Specchio di vera penitenza/Trattato della superbia/Capitolo settimo/Qui si dimostra come sono tre cose per le quali si può correggere la superbia

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Trattato della superbia - Capitolo settimo - Qui si dimostra come sono tre cose per le quali si può correggere la superbia

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Trattato della superbia - Capitolo settimo - Qui si dimostra come sono tre cose per le quali si può correggere la superbia
Trattato della superbia - Capitolo settimo Trattato dell'umiltà
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Qui si dimostra come sono tre cose per le quali si può correggere la superbia.


Avvegna che, come è provato, malagevole sia curare1 il vizio della superbia, tuttavia non è impossibile. Onde san Tommaso, nella Somma, insegna tre cose, per le quali si cura e sana il vizio della superbia. La prima cosa è la considerazione della propria fragilità; della quale il savio Ecclesiastico dice: Quid superbis, terra et cinis? perché ti levi in superbia, terra e cenere?2 Non puote meglio il savio Ecclesiastico mostrare la viltà dell’umana natura, che considerare bene come noi vegnamo in questo mondo, e come noi ce ne partiamo morendo.3 Viene l’uomo in questo mondo conceputo e generato, nascendo; e come sia vile e brutta la materia seminale, e del padre e della madre, di che l’uomo si genera, non è [p. 227 modifica]sogno di dire, ch’egli è manifesto. E san Bernardo, nelle sue Meditazioni, e Innocenzio nel libro della Viltà dell’umana miseria, chiaramente il dimostra. Onde santo Iob, parlando a Dio, li dicea: Memento, quoeso, quod sicut lutum fecisti me, et in pulverem reduces me: Ricorditi, priégoti, che tu m’hai fatto come si fa il loto e il fango, e finalmente mi disfarai, e riducerâmi in polvere. E in altro luogo dicea: Comparatus sum luto, et assimilatus sum favilloe et cineri: Io sono assimigliato al loto, quanto alla concezione e al nascimento; e alla favilla del fuoco, quanto alla vita; e alla cenere, quanto che alla morte. E che nel processo della vita l’uomo sia vile e misero, dimostrasi per la sua vanità; della quale dice il Salmista: Universa vanitas omnis homo vivens: Ogni uomo che vive in questo modo, è tutta vanità, chè non ci è niente del saldo o di stabilità. Onde santo Iacopo, considerando4 tale vanità, diceva nella Pistola sua: Quoe est vita nostra? Vapor est ad modicum parens, et deinceps exterminabitur: Ch’è la vita nostra? E egli medesimo risponde: È un’ombra con vapore di fumo, che poco dura e tosto sparisce. E questa è grande miseria, che la nostra vita sia così brieve, che a pena s’avvede l’uomo essere vivuto, che muore.5 E, come dice Seneca: Innanzi muore l’uomo, ch’egli abbia cominciato a vivere; intendendo per lo vivere, il vivere virtuoso. Della brieve vita dell’uomo s’avvedea santo Iob, quando dicea: Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis: L’uomo nato di femmina, brieve tempo vivendo, è pieno6 di molte miserie. E séguita: Et fugit velut umbra, et numquam in eodem statu permanet: E fugge come l’ombra, e mai non istà in istato. E David profeta dice: Adhuc pusillum, et non [p. 228 modifica]erit peccator, et quoeres locum eius, et non invenies: Di qui a poco non ci sarà più l’uomo peccatore, e cercherai del luogo suo, e non lo troverai. Non solamente quanto al corpo e alla vita corporale è l’uomo vile e misero in questo mondo; ma ancora quanto all’anima, la quale immantenente ch’è creata nel corpo, contrae la macola del peccato originale, al quale séguitano poi tutte le miserie nel corpo e nell’anima; come sono fatiche, dolore e tristizia, paura, fame e sete, infermità, vecchiezza co’ suoi difetti, ignoranza, ira e concupiscenza; e’ peccati e le colpe che l’anima lordano, viziano la mente, maculano la coscienza e vituperano la fama. Onde dicea il Profeta rammaricandosi: Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea: Ecco ch’io fu’ conceputo dalla mia madre in peccato. E quegli ch’egli avea poscia commessi riconoscendo, pregava che gli fosson poi perdonati; onde dicea: Amplius lava me, Domine, ab iniquitate mea, et a peccato meo munda me; quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper. Tibi