Rivista di Scienza - Vol. II/Che cos'è la coscienza?

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Eugenio Rignano

Che cos'è la coscienza? ../Le misurazioni fisiche e la teoria degli errori d’osservazione ../Le basi della cristallografia teoretica IncludiIntestazione 5 gennaio 2014 75% Scienze

Le misurazioni fisiche e la teoria degli errori d’osservazione Le basi della cristallografia teoretica

[p. 304 modifica]

CHE COS’È LA COSCIENZA?


Nessuna parola, forse, è stata maggiormente discussa e permane tuttora di significato tanto oscuro quanto questa della coscienza. Mentre tutti sono in grado di affermare senza nessuna esitazione se un dato stato psichico, una data azione, sia da dirsi «cosciente» o «incosciente», quando poi si viene al dunque di domandare che cosa è, in che consiste, questa caratteristica di «cosciente» che si attribuisce all’uno stato psichico e si nega all’altro, si resta per lo più incapaci di dare alcuna risposta appena appena soddisfacente1.

Alcuni psicologhi arrivano a ritenere il problema come insolubile: «Quanto a definire lo stato di coscienza, il fatto di essere cosciente, scrive il Ribot, sarebbe un’impresa vana e oziosa: la coscienza è un dato dell’osservazione, un fatto ultimo. La fisiologia c’insegna che la sua produzione è sempre legata all’attività del sistema nervoso, particolarmente del cervello. Ma la reciproca non è vera; se ogni attività psichica implica un’attività nervosa, ogni attività nervosa non implica un’attività psichica. L’attività nervosa è molto più estesa dell’attività psichica: la coscienza è, dunque, qualche cosa di aggiunto in più. In altre parole, bisogna considerare che ogni stato di coscienza è un avvenimento complesso che suppone [p. 305 modifica] uno stato particolare del sistema nervoso; che questo processo nervoso non è un accessorio, ma una parte integrante dell’avvenimento; anzi, che ne è la base, la condizione fondamentale; che, una volta che si produce, l’avvenimento esiste in sè stesso; che, una volta che vi si aggiunge la coscienza, l’avvenimento esiste per sè stesso; che la coscienza lo completa, lo termina, ma non lo costituisce»2.

Altri chiamano senz’altro la coscienza un epifenomeno, termine oggi molto di moda, e si ritengono così liberati da ogni obbligo d’investigare ulteriormente la questione, come se essa fosse con ciò completamente esaurita3.

Noi vorremmo qui tentare, invece, se dall’esame di alcuni esempi di «coscienza» e di «incoscienza», opportunamente scelti, fosse possibile cavar fuori, se non tutte, alcune almeno delle caratteristiche che accompagnano per lo più i casi detti coscienti, mentre non si riscontrano in quelli che designamo come incoscienti. Questa ricerca, per quanto imperfetta, potrà così riuscire forse di qualche aiuto per la determinazioni delle condizioni da cui dipende la coscienza.

Giova cominciare da un esempio, che a molti potrà sembrare non rientrare nei casi propriamente detti di coscienza, ma che, invece, è a questi strettamente connesso. Osservo il ritratto d’una persona nota. Riconosco che rappresenta questa persona ma che non è realmente questa persona. La sensazione complessa attuale, in grazia dell’associazione per rassomiglianza, risveglia contemporaneamente l’immagine della persona reale. Si ha, dunque, da una parte, la coesistenza, per lo meno durante un certo tempo, delle sensazioni attuali con quelle passate ora rievocate e d’intensità minore; dall’altra, per lo meno metaforicamente parlando, la sovrapposizione o fusione, a cagione d’identità, di alcune soltanto delle prime con alcune delle seconde. La coesistenza, per lo meno durante un certo tempo, unita alla sovrapposizione o fusione, solo parziale, dei due stati psichici o sistemi complessi di sensazioni, è appunto forse ciò che mi fa riconoscere il ritratto rappresentare quella data persona, e che impedisce tuttavia che io scambi il ritratto per la persona reale da esso rappresentata; più brevemente, [p. 306 modifica] è forse ciò che mi rende «conscio» essere l’oggetto attualmente percepito il semplice ritratto d’una persona a me nota.

