Sino al confine/Parte III/Capitolo II

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Capitolo II

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II.


Eppure, dopo quel giorno, ella cominciò a provare nuovi scrupoli, sembrandole di peccare col darsi completamente a suo marito. Ricordava le teorie di sua madre e le velate allusioni del suo confessore, riguardo alla castità ed alla temperanza che deve regnare nei rapporti fra due sposi; e la umiliava il pensiero che Francesco possedesse il suo corpo e non la sua anima. Il segreto che ella non riusciva ancora a confessargli li divideva.

Inoltre le sembrava ingiusto che ella godesse mentre qualcuno soffriva per colpa sua. Le antiche superstizioni la riprendevano ed era certa che una disgrazia l’attendeva; il suo destino era lì, vigile, pronto a farle scontare i piaceri a cui ella s’abbandonava. E a misura che i suoi sensi si destavano e che i baci di Francesco riuscivano per qualche attimo a farle dimenticare il passato, ella sentiva una depressione morale, un desiderio di penitenza e una tristezza infinita. Allora cominciò a cercare dei pretesti per sfuggire agli abbracci dello sposo. Quando egli la chiamava ella si sentiva svenire dal desiderio di correre a lui; ma il suo istinto di privazione era tanto forte [p. 192 modifica]che ella riusciva quasi sempre a vincersi. E se qualche volta cedeva, «dopo» provava un senso di vergogna e di disprezzo contro sè stessa.

Un giorno arrivò una seconda lettera scritta da Luca a nome di sua madre: fra le altre notizie — il tempo era orribile, l’ex-frate era morto, Paska aveva l’influenza — c’erano quelle di ziu Sorighe: egli si teneva sempre nascosto, e alcuni continuavano ad accusarlo, altri a difenderlo: la situazione era immutata.

Gavina diventò pallida, e rimase a lungo immobile e cupa davanti alla finestra. Francesco dormiva. Ella vedeva attraverso i vetri il cielo d’un azzurro intenso, sparso qua e là di macchie argentee, e nonostante la sua inquietudine ricordava i meriggi primaverili del suo orto, le ore in cui aspettava il postino; e le sembrava di essere stata felice allora, tanto adesso soffriva. Piano piano s’avvicinò al letto e stette a guardare Francesco, quasi lo vedesse per la prima volta. Egli era pallido, con le palpebre un po’ livide e la bocca socchiusa. Un’espressione di stanchezza e di tristezza gli stirava i lineamenti, e senza i capelli nerissimi e lucidi, ora che gli occhi sparivano sotto le palpebre stanche, il suo volto si sarebbe detto quello di un vecchio. Ella ebbe pietà di lui. Eppure bisognava svegliarlo dal suo sogno. Ma, come scosso dalla presenza di lei egli si svegliò, le sorrise e il suo volto [p. 193 modifica]si trasformò, riprendendo la solita espressione gaia.

— Che fai lì, Gavina?

— Leggevo la lettera di mia madre. Vuoi che te la legga?

— E perchè no? Ma vieni qui.

La fece sedere sul letto, accanto a lui, l’attirò a sè e la baciò: ella si dibatteva, sfuggiva alle labbra di lui; ma all’improvviso parve pentirsi, gli si abbandonò sul petto e lo guardò; e nei suoi occhi la voluttà e il dolore stesero un velo simile a quello del crepuscolo, quando la luce e l’ombra si fondono pur combattendosi.

Poi ella sedette ancora sull’orlo del letto e disse piano quasi tremando:

— Ora ti leggerò la lettera. Ascolta....

Ma non si decideva a svolgere il foglio: a capo basso, curva su sè stessa, pareva vinta dal sonno.

— Leggi, Gavina!

Invece di leggere ella disse esitando:

— Senti, dimmi, si può smarrire una lettera raccomandata?

— È difficile, ma può succedere. Perchè?

— Ascoltami.... Devo dirti una cosa.... Mi ascolti? — ella ricominciò sottovoce, con l’accento umile e ansante che usava un tempo col suo confessore. — Ma non parlare, non interrompermi finchè non ti avrò detto tutto. Tu dicevi l’altro giorno che eri convinto del [p. 194 modifica]suicidio di Priamo Felix. Anch’io ero convinta.... cioè sapevo. Sì, egli si è ucciso.... Lo scrisse a me, prima di uccidersi. Sì, a me.... taci! Ascolta!

Egli ascoltava, e non sembrava turbato e neppure sorpreso.

— Tu mi devi, non perdonare, ma comprendere. Io ricevetti la lettera un’ora prima della nostra partenza. Tu eri così felice! Io non volevo turbare la tua gioia, volevo aspettare, per dirti ogni cosa. Tu, che avresti fatto? Io ho fatto male, ora me ne accorgo, — ella proseguì, senza aspettare la risposta di lui, che ascoltava attento, con gli occhi lucenti fissi sul viso di lei; — ho sempre fatto male, io! Ma senza volerlo, anzi credendo di far bene. L’altro giorno, dunque, dopo aver letto che si accusava zio Sorighe.... tu lo conosci.... quel vecchio che noi abbiamo avuto al nostro servizio.... io mandai, raccomandata, al canonico Bellìa, la letterina con la quale Priamo mi diceva che si sarebbe ucciso. Ero certa che si sarebbe spiegato l’equivoco. Invece no! Invece no.... perchè? E adesso.... tu forse lo sai, zio Sorighe.... è scomparso.... è latitante.... sotto la falsa accusa...

— Tu hai scritto!... — gridò Francesco, battendo le mani sul lenzuolo; ed ella trasalì come se egli l’avesse percossa, ma sollevò la testa, con la solita fierezza, e le parve di essersi liberata dall'incubo. Ora occorreva solo [p. 195 modifica]difendersi davanti a Francesco. Balzò giù dal letto e stette dritta e ferma davanti a lui fissandolo in viso.