soli peccavi, et malum coram te feci: Non solamente, dice, io ho bisogno d’essere lavato dal peccato originale col quale mi concepette la mia madre, ma più d’esser lavato dalla mia iniquitade, e mondato dal mio peccato. E però, Signore, fàllo; però ch’io conosco la mia iniquitade, e ’l peccato mio è sempre dinanzi a me. A te solo ho peccato, e ho fatto il male dinanzi da te. È una grande miseria, tra l’altre, che l’uomo in questa vita non s’avvede delle sue miserie. Onde, per farnelo avvedere, gli dice nell’Apocalissi: Tu dicis: quia dives sum, et nullius egeo; et nescis quia miser es et miserabilis, papuer, coecus et nudus: Tu dici: io sono ricco e non mi manca nulla; e non t’avvedi che tu sei misero, povero, cieco e nudo: Quanto all’uscire da questo mondo, morendo, a quanta miseria e viltà si va, quanto stento fanno gl’infermi ne’ dolori, nelle pene, non trovando7 riposo, coll’ansietà, con [p. 229 modifica]tormenti, coll’angosce, coll’amaritudini, co’ ferri, col fuoco martoriati, e alla fine con dolori, con paura morendo, e con dubi di bene capitare coll’anima. La misera carne è messa sotterra a essere pasto de’ puzzolenti vermini; sanza coloro che muoiono di mala morte, le cui carni sono divorate da’ lupi e da’ cani e da’ pesci e dagli uccelli rapaci. Ma pure mentre ch’egli vive, quanto è egli vile? Onde la Scrittura dice, che la vita nostra è più vile che ’l fango; anzi, un sacco di sterco e di sozzurra. Onde il profeta Michea dicea: Nel mezzo di te è la cagione della tua umiltà. E di questa miseria parla il savio Ecclesiastico e dice: Cum mortuus fuerit homo, hoereditabit serpentes, bestias et vermes: Quando l’uomo sarà morto, il suo ereditaggio saranno i serpenti e le bestie e’ vermini.8 La seconda cosa che dice san Tommaso ch’è utile a sanare la superbia, è considerare l’eccellenzia della Sua Maestade; la cui sapienzia tutte le cose vede; al cui provvidenza tutte le cose governa e regge; la cui giustizia tutte le cose punisce e corregge; al cui potenza ogni cosa vince e doma. Come, adunque, sarà l’uomo tanto ardito che si levi contro a Dio per superbia; e non più tosto sarà suggetto alla sua volontà, e con timore e reverenzia il servirà?9 Onde dice santo Iob all’uomo superbo: Quid tumet contra Deum spiritus tuus? perché enfia per superbia contra Dio lo spirito tuo? E in un altro luogo dice: Quis restitit ei, et pacem habuit? Chi è colui che abbia contastato a Dio, e abbia pace? quasi dica: Non è niuno che non ne rimanga col capo rotto; però che chi contra Dio pietra gietta, in capo gli ritorna. E però dicea bene messer san Piero: Humiliamini sub potenti manu Dei: Umiliatevi sotto la potente [p. 230 modifica]mano di Dio. O gente mortale, considerate la vostra viltade, e la condizione della vostra misera e instabile vita; e ponendo giù l’animo altero, e rintuzzando l’oltraggioso orgoglio, vivete umili suggetti alla volontà di Dio onnipotente. La terza cosa che dice san Tommaso che fa pôr giù la superbia, è considerare la imperfezione e la vanità di quelle cose di che altri si leva in superbia; le quali sono i beni della natura, o del corpo, o dell’anima. Del corpo, la bellezza, la fortezza, la santà, leggerezza, nobiltà e libertà.10 Beni naturali dell’anima sono, lo ’ngegno, la memoria, il senno, l’arte, la scienza. Anche si leva l’uomo in superbia de’ beni della fortuna, come sono le cose di fuori dell’uomo, che non sono in sua podestà, e però le puote egli perdere, o voglia egli o no: cioe sono le ricchezze, le degnità, lo stato, gli onori, la sapienza, la potenza, la gloria, la fama. Ancora de’ beni della grazia insuperbisce l’uomo, come sono le virtù, chè l’usa male. E tutte queste cose sono in questa vita imperfettissime, e da non doversene levare in superbia; e con poca stabilità, e da non doverle stimare gran cose: delle quali parla Isaia profeta, e dice:11 Omnis caro faenum, et omnis gloria eius quasi flos foeni: Ogni carne è come il fieno, e ogni sua gloria come il fiore del fieno. La qual parola espone san Gregorio e dice: La potenza degli uomeni del mondo si è la carne, e la gloria d’essa12 dirittamente al fieno e al fiore s’assomiglia; però che stando, cade, e quando è più appariscente, allora sparisce e viene meno.