Può però venire il dubbio che, come condizioni determinanti lo stato d’animo in cui mi trovo quando riconosco l’oggetto essere il ritratto d’una persona a me nota, siano in gioco, non solo le sensazioni di pura percezione, attuali e rievocate, bensì anche le affettive od emotive in genere: nel vedere il ritratto io proverei, magari inavvertiti, gli stessi sentimenti di affetto o di rancore, di simpatia o d’antipatia, e via dicendo, che sono uso provare vedendo l’originale; e forse sarebbero anche queste sensazioni che contribuirebbero a rendermi cosciente che il ritratto è di quella data persona. Anzi, vedremo fra poco, come certi altri esempi indurrebbero a farci ritenere che la sola fusione e sovrapposizione di parte delle sensazioni di percezione, non accompagnata da fusione e sovrapposizione di sensazioni di indole affettiva od emotiva in genere, sarebbe insufficiente a darci la coscienza d’un qualsiasi fatto.

Parimente, — per continuare a limitarci per ora al raffronto fra loro di due stati psichici soltanto, l’uno originale e l’altro rievocato, — consideriamo il caso in cui la rievocazione di qualche avvenimento passato si presenti al nostro spirito del tutto isolata, del tutto disgiunta da altri ricordi di fatti precedenti o susseguenti:

«Una signora nell’ultimo periodo di una malattia cronica fu condotta da Londra alla campagna. La sua piccola figlia, che non parlava ancora, le fu condotta davanti, e, dopo una breve intervista, fu ricondotta in città. La madre morì qualche giorno dopo. La figlia crebbe senza rammentarsi di sua madre fino alla età matura. Fu allora che ebbe occasione di vedere la camera dove era morta sua madre. Benchè lo ignorasse, entrando in questa camera trasalì. E alla domanda della causa della sua emozione, rispose: Ho l’impressione distinta di essere venuta altre volte in questa camera. Vi era in quel canto una signora in letto, nell’aspetto molto malata, che si chinò su di me e pianse»4.

Parimente, un uomo dotato di forte temperamento artistico, appena giunto dinnanzi ad un castello del Sussex ha «un’impressione estremamente viva» di averlo già visto, e [p. 307 modifica] rivede persino nell’immaginazione, in tutti i suoi particolari, il corteggio dei visitatori. Apprende da sua madre, che, infatti, egli era stato qui portato in gita all’età di 16 mesi, e che il ricordo da lui serbato del corteggio era esattissimo5.

La coincidenza di alcune delle sensazioni attuali con alcune delle passate ora rievocate parrebbe, dunque, non soltanto costituire, in tali casi, la causa che per via di associazione delle idee rievoca l’avvenimento passato, bensì essere anche ciò che fa sì che l’individuo abbia l’impressione, la «coscienza», di avere egli in persona presenziato altre volte l’avvenimento stesso. Ma la cosa è tutt’altro che sicura. Anche qui può venire il dubbio, che sia stata l’emozione provata ora effettivamente di nuovo dalla signora nel rivedere la stanza e dall’artista nel rivedere il castello, — emozione uguale a quella già da essi provata nel passato e della quale conservano tuttora il ricordo, — a dare ad essi la coscienza di avere vissuto in passato l’avvenimento che ora torna loro alla mente.

D’altra parte, la differenza fra le restanti percezioni attuali e le altre rievocate è certo ciò che impedisce, anche in questi casi del Ribot, che l’individuo creda di presenziare ora effettivamente l’avvenimento rievocato. Ciò è tanto vero, che durante un sogno, nel quale pure si riviva un dato avvenimento passato, ma nel quale alle sensazioni rievocate non si accompagna nessun complesso di sensazioni attuali diverse, non si ha affatto «coscienza» di sognare; e si scambia, invece, il proprio sogno con un avvenimento reale al quale si prenda effettivamente parte. «Quando sogliamo, scrive il Maury, le percezioni interne assorbono completamente il nostro spirito; assorbimento, che ci impedisce di avere il sentimento del nostro stato o non ce ne lascia che una coscienza vaga e fuggitiva» 6.

