Specchio di vera penitenza/Distinzione quinta/Capitolo sesto/Qui si dimostra che quattro sono i casi ne’ quali la persona è tenuta di riconfessarsi da capo

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Distinzione quinta - Capitolo sesto - Qui si dimostra che quattro sono i casi ne’ quali la persona è tenuta di riconfessarsi da capo

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Distinzione quinta - Capitolo sesto - Qui si dimostra che quattro sono i casi ne’ quali la persona è tenuta di riconfessarsi da capo
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Qui si dimostra che quattro sono i casi ne' quali la persona è tenuta di riconfessarsi da capo.


E acciò che le persone sieno ammaestrate di quello che hanno a fare, è da sapere che quattro sono i casi ne’ quali la persona è tenuta di riconfessarsi. Il primo si è se ’l prete non la puote prosciogliere, o che non fosse il suo propio prete, o che non avesse l’autorità dalla Chiesa o dal vescovo, [p. 153 modifica]o che non avesse commessione di potere assolvere da’ gravi peccati,1 o che fosse escomunicato o sospeso o privato, o che non tenesse ligittimamente il beneficio della Chiesa. Se la persona sa che sia nel confessoro alcuno di questi difetti, o allora quando si confessò o poi, è tenuta di confessarsi da capo di quegli peccati a prete che la possa prosciogliere. E però dee la persona, innanzi che si confessi, cercare e domandare e ingegnarsi d’avere sì fatto confessoro, che la confessione sia valevole, e che l’abbia potuta prosciogliere. Tuttavia, se la persona fece quello ch’ella potè, e non ci commise negligenzia, e credettesi avere ligittimo confessore, la buona fede in questo caso l’aiuta, e ’l sommo sacerdote Iddio compie quello che mancò nel defettuoso prete. Ma se per niuno tempo viene a notizia della persona che alcuno de’ detti difetti fosse nel suo confessoro, conféssisi da capo da un altro ligittimo confessoro. Il secondo caso ch’è bisogno di riconfessarsi, si è quando il confessoro non ebbe iscienza di sapere iscernere e giudicare i peccati, quali fossero gravi e quali leggieri, quali mortali, quali veniali; o che non avesse saputo fare l’assoluzione secondo la forma della Chiesa, né imporre debita penitenzia per gli peccati: onde, acciò che la confessione non si faccia in vano, dee la persona procurare confessoro che possa e sappia discernere e giudicare, isciogliere e legare; nelle quali cose sta l’uso delle due chiavi, date a san Piero in persona di tutti i ministri della santa Chiesa. Ma e’ sono molti e molte che vanno cercando cotali confessori salvatichi, mentecatti e rozzi, sanza niuno intendimento e sanza lettera, che non intendono quello che a loro si dice, e che indiscretamente domandando, dicono quello che la persona debbe dire ella vergognosamente, accusandosi de’ suoi falli; e, non che sappiano isciogliere e legare l’anime, che è una sottile arte, ma a pena si sanno iscogliere i calzari. Onde interviene che credendo la persona essere isciolta, [p. 154 modifica]rimane doppiamente legata; e ’l confessoro, pensando d’avere isciolto altrui, rimane legato egli. E verificasi di loro quella parola del Vangelo: Se il cieco mena il cieco, l’uno e l’altro cade2 nella fossa. Il terzo caso che la persona si dee riconfessare, si è quando la confessione non fosse fatta intera, chè la persona studiosamente, o per vergogna o per temenza, avesse taciuto niuno peccato mortale. Allora si dee riconfessare da capo di tutti i suoi peccati che detto avea, e di quello o di quegli che ritenuti avea, rendendosi in colpa dell’offesa fatta a Dio e al sagramento, non facendo intera confessione. Il quarto caso nel quale è bisogno di rifare da capo la confessione, si è quando la persona non avesse fatto la penitenzia, e avessela dimenticata. In questo caso si dee la persona riconfessare, acciò che ’l confessoro sappia di che e chente penitenzia li debbe imporre. E questo è bisogno di fare quando la persona va ad altro confessoro che prima; ma