Recita Tullio di quello Alcibiade, il quale dopo la grande [p. 231 modifica]gloria e dopo le grandi ricchezze venne in grande miseria; e dice che parve che due fortune contrarie si dividessono insieme: l’una gli diede grande nobiltade e smisurata bellezza, prodezza e molta gloria, fama di grande loda, l’amore de’ cittadini, grazia nelle genti, abundantissime ricchezze, sottile ingegno, eloquenza, il favore del popolo:13 l’altra a mano a mano seguitò; che gli diede povertà e l’odio della patria; fu cacciato della signoria, condannato e messo in bando, e alla fine morì14 di mala morte. E così si potrebbe dire di molti altri, de’ quali si legge nella divina Scrittura e nelle storie mondane, che la loro gloria e la loro prosperità poco durò, e finì in grande miseria. E comunemente così interviene. E con tutto ciò, si truovano molti che di queste cose così difettuose e imperfette insuperbiscono, e réputanle grandi cose, stimando che in loro sia sommo e perfetto bene, e pongono in loro la sua finale beatitudine: come dimostra quello savio Boezio nel libro suo della Consolazione della filosofia. Onde il profeta David diceva: Beatum dixerunt popolum, cui hoec sunt: Molti si truovano che dicono che chi abbonda in queste cose del mondo, è beato: ma non è così, dice egli; anzi è beato colui che ha Iddio per suo Signore, e che per avere lui, lascia tutte queste cose. E come tutte le predette cose, e ciascuna di quelle le quali15 sogliono insuperbire gli uomini, sono imperfette, inistabili,16 vane e con molti difetti, mostrasi chiaramente in molti luoghi della santa Scrittura e per dottrina e per essempli; e Boezio nel libro detto, e Seneca nelle Pistole sue e nelle Tragedie il manifestano chiaramente e ordinatamente. Onde chi di ciò volesse sapere più cose, o per levare l’animo dalle cose del mondo e non pregiarle,17 o per saperne [p. 232 modifica]bene parlare, legga ne’ libri de’ detti savi, o vero in questo nostro libro fatto in latino, nel trattato della superbia, dove istesamente se ne scrive, e più innanzi se ne scriverà nel trattato della vanagloria. È un’altra cosa che aiuta correggere la superbia, e questo è alcuna tribulazione o avversità che Dio manda alle persone, per tôrre loro le cagioni della superbia: come è povertà, infermità, abbassamento di stato, vergogna, infamia, tentazioni e simili cose.

Iscrive Severo, ch’e’ fu uno grande uomo il quale tutti gl’indemoniati curava; e non solamente essendo egli presente, ma eziandio essendo assente, mandando egli il ciliccio suo, o alcuna scritta di sua mano; le quali cose toccando gl’invasati, con esse erano fatti sani:18 onde la fama della virtù sua sparta per lontani paesi, erano menati gl’indemoniati a lui di diversi stati e condizioni. Vedendosi costui adoperare tanta virtù e essere in tanta buona fama, cominciò a parergli essere degno d’onore, e che per sua bontà dovesse avere la grazia ch’egli avea. E la superbia, che del bene spesse volte nasce, toccava la sua mente; e ’l diavolo perseguitandolo,19 lo ’nfiammava forte; sì che colui che curava gli altri e dalla podestà del diavolo gli liberava, dal diavolo era combattuto e vinto. Sentendosi costui soperchiare dal vizio della pestilente superbia la sua mente, ricorse a Dio, devotamente pregandolo che dovesse ponere rimedio alla sua infirmità, e liberarlo di tale vizio; e che permettesse che, come per cacciare i demonii de’ corpi umani era pervenuto in lui il vizio della superbia, così il demonio prendesse podestà sopra il corpo suo, acciò che l’anima fosse salva. Fu esaldito; e entrò in lui il demonio, e stette cinque mesi indemoniato sì fieramente, che convenia che fosse [p. 233 modifica]legato e inferriato,20 acciò che non nocesse a sé né altrui. Dopo i cinque mesi, il corpo fu liberato dal demonio, e la mente dalla superbia. E, come dice santo Agostino e san Gregorio, lascia Iddio cadere il superbo in alcuno peccato pubblico e manifesto,21 per lo quale l’uomo è vituperato e confuso,22 sì che non ardisca d’apparire tra le genti e dispiaccia a sé medesimo, il quale in prima male piacendosi insuperbiva. Così spone