Abbiamo accennato per due volte al dubbio che la sola uguaglianza fra certe sensazioni attuali e certe altre rievocate non sia sufficiente, ove si tratti di pure percezioni, a rievocare e rendere cosciente il fatto passato. Un caso tipico di distrazione, cui vado soggetto spesso, parrebbe provarlo.

Nell’alzarmi dal mio studio, uso serbare i miei appunti [p. 308 modifica] nel cassetto che chiudo a chiave; talvolta questo atto di chiudere a chiave il cassetto mi appare in seguito come «cosciente»; tal’altra, se mentre lo compio sono tutt’ora preoccupato da quanto è stato poco prima per me materia di riflessione, l’atto mi appare in seguito, invece, come «incosciente». In questo secondo caso, mi viene spesso il timore, appena uscito dal mio studio, di non averlo compiuto, e non essendomi possibile di rammentarmi se l’ho effettivamente eseguito o no, sento il bisogno di tornare indietro e, il cassetto essendo privo di maniglia, di sincerarmene riaprendo quest’ultimo e chiudendolo di nuovo. Il desiderio che ho di raggiungere l’intento del cassetto chiuso a chiave, desiderio che si esplica nell’attenzione che pongo che il fine venga effettivamente raggiunto, accompagna questa volta il mio atto, il quale, uscito che sono di nuovo dal mio studio, mi appare ora come «cosciente».

Notiamo, che, anche mentre richiudo la seconda volta il cassetto a chiave, l’atto consimile precedente perdura a parermi incosciente; eppure si riproduce certo ora lo stesso complesso di sensazioni visive, uditive, tattili, muscolari, ecc., che deve avere accompagnato l’atto uguale compiuto alcuni momenti prima. Anche una così grande porzione in comune di sensazioni puramente percettive, non è dunque sufficiente a rievocare un atto pure di pochissimo precedente e a rendermelo cosciente.

Ed, invece, come mai, se il desiderio di raggiungere l’intento del cassetto chiuso a chiave ha accompagnato la seconda volta l’atto corrispondente, quest’ultimo, uscito che sono di nuovo dal mio studio, mi appare ora come cosciente? Nessuna porzione in comune di sensazioni percettive esiste più che possa riallacciare il mio stato psichico di quando mi trovo fuori del mio studio a quello di quando chiudevo il cassetto. Eppure, se ora mi domando di nuovo con interesse se ho chiuso il cassetto, subito il mio atto mi ritorna alla mente e ne ho la più completa coscienza.

Parrebbe, dunque, che fosse questo complesso di sensazioni affettive, relative al fine desiderato, od un complesso equivalente di sensazioni emotive in genere, che costituirebbe precisamente quella porzione di sensazioni in comune, fra uno stato attuale ed uno passato che si tratta di rievocare, necessaria e sufficiente a rievocare questo stato passato e a farlo apparire come cosciente.

[p. 309 modifica]Dico: necessaria e sufficiente a rievocare lo stato passato e a renderlo cosciente, perchè alcuni esempi parrebbero stare a dimostrare fuori d’ogni dubbio, che si possa avere benissimo il ricordo d’un fatto passato, pur perdurando quest’ultimo a rimanerci del tutto incosciente.