— Tu non sapevi niente? — gli domandò.

— Se tu supponevi che io sapessi qualche cosa perchè hai taciuto finora?

— Io credevo.... io volevo.... speravo trarmi d’impiccio senza darti questo dispiacere.... Ma tu non leggi i giornali?

— Ti ripeto.... ma no.... no, ti ripeto....

— Non arrabbiarti! Io credevo.... credevo che tu sapessi e non me ne parlassi per la stessa ragione.... di delicatezza, che impediva a me di parlartene. Ora però bisogna spiegarci.... Però se tu non mi ascolti con calma, io.... io.... non ti dirò nulla! Credevo, credevo.... — insistè, ricominciando a piegarsi e appoggiando la mano sul cuscino — credevo che tu sapessi. La notizia del suicidio la sapevi.... sei stato tu a dirmelo....

— L’ho saputo per caso. Dopo non ho letto più giornali dell’isola. Non ne ho, lo sai!

Ella parve convinta. Egli si era alzato a sedere sul letto, col gomito appoggiato al guanciale, e non cessava un momento di fissarla calmo, ma d’una calma troppo ostentata per essere naturale. Le domandò!

— Come era la lettera di Priamo? Come te l’ha mandata?

— Con zio Sorighe, appunto....

— Il canonico Bellìa sa questa circostanza? [p. 196 modifica]

— Sì.

— Dimmi.

Mentre ella ripeteva parola per parola la lettera di Priamo, il suo volto si copriva d’un rossore livido, o i suoi occhi si velavano di lagrime ardenti. Francesco domandò!

— Aveva ragione di scriverti così?...

— Non so.... non credo! No, no! Non sono colpevole, ti giuro, no, Francesco! Io non gli promisi mai niente. Un giorno, molti anni or sono, mentre eravamo ancora bambini, egli venne nella nostra vigna e mi disse che non voleva più farsi prete perchè mi amava. Gli risposi che lo avrei aspettato: ero una bambina! Ma dopo compresi che la mia promessa era una sciocchezza. Molte cose accaddero: mio padre morì; non rividi più, da solo a solo, quell'infelice, non gli diedi più alcuna speranza, gli feci sapere che non pensavo più a lui.... Tu sai il resto. Tu stesso hai detto che egli doveva finire così.

— Egli doveva finire così! — egli ripetè, ma scosse la testa e nelle sue parole vibrò un accento d’ironia.

— Che dovevo fare? — ella riprese, esaltandosi. — Dimmelo tu: che cosa dovevo fare? E bisogna che io agisca subito. Subito, Francesco, subito.

— Che puoi fare senza prove, adesso? Che cosa dirai? Come farai? Possono anche supporre che tu lo faccia per salvare zio Sorighe. [p. 197 modifica]

Egli è stato vostro servo, egli può averti fatto dei favori....

— Francesco! Tu parli così? Tu?

— Io suppongo semplicemente.

— E lo fai così, con tanta calma? Vuol dire che non t’importa nulla di me....

— Oh, m’importa più di quanto puoi figurarti!

— E allora perchè parli così? Tu devi aiutarmi! «Devi», capisci? Se ho fatto del male, finora, l’ho fatto perchè nessuno mi aiutava.... perchè ero sola....

— Ma non eri più sola il giorno in cui ci siamo sposati. Ma io non ti faccio alcun rimprovero. Calmati. Nessuno può comprenderti meglio di me. Ricordati quello che ti dissi nel nostro primo colloquio. Te lo ricordi? Lo parole sono inutili, solo i fatti contano.

— Ma i fatti son causati dalle parole! E se tu ora non mi dài un consiglio, se tu ora non mi ajuti....

— Ma, e tu farai quello che io ti consiglierò? Lo farai? Vedremo! — egli disse, alzandosi e cominciando a vestirsi. — Del resto d’ora in avanti tu forse non avrai più bisogno di consigli! La lezione è stata dura, confessalo. Tu dici che sei stata sempre sola. Foste stato così, davvero! Avresti potuto essere un’altra! Ma appunto perchè avevi chi ti guidava sei stata condotta a questo punto.

— E ora basta! Non tormentarmi così — [p. 198 modifica]ella disse, aggirandosi intorno a lui e stringendosi nervosamente la testa fra le mani. — Parleremo poi di questo. Ora pensiamo al da farsi. Dimmelo subito! Dimmelo!

— Prima di tutto, ti ripeto, devi calmarti. Non cominciare coi tuoi inutili rimorsi, adesso! Ti conosco, sai.

— Tu mi conosci? Tu credi così? Bisogna finirla, con questa tua illusione. Io sono cattiva, io sono orgogliosa Ho sempre mentito, e anche poco fa non ti ho detto tutta la verità. Tu mi hai domandato se «egli» aveva ragione di scrivermi come mi ha scritto: io ti ho risposto di no. E invece «egli» aveva forse ragione. Egli è morto per colpa mia, perchè l’ho respinto mentre gli volevo bene, e non ho tenuto la promessa... Ed egli è caduto in basso per me. Egli andava da Michela per parlarle di me. Egli ha perduto Michela e si è perduto, per dolore, non per amore! E tu dici di conoscermi. Ecco che cosa sono io: sono della stessa famiglia di Luca, della stessa razza di Michela.

Mentre parlava ella s’era avvicinata alla finestra, nascondendo il viso fra le tende. Francesco finiva di vestirsi: era pallido in viso, ma i suoi occhi la seguivano con uno sguardo calmo e freddo.

— Luca e Michela! — disse piano, come fra sè. — Ma lasciali stare! Lo capirai un altro momento, chi sono loro! [p. 199 modifica]

— Oh lo capisco anche adesso! Sono due infelici: mie vittime.... tu vuoi dire questo.

— Oh finiamola! Non lasciarti riprendere dal solito istinto di farti del male, e non accusarti davanti a me di delitti immaginari. Abbiamo da pensare ad altre cose. Vieni qui!