se ritornasse a quello medesimo confessoro che gli avea data la penitenzia, e ricordassesi della penitenzia ch’avesse data, basterebbe, sanza dire gli altri peccati, che gli recasse a mente la penitenzia dimenticata, imponendogli che la dovesse fare. E se il confessoro avesse dimenticata anch’egli la penitenzia, s’egli si ricorda de’ peccati per li quali gli avea imposta la penitenzia dimenticata, ridía la penitenzia da capo, secondo la sua discrezione. Ma s’egli ha dimenticati i peccati e la penitenzia, non ci è altro rimedio se non che ’l peccatore si riconfessi da capo, e porti pena della negligenzia e della dimenticanza sua, e ricevane la penitenzia. Troverebbonsi alcuni che direbbono che non fosse bisogno di riconfessarsi quantunche la penitenzia non fosse fatta e dimenticata, se la confessione fu fatta interamente, e con contrizione e coll’altre condizioni che si richieggiono alla sofficiente confessione; ma basterebbe di confessarsi di non avere fatta la penitenzia imposta; e ricevendo novella penitenzia della negligenza e della dimenticanza, o di [p. 155 modifica]non avere voluta fare la ’ngiunta3 penitenzia, e’ riservassesi a fare la penitenzia dimenticata nel purgatoro nell’altra vita. Il qual detto non mi piace, e non è sicuro come è ’l primo. Di coloro che innanzi che comincino a fare la penitenzia, o che incominciata la compiano, peccano4 mortalmente, e con peccato mortale fanno la ’ngiunta penitenzia, dicesi che tale penitenzia non è valevole a sadisfacimento per gli peccati. E a chiunche interviene tale caso, dee immantanente del peccato commesso avere contrizione, e proponimento di confessarlo; o andare a confessarlo sanza indugio, e poi fare o compiere la penitenzia. E non è bisogno di riconfessarsi da capo degli altri peccati, avvegna che fosse bene a farlo. Almeno in genere dica la persona: – Io misero peccatore, mi rendo in colpa e accuso che essendomi confessato, e ricevuta la grazia dell’assoluzione di molti gravi peccati, come ingrato e sconoscente del beneficio ricevuto, sono ricaduto nel tale peccato, innanzi ch’io compiessi la penitenzia che voi mi desti, o che del mio confessoro mi fu ingiunta e data. – Nel caso detto di sopra che altri si dee riconfessare s’egli ha dimenticata la penitenzia, se si ricordasse della penitenzia, non sarebbe bisogno di riconfessarsi, ma facesse la penitenzia, e confessassesi poi della negligenzia in non avere fatta la penitenzia. Ancora è un altro caso che conviene che l’uomo ridica i peccati confessati; e questo è quando non puote o non vuole fare la penitenzia data, e domanda che quella penitenzia gli sia mutata in altra: allora conviene ch’egli dica al confessoro i peccati per gli quali gli fu data la penitenzia che vuole mutare. È un altro caso, secondo che dicono alcuni, nel quale altri è tenuto a rifare la confessione da capo; e questo è se la persona non fu contrita de’ suoi peccati quando si confessò, [p. 156 modifica]o che non si dolse né si pentè di tutti, o che non ebbe proponimento di rimanersene.5 Questo cotale venne fitto,6 cioè a dire che non ebbe quella disposizione dentro che si convenia all’atto di fuori della confessione; e però non ricevette il frutto della confessione. Ma pure, s’egli confessò interamente7 i peccati suoi e sottomissesi alle chiavi della santa Chiesa; partendosi poi la fizione, cioè avendo la contrizione, la quale quando si confessò non ebbe; dicono alcuni altri che non è bisogno di riconfessarsi da capo, ma bene è bisogno di confessarsi alla fizione, chè non venne alla confessione contrito come dovea. Di coloro che ricaggiono in quelli medesimi peccati de’ quali furono altra volta confessati e prosciolti, dicono alcuni che si debbono riconfessare da capo; ma pare a coloro che meglio intendano, che non sia di bisogno ma bontà che il peccatore dica: – Di questo o di simile peccato del qual io ora mi confesso, altra volta me ne confessai e fûnne prosciolto; e poi, come ingrato del beneficio ricevuto, anche ci sono