Così il Maury, nel suo classico libro sui sogni sopra citato, racconta di essersi sognato una notte d’un individuo che gli era del tutto sconosciuto anche di vista. La mattina, dopo che si fu svegliato, la fisonomia di questo sconosciuto apparsogli in sogno gli si presentava ancora alla memoria con grande nitidezza. Quale non fu la sua meraviglia nell’incontrare qualche giorno dopo per la strada, in carne e in ossa, lo sconosciuto del sogno! Dopo molto riflettere, e solo dopo che furono trascorsi alcuni altri giorni, pervenne alla spiegazione della strana coincidenza. La strada, infatti, dove aveva incontrato l’individuo, era stata da lui percorsa diverse volte parecchi mesi addietro, poi per più di un anno e fino al giorno antecedente al sogno non aveva più avuto occasione di ripassarvi; avendo ora ripreso per ragioni d’ufficio a passarvi di frequente, si accorse che gli capitava spesso d’incontrare quell’individuo, che, si vede, doveva abitare nella contrada. Per cui il Maury ritiene come molto probabile che, quando un anno prima egli passava spesso per quella strada, anche allora, senza che egli vi facesse mai attenzione, deve essergli capitato spesso dinanzi lo sconosciuto; e l’essere ripassato per la stessa strada il giorno antecedente al sogno, anche se l’incontro questa volta non sarà avvenuto, deve avergli rievocato durante il sogno, per associazione di idee, il ricordo dell’individuo.

Dunque, quando al Maury sveglio tornava alla mente l’immagine del sogno, questa immagine costituiva una vera e propria rievocazione mnemonica d’un avvenimento per lui rimasto finora incosciente, e che rimaneva anche ora tale ciò nonostante. L’immagine rievocata era riuscita ora ad attirare la sua attenzione, il suo interesse, destando in lui delle sensazioni affettive di piacere o di ripugnanza, di simpatia o di antipatia, o altre analoghe, ma nessuna di queste sensazioni affettive poteva ora servire di addentellato per rendergli «cosciente» quel dato momento, in cui egli aveva visto effettivamente la persona.

Se, invece, anche in quel dato momento, le sue [p. 310 modifica] preoccupazioni rivolte altrove non gli avessero impedito di provare verso la persona che gli passava dinanzi quelle stesse sensazioni affettive, che provava ora verso l’immagine, questo addentellato, questa porzione comune di sensazioni, ora non gli sarebbe mancato, e l’avvenimento gli sarebbe stato senz’altro «cosciente».

Dunque, riassumendo tutto il sin qui detto, parrebbe potersi ammettere, che non si può parlare della «coscienza» d’uno stato psichico per sè stesso, bensì, soltanto, della «coscienza» che uno stato psichico attuale ha d’uno stato psichico passato; e che tale caratteristica di «cosciente» di uno stato psichico passato, ora rievocato, rispetto ad un altro attuale, si riscontri ogni volta che si abbia la coesistenza, almeno durante un certo tempo, del primo col secondo, e la sovrapposizione o fusione, solo parziale, dell’uno coll’altro; sovrapposizione o fusione parziale, che però è necessario si verifichi principalmente per la parte affettiva dei due stati psichici.

Possiamo grossolanamente rappresentarci questa sovrapposizione o fusione parziale di due stati psichici, come il venire a combaciare o coincidere, solo per un certo tratto a comune, delle rispettive zone cerebrali alla cui attivazione sono dovuti questi stati psichici, cioè quello rievocato e quello attuale. Ove va notato, che la zona cerebrale alla cui attivazione è dovuto lo stato psichico ora rievocato sarà quella stessa attivatasi in passato quando questo stato psichico si produsse per la prima volta.

Talvolta, in ispecie nei fenomeni d’introspezione, se lo stato psichico passato, cosciente rispetto a uno stato psichico nuovo, è appena trascorso o perdura ancora durante la formazione di quest’ultimo, tanto da dare l’illusione che i due stati psichici siano contemporanei e si confondano in uno stato psichico solo, ci riesce più difficile accorgersi che anche in tal caso si tratta di coscienza d’uno stato rispetto all’altro, e si parla allora, sebbene ora pure erroneamente, di stato psichico «cosciente per sè stesso».