Egli aprì l’uscio del gabinetto e andò a sedersi davanti al suo piccolo scrittoio; scrisse alcune parole su un modulo di telegramma e gliele fece leggere.

«La prego dirmi se ha ricevuta la mia raccomandata. Tardando risposta verrò personalmente ritirare lettera Felix e provvedere. Gavina».

— Va bene, — ella disse.

Egli si alzò e andò a spedire il telegramma E da quel momento ella fu apparentemente calma. Si propose di non tormentare Francesco con domande inutili, anche per dimostrargli la sua piena fiducia; e più tardi lo accompagnò al Policlinico. Anch’egli era calmo, al solito, ma taciturno. Camminarono a lungo, silenziosi, sotto le mure rossicce incoronate di una capigliatura melanconica di erbe selvagge. La strada solitaria, coi suoi villini quieti e gli alberi immobili e come dipinti sul cielo chiaro, pareva slanciarsi verso un orizzonte vaporoso; e qua e là, su pali enormi, si leggeva una scritta misteriosa, come sull’ingresso di certi palazzi di fiaba: «chi tocca i fili muore». La Città era, lontana; ma [p. 200 modifica]all’improvviso, allo svolto della strada, apparve un paese incantato. Palazzine gialle, sorrette da portici eleganti, sorgevano fra piccoli giardini i cui viali erano cosparsi di rena dorata: statue e bassorilievi di marmo decoravano le facciate e i frontoni; le terrazze bianche scintillavano al sole, e fra le palme nane e i piccoli abeti e nello sfondo dei porticati sorretti da colonne che parevano di bronzo si scorgevano le linee della campagna, arrossate dal tramonto, e i profili cerulei dei monti lontani.

Francesco e Gavina penetrarono in questo luogo che sembrava un rifugio di poeti felici ed era invece la città del dolore. Entrando in uno dei padiglioni ella sentì subito quell’odore sgradevole che rendeva soffocante l’aria del gabinetto medico di suo marito, e provò un senso di ripugnanza e di paura. Non aveva mai veduto un ospedale: s’aspettava di udire grida e gemiti, e fu sorpresa nel sentire, su per la scala di marmo, uno scroscio di risa, un chiasso giovanile. Era giorno di lezione; gli studenti salivano rumorosamente le scale, e in mezzo a loro una donna giovanissima, alta e pallida, con un mantello scozzese grigio e bianco, rideva, e saliva in fretta, accerchiata e quasi spinta dai suoi compagni.

Gavina la guardò a lungo, con diffidenza e curiosità. Ecco dunque una medichessa una [p. 201 modifica]di quelle donne che vivono come uomini tra gli uomini, e alla cui esistenza ella un tempo non credeva, tanto le sembrava inverosimile. La studentessa rispose al saluto di Francesco, e poco dopo Gavina distinse il mantello scozzese attaccato fra i mantelli degli studenti, nel corridoio caldo e cupo. Fra quei mantelli, ciascuno dei quali aveva per così dire una fisionomia, e tradiva la povertà, la ricchezza, la modestia o l’eleganza del suo padrone, il mantello scozzese conservava la sua distinzione, ma pareva si abbandonasse con fiducia al contatto dei suoi compagni di riposo.

Nonostante le ansie che l’agitavano, Gavina guardava e osservava: quel modesto mantello le rivelava molte cose. Francesco spinse un grande uscio a vetri ed ella vide una vasta camera bianca sorretta da colonne. Le malate, nei loro lettucci bianchi, volsero gli occhi all'uscio, tranquille e silenziose, ma come in attesa di qualcuno. Solo le convalescenti, sedute accanto ai finestroni dai quali si scorgeva il giardino illuminato dal sole, lavoravano e ridevano e non badavano ai visitatori: esse non aspettavano più, poiché la salute era già tornata.

Francesco s’avvicinò al letto d’una ragazza il cui viso bianco e lucido era incorniciato da una folta capigliatura rossa.

— Come stai? Ecco la signora!

La ragazza volle sollevarsi e parlare, ma [p. 202 modifica]dalla sua gola uscì come il rumore stridente d’una lima, poi una tosse rauca e forzata. Allora cominciò a far cenni a Gavina, per domandarle scusa; ma Francesco le respinse la testa, sul guanciale e gridò con durezza:

— Sta ferma! Se non guarisci presto mi prenderò un’altra cameriera!

Gavina però sorrise all'ammalata e le disse pietosamente:

— Non crederlo: ti aspetteremo, guarisci presto.

Nel letto attiguo giaceva una donna giovane, il cui viso d’un roseo acceso spiccava fra una massa di capelli neri ondulati. I suoi grandi occhi scuri brillavano e parevano sorridenti; una striscia di pelle, con una placca argentea, le circondava il collo nudo. Mentre Gavina la osservava, l’infelice, da pochi giorni operata di un tumore alla gola, fu presa da una crisi nervosa: allora Francesco aiutò l’infermiera a toglierle la placca dalla gola squarciata ed a cambiar la cannula, e Gavina vide il buco nerastro, e le parve di soffocar anche lei. Uscì quasi fuggendo dal camerone, vide altri ed altri malati; in una sala operatoria osservò che il pavimento si abbassava agli angoli, quasi per lasciar meglio scorrere il sangue dei pazienti, e una tristezza infinita la vinse. Per tutta la sera pensò all'ammalata sulla cui gola pareva che il dolore avesse applicato il suo spaventoso sigillo. [p. 203 modifica]

Rientrando a casa, Francesco domandò se era arrivato un telegramma per la signora.

— Nulla.