ricaduto. – Ora, avvegna che detto sia di sopra che non è bisogno di riconfessare più volte i peccati una volta confessati, se none in certi casi; tuttavia dice san Tommaso nel quarto libro delle Sentenzie, che molto è utile il confessare più volte que’ medesimi peccati, e a più confessori; e per la erubescenzia8 della vergogna che è con pena, onde è in luogo di safisfazione; e per la efficacia delle chiavi, e per la penitenzia che ’l prete impone, che sempre si diminuisce della pena.9 Onde tante volte si potrebbe l’uomo confessare, che tutta la pena, per ogni volta alquanto iscemata, si tôrrebbe via, e non [p. 157 modifica]ne rimarrebbe a fare niente né in questa vita né nel purgatorio. Bene è qui da considerare discretamente, che ripensare e riconfessare spesso certi peccati a’ quali la persona fosse stata o fosse molto inchinevole, come sono i peccati disonesti o carnali, non fosse danno o pericolo alla persona che spesso gli dicesse,10 o al confessoro che spesso gli udisse; imperò che quelle cotali cose immaginate, ripensate, ragionate e udite, hanno a commuovere la concupiscenzia, e a ’nchiare le sensualitade e la mente al diletto e al piacere: onde, chi di ciò dubitasse, non si metta a rischio o a pericolo. Quello che sarebbe utile molto e sicuro, e che ogni persona che potesse, doverrebbe osservare e fare, sì sarebbe d’avere un padre spirituale intendente, discreto, esperto confessoro, al quale si confessasse una volta generalmente di tutti i suoi peccati, manifestandogli tutta la vita sua e aprendogli la coscienza sua; e a questo cotale ricorresse per ammaestramento e per consiglio ne’ casi del bisogno, risparmiandolo, con debita reverenzia, quando necessità non fosse. A costui si potrebbe una volta l’anno, o quando si dovesse comunicare, o quando fosse infermo, confessarsi generalmente. La qualcosa potrebbe agevolmente fare, non specificando particularmente ogni peccato, come fece la prima volta, ma dicendo: – Io mi confesso a Dio, e a voi padre, che, come già confessandomi altra volta vi dissi, io fu’ grande peccatore e in molti vizii occupato; ch’io fu’ superbo e altiero, pomposo, vanaglorioso, sì come allora vi dissi; fui iracundo e sdegnoso, impaziente e furioso in molti modi e guise, siccome specificatamente allora vi manifestai, e ora simigliantemente vel confesso e dico. – E così puote dire degli altri vizii e peccati. E anche se volesse iscendere alle cose più particulari, per averne più vergogna, o per esser più chiaro d’esser ben confesso,11 puòllo [p. 158 modifica]fare: ma sempre guardi il rischio detto di sopra delle cose particulari de’ peccati carnali, i quali è più sicuro dirgli in generale, da che sono una volta ben confessati. La settima condizione che dee avere la confessione, si è nuda; che dee essere ignuda, cioè manifesta e aperta. Chè non dee la persona ricoprire o nascondere qualunche suo peccato, quantunche sia sconcio o abominevole; ma come al medico non si cela la ’nfermità e la piaga, quantunche sia isdicevole o in luogo12 di vergogna, acciò che la possa curare e sanare, così si dee fare della piaga del peccato al confessoro, ch’è medico dell’anime. Contro a ciò fanno quelle persone che, o negando il peccato o scusandolo o accagionandone altrui,13 non manifestano i peccati quali e quanti sieno. Così troviamo che fece Adano ed Eva; chè Adamo l’appose ad Eva, e anche a Dio, dicendo: Mulier quam dedisti mihi sociam, dedit mihi, et comedi: La femmina che tu mi desti per compagna, me ne diè, cioè del frutto vietato, ed io ne mangiai.14 E la femmina disse: Il serpente m’ingannò. Onde dice san Gregorio: Egli è usato vizio della generazione umana di commettere agevolmente il peccato, e, scusandolo, accrescerlo e multiplicarlo. La ottava condizione che dee avere la confessione, si è discreta; che dee essere discreta, cioè a dire che discerna i più gravi e maggiori peccati da’ minori e da’ più leggieri; e così gli confessi la persona con maggiore gravezza e più pensatamente,15 ch’ e’ peccati che sono leggieri: i quali anche non si debbono indiscretamente aggravare. La nona condizione che dee avere la confessione, si è libens; cioè a dire che sia volontaria; non costretta né sforzata, ma volentieri s’accusi la persona de’ suoi peccati per amore della [p. 159 modifica]verità e della giustizia. Così facea il profeta David quando dicea: Voluntarie sacrificabo tibi, et confitebor nomini tuo, Domine: Voluntariamente ti farò sagrificio, e confesseròmmi al tuo nome. La decima condizione che dee avere la confessione, si è verecunda; che dee essere vergognosa: che la persona vergognosamente s’accusi de’ suoi peccati. Onde dice santo Ierolimo: Allora è speranza di salute, quando al peccato séguita la vergogna. Essemplo del pubblicano nel Vangelo,16 il quale vergognandosi del suo peccato, non ardiva di levare gli occhi in alto, ma vergognosamente confessando il suo peccato, si battea17 il petto e dicea: Iddio, abbi pietà, e perdona a me peccatore. La qual parola esponendo Origene, dice: Egli è bene in prima non fare cosa veruna degna di confusione:18 ma imperò che uomini siamo e spesso pecchiamo, è uno secondo bene che del male aver fatto ci vergognamo; e gittando gli occhi vergognosi a terra, non difendiamo il male isfacciatamente. Ciò fece bene santa Maria Maddalena, che vergognosamente venne dietro a’ piedi di Cristo. Ma non dee essere la vergogna tanta e tale, ch’altri lasci però quello che dee dire o fare; ma dee essere nel peccatore una vergogna isvergognata, come dice san Gregorio della Maddalena, che veggendo ella le macchie della sua sozzura, corse alla fonte della misericordia a lavarsi; e imperò che molto si vergognava dentro, non curò della vergogna di fuori. Questa cotale vergogna che s’ha nella confessione, come dice santo Agostino, si conta tra l’altre opere penose della sadisfazione e della penitenzia.19 La undecima condizione che dee avere la confessione, si è integra; che dee essere intera: che la persona non dee tacere niuno peccato mortale, e non dee dimezzare la confessione, e parte de’ peccati dire a un prete e parte a un [p. 160 modifica]altro; chè ciò facendo, non solamente con seguiterebbe il frutto della confessione, ma nuovo peccato mortale s’acquisterebbe. Tuttavia,20 s’altri dimenticasse alcuno peccato, se non se ne ricordasse per niuno tempo, sì gli è insieme cogli altri perdonato, facendo egli ciò che puote per ricordarsene. Ma se se ne ricorda, dee incontanente andare a confessarlo; e se puote avere quello medesimo confessoro, bene è;21 se non, confessisi da un altro, dicendo: – Confessandom’io di molti altri peccati, dimenticai questo, il quale confesso ora a Dio, e a voi. – Anche dee essere intera, che la persona non diminuisca della quantità e della qualità del peccato, iscusando sé e incolpando22 altrui. E dee essere intera, che ’l peccato si confessi con tutte le circustanzie che aggravano il peccato. Or quali e quante sieno queste tali circunstanzie, è detto sofficientemente di sopra in quel capitolo dove si dimostra di che cose il confessoro dee domandare il peccatore che si confessa. E non creda la persona che la confessione non sia intera perch’ella si confessi tra più volte o in diversi tempi a uno medesimo confessoro per ligittima cagione, o perché non possa dire tutti i peccati a una volta: che interviene spezialmente quand’altri si confessa generalmente, o perché altri dimentichi alcuni peccati, o per altri impedimenti che fossono o dalla parte del confessoro o del peccatore. Similmente, quando il confessoro non avesse podestà di prosciogliere d’alcuni peccati, e manda il peccatore ad altri che prosciogliere il possa, com’è detto di sopra. S’e’ peccati veniali si debbano confessare, si dirà nel seguente capitolo, quando si tratterà di quali peccati si dee fare la confessione. La dodecima23 condizione che dee avere la confessione, si è secreta; che dee essere segreta: però ’l giudicio della confessione è [p. 161 modifica]de' segreti della coscienza, e però si