Dal carattere cosciente d’uno stato psichico rispetto all’altro, si passa facilmente al carattere cosciente, gli uni rispetto agli altri, di tutta una serie di atti o di stati psichici successivi. Si ha una tal serie, quando, rispetto allo stato psichico attuale appare come cosciente uno stato psichico [p. 311 modifica] antecedente ora rievocato, rispetto a quest’ultimo così rievocato appare alla sua volta come cosciente un altro stato psichico, antecedente o susseguente, pure rievocato, e così via.

Basta riandare col pensiero su quanto si è fatto da stamani in poi, per convincersi che alla serie dei nostri atti coscienti procede sempre parallela una serie di corrispondenti affettività complesse, tali che ciascuna, cominciando ad attivarsi prima del cessare dell’atto precedente, perdura poi durante le prime fasi o l’intero svolgimento dell’atto susseguente, e talvolta magari durante tutta una serie di atti successivi. Così, il senso di piacere che provo nell’avvicinarmi al termine di una operazione faticosa, perchè pregusto il prossimo riposo, serve a riallacciare questo mio stato al successivo, in cui mi sono effettivamente riposato. Il desiderio di non mancare a un appuntamento perdura durante tutta la serie di atti che hanno per scopo di far presto o di non perdere tempo. Il sentimento complesso di piacere e di timore, che prova il bambino nel mentre assapora con voluttà il dolce preso di nascosto, è comune tanto al momento in cui egli mangia il dolce quanto a quello successivo in cui egli si dà da fare per far scomparire le traccie del suo piccolo furto: esso costituisce il ponte affettivo che unisce i due episodi così vissuti.

Rappresentiamo coll’asse delle ascisse il tempo, e, come semplice espediente per precisare il nostro dire, supponiamo per un momento che i punti e i segmenti dell’asse delle ordinate siano suscettibili di rappresentare, rispetto all’ubicazione e rispetto all’ampiezza, le diverse porzioni della superficie cerebrale totale, all’attivazione delle quali sono dovuti i vari stati psichici complessi: come se i vari centri, sensitivi ed affettivi, potessero venire disposti, senza alterazione della loro reciproca contiguità o vicinanza, lungo quest’asse delle coordinate. Allora, come figura schematica rappresentatrice d’una serie di stati psichici originari, a, b, c,..., suscettibili di apparire in seguito, fino a che il tempo non ne cancellerà l’impressione mnemonica lasciata, come coscienti gli uni rispetto agli altri, si avrà una serie di rettangoli di ampiezza e forma diverse e di diversa ubicazione, concatenati l’uno all’altro, in modo che ciascun susseguente venga ad essere, specialmente rispetto alle loro porzioni affettive, sovrapposto in parte sul suo antecedente, per una lunghezza non inferiore [p. 312 modifica] a un dato limite tanto nel senso delle ascisse che in quello delle ordinate.

Se al disopra o al disotto di questa serie così concatenata di rettangoli se ne disegnassero altri, concatenati nello stesso modo fra loro, ma non aventi nessuno alcuna loro porzione, in ispecie affettiva, in comune con qualcuno di quelli della prima serie, questa seconda serie starebbe a rappresentare una serie di stati psichici, x, y, z,..., coscienti essi pure l’uno rispetto all’altro, ma incoscienti rispetto alla serie principale a, b, c,..., costituente la «coscienza» propriamente detta dell’individuo; essi starebbero perciò a rappresentare, rispetto a quest’individuo, una breve serie di stati incoscienti, costituenti un principio di sdoppiamento della sua personalità. Invece, due serie di rettangoli, una prodottasi in un dato periodo di tempo e l’altra in un altro anche distante dal primo, potranno, purchè qualcuno della prima serie abbia una qualunque porzione affettiva in comune con qualche altro della seconda, venire considerati come una serie sola.

Brevi serie di stati incoscienti, costituenti un principio di sdoppiamento della propria personalità, sono, come è noto a tutti, oltremodo comuni anche negli individui normali.

