?» gli risposi modestamente, che io non scorgevo punto una fortezza, in quelle vecchie mura. Loro feci osservare come queste, come la torre parimenti, cadessero in rovina, come il castello non avesse neanco porte, come difettasse di guardie, di tutto quanto costituisce propriamente una fortezza; come io non avessi creduto disegnare altro, che una rovina.

Mi si rispose: E quando anche fosse solo una rovina, che cosa poteva presentare questa di pregevole? Mirando a guadagnare tempo, ed acquistare favore, risposi che dovevano pur sapere come molti viaggiatori venissero in Italia unicamente per contemplarvi rovine; come Roma, capitale del mondo distrutta dai barbari, fosse piena tutta di rovine, le quali erano state disegnate le cento, le mille volte; come fra le rovine dell’antichità, nessuna ve ne fosse in istato di più perfetta conservazione che l’anfiteatro o l’arena di Verona, che io speravo di vedere pure fra breve.

Il podestà il quale stava davanti a me, immerso in profonde riflessioni, era uomo di alta statura, di corporatura abbastanza complessa, e dell’età all’incirca di trent’anni. I tratti ottusi della sua fisonomia, priva del lampo dell’intelligenza, corrispondevano appieno alla lentezza colla quale porgeva le sue domande. L’attuario per contro, basso di statura e disinvolto, pareva alquanto imbarazzato a sua volta, nel caso affatto nuovo in cui si trovava mescolato. Continuavo a parlare come avevo cominciato, mi sembrava che mi si desse volontieri ascolto, e mi parve rilevare dall’aspetto benevolo, di varie donne specialmente, che le mie parole avessero prodotta buona impressione.

Allorquando poi feci menzione dell’anfiteatro di Verona al quale si dà nome in queste contrade di Arena, l’attuario, il quale intanto si era rinfrancato, disse, che le mie osservazioni calzavano bensì a penello per quell’antico monumento conosciuto in tutto il mondo, ma che nulla avevano a fare con queste rovine, le quali nulla [p. 29 modifica]offerivano di pregevole, se non che, segnavano la linea di confine fra la repubblica veneta, e l’impero di Austria, motivo appunto per il quale non era lecito eseguirne la ricognizione. Dichiarai non essere soltanto le rovine greche e romane che meritano essere studiate, ma quelle ancora del medio evo; non potersi del resto far loro rimprovero, se assuefatti fin dall’infanzia a vedere quelle vecchie mura, nulla vi scorgessero di particolare, non ne rilevassero l’aspetto eminentemente pittorico. Per buona sorte il sole del mattino faceva comparire sotto il migliore aspetto la torre, le rupi, le vecchie mura, ed io cominciai a descrivere loro con entusiasmo la bellezza di quel quadro. Se non che, tutta quella buona gente avendo il quadro alle spalle, e non volendo staccare da me lo sguardo, si mosse tutta a girare il capo addietro, come sogliono fare quegli uccelli ai quali si da nome volgarmente di torcicolli, per scoprire alcun che delle bellezze che io loro stavo descrivendo; ed anche il podestà, finì per volgere desso pure il capo come tutti gli altri, sebbene con maggior sussieguo. Questa scena mi divertiva a tal segno, che, sempre più allegro, fece loro osservare il bello aspetto dell’edera antichissima di cui erano rivestite tanto le vecchie pareti, quanto la rupe.

L’attuario allora disse che tutto ciò era vero, stava benissimo, ma che l’imperatore Giuseppe era pur sempre un principe irrequieto, il quale poteva nudrire disegni ostili contro la repubblica veneta, e che io potevo benissimo essere un suo suddito, un suo emissario incaricato di studiare, di riconoscere i confini.

Ben lungi di essere suddito dell’imperatore, replicai io, mi posso vantare di essere, al pari di voi, cittadino di una repubblica, la quale per dir vero non può, per grandezza e per potenza, stare al pari della serenissima repubblica di Venezia, ma che però si governa da sè, e per attività di commercio, per ricchezza, per saviezza, non la cede a veruna città della Germania, imperocchè io sono nato, dissi, a Francoforte sul Meno, città della quale per certo, conoscerete il nome, e la fama. [p. 30 modifica]

«Francoforte sul Meno!» sclamò una donnetta giovane e graziosa; «vi sarà facile signor podestà chiarirvi sul conto del forastiero, che per me ritengo sia uomo dabbene; non avete che a far venire Gregorio, il quale stette a lavorare colà buona pezza; egli potrà facilmente chiarire la cosa.»

