Rime (Veronica Franco)/Terze rime/XXV

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Della signora Veronica Franca

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Terze rime - XXIV Sonetti
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XXV

Della signora Veronica Franca

In lode di Fumane, luogo dell’illustrissimo signor conte Marcantonio della Torre, preposto di Verona.

     Non vorrei da l’un canto esser mai stata
a quel bel loco, per dover partire,
come fei, non ben quivi anco arrivata.
     4Cosi gravoso il ben suol divenire,
che, quant’egli è maggior, via maggior duolo
col dilungarsi in noi suol partorire:
     7tosto ne va ’l piacer trascorso a volo;
né ponendo in ragion l’util passato,
a la perdita mesti attendem solo,
     10E non vorrei però da l’altro lato
si vago nido non aver veduto,
a la tranquillitá soave e grato.
     13E, se pari al desio non l’ho goduto,
quanto gustato piú, tanto piú caro,
il lasciarlo mi fora dispiaciuto.
     16E pur, formando un pensier dolce amaro,
con la memoria a quei diletti torno,
che infiniti a me quivi si mostráro:
     19sempre davanti gli occhi ho ’l bel soggiorno,
da cui lontan col corpo, con la mente,
senza da me partirlo unqua, soggiorno:
     22ricrear tutta in me l’alma si sente,
mentre qua giú si lieto paradiso
da dover contemplar le sta presente.
     25Da questo lo mio spirto non diviso
va ripetendo le bellezze eterne,
dal soverchio piacer vinto e conquiso.
G. Stampa e V. Franco, Rime. 22
     

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     28E, mentre le delizie avido sceme,
nel gioir di se stesso, afflige i sensi,
che non puon separati ancor goderne:
     31cosi, quanto m’avien ch’amando pensi
a l’abitazion vaga e gentile,
tra gioia e duol convien che ’l cor dispensi.
     34In questo piglio in man pronta Io stile;
e, per gradir al sentimento, fingo
quel loco quanto possi al ver simile:
     37e, se ben so ch’a impresa alta m’accingo,
tirata da la mia propria vaghezza,
senz’arte quel ch’io so disegno e pingo.
     40Oh che fiorita e gioconda bellezza
quivi mostra e dispiega la natura,
raro altrove o non mai mostrarla avezza!
     43Certo è questa quell’unica fattura,
in cui, vinta se stessa, a tutte prove
ripose ogni sua industria, ogni sua cura.
     46Di tutto quel che piaccia al mondo e giove,
favorevole il cielo a cotal opra,
il maggior vanto eternamente piove.
     49Quivi ’l ciel manda il suo favor di sopra,
né men la terra in adornar tal parte
con gli altri, a gara, elementi s’adopra.
     52Vince Immaginar d’ogni umana arte
la disposizion di tutto ’l bene,
ch’unito quivi intorno si comparte:
     55e pur di quell’altezza, ove perviene
l’eccellenza de l’arte in cose belle,
vestigie espresse il bel luogo ritiene.
     58Cosi determinarono le stelle
far quivi in dolci modi altrui palese
quanto puon destinar e influir elle.
     61In questo avventuroso almo paese
l’ornamento del ciel si mostra in terra,
ch’a farlo un paradiso in lui discese.

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     64Di lieti colli adorno cerchio serra
l’infinita beltá del vago piano,
dove Flora e Pomona alberga ed erra.
     67Quasi per gradi su di mano in mano
di fuor s’ascende ’l poggio da le spalle,
sempre al salir piú facile e piú piano;
     70quinci in giú per soave e destro calle
s’arriva a la pianura in pochi passi,
ch’è posta in forma di rotonda valle:
     73se non che in guisa rilevata stassi,
ch’è quasi, entro a quei colli, un minor colle,
che ’ntorno a lor si dispiani e s’abbassi,
     76sí che d’entrarvi a Febo non si tolle,
poco alzatosi fuor de l’oriente,
nel prato d’erbe rugiadoso e molle.
     79Entra ’l sol quanto entrar se gli consente
da un bosco d’alti pini e di cipressi,
pien d’ombre amiche al di lungo e fervente;
     82e gode di veder quivi con essi
de la sua amata in corpo umano fronde,
giá braccia e chiome, or verdi rami spessi,
     85tra’ quai quanto può penetra e s’asconde,
per la memoria, ch’anco entro ’l cor serba,
de l’amorose sue piaghe profonde.
     88De la ninfa la sorte cosí acerba
pietoso Apollo ai grati rami tira,
ed a quivi posar vago tra l’erba:
     91l’aria d’intorno ancor dolce sospira
di Dafne al caso, e spirto d’odor pieno,
le vaghe foglie ventilando, spira.
     94E ’l ciel, lá piú ch’altrove mai sereno,
fa che d’ogni stagion la copia vuote
in quella terra il corno suo ripieno.
     97Quivi con l’urne non mai stanche o vuote
a portar Tacque son le ninfe pronte,
tai che ’l cristal si chiaro esser non puote:

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     100queste versando van da piú d’un fonte
le succinte e leggiadre abitatrici
di questo e quel vicin ben colto monte;
     103ed a l’altre compagne cacciatrici,
che, dietro i cervi stanche, a rinfrescarsi
vanno le fronti angeliche beatrici,
     106co’ bei liquidi argenti intorno sparsi
porgon dolce liquor da trar la sete,
e le candide membra da lavarsi.
     109Dai freschi rivi e da le fonti liete,
quasi scherzando, Tacque in vario corso
declinali verso ’l pian soavi e quete;
     112e, poi che ’n lenta gara alquanto han corso,,
per via diversa si raggiungon tutte
verso un bel prato, a lor dinanzi occorso;
     115e da natural a far instrutte
bello quel sito a maraviglia, vanno
per canali angustissimi ridutte.
     118Quivi entrate, a varcar poco spazio hanno,
ch’a un fiorito amenissimo giardino,
dolce tributo di se stesse danno:
     121con man distesa e passo tardo e chino
dán di se stesse le piú dolci e chiare
al giardinier ch’a l’uscio sta vicino.
     124Questi, com’a lui piace, le fa entrare,
ch’obedienti a l’arte, fan quel tanto
ch’altri accorto dispon che debban fare.
     127Non cede l’arte a la natura il vanto
ne l’artificio del giardin, ornato
d’alberi colti e sempre verde manto;
     130sovra ’l qual porge, alquanto rilevato,
d’architettura un bel palagio tale,
qual fu di quel del Sol giá poetato:
     133infinito tesor ben questo vale
per l’edificio proprio, e gli ornamenti,
che ’n ricchezza e in beltá non hanno eguale.

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     136I fini marmi e i porfidi lucenti,
cornici, archi, colonne, intagli e fregi,
figure, prospettive, ori ed argenti
     139quivi son di tal sorte e di tai pregi,
ch’a tal grado non giungono i palagi,
che fèr gli antichi iniperadori e regi.
     142Ma le commoditá di dentro e gli agi
son cosí molli, che gli altrui diletti
al par di questi sembrano disagi.
     145Per li celati d’òr vaghi ricetti,
sul pavimento, che qual gemma splende,
stan sopra aurati piè candidi letti.
     148Di sopra da ciascun d’intorno pende
di varia seta e d’òr porpora intesta,
che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende;
     151di coltre ricamata o d’altra vesta
di ricca tela ognun s’adorna e copre,
si ch’a fornirlo ben nulla gli resta.
     154Di diversi disegni e diverse opre
su coverte e cortine in tutti i lati
vario e lungo artificio si discopre.
     157I dèi scender dal cielo innamorati
dietro le ninfe qui si veggon finti,
in diverse figure trasformati;
     160e d’amoroso affetto in vista tinti,
seguitar ansiosi il lor desio,
dove dal caldo incendio son sospinti.
     163Qui trasformata in vacca si vede Io,
e cent’occhi serrar il suo custode,
al suon di quel, che poi l’uccise, dio.
     166Da l’altra parte Danae in sen si gode
vedersi piover Giove in nembo d’oro,
dov’altri piú la chiude e la custode;
     169il quale altrove, trasformato in toro,
porta Europa; ed altrove, aquila, piglia
Ganimede e ’I rapisce al sommo coro.