Durante il mio soggiorno estivo a Riva Valdobbia, ai piedi del Monte Rosa, ero uso fare tutti i giorni il sentiero mulattiera di Ca’ di Janzo. La discesa, in ispecie a quei tempi, era piuttosto scoscesa e accidentata, bisognava talvolta saltare da un grosso sasso all’altro, alcuni dei quali erano anche malfermi, cosicchè bisognava guardar bene dove si metteva il piede. Le prime volte tale discesa mi divertiva per le sue stesse piccole difficoltà e riusciva a tener sempre desto l’interesse che ponevo nel superarle; riconoscevo uno ad uno i sassi principali già incontrati nelle altre mattine, e se mi rammentavo che il giorno precedente questo o quel sasso aveva traballato sotto il mio piede e minacciato di ruzzolare giù prendevo le mie precauzioni perchè la cosa non succedesse di nuovo. A passeggiata terminata, tutti i fatterelli della discesa, tutti i miei passi e salti più difficili mi ritornavano alla mente, mi apparivano come «coscienti».

Tale passeggiata mi serviva nei primi giorni di gran riposo dalle mie solite meditazioni, perchè non m’interessavo ad altro. A poco a poco, però, questo interesse e la preoccupazione delle piccole difficoltà da superare diminuirono [p. 313 modifica] talmente, che finii per fare la discesa del tutto macchinalmente, pensando nel frattempo ad altre cose, come se avessi camminato sulla strada maestra: tutti i miei passi anche i più difficili, ciascun mio salto da sasso a sasso, anche quelli da eseguirsi in modo che i sassi non si movessero, e ad onta che alcuni di questi sassi si erano certo spostati dopo il mio ultimo passaggio, erano divenuti per me altrettanti atti incoscienti. Infatti, mi trovavo di ritorno all’albergo senza che il più piccolo ricordo di nessun punto un po’ accidentato del sentiero mi desse «coscienza» della discesa effettuata.

Eppure anche durante tale discesa «incosciente» dovevo aver fatto certo molta attenzione ai sassi, al modo di mettere prudentemente il piede su di essi perchè non ruzzolassero giù, tanto più che molti di essi pel continuo passaggio di gente sul sentiero cambiavano ogni giorno di posto e di posizione. I miei passi anche allora non potevano, dunque, essere semplici atti riflessi, bensì dovevano certo essere guidati da altrettanti atti di riflessione concatenati fra loro.

In questo esempio, ciò che al ritorno della mia passeggiata mi appariva come cosciente era la serie delle mie meditazioni, e ciò che mi appariva come incosciente era la serie delle sensazioni e reazioni provocate in me dal mondo esterno. Talvolta, invece, succede proprio l’opposto: ci rimane cosciente, cioè, la serie delle sensazioni esterne e incosciente la meditazione interna; tutto dipendendo dalle circostanze fortuite, le quali fanno sì che sia l’una o l’altra serie a riattaccarsi a quella che seguiterà da allora in poi a costituire la serie principale, la «coscienza» propriamente detta dell’individuo.

Così, se dopo esserci affaticati invano intorno alla soluzione d’un problema, usciamo fuori per riposarci, tutte le sensazioni piacevoli che ci dà la passeggiata, ed esse sole, ci appaiono al nostro ritorno come coscienti; senonchè, ad un tratto, ecco che ci si presenta alla mente la soluzione già pronta del problema, prima invano cercata: la meditazione interna, senza la quale impossibile sarebbe stato di giungere al risultato che ne costituisce il termine, è dunque certo avvenuta, ma essa ci rimane incosciente. Sono troppo note, perchè sia qui necessario di rammentarle, le soluzioni di problemi scientifici celebri avvenute così per via incosciente.