Intanto le fisionomie si erano di già rasserenate, era scomparso il sospetto, e quando venne Gregorio, la cosa prese tosto buonissima piega. Questi era uomo di cinquant’anni all’incirca, di colorito bruno, un vero tipo di fisionomia italiana. Parlò disinvolto, quale uomo esperto del mondo; mi disse che era stato al servizio della casa Bolongaro, e che era lieto di potere avere da me notizie di quella famiglia, e di una città che ricordava sempre con piacere. Per buona sorte il suo soggiorno a Francoforte coincideva cogli anni della mia gioventù, ed io ebbi il doppio vantaggio di potergli parlare delle cose quali stavano in allora, e delle variazioni che erano succedute di poi. Gli parlai di tutte le famiglie italiane che io conosceva benissimo, ed egli fu tutto lieto di udirne vari particolari, come per esempio il signor Alessina avesse festeggiato nel 1774 le sue nozze d’oro, e fosse stata coniata in quella occasione una medaglia che io posseggo, ed egli poi ricordava benissimo, che la consorte di quel ricco negoziante nasceva Brentano. Seppi pure dargli conto dei figliuoli, dei nipoti, di quei coniugi; dirgli come fossero stati educati, quali fossero le loro condizioni attuali, chi avessero sposato, quanti fossero attualmente i membri della famiglia.

Allorquando io ebbi data risposta ad ogni sua domanda, il dabben uomo era quasi commosso, gli altri si esilararono sempre più, e siccome non comprendevano il nostro discorso in tedesco, fu forza a Gregorio doverlo interpretare almeno in parte nel loro dialetto.

«Signor podestà, finì egli per dire, io sono persuaso che questo signore è persona dabbene, agiata, e colta, la quale viaggia per la sua istruzione. Dobbiamo lasciarlo [p. 31 modifica]andare con ogni dimostrazione di cortesia, perchè egli possa dire bene di noi a suoi concittadini, ed invaghirli a portarsi a Malsesine, il quale per la sua amena posizione, è meritevole di essere visitato dai forastieri.» Venni in appoggio a queste parole, tessendo gli encomi della contrada, della località, degli abitanti, non senza ommettere di lodare pure, la prudenza e la saviezza delle autorità costituite.

Tutto fu trovato bene, ed ottenni il permesso di potere girare tutto il paese in lungo ed in largo, a mio arbitrio, in compagnia di mastro Gregorio. Il padrone della locanda dove era sceso ci volle accompagnare e si rallegrava tutto colla prospettiva dei molti forastieri, i quali non possono mancare di affluire a Malsesine, quando ne saranno divulgati i pregi. Egli considerava con viva curiosità ogni parte de’ miei vestiti e sovra tutto poi invidiava le mie terzette, che si possono nascondere con tanta facilità nelle tasche. Mi stimava felice di potere portare impunemente armi così belle, così comode, le quali ne’ suoi stati sono proibite, colle pene le più severe. Talvolta interrompevo quella sua insistenza alquanto importuna, dimostrando la mia gratitudine al mio liberatore. «Non mi state a ringraziare, finì per dirmi questi; voi non mi dovete nulla. Se il podestà avesse saputo il suo mestiere, e se l’attuario non fosse l’uomo il più venale del mondo, voi non sareste stato liberato. Se non chè, il podestà era più imbarazzato ancora di noi, e l’attuario avrebbe dovuto provvedere al vostro arresto, stendere il suo rapporto, e farvi condurre a Verona, senza che tutto ciò gli rendesse un quattrino. Egli non tardò a comprendere tutto ciò, e la vostra liberazione era già decisa, prima ancora che avessimo finito di parlare insieme.»

Verso sera il buon’uomo mi volle portare nella sua vigna stupendamente collocata sur un pendio che scende al lago. Ci accompagnò suo figliuolo, ragazzo di quindici anni, il quale si arrampicava sù per gli alberi per potermi porgere le frutta migliori, mentre il padre mi andava cercando nella vigna i grappoli d’uva più matura. [p. 32 modifica]

In mezzo a questi due stranieri pieni di benevolenza, nella solitudine completa di quest’angolo appartato del mondo, riandando l’avventura del mattino, sentivo quale strana creatura sia pure l’uomo, il quale sovente si guasta e si rende pericoloso quanto potrebbe pure godere con tutta sicurezza, in buona compagnia, e ciò unicamente, per il capriccio di volere ridurre il mondo a modo suo.