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     172Di Licaon fatta orsa ancor la figlia,
mentre ucciderla il figlio ignota tenta,
assunta in cielo ad orsa s’assomiglia:
     175né pur orsa celeste ella diventa,
figurata di stelle in cotal segno,
ma ’l figlio in ciel l’altr’orsa rappresenta.
     178Quanto è possente il nostro umano ingegno,
che vive fa parer le cose finte
per forza di colori e di disegno!
     181Di seta e d’oro e varie lane tinte,
nei tapeti, ch’adornan quelle stanze,
da l’imitar le cose vere èn vinte.
     184E, perché nulla a desiar avanze,
ch’orni di Giove un’alta regia degna,
dove, lasciato ’l ciel, qua giuso ei stanze,
     187qualunque ebbe tra noi la sacra insegna,
ch’a quei con le sue man Dio stesso porge,
che d’esser suoi vicari in terra ei degna,
     190qualunque di pastor al grado sorge
de la chiesa divina, in espresso atto
nobilmente dipinto ivi si scorge:
     193quivi ciascun pontefice ritratto
piú che dal naturai vivo si vede,
di tela, di colori e d’ombre fatto;
     196e, com’a tanta maestá richiede,
da l’altre in parte eccelsa e separata
si reverende imagini han lor sede.
     199Similmente, in maniera accomodata,
di quei l’effigie ancor son quivi, i quali
del ciel sostengon la felice entrata:
     202quanti mai fúr nel mondo cardinali,
quivi entro stan co’ papi in compagnia,
e vescovi, e prelati altri assai tali.
     205Perché conforme al paradiso sia
quell’albergo divino, in sé ritiene
di gente i volti cosí santa e pia.

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     208Di quel ch’ai sacerdozio si conviene,
da l’essempio di molti espressi quivi,
in perfetta notizia si perviene:
     211questi, ancor morti, insegnar ponno ai vivi,
anzi in ciel vivon si, che ’l loro nome
in terra sempre glorioso arrivi.
     214E, perch’alcun io non distingua o nome,
di quelli intendo, che fúro innocenti,
e del demonio fèr le forze dome.
     217Le costor fronti a mirar riverenti,
cosi pinte, ne fanno, e in noi pensieri
destano de le cose piú eccellenti:
     220seguendo Torme lor, fan ch’altri speri,
che tien lo scettro de la casa vaga,
d’alzarsi al ciel per quei gradi primieri.
     223Questa de la sua vista ognuno appaga,
e sol de la memoria al cor m’imprime
colpi, che ’nnaspran la giá fatta piaga.
     226Di que’ be’ colli a le frondute cime
alzo ’l pensier, che, dal duol vinto e stanco,
fa che gli occhi piangendo a terra adirne.
     229Standomi sul verron del marmo bianco,
dove ’l palagio alzato agguaglia il monte,
ricreata posava il braccio e ’l fianco:
     232qui piagner Filomena le triste onte
con la sorella sua dolce sentia
da lor non cosí chiare altrove cónte:
     235da le fontane ad ascoltar venia
questo e quel ruscelletto, e mormorando
quasi con lor piangeva in compagnia.
     238Ben poscia a quel tenor dolce cantando
givan gli augelli per li verdi rami,
del loro amor le passion mostrando.
     241Oh che liete querele, oh che richiami
formavan contra ’l ciel, sí come suole
chi, benché ridamato, altrui forte ami!

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     244Con voce piú che d’umane parole
par che sappian parlar quelli augelletti,
si ch’ad udirli ancor fermano il sole.
     247Talor narrano poi gli alti diletti,
che spesso dagli amati abbracciamenti
prendon, de le lor vaghe al fianco stretti.
     250Di gran dolcezza il cielo e gli elementi,
per tal piacere e per molti altri assai,
quivi gioiscon placidi e contenti;
     253e, rischiarando ognor piú Febo i rai,
la fiorita stagion vago rimena
di molti, non che d’un, perpetui mai.
     256D’arabi odor la terra e l’aria piena,
l’una piú sempre si rinverde e infiora,
l’altra ognor piú si tempra e rasserena.
     259Oh che grata e dolcissima dimora,
dove, quanto di vago ognor piú miri,
tanto piú da veder ti resta ancora!
     262Dovunque altri la vista a mirar giri,
ne la beltá veduta oggetto trova,
che piú intente a guardar le luci tiri;
     265e nondimen, perch’ognor cosa nova
d’intorno appar, che l’animo desvia,
ad altra parte vien ch’indi le mova.
     268La bellezza del sito, alma, natia,
gli occhi fuor del palazzo a veder piega
quanto ivi ricca la natura sia;
     271ma poi di dentro tal lavor dispiega
l’arte, che la natura agguaglia e passa,
ch’ivi l’occhio, a mirar vólto, s’impiega;
     274e, mentre da un oggetto a un altro passa,
l’un non gustato ben, da nòve brame
tirato, impaziente il preso lassa.
     277Cosi non trae, ma piú cresce la fame
d’assai vivande un prodigo convito,
che de Luna al pigliar l’altra si brame:

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     280cosi ne la virtú de l’infinito,
senza mai saziarne, ci stanchiamo,
s’al sommo bene è ’l pensier nostro unito.
     283Questa insazietá grande proviamo
espressamente, allor che l’intelletto
divin, filosofando, contempliamo.
     286Lascia sempre di sé piú caldo affetto,
ne l’affannata mente, il ver supremo,
ond’ha perfezzion Tuoni da l’oggetto;
     289benché l’affanno è tal, ch’ogtior piú scemo
del mortai fango il nostro spirto face,
e d’ir al ciel gli dá penne a l’estremo.
     292Felice affanno, che ristora e piace
ne l’unir di quest’anima a quel vero,
che gli umani desir pon tutti in pace:
     295a quel, che del suo eccelso magistero
mostrò grand’arte in queste alme contrade,
feconde del piacer celeste intiero.
     298Qui di lá su tal grazia e favor cade.
ch’abonda al compartirsi in copia molta
la gioia in ogni parte e la beltade;
     301sí che, mentre ad un lato ancor sol vòlta
gode la vista, in quel piú sempre scorge
nova maniera di vaghezza accolta,
     304né de l’una ben tosto ancor s’accorge,
che s’offre l’altra e, quasi pur mo’ nata,
meraviglia e diletto insieme porge.
     307Del giardin vago è la sembianza grata,
e, mentre in lui la maniera risguardi
d’ogni parte ben colta e ben piantata,
     310lepri e conigli andar pronti e gagliardi
nel corso vedi; e, mentre che t’incresce
d’esserti di tal vista accorto tardi,
     313ecco ch’altronde ancor vaga schiera esce
di cervi e capri e dame e d’altri tali,
onde la maraviglia e ’l piacer cresce.

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     316Ma poi tra quelle schiere d’animali
scopri distinto del giardino il piano
d’acque in angusti e limpidi canali,
     319e splender su per Tonde di lontano
vedi i pesci guizzando, che d’argento
sembra che nuotin d’una e d’altra mano.
     322E mentre l’occhio a vagheggiar è intento
il piacer vario del fiorito suolo,
piú sempre di mirar vago e contento,
     325di questo ramo in quel cantando a volo
gir vede copia d’augelletti snelli,
quai molti insieme, e qual vagando solo.
     328Quinci s’accorge che di fior novelli
e frutti antichi son quei rami carchi,
non pur di nidi d’infiniti augelli.
     331Senza che ’l guardo quinci e quindi varchi,
T incontran d’ogni parte i piacer tutti,
in quest’officio non mai stanchi o parchi.
     334E, se nel giardin visti in un ridutti,
fiere, augei, pesci, rivi, arbori e foglie,
fior sempre novi, e d’ogni stagion frutti
     337a mirar in disparte altri s’accoglie,
e, come nel guardar talvolta occorre,
da la pianura a l’alto a mirar toglie,
     340ne la beltá de’ vaghi colli incorre,
ch’a la vista, che s’alza, umili e piani,
lietamente si vengono ad opporre.
     343Questi, dal bel palazzo non lontani,
sembra che, per raccòrlo in mezzo ’l seno,
si stringan verso lui d’ambe le mani;
     346e ’ntanto spiegan tutto aperto e pieno
il grembo lor di dolcezze infinite,
che la vista bear possono a pieno.
     349Le pecorelle, a pascer l’erbe uscite,
biancheggian per li poggi, a cansar lievi,
per poco d’ombra timide e smarrite:

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     352di questi monti son queste le nevi;
ché quindi ’l verno standosi ognor lunge
non vien giamai che ’l bel terreno aggrevi.
     355Quindi letizia e molto utile giunge,
de le gregge bianchissime ai signori,
di quel che se ne tonde e uccide e munge.
     358Sparsi per l’ombre, siedono i pastori,
e, le canne dispari a sonar posti,
cantan de’ loro boscarecci amori;
     361e, se i greggi talvolta erran discosti,
col fischio il caprar sorto gli richiama,
poi torna de la musa ai suoi proposti.
     364Talor la pastorella ivi, ch’egli ama,
de la fistola al suon mossa ne viene,
in modo che di lui cresce la brama:
     367fisse le luci avidamente ei tiene
ne le braccia e nel sen nudi, e nel viso,
e d’abbracciarla a pena si ritiene.
     370Ma poi quindi a guardar l’occhio diviso
tira l’udito suon d’un corno roco,
quando piú in quei pastori egli era fiso;
     373ed ecco, da color lontano un poco,
cani co’ cacciator disposti in caccia,
ciascuno intento al suo ufficio e ’l suo loco.
     376Per folti arbusti un can quivi sj caccia,
e per terra latrando un altro fiuta,
e de Torme seguendo va la traccia,
     379e tanto corre in fretta e ’l luogo muta,
che d’una macchia fuor la lepre salta:
il bracco geme e in seguirla s’aiuta;
     382gridan le genti, e intorno ognun l’assalta;
chi le spinge da tergo il veltro in fretta,
qual corre a la via bassa, e quale a l’alta.
     385E mentre qua e lá ciascun s’affretta,
il tuo sguardo, ch’a lor dietro s’aggira,
s’incontra in piacer novo che’l diletta:

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     388però ch’altrove d’improviso mira
gente ch’ai visco ed a le reti stese
schiera d’augelli accortamente tira.
     391In queste e quelle insidie non comprese
di quei c’han maggior prezzo a le gran mense
vengon tutte le sorti in copia prese.
     394A chi stender piú franco il volo pense,
piú facilmente incontra d’esser còlto
ne le non viste reti, ancor che dense.
     397Ma’l tuo sguardo, che va d’intorno sciolto
da questa novitá de ruccellare,
vien da un altro piacer piú novo tolto;
     400perché dinanzi ad abbagliarlo appare
del sol un raggio, il qual mandan reflesso
Tacque d’un fonte cristalline e chiare.
     403E l’occhio, alquanto chiusosi in se stesso,
dopo quel vacillar s’apre, e ritorna
a guardar quivi dentro l’ombra presso:
     406e di smeraldi in fresca riva adorna,
di liquido cristal sopra un ruscello,
vede ch’altri a pescar lento soggiorna:
     409l’amo innescato tien sospeso in quello,
e con la canna in man fermato attende
che ’l pesce cada al morso acuto e fello.
     412Altri con reti in varia guisa il prende,
e, con piè nudi da la sponda sceso,
frugando per le buche il laccio stende:
     415si lancia e scuote il pesce vivo e preso,
né cessa di saltar per fin che more,
tratto del fonte in un pratel disteso.
     418Vince di questo il soave sapore
quel di quant’altro mai stagno o palude
alberghi, o fondo salso o dolce umore.
     421Nulla di quel, che in sé beato chiude
un terrea paradiso, un ciel terrestre,
dal paese amenissimo s’esclude.

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     424Di semicapri dèi turba silvestre
il fertile terren pianta e coltiva,
sotto influsso di stelle amiche e destre;
     427e quella, che del capo al padre viva
uscio, de’ boschi e de le cacce dea,
di questi monti ha in custodia l’oliva.
     430Quel, che vivo nel ventre infante avea
la madre allor che ’l consiglio l’estinse
di Giunon fella, a lei contraria e rea,
     433che Giove tolto al proprio lato il cinse,
né, fin che nove mesi fur finiti,
dal fianco, ove ’l nudriva, unqua il discinse,
     436qui gli olmi guarda, e le ben colte viti;
le biade di Proserpina la madre,
Vertunno e Flora gli arbori graditi.
     439Mille, scese dal ciel, benigne squadre
d’eletti spirti infiorano il bel nido,
e ’l guardan da le cose infeste et adre.
     442Dolce de’ miei pensieri albergo fido,
pien d’aranci e di cedri, e lieto in guisa
che vince ogni concetto, ogni uman grido,
     445resta la mente mia vinta e conquisa,
che ’l ben in te con larga mano infuso
dal celeste Motor forma e divisa;
     448e, come tu sei bel fuor d’uman uso,
cosi ne l’opra de l’imaginarti
riman l’ingegno inutile e confuso;
     451e, se vaga pur vengo di lodarti,
come confusa son dentro, confondo
de le tue lodi l’ordine e le parti.
     454Ben, quanto in questo assai mal corrispondo,
tanto ne la prontezza del desire
con grata rispondenza sovrabondo.
     457Vorrei, ma in parte non so alcuna, dire
le lodi del signor, che ti possiede,
né stil uman poria tant’alto gire.

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     460Com’ogni loco è cielo, ove Dio siede,
ma poi nel ciel, ch’è adorno a maraviglia,
espressamente ferma la sua sede,
     463cosi gran lode ogni soggiorno piglia
da quel signor, dovunque mai perviene,
che regge ’l mio voler con le sue ciglia;
     466ma pur il seggio suo proprio ei ritiene
in voi, perciò sommamente beate,
contrade soavissime ed amene:
     469per lui tante beltá vi furon date,
e senza lui de’ vostri pregi intieri
sareste senza dubbio alcun private.
     472Gitene, colli, assai per questo alteri,
ch’avete grazia di servir a lui,
degno di mille mitre e mille imperi.
     475Quest’è il buon vostro regnator, per cui
vincon le vostre inusitate forme
tutto ’l diletto de’ paesi altrui.
     478Per farsi incontra a le sue gentili orme
crescon l’erbette e i fior, ch’ai suo toccarli
vien che nova beltá gli orni e riforme;
     481e l’onorate man presta a lavarli
dentro la stanza l’acqua dolce arriva,
e dietro vaga ognor par brame andarli
     484Da questa una fontana si deriva,
che d’ogn’intorno puro argento stilla
da vena di cristal corrente e viva.
     487Dentro ’l terren fecondo il cielo instilla
virtú, che fa produr soavi frutti,
e l’aria salutifera e tranquilla:
     490il piacer sommo e ’l vero fin di tutti
è che ’l signor gli goda e gli divida,
ch’ad arbitrio di lui furon produtti.
     493Qualunque in verde ramo augel s’annida,
a lui canta, a lui vive, e, s’a lui piace,
lieto sostien ancor ch’altri l’uccida;

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     496qualunque in monte o in piano animai giace,
selvaggio errante, liberale dono
di se stesso a costui contento face;
     499e le mandre, che quivi in copia sono,
e tutto quel, che la terra produce,
son di lui molto piú ch’io non ragiono.
     502Qui la natura carca si riduce,
per dar del suo tesoro a lui tributo,
che da l’Indo e’l Sabeo quivi traduce:
     505non fosse questo ben da lui goduto,
certo è che in tanta copia mai dal cielo
non fora ad alcun altro pervenuto.
     508A costui cede il gran signor di Deio,
piú del suo chiaro, del valor il lume,
cui nube non offusca od altro velo;
     511e di dolce eloquenzia il puro fiume
a lui dona di Giove il fedel messo,
ch’ai cappello ed ai piè porta le piume.
     514A questo, a cui comandar è concesso
agli elementi, che in quel suo soggiorno
oprano quanto è piú gradito ad esso,
     517andai, dal gran desio tirata, un giorno:
non per error di via, né ch’io passassi
quindi avante d’altronde al mio ritorno;
     520ma d’Adria mossi a quest’effetto i passi,
né interromper giamai vòlsi il viaggio,
perch’a l’andar via pessima trovassi.
     523Di questo mio signor cortese e saggio,
nel sentier aspro, mi fu grata scorta
de la virtute il sempiterno raggio:
     526da cosí chiaro e dolce lume scorta,
la strada, ch’ai desio lunga sembrava,
al disagio parea commoda e corta.
     529La difficoltá grande superava
d’ogni altra cosa sol con la speranza,
che di veder uom si gentil portava.

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     532Alfin pur giunsi a la bramata stanza,
né potrei giamai dir si com’io fossi
raccolta con gratissima sembianza.
     535A si dolce spettacolo rimossi
tutti i miei gravi e torbidi pensieri,
che venner meco, allor che d’Adria mossi;
     538e tra mille gratissimi piaceri
ristoro presi e mi riconfortai,
qual fa ch’il suo ben gode e ’l meglio speri.
     541Ma poco al mio talento mi fermai
al loco da me dianzi raccontato,
di cui piú bello non si vide mai,
     544né con piú vago e splendido apparato
di vasi, e di famiglia bene instrutta,
che pronta al signor serve d’ogni lato,
     547e intorno a lui con ordine ridutta.
di varia etá, di vario pelo mista,
vestita a un modo, corrisponde tutta.
     550Questa tra l’altre è ancor nobile vista,
veder d’intorno a sé ben divisata
d’onesta gente vaga e doppia lista.
     553Dunque, de le Fumane unica, amata
terra, ov’albergan le delizie, quante
ogni stanza reai pòn far beata,
     556cedano Baie, e Pozzuol non si vante,
ch’unite in loro han le vaghe Fumane
le grazie di lá suso tutte quante.
     559Cose tutte eccellenti e sopraumane,
dolci a la vista, al gusto, e gli altri sensi,
le piagge han grate agli occhi, al varcar piane.
     562E, perch’al loco internamente io pensi,
quanto piú di lui parlo, e manco il lodo,
e i miei desir di lui si fan piú intensi.
     565Volando col pensier, la lingua annodo