Talvolta, infine, ci rimangono incoscienti tanto la serie delle meditazioni interne che quella delle sensazioni del mondo [p. 314 modifica] esterno: «Un giorno, così racconta il Maury, trovandomi vicino al sig. F., di carattere molto distratto e molto portato alla meditazione, rimarcai che diveniva completamente indifferente alle mie parole e cessava di rispondermi. Sembrava immerso in una riflessione profonda. La sua immobilità era tale che temei fosse per perdere la conoscenza. Lo scossi violentemente per il braccio. — Che volete? mi disse. — Vi sentite male? gli chiesi alla mia volta. — No. — E che facevate allora? — Pensavo. — A che cosa? — In fede mia, è strano, non ne so digià più niente, eppure mi sento come stanco di pensare»7.

In tal caso, dunque, gli erano rimaste incoscienti, tanto la serie delle sensazioni in lui provocate dalle parole che per un certo tempo il Maury aveva seguitato a dirgli quanto la serie delle sue meditazioni.

Da questi casi normali di sdoppiamento passeggero della propria personalità, abbraccianti tutti i casi cosiddetti di distrazione, si passa per gradi a quelli patologici d’uno sdoppiamento vero e proprio.

Così, assai caratteristico è il caso riportato dal Taine: «Ho conosciuto una persona che, parlando, cantando, scrive, senza guardare il foglio, delle frasi seguite e persino delle pagine intere, senza aver coscienza di ciò che scrive. A parer mio, la sua sincerità e perfetta; essa dichiarai che al termine della pagina essa non ha alcuna idea di quanto ha tracciato sul foglio; nel leggere il suo scritto, essa ne rimane meravigliata, talvolta allarmata. La scrittura è diversa dalla sua scrittura ordinaria. Il movimento delle dita e del lapis è rigido e sembra automatico. Lo scritto finisce sempre con una firma, quella di qualche persona morta, e porta l’impronta di pensieri intimi, di uno sfondo mentale, che l’autore non avrebbevoluto divulgare»8.

Del tutto analogo a questo è il caso riportato dal Janet. Questi suggerisce a un’isterica, chiamata Lucia, in istato di sonnambulismo, che a un dato segnale, una volta sveglia,essa scriverà una lettera qualunque. «Ecco ciò che essa scrisse senza saperlo: “Signora, io non posso venire Domenica, come [p. 315 modifica] eravamo intesi; vi prego di scusarmene. Sarà per me un piacere di venire da voi, ma non posso accettare per un tal giorno. La vostra amica, Lucia. — P. S. Tante cose, vi prego, ai bambini„. Questa lettera automatica, osserva il Janet, è corretta e indica una certa riflessione. Lucia parlava di tutt’altre cose e rispondeva a diverse persone mentre scriveva. Del resto, essa non comprese niente alla vista di questa lettera quando gliela mostrai e sostenne che io avevo copiato la sua firma»9.

In un’altra esperienza, Janet suggerisce al medesimo soggetto durante il sonno ipnotico: Voi moltiplicherete per iscritto 739 per 42. Al suo risveglio, e al segnale dato, «la mano destra scrive regolarmente le cifre, fa l’operazione e non si ferma che quando tutto è finito. Durante questo tempo, Lucia, bene sveglia, mi raccontava l’impiego della sua giornata e non cessò neppure un momento di parlare mentre la sua mano destra calcolava correttamente»10.

Gli sdoppiamenti della personalità veri e propri dimostrano poi nel modo più evidente quanto sopra dicevamo, cioè che gli stati psichici x, y, z,..., incoscienti rispetto alla serie principale a, b, c,..., possono essere invece, se soddisfacenti alle solite condizioni sovraesposte, coscienti fra loro. Infatti, la doppia personalità consiste precisamente in questo, che tutta una lunga serie di stati, incosciente per l’una delle due personalità, costituisce invece una serie cosciente per l’altra.