L’indomani mattina il signor Zanche suonò invano alla porta del piccolo appartamento. Gavina lo vide, ma non aprì. Aspettava la risposta del canonico Bellìa, e le pareva che nessun’altra cosa al mondo potesse oramai interessarla. Seduta accanto alla finestra della sua camera, guardava il villino di fronte e la distesa delle case gialle e rosee al sole, al di là della via. Rumori confusi, vibrati nell’aria diafana, arrivavano fino a lei, ma come da una città lontana; tutto era chiaro e trasparente, eppure di tanto in tanto ella provava come un’impressione di soffocamento. Allora le ritornava in mente la figura dell’ammalata di gola, la cui vita dipendeva dall’infermiera impassibile, e le sembrava di rassomigliarle: un filo spaventevole stringeva il suo collo, e un fantasma 1e stava accanto, permettendole di respirare appena quel tanto che le impedisse di morire.

Francesco la trovò pallida, con le pupille torbide. Anche lui era preoccupato. Si gettò sul letto, ma non dormì e quando la portinaia suonò recando la posta dell’isola, balzò su e corse a vedere.

— Nulla.

Gavina teneva in mano una cartolina illustrata, coi saluti d’una sua parente, e la [p. 204 modifica]guardava con tristezza: anch’egli prese in mano la cartolina e la guardò fisso; poi sollevò gli occhi e incontrò quelli di lei. Non parlarono, ma compresero a vicenda la loro crescente inquietudine.

La mattina dopo, appena si alzò, Francesco trasse il suo portafoglio e contò i denari che aveva.

— Tu hai abbastanza denari, Gavina? E dunque bisognerà andare? Che dici?

Ella non rispose: pensava alla sorpresa e allo spavento che avrebbe provato sua madre rivedendola così presto, ai commenti del canonico Sulis e alle chiacchiere del paese. Francesco rimise in tasca il portafogli, la guardò e le fece un segno di addio.

— Avrai paura a star sola?

— Come, sola? Non verrò anch’io?

— Che cosa vieni a fare? — egli disse pacatamente. — Il canonico Bellìa, tu lo capisci bene, non tiene conto della tua minaccia d’andargli a fare una visita. Vedendoti comparire proverebbe un’emozione troppo forte. Lascia dunque che la visita gliela faccia io solo: hai promesso di seguire i miei consigli.

— Fa come credi. Ma egli potrà dire che non ha a che fare con te.

— Tu non pensare a quello che egli potrà dire. Tu devi soltanto promettermi di stare tranquilla, nei quattro giorni che io starò assente. Hai paura? [p. 205 modifica]

Ella aveva paura, ma si guardò bene dal dirlo. Invece di rispondere, domandò:

— Che dirai a mia madre?

— Le dirò che ho dimenticato il fazzoletto e che vado a riprenderlo.

— Non scherzare, Francesco! Dimmi che cosa le dirai.

— Non pensarci, troverò una scusa. Le dirò che sono stato citato a comparire come testimonio davanti al giudice istruttore. E non sarà la verità? Dovrò andare dal giudice. Ed ora lasciami andare: alle undici sarò qui e prenderemo gli ultimi accordi.

Egli uscì, dopo averla baciata e salutata. Era tranquillo, e pareva non desse alcuna importanza all’avvenimento; e la sua calma suggestionava Gavina.

— Fra cinque giorni egli ritornerà e tutto sarà finito, — ella pensava.

Francesco rientrò dopo mezzogiorno, scusandosi di non essersi potuto sbrigare prima.

— Abbiamo avuto tre operazioni. C’era una donna che sembrava ossessa: mordeva e urlava anche sotto l’azione del cloroformio.

Era la prima volta ch’egli parlava di ciò che aveva fatto nella clinica, e sembrava stanco. Ella lo ascoltava e non osava parlargli della sua partenza; ma appena ebbe finito di mangiare, egli si alzò e guardò l’orologio.

— Qualunque cosa ti occorra puoi far telefonare alla clinica. La portinaia salirà da te [p. 206 modifica]ogni momento, e dormirà qui, se tu vorrai. Tu non hai davvero paura di star sola?

— Perchè dovrei aver paura? Piuttosto starò inquieta per te!

— Il mare sarà tranquillo, stanotte. Dormirò bene. Io aveva una borsetta: dov’è andata a finire?

Ella cercò la borsetta; ed egli vi mise dentro qualche oggetto, poi guardò ancora l’orologio.

— C’è un’ora di tempo. E la posta non arriva oggi?

Andò a vedere, ma non c’era nulla. Risalì, si buttò sul letto e volle che Gavina gli si avvicinasse.

— Che devo dire a tua madre? Che Roma ti piace? Che sei contenta? No? Perchè piangi ora? Non sei contenta di stare a Roma? Di stare con me? Su, di’! Sei pentita?

— Francesco.... Francesco.... — ella disse, balbettando e singhiozzando. — Tu fai.... per me.... tanto.... e mi domandi se.... Devi esser pentito.... tu, non io!

— Io? Perchè? — egli rispose con calma — Ma per nulla!


*


Rimasta sola Gavina si buttò sul letto e vi rimase a lungo agitata da un tremito nervoso. Il guanciale conservava l’odore dei capelli di Francesco, ed ella vi figgeva le labbra e singhiozzava. [p. 207 modifica]

— Tu dici di non esser pentito! Ma non può essere vero! Non m’inganni, no! Tu ora vai, vai e sai di andare verso una grande umiliazione, e forse pensi: «con un’altra donna questo non mi sarebbe accaduto. Sarei stato felice e tranquillo, mentre con lei non ho avuto e non avrò che dispiaceri e noie».