debbono segretamente i peccati manifestare al confessoro, ch’è giudice de’ segreti. Onde i peccati manifesti si debbono segretamente confessare, e segretamente giudicare. E però, se ’l prete avesse veduti o uditi i peccati della persona che si confessa, non la dee prosciogliere s’ella non gli confessa segretamente colla sua bocca. Ben puote il prete, se la persona non gli dicesse o per vergogna o per dimenticanza, recargliele24 a mente. La tredecima25 condizione che dee avere la confessione, si è lacrymabilis; che sia lagrimosa e dolorosa: come abbiamo essemplo di san Piero, e di santa Maria Maddalena, i quali amarissimamente e con doloroso pianto26 piansono i loro peccati. Onde san Gregorio, sponendo quella parola del Profeta: Potum dabis nobis in lacrymis, in mensura (la quale è sposta di sopra), dice: Secondo la misura della colpa dee essere la misura del dolore; che tante lagrime di compunzione l’uomo bea, quanto diventò arido e secco da Dio27 per la colpa. Contro a questo fanno molti che, quando si confessano, ragionano come se recitassono una storia, sanza alcuno dolore o lagrime di compunzione. Non facea così santo Iob, il quale dicea: Loquar in amaritudine animoe meoe: Io dirò il mio peccato in amaritudine dell’anima mia. La qual parola spone san Gregorio, e dice: Egli è di necessità che ’l dolore apra e [p. 162 modifica]spinga fuori la voce della confessione, acciò che ’l vizio dentro, il quale altri volentieri nasconde, non faccia puzza e pericolosamente infracidi. Ora, quanto e quale debba essere il dolore del peccato, dicemmo di sopra nel trattato28 della contrizione. La quartadecima condizione che deve avere la confessione, si è accelerata; cioè che altri si confessi tosto fatto il peccato, e non indugi di dì in dì; acciò che ’l peccato non si dimentichi, e acciò che non si multiplichi, e acciò che ’l diavolo perda la baldanza e ’l rigoglio ch’egli ha sopra l’uomo, mentre che non gli lascia confessare il peccato; e a tôrre via ogni pericolo che per lo indugiare la confessione potesse intervenire; e per più altre ragioni che sono dette di sopra in quello capitolo dove si disse che la penitenzia non si dovea indugiare. E avvegna che la Chiesa comandi che pure una volta l’anno si faccia la confessione, nondimeno chi n’ha più bisogno, più volte fare la dee, e spezialmente ne’ casi detti di sopra. E chi non si confessa attualmente e di fatto più volte, almeno è tenuto d’averla sempre in proponimento di farla: e tale proponimento è di necessità di salute, come la contrizione; chè l’uomo è tenuto d’avere sempre dolore e spiacimento del peccato quando se ne ricorda; e così debbe avere il proponimento di confessarsi. La quindicesima29 condizione che dee avere la confessione si è fortis; che sia forte: che né per vergogna, né per temenza di qualunche pena che gli avvenga o convenga sostenere per sodisfare per gli peccati, o per astenersi delle cose usate, o per tribulazioni o tentazioni ch’egli aspetti, non lasci il confessare, né niuna di quelle cose ch’alla confessione si richieggiono. La sestadecima condizione che si richiede alla confessione, si è accusans; cioè che altri si dee accusare nella confessione sé medesimo, e non altri,30 né scusare sé, né [p. 163 modifica]lodarsi né vantarsi per qualunche mondana vanità: come fanno alcuni, che de’ peccati vili e carnali bene se n’accusano, ma d’avere fatta una sua vendetta, d’avere avuta vittoria o fatta alcuna prodezza, d’avere saputo trovare sottili modi da guadagnare o d’acquistare onore, quantunque fosse con peccato, vanamente se ne lodano. La decimasettima condizione che dee avere la confessione, si è et sit parere parata; che la persona che si confessa, dee essere disposta a apparecchiata a ubidire tutto ciò che le sarà comandato. Onde dice santo Agostino: Pongasi il peccatore in podestà del giudice, cioè del confessoro, apparecchiato a fare volentieri per la vita delanima, ch’è immortale, quello che farebbe per la vita del corpo, che pure ha a morire.