Così, p. es., pel sonnambulo, quanto ha fatto durante l’accesso gli appare come incosciente allo stato di veglia, ma torna spesso ad essergli cosciente in un accesso successivo. La malata del Dr. Mesnet proseguiva in un accesso i progetti di suicidio concepiti durante l’accesso precedente e completamente dimenticati nell’intervallo lucido; essa si rammentava allora tutte le circostanze dell’altro accesso. Macario racconta d’una giovane sonnambula, alla quale un uomo aveva fatto violenza mentre essa si trovava sotto un accesso, e che, una volta svegliata, non aveva più alcun ricordo, alcuna idea di questo tentativo; fu soltanto in un nuovo accesso che essa rivelò alla sua mamma l’oltraggio commesso su di lei11.

[p. 316 modifica]Talvolta l’uno stato ha coscienza dell’altro, ma quest’ultimo non ha coscienza del primo. Così p. es. la giovane donna ad esistenza doppia del Dr. Azam «presentava uno stato normale, sebbene esso pure patologico perchè la donna era isterica, e uno stato in cui essa si mostrava del tutto diversa per il carattere e per le idee. In questo secondo stato essa si rammentava di ciò che aveva fatto nel primo, mentre che quando essa ritornava in questo perdeva completamente la memoria di quanto aveva detto e fatto durante l’altro periodo mentale. Vi erano in lei come due persone distinte, e questa alternanza di personalità presentava un’analogia significante col sonnambulismo naturale, senza che però questa giovane donna fosse sonnambula propriamente»12.

Nessuno più di questi esempi, che potremmo moltiplicare a piacere, è atto a mettere in evidenza come ciascuno stato psichico di per sè stesso non sia nè cosciente nè incosciente, ma divenga l’uno o l’altro soltanto rispetto a qualche altro stato psichico di riferimento. La coscienza, in altre parole, non è alcun carattere a sè che possa essere rivestito da uno stato psichico per conto proprio ed esclusivo, bensì è la caratteristica d’un rapporto fra due o più stati psichici. Uno stato psichico, anche se considerato isolato, potrà venir sempre riconosciuto, ad es., come avente un dato carattere emotivo piuttosto che un altro, come imaginativo anzichè volitivo, e così via; non potremo mai dire, invece, finchè isolato, se esso sia cosciente o incosciente. Soltanto se riferito a un altro stato psichico potremo dire che, rispetto a quest’ultimo, esso è cosciente o incosciente. E se cosciente rispetto a uno stato psichico A, potrà essere incosciente rispetto a un altro stato psichico B.

La coscienza non è dunque nessuna proprietà intrinseca o assoluta degli stati psichici; bensì una proprietà ad essi estrinseca e relativa, che si accompagna a certe modalità di riferimento che questi stati psichici vengono ad avere fra loro.

Milano.

Note

  1. Cfr., p. es., Bain, The Emotions and the Will, Fourth edition, London, Longmans Green, 1899, Chap. XI, Consciousness, pag. 539-546.
    «Chiunque tenti in buona fede e con fermo proposito di farsi un’idea chiara di ciò che debbasi intendere per coscienza, troverà la cosa tutt’altro che così facile come si sarebbe disposti ad arguire dall’uso che così di frequente e con tanta disinvoltura facciamo di questa parola» (Maudsley, The Physiology of Mind, London, Macmillan, 1876, pag.-45).
  2. Ribot, Les maladies de la personnalité, Paris, Alcan, 1906, pag. 6.
  3. Cfr., p. es., Binet, La psychologie du raisonnement, Paris, Alcan, 1902, pag. 165.
  4. Ribot, Les maladies de la mémoire, Paris, Alcan, 1901, pag. 143-144.
  5. Ribot, Les maladies de la mémoire, Paris, Alcan, 1901, pag. 144.
  6. Maury, Le sommeil et les rêves, Paris, Didier, 1878, pag. 46.
  7. Maury, Op. cit., 228.
  8. Taine, De l’intelligence, 8e èdit., Paris, Hachette, 1897, Tome I, pag. 16-17.
  9. Janet, L’automatisme psychologique, Paris, Alcan, 1907, p. 263-264.
  10. Janet, ibid., 263.
  11. Maury, Op. cit., 234.
  12. Maury, Op. cit., 237-238.