Per tre giorni lo seguì amorosamente col pensiero, senza abbandonarlo un solo momento. Eccolo arrivato. Egli va dritto in casa del canonico Bellìa; è sera: il canonico se ne sta seduto accanto al fuoco e legge il breviario, ma all’improvviso gli dicono, curiosi e stupiti, che il dottor Francesco Fais desidera vederlo, ed egli solleva gli occhi, segno di grande emozione in lui, si alza e s’avvia al salotto. Gavina, ha davanti agli occhi il melanconico salottino pieno di statuette, di quadretti, di fiori artificiali coperti da campane di vetro. Dalla finestra si scorge l’orto scuro, co’ suoi alberi spogli e le roccie dietro le quali Priamo l’ha baciata. Forse Francesco, mentre aspetta, guarda laggiù, e non sa che laggiù è cominciato il dramma al quale egli vuol porre termine. Egli non sa; egli non sa quanto ella è stata cattiva e bugiarda: se lo sapesse non si adoprerebbe tanto per lei. Ma al suo ritorno ella vuol confessargli tutto, vuol accusarsi con lui come un tempo si accusava col suo confessore.

Mentre è ripresa da questa antica smania [p. 208 modifica]di umiliazione e di espiazione, ella cerca di indovinare quello che succede nel salottino del canonico Bellìa: egli entra, calmo, severo, con le palpebre livide abbassate e le sopracciglia corrugate, ma finge di non essere sorpreso per la venuta di Francesco, e dopo un breve colloquio finisce col restituirgli la lettera.

— Volevo evitare uno scandalo, un grave danno per la nostra cara Gavina. Fra due o tre giorni verrà riconosciuta l’innocenza del vecchio, che a quest’ora avrà già provato il suo alibi: nessuno pensa a perseguitarlo sul serio, ed egli si è nascosto perchè ci prova gusto. È un vecchio avventuroso; fra qualche giorno tornerà alla sua chiesa, alle sue canzonette, alle sue chiacchiere, e forse gli dispiacerà che l’avventura sia finita. Perchè dargli tanta importanza? Capisco: quella cara figliuola! Ha una coscienza così fina! E come sta? Le piace stare a Roma? Ma ora sarà inquieta per questo viaggio. Questo incidente!... mi dispiace; mi dispiace: ecco la lettera, ma non facciamo uno scandalo inutile, mi raccomando!

Francesco prende la lettera e se ne va senza rispondere. Ora è là, nella stanza da pranzo vasta e severa: Paska piange nel vederlo; la signora Zoseppa lo guarda spaventata. Egli la bacia ridendo, la rassicura, domanda notizie di Luca. Luca è ubbriaco. Nel veder [p. 209 modifica]Francesco sogghigna e gli domanda se con Gavina si sono già bisticciati e se ella lo ha già costretto a fuggire....

Anche in sogno ella pensava a Francesco e le pareva di esser con lui nell’orto del canonico Bellìa, dietro la roccia; entrambi decifravano la lettera di Priamo, ed ella si accorgeva che i caratteri eran stati alterati.

Francesco era partito il giovedì: il sabato le mandò un telegramma:

«Riavuta lettera. Ripartirò domani mattina».

L’indomani altro telegramma:

«Riparto. Tutto fatto. Sta’ tranquilla».

Allora si sentì tranquilla. Se egli ripartiva tutto era finito; una vita nuova cominciava, ed ella si sentiva quasi felice, o almeno piena di speranze e di buoni propositi, come un convalescente. Verso il tramonto uscì e vagò a lungo, spinta da un desiderio di vita e di moto; camminò rasente ai muri, per via Venti Settembre, scese per le Quattro Fontane, risalì per via Veneto. Era un crepuscolo mite e luminoso. Una rosa s’affacciava sul muro di un giardino, e pareva sognasse come una fanciulla. S’udivan rumori lontani, scroscianti, come se la città fosse circondata di cascate; ma il viale era quasi deserto. Sul cielo violetto, attraverso i rami spogli degli alberi, saliva la luna d’oro circondata da alcune stelle verdognole. Ad un tratto, sul marciapiede [p. 210 modifica]chiaro, ella vide scintillare una pietruzza verde che pareva riflettesse lo splendore delle stelle; la raccolse e la mise sulla palma della mano: sembrava una lucciola. Era uno smeraldo caduto da un anello. Questa fortuna le parve di buon augurio e finì di rallegrarla. Ma quando rientrò la portinaia le diede una busta gialla, chiusa, dicendole che l’aveva lasciata «quel signore che veniva tutti i giorni» ed ella si sentì battere il cuore: palpò la busta e le parve che dentro ci fosse un giornale. Risalì ansando le scale e accese il lume; ma prima di aprire la busta esitò come uno che ha paura di spalancare una porta dietro la quale forse lo attende un pericolo. Finalmente spiegò il giornale e vide, nella seconda pagina, un rettangolo segnato in rosso. Non s’era ingannata; la notizia era là, fra quei limiti che parevan tracciati col sangue.

«Scoperta macabra. — Oggi alcuni pastori hanno trovato, nella regione detta «Annotta’a bidda», quasi in cima al Monte San Teodoro, un cadavere mezzo divorato dagli avoltoi. È stato identificato: è il cadavere del vecchio guardiano della chiesa di San Teodoro, lo stesso che era stato accusato dell’assassinio del giovane prete Priamo Felix. La morte del vecchio risale a quattro giorni fa, e pare sia dovuta a sincope: il disgraziato soffriva di male cardiaco. Ad ogni modo si esclude l’ipotesi di un delitto». [p. 211 modifica]

Ella si sentì piegare le gambe; sedette, con le braccia lungo i fianchi, il busto piegato in avanti, la testa curva, come abbandonandosi spossata ai colpi di un assalitore spietato.


*


Francesco arrivò l’indomani mattina. Appena la vide, livida in viso, febbricitante, con gli occhi pieni di spavento, si accorse che ella sapeva già tutto. La costrinse a coricarsi e le prese il polso:

— Tu non hai dormito, stanotte. Tu hai un po’ di febbre. Ebbene, che cosa vuoi fare? Non c’è più nulla da fare.

— Ma perchè hanno fatto così? Dimmi solo questo, Francesco!