Note

  1. Il nostro Testo: da ogni peccato.
  2. Caggiono, in tutte le stampe.
  3. Agli editori del primo secolo, meglio che ingiunta, andava a versi (come più volte scorgesi) imposta; siccome non piaceva il verbo compiere, mutato quasi sempre in finire.
  4. Il nostro Testo: la compiono peccando.
  5. Il Manoscritto, ma (come pare) senza compagni: o che non si dolesse o che non si pentessi di tutti, o che non ebbe proponimento di rammendarsene.
  6. Così tutti (l'ediz. de 95: ficto, e fictione); e giustifica la Crusca quanto all'accettazione di cui toccammo nella nota alla pag. 18.
  7. Il Codice aggiunge, inutilmente: tutti.
  8. Nel Testo: rubescenzia.
  9. Il medesimo: che si diminuisce. E il Salviati, coi più antichi editori: che sempre diminuisce.
  10. Ediz. 25: ridicesse.
  11. Nelle stampe: confessato. E il Manoscritto nostro, per omissione evidente, ha queste sole parole: o per esser ben confesso.
  12. Nel Codice: il luogo.
  13. Ivi: o negando o scusando il peccato, o accagionando altrui.
  14. Nel Testo è, per errore, scritto: mangionne; indizio agli esperti d'altra lezione sopra tutte sincera: mangiaine.
  15. Così il nostro Testo e la stampa del primo secolo, con maggior pienezza del senso, che l'addottato dagli altri: pesatamente.
  16. Ediz. 95 e 85: del Vangelio.
  17. Ediz. 95: vergognosamente il suo peccato confessa, battendosi ec.
  18. Il Manoscritto: confessione.
  19. Ediz. 95 e 85: della soddisfazione della penitenzia.
  20. Gli editori del quattrocento mutano quasi sempre tuttavia in nientedimeno.
  21. Il nostro, ma solo, come sembra: e bene.
  22. Lo stesso: accusando.
  23. Così nel Manoscritto.
  24. Così ancora nel Testo; nè fa d'uopo tornare a mente degli studiosi le osservazioni fatte dai grammatici intorno all'uso del gliele.
  25. Il Testo delle Murate qui pone: la quattordici — la quindici — la sedici — la diciessette. — Tredecimo (addottato dagli editori del 25, avendo gli altri: terzadecima), come ci mostrano la Crusca e le Giunte Veronesi, è voce dell'ottimo secolo; e Tridecimo adoperava, sul cadere del 16°, Jacopo Pitti, nell'Apologia de'Cappucci (in Archivio Storico Italiano, tom. IV, par. II, pag. 324).
  26. Così il nostro; e gli altri: con dolorose (o dolorosissime) lagrime.
  27. Così tutti; nè il nostro genio c'inclina a farci interpreti nè apologisti di una tanto antibologica locuzione.
  28. Il Manoscritto: nel trattare.
  29. Ediz. 95 e 85: quintadecimo.
  30. Le stampe sopra citate: s'accusi sè medesimo nella confessione, e non altrui.