Verso mezzanotte venni alla mia barca accompagnat0 dal locandiere, il quale portava il cestellino di frutta di cui mi aveva fatto dono Gregorio, e con vento favorevole, mi allontanai da quella spiaggia, la quale poco era mancato mi dovesse riuscire fatale.

Ora della mia navigazione, la quale ebbe esito felice, dopo che io mi potei godere tutta la limpidezza del lago, e tutta l’amenità della sponda verso Brescia. Colà, dove a ponente i monti cessano di scendere ripidi nel lago e dove si stende fra questo e quelli un tratto di pianura, per la lunghezza di un ora e mezza di cammino all’incirca, havvi una continuazione di villaggi, di paeselli, Garignano, Boiaco, Cecina, Toscolano, Maderno, Verdomi, Salò, i quali tutti per lo più si stendono nel senso della lunghezza. Non havvi parola che valga a dare idea dell’amenità di quella riviera. Sbarcai verso le dieci a Bardolino, caricai il mio bagaglio sopra un mulo, e tolsi l’altro per me. La strada saliva sopra il bacino del lago, e la valle dell’Adige. Sembra che in epoca remotissima le acque, correndo le une contro le altre in diverso senso, abbiano data origine a quest’argine gigantesco, e che in epoche posteriori, vi abbiano depositata terra vegetale fertilissima. Se non che, l’agricoltore è di continuo occupato a trattenere questa sul dorso del monte, a proteggerla contro le pioggie. Si procura trattenerla con muri, coltivando in tanti piani, a foggia di terrazzi. I gelsi per difetto di umidità, non properano quasi su quest’altura. Non è il caso di cercarvi fontane. Di quando in quando si trovano ristagni, nei quali si sono raccolte le acque piovane, e dove possono spegnere la loro sete i muli, ed [p. 33 modifica]anche alla meglio i viandanti. Più al basso, vicino al torrente si scorgono norie, destinate ad irrigare i terreni laterali.

Sarebbe impossibile riuscire a descrivere con parole la magnificenza della contrada che si viene scoprendo, a misura si sale. Si ha la vista di un vero giardino, della lunghezza e della larghezza di varie miglia, in perfetta pianura, ai piedi di monti altissimi, di ripidi scogli. Per tal guisa arrivai oggi 10 settembre, verso un ora qui in Verona, dove prima di ogni cosa scrivo questi pochi cenni, e chiudo la seconda parte del mio giornale, nella lieta prospettiva di potere ancora di questa sera vedere l’anfiteatro.

Aggiungerò poche parole ancora del tempo d’oggi. La notte, dalle nove alle dieci, fu alternativamente serena, e coperta; la luna fu di continuo alquanto velata. Nel mattino, verso le cinque, tutto il cielo si coprì di nubi, poco dense però, le quali, crescendo il giorno, scomparvero, e più tardi il tempo andò sempre migliorando.

Quando già in Bolzano tutta la montagna rimaneva al buio come di mezzanotte si vedeva che la composizione dell’aria era affatto diversa; si scorgeva vale a dire, che i vapori sospesi nell’atmosfera, e che davano a questa tinta azurrina più cupa, in alcuni punti, in altri meno, erano di densità identica, in guisa che l’aria li poteva sopportare, senza che si dovessero sciogliere, in pioggia od in rugiada, nè tanto meno condensarsi a formare nuvole. Ed a misura che scendevo, potevo osservare chiaramente che tutti i vapori che venivano della valle di Bolzano, tutti quelli i quali si sollevavano verso le alte montagne,verso il mezzogiorno, punto non le coprivano, ma le avvilupavano quasi in una specie di fumo. Potevo scorgere benissimo a molta distanza sui monti l’apertura di una gola. A mezzodì di Bolzano si ebbe durante tutta la state tempo bellissimo; cadeva soltanto di quando in quando poca acqua, e poi tornava a splendere limpido il sole. Ed anche ieri caddero Varie goccie d’acqua, poi tosto ricompariva il sole. [p. 34 modifica]Sono molti anni che non si era avuta qui stagione cotanto propizia, la quale giovò a tutti i raccolti. Il cattivo tempo lo hanno mandato tutto a noi.