— Non lo so! non lo so! Che cosa vuoi che ti dica? il canonico Bellìa credeva, era convinto che la lettera di Priamo fosse stata falsificata da zio Sorighe. I caratteri infatti sono alterati. È sincero? Non lo so! Egli dice che non volle presentarla per paura di aggravare la situazione dell’accusato....

Ella sospirò, quasi rantolando, e fissò gli occhi in quelli di Francesco.

— Ma tu, tu l’hai presentata, la lettera?

— Ho fatto tutto. Sta’ tranquilla.

Egli raccontò il suo viaggio, la sorpresa della signora Zoseppa, le domande di Paska, [p. 212 modifica]la visita al canonico Bellìa, la sua angoscia nell’apprendere, la sera stessa del suo arrivo, la notizia della morte di zio Sorighe.

— Prevedevo che anche tu l’avresti saputa prima del mio ritorno. Hai passato delle brutte ore, non è vero? Adesso tutto è passato; devi stare tranquilla, non devi agitarti così....

— Tutto è passato? Tu dici questo? E il vecchio? Egli è morto per colpa mia.

— Oh Dio, non ricominciamo! — implorò Francesco. — Ora basta! Tu potrai ammalarti, tormentarti, e tormentarmi per tutta la vita, non riuscirai a rimediare nulla. E tempo di finirla, invece: capiscilo, capiscilo. Tutto dev’esser finito.

— Capisco. Perdonami, — ella disse; e volse il viso contro il guanciale e pianse.

Egli tacque: capiva benissimo che il dramma, invece che finito, stava forse per cominciare. Per distrarla riprese a raccontarle gli episodi del suo viaggio, le notizie di casa, le chiacchiere del canonico Sulis, del quale rifaceva la voce e i gesti. Poi, stanco, si gettò sul letto e finse di addormentarsi. Allora Gavina, che sentiva anche lei un senso di grave stanchezza e aveva la schiena indolenzita come dopo un lungo viaggio, volle alzarsi per mettere in ordine la saletta da pranzo, ma le sembrò che la mano di suo marito, che stringeva la sua, le impedisse di muoversi. Quel contatto le comunicava un calore ardente, che [p. 213 modifica]dalla mano si spandeva per tutte le membra. Il sonno e l’immobilità di Francesco le davano fastidio e quasi la offendevano. Come egli poteva dormire, dopo quanto era accaduto? Ella ricordava il modo con cui egli trattava i malati e pensava:

— Che cosa contano due o tre vite umane per uno scienziato? Zio Sorighe era vecchio, logoro, malato: e anche l’«altro! L’altro doveva finire così!»

Ma ad un tratto le parve che ella pensasse così per confortarsi, più che per scusare la calma di Francesco, e di nuovo cominciò ad accusarsi, cercando i ricordi più lontani e pietosi che potessero farla soffrire. Rivedeva il vecchio guardiano nella vigna, lo sentiva cantare e ripetere il solito ritornello. Egli le aveva voluto bene: ed ella lo aveva fatto morire. Poi pensava a Luca ed alle sue accuse insensate. Che penserebbero sua madre e Paska, se sapessero? Ancora una volta, forse, la crederebbero capace d’istinti omicidi...

Più tardi ella cominciò a vaneggiare. Il suo polso batteva irregolare e violento, e i suoi occhi spalancati avevano una lucidità opaca.

A un tratto si mise a cantare con voce rauca e incerta il ritornello

Su sordadu in sa gherra.


Francesco aspettava la crisi, tranquillo in apparenza quasi quanto quel soldato in guerra [p. 214 modifica]che davanti al pericolo s’era persino dimenticato di Dio, ma quando la sentì cantare impallidì.

Ella guardò verso l’uscio e disse sottovoce:

— Guarda se sono andati via.

— Ma chi? — egli domandò curvandosele sopra, e sollevandole rapidamente una palpebra.

— Loro due! Zio Sorighe e l’altro! Li ha condotti il signor Zanche, nojoso. Va e guarda. Come, tu non mi credi? — disse alzando la voce e respingendolo. — Io sono bugiarda, sì, ma tu ora non mi credi neppure quando dico la verità!

Subito, dopo rise forte, ma come in sogno.

— Ah, sciocco! Tu fingi di credere che non ci sieno. Tu fingi, tu fingi sempre! Ti leggo negli occhi come tu leggi nei miei!

E passarono dei tristi giorni. Colta da febbre cerebrale ella parlava continuamente, e per maggior strazio aveva l’aspetto di persona sana, con gli occhi lucidi e il viso ridente. Francesco però osservava un fenomeno strano: Gavina imitava l’atteggiamento della malata di gola veduta in una sala del Policlinico.

Egli era turbato anche perchè doveva pensare alle faccende domestiche, e non sapeva decidersi a chiamare un’infermiera perchè Gavina raccontava tutto il suo passato ricordando ogni cosa con lucidità straordinaria.

— Tu non mi conosci, — ripeteva. [p. 215 modifica]

Egli ascoltava, silenzioso e serio come davanti al letto d’un malato grave che lo interessasse per la sua malattia soltanto; ma un’ombra gli velava gli occhi: si domandava, suo malgrado, s’ella nel delirio non dicesse una triste verità.

— Tu non mi conosci!...

E davanti a quella donna che egli aveva lungamente e pazientemente amato, credendola sincera e buona, provava l’impressione di trovarsi davanti a una sconosciuta. Ma erano momenti fugaci, ombre che egli respingeva senza neppur esaminarle. Egli non si pentiva; anzi riprendeva coraggio davanti al pericolo, forse anche per un atavico senso di bravura, e sapeva dove voleva arrivare. Come in certi aspri terreni dove crescono soltanto le piante aromatiche, il dolore inutile e il compianto di sè stesso, piante molli e velenose, non allignavano in lui.

Il terzo giorno della malattia di Gavina, mentre egli si decideva a chiamare l’infermiera, comparve provvidenzialmente il signor Zanche.