santo Agostino quella parola del Salmista: Imple facies eorum ignominia, et quoerent nomen tuum, Domine. Dice il Profeta a Dio, degli uomini superbi parlando: Empi le facce loro di vergogna e di confusione, e allora cercheranno il nome tuo, Signore, a magnificarlo e onorarlo, i quali prima magnificavano il nome loro.23 De’ quali dice il Profeta: Vocaverunt nomina sua in terris suis: Gli uomini superbi si studiano di farsi nominare nelle terre loro. E di ciò che Dio fa d’umiliare i superbi peccatori,24 secondo che dice David profeta: Humilians autem peccatores usque ad terram: Iddio umilia i peccatori infino alla terra; tutto lo fa Iddio misericordiosamente, gastigando e correggendo i peccatori, acciò che non periscano. Questo riconosceva il santo re David, il quale insuperbì nella prosperità grande, e Iddio l’umiliò con molte avversità, e permettendolo cadere nell’adulterio e nell’omicidio; e però dicea: Bonum mihi quia humiliasti me, ut discam iustificationes tuas: Buona cosa e utile mi fu, che tu, Signore, m’aumiliasti, acciò ch’io apparassi le tue iustificazioni; cioè come tu fai gli uomini giusti obbediendo25 a’ tuoi comandamenti, o vero come tu se’giusto in tutte le tue operazioni. E in un altro luogo dicea: Priusquam humiliarer, ego deliqui; propterea eloquium tuum custodivi: In prima ch’io fussi umiliato, [p. 234 modifica]peccando fallai, e però servai poi i tuoi comandamenti, i quali prima trapassai. Un altro rimedio si trova efficacissimo contro all’oltraggiosa26 superbia; e questo è l’essemplo dell’umiltà di Iesu Cristo, del quale dice san Paolo: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem: Iesu Cristo umiliò sé medesimo, faccendosi obbidiente infino alla morte. La qual parola spone santo Agostino e dice: Acciò che la cagione di tutti i mali si curasse, discese Cristo figliuolo di Dio, e fecesi uomo.27 Come, adunque, insuperbisci tu, uomo, con ciò sia cosa che Dio è umiliato per te? Se tu ti vergogni di seguitare l’umilità dell’uomo, non ti dei vergognare di seguitare l’umilità di Dio. E santo Gregorio dice: Imperò che l’unigenito figliuolo di Dio prese forma della nostra infermità, acciò ch’egli insegnasse all’uomo non essere superbo, da che egli era fatto umile Iddio; quanta è la virtù della umilitade, per la quale sola insegnare, Iddio,28 di smisurata grandezza e infinita maestà, diventò piccolo in fino alla passione e alla morte della croce! Onde, come la superbia è strumento del diavolo alla nostra perdizione, così l’umilità di Dio fu efficace rimedio alla nostra salute.29 Questa virtù della umilità il nostro30 maestro Cristo la ’nsegnò nella squola sua, dicendo: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde: Imparate da me, ch’io sono mansueto e umile di quore. La qual parola espone santo Agostino, e dice: Non disse il Maestro verace, apparate da me di creare il cielo e la terra, né suscitare31 i morti; ma disse ch’apparassono da lui umilità, sanza la quale, come dice san Gregorio: Chi raguna tutte l’altre virtù sanza [p. 235 modifica]l'umiltà, è come colui che porta la polvere al vento.32 Questa eccellentissima virtù imprese da Cristo la sua benedetta Madre, Vergina Maria: anzi in prima ch’ella vedesse Iesu Cristo incarnato e umiliato, le fu infusa dallo Spirito Santo eccellentissimamente la virtù di perfetta umilità; la quale dimostrò quando dicendole l’angelo Gabriello ch’ella era piena di grazia e benedetta da Dio sopra tutte l’altre donne, e come era eletta a essere madre del Figliuolo di Dio, et ella, umiliandosi, disse: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum: Ecco l’ancilla del Signore; sia fatto secondo che tu di’.33 Della quale umilità ella poi nella presenza di santa Lisabet, in quello gaudioso cantico,34 il quale, piena di Spirito Santo, ringraziando Iddio e profetando, fece una stanza, e disse: Quia respexit l’humilitatem ancilloe suoe, ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes: Imperò che Iddio ragguardò l’umiltà dell’ancilla sua, tutte le generazioni delle genti mi chiameranno beata. Seguitò questa altissima virtù dell’umilità san Giovanni