Dirò poche parole dei monti, della loro costituzione geologica, intorno a cui porgono ampie notizie il viaggio in Italia di Ferder e quello di Hacquet nelle Alpi. A tre quarti d’ora dal Brennero si trova una cava di marmi, ma era notte fitta, allorquando passai di colà. È probabile fosse come dall’altra parte una specie di schisto quarzoso.

Trovai questo pure presso Colman quando fu giorno, e più sotto viddi porfido. Le roccie erano così stupende, ed i mucchi di quelle disposti lungo la strada le presentavano frantumate cotanto a dovere, che Voigf per allorgarle nel suo gabinetto non avrebbe avuta altra pena, che di raccoglierle. Avrei potuto con tutta facilità formarmi una serie di tutte le specie, se mi potessi assuefare ai campioni di piccole dimensioni. Poco dopo Colman trovai una specie di porfido, disposto in strati regolari, e fra Brandsol e Neumark, un altra qualità simile, nella quale però gli strati si frazionano in parallellepipedi. Ferder li ritiene prodotti volcanici, ma questa ragione valeva quattordici anni sono, allorquando tutte le menti erano preocupate unicamente dall’idea del fuoco, e già Hacquet scherza piacevolmente al riguardo.

Della popolazione poi non potrei dire molto, e poco anche di bene. Appena si fece giorno, nello scendere il Brennero osservai un cambiamento totale nelle fisonomie, ed in particolare mi spiacque il colorito bruno pallido delle donne. Il loro aspetto rivelava manifestamente la miseria, e quello dei ragazzi parimenti; gli uomini porgevano alquanto migliore apparenza, del resto i tratti della fisionomia sono regolari e belli. Ritengo che questo loro aspetto malaticcio, si debba attribuire all’uso soverchio del gran turco, e del grano saraceno. Tanto quello a cui danno nome di blende giallo, quanto questo che nominano blende nero sono macinati, e colla farina mista [p. 35 modifica]ad acqua si forma una poltiglia, che si fa cuocere per mangiarla. I Tedeschi che sono in Italia la tagliano a fette, e la fanno friggere nel burro. I Tirolesi italiani per contro, la mangiono schietta, tutto al più aspersa talvolta di cacio, e non si cibano mai di carne, durante tutto l’anno. È impossibile che un tale nutrimento di continuo non produca ostruzione dei vasi, non sia dannoso, ai ragazzi specialmente ed alle donne, siccome esseri più deboli, ed il loro colorito cachetico non lascia dubbio al riguardo. Mangiano inoltre frutta, e fave verdi che fanno cuocere nell’acqua, e che condiscono con olio ed aglio. Domandai se mangiassero così pure i contadini agiati? — Certamente — Non si trattano dunque più largamente, non mangiano meglio? — Mai no; sono assuefatti a quel modo. — Che cosa fanno pertanto del loro denaro? Dove lo spendono? — Oh! dessi hanno i loro padroni, i quali loro lo riprendono. — Questa fu la conclusione del mio discorso, colla figliuola del mio locandiere in Bolzano.

Più tardi imparai ancora da quella ragazza, che i vignaiuoli i quali sembrano stare meglio degli altri, sono per contro quelli che stanno peggio, imperocchè trovansi alla piena dipendenza dei negozianti in vino delle città, i quali nelle annate cattive somministrano loro derrate per Campare la vita, ed in quelle buone acquistano il loro Vino ad infimo prezzo. Il mondo è lo stesso dovunque.

Vale a conferma della mia opinione intorno al nutrimento degli abitanti delle campagne, l’aspetto di gran lunga migliore delle donne, le quali risiedono nelle città. Vidi figure graziose, ben nudrite, di donne e di ragazze, alquanto soffili di corporatura per il volume della loro testa, ma in generale di aspetto piacevole. Conosciamo gli uomini dai mercanti tirolesi ambulanti. Nel loro paese sembrano quasi meno robusti delle donne, probabilmente per il motivo che queste menano vita più attiva, esercitano maggiormente le forze muscolari, mentre gli uomini attendono specialmente al commercio, ai mestieri sedentari. Sul lago di Garda la popolazione era di colorito bruno [p. 36 modifica]intenso, senz’ombra di rossore sulle gote, ma però di aspetto sano, ed anzi robusto. Probabilmente ne vanno debitori all’intensità dei raggi del sole, ripercossi dalle pareti delle sue roccie.