— Gavina è malata, — disse Francesco aprendogli la porta.

L’uomo non si turbò e non si perdette in vane domande; ma si levò il cappello e portò il parapioggia umido in cucina e lo mise ad asciugare.

— Se posso fare qualche cosa... — disse, [p. 216 modifica]guardandosi attorno impassibile. Accese il gas, rimise tutto in ordine e finì col penetrare nella camera dell’ammalata e fare da infermiere. Gavina non lo riconobbe, ma con meraviglia di Francesco ella non parlò più; solo di tanto in tanto si sollevava sui cuscini e guardando verso l’uscio diceva sottovoce:

— I giornali.... — poi ricadeva nel suo sogno febbrile.

Confuse visioni attraversavano la sua mente. Le sembrava di essere lassù, nel luogo dove si era svolto il dramma. Da bambina era stata alla festa di San Teodoro e ricordava bene quel paesaggio roccioso che ora le appariva coperto di neve e di nubi. Le figure delle due vittime le stavano sempre davanti, ora dritte e vive, ora informi cadaveri buttati ai suoi piedi: si sollevavano, cadevano, risorgevano ancora, con una danza macabra, come bimbi che fingono una battaglia. Un cerchio di nebbia chiudeva la lugubre scena e al di là di quella muraglia di cenere si udiva il rombare del bosco agitato dal vento e i fischi degli avoltoi in agguato fra le rupi come banditi.

A un tratto ella si accorse che tutta questa visione era un incubo e ricordò la realtà; ma per quanti sforzi facesse non potè svegliarsi. Nel suo dormiveglia intravedeva la sua camera piena di strani oggetti: il signor Zanche stava seduto sopra una roccia e [p. 217 modifica]Francesco si curvava sul letto coperto di neve. Ella pensava: «è la febbre» e cercava di calmarsi, di riordinare le sue idee.

Le pareva che la sua testa e il suo corpo si alleggerissero e diventassero quasi diafani ma così fragili che ella non poteva muoversi per timore di rompersi qualche membro. Pensava a ciò che avrebbe fatto dopo la sua guarigione, e tutto il suo avvenire le appariva diverso da quello che sempre aveva sognato.

Sentiva una confusa smania di vita, un bisogno di muoversi e di godere. Era decisa di abbandonare le sue abitudini religiose. Le pareva di non credere più in Dio, e questo pensiero invece di recarle terrore le dava come un senso di sollievo. Ma una mattina si svegliò dopo aver dormito profondamente tutta la notte, e si guardò attorno meravigliata. Le pareva di essersi coricata la sera prima e di aver fatto molti brutti sogni. Era sola nel gran letto tiepido; grosse goccie di pioggia battevano sui vetri, ma il cielo era grigio e azzurro e luminoso. E volle alzarsi, ma appena mise i piedi sul tappeto sentì un formicolìo strano assalirla dalle gambo alla testa come se dentro il suo corpo vibrassero mille corde metalliche, e gli occhi le si velarono. In quel momento ricordò le sue visioni, i sogni, i proponimenti fatti in delirio; ricordò di aver raccontato a Francesco tutta la storia del suo amore con Priamo, provò un senso [p. 218 modifica]di vergogna e desiderò di morire. Scivolò, appoggiò la testa al letto e le mani al suolo e chiuse gli occhi. Francesco la trovò così e si mise a gridare, sollevandola e chiamandola coi più dolci nomi.

Da quel momento ella cominciò a provare un benessere nuovo, dolce e profondo. Si accorgeva che Francesco l’amava sempre, nonostante il passato, e che più nulla oramai li divideva; e sollevando gli occhi vedeva il cielo rasserenarsi, dietro i cristalli ancora umidi, e tutto il mondo le appariva bello, e tutto intorno a lei era molle e tiepido come i cuscini che la circondavano. Si sentì felice. Cominciò a pregare, domandò perdono a Dio per aver dubitato di lui. Sentiva la gioia di vivere, di credere nella vita e di conservare tuttavia la fede in un’esistenza più bella di questa. Fu uno dei momenti più dolci della sua vita, quasi eguale all’attimo di ebbrezza provato una sera sotto l’elce, tanti anni prima. Ma come quello durò poco. Quasi per un’abitudine fisica delle labbra ella cominciò a recitare le «requiem æternam» con le quali accompagnava tutte le sue preghiere; e i due fantasmi ritornarono davanti a lei, ed ella pregò per loro e ricadde nella sua tristezza e nei suoi dubbi. [p. 219 modifica]


*


La sua breve convalescenza passò così, in un’alternativa di speranze, di rimorsi e di inquietudini. Provava la desolazione taciturna del contadino davanti al suo campo devastato dalla tempesta; ma come il contadino non malediva l’uragano devastatore. Suo malgrado le parole stesse del suo ex-confessore le risalivano dal profonda del cuore: «i voleri di Dio sono imperscrutabili». A momenti si ribellava, rivolgeva a sè stessa domande che altre volte l’avrebbero colmata di terrore, ma le sue risposte erano vaghe, timide, non convincenti. Certe volte si esaltava, pensava di rifare tutta la sua vita, come appunto il contadino rovinato pensa di coltivare più intensamente il suo campo. I suoi istinti femminili cercavano di sollevarsi, ma ricadevano, piegati dal poso dell’abitudine, prima ancora che ella avesse formulato a sè stessa i suoi desideri. Un giorno cominciò a desiderare ardentemente un figlio: ma un’altra massima religiosa: «i peccati dei padri ricadono sui figli» destò subito le sue apprensioni.

Guarita completamente riprese le abitudini dei primi giorni. Andava in chiesa, e un giorno si confessò. E disse di aver [p. 220 modifica]trovato uno smeraldo e di non averlo restituito, ma non parlò del suo dramma, nè osò esporre i suoi scrupoli sui suoi rapporti intimi con Francesco! Per la prima volta sentiva la dignità di sè stessa davanti a un estraneo; però la sua confessione le parve incompleta e non osò far la comunione, e invece della solita ebbrezza provò una sorda inquietudine: ai suoi scrupoli religiosi succedeva il dubbio che qualche cosa di anormale si svolgesse in lei. Ripensava a Michela, all’articolo di Francesco e ai discorsi di lui. Un giorno prese un libro e lo lesse di nascosto, come se nella camera attigua vi fossero il canonico Sulis e la signora Zoseppa: era uno studio sui fenomeni isterici e le manìe religiose; poi continuò a leggere libri di scienza, d’antropologia criminale, di sociologia, e sopratutto romanzi. Francesco ne possedeva pochi, ma erano i più belli della letteratura europea. Fu come se ella avesse morso il frutto proibito: tutto un mondo sconosciuto le si aprì davanti e le parve di capire finalmente la vita. Paragonò il suo dramma a quelli che leggeva, lo confuse con essi, sembrandole qualche volta di aver seguito una legge comune! Affacciata alla finestra leggeva e di tanto in tanto guardava i passanti, immaginandosi che ciascuno di loro portasse con sè nascosto il proprio dramma, quasi per un uso comune, come si porta la camicia! [p. 221 modifica]


*


Tranne il signor Zanche, i Fais non avevano altra conoscenza intima, altro amico su cui poter contare in un momento di bisogno. Francesco conosceva tutta la folla cangiante, malaticcia, indifferente, affrettata o rassegnata, che anima il Policlinico; egli era di carattere socievole e in treno, nei teatri, nei luoghi pubblici, ovunque si trovasse in compagnia di gente sconosciuta, intavolava discorso col suo vicino. Ma non aveva amici intimi e non ne aveva mai avuti. Nei primi tempi dopo il suo matrimonio egli si dava pena per Gavina, e cercò relazioni, e la condusse nei salotti, sembrandogli suo dovere combattere anzichè favorire l’istinto antisocievole di lei: ma presto si convinse che i suoi sforzi erano inutili. Gavina si annoiava in mezzo alla gente. Taceva, non per non saper parlare, ma perchè non aveva nulla da dire, e rispondeva con un sorriso beffardo se le rivolgevano qualche complimento.

Ella aveva sempre nutrito un vero disprezzo per la sua persona, s’era creduta brutta e antipatica, non si era mai curata di far valere i suoi pregi fisici e di nascondere i suoi difetti, ed a questa abitudine, diventata oramai [p. 222 modifica]un istinto, di giorno in giorno, dopo la tragica avventura del suicidio di Priamo e della morte di zio Sorighe, ella univa una profonda disistima verso sè stessa.

Di giorno in giorno la sua fede cadeva; ma invece di inorgoglirsene o di provare un senso di liberazione, ella pensava, umiliandosi:

— E effetto della mia ignoranza. Che so io? Perchè un uomo ha errato, perchè la mia ignoranza e il mio carattere hanno provocato un dramma, devo concludere che nulla più del mio sogno esiste? Che cosa era la mia fede, se è crollata così, al primo urto? E che cosa è il dubbio che ora m’invade? È forse, come era la mia fede, un’illusione! Domani crederò ancora, posdomani dubiterò di nuovo. Io sono un’ignorante.

E il desiderio di sapere cresceva in lei, ed ella continuava a leggere tutto ciò che le capitava sotto mano, e tutto lo sembrava verità, verità tanto più profonda quanto più contraria a tutto ciò che aveva formato la sua fede; ma dopo un momento diffidava di nuovo della sua credulità, e suo malgrado ricordava le parole dello zio canonico. «La verità è in noi. Solo gli ignoranti si lasciano convincere dalle opinioni altrui».

Ma invano, col suo potere d’analisi sempre più acuto, ella cercava entro sè stessa la verità. Le pareva che tutto entro di lei fosse menzogna; poi si accorgeva che questo [p. 223 modifica]disprezzo verso sè stessa non era un’elevazione, ma una depressione del suo spirito, l’abitudine di mortificarsi.

Con tutto questo la vita passava tranquilla e apparentemente serena: veniva la primavera; Francesco si mostrava sempre più affettuoso; ella lavorava tutto il giorno e trovava sempre qualche cosa da fare. Spesso sentiva che avrebbe potuto fare di più, e fantastici progetti le passavano in mente. Ma allora si ricordava di Luca, dei suoi progetti, dei suoi lavori stravaganti, e cadeva come in un sogno: dopo Luca ricordava i suoi vicini di casa, i giovinastri della zia Itria, l’ex-frate, il nano, il reduce, il figlio della vedova, tutte le figure e i tipi del vicinato dei poveri, compresa Michela, e li vedeva sotto una luce diversa, e provava per essi un sentimento nuovo, di pietà, quasi di amore, come se avesse scoperto un legame fra lei e loro.

Di giorno in giorno questo sentimento, che qualche volta le riusciva fastidioso come un abito nuovo, ingrandiva specialmente, davanti a lei, la figura di zio Sorighe. A momenti ella rivedeva il vecchio sullo sfondo azzurro e cinereo della vigna, col suo costume logoro, il volto sarcastico come quello di un filosofo maligno: ma più spesso egli le appariva sopra una roccia livida, come una figura sbozzata sulla pietra stessa. Qua e là attraverso gli stracci nerastri si vedevano brani di carne [p. 224 modifica]violacea, grumi di sangue secco simili a fiori d’oleandro appassiti, e le ossa in colore degli stracci. Grandi uccelli scuri volteggiavano intorno a lui come mosche enormi, e pareva che egli li guardasse, coi buchi che gli avvoltoi avevano scavato nelle sue occhiaie; e il suo viso scarnato conservava un’espressione sarcastica.

E di fantasia in fantasia ella ricostruiva pietosamente tutto il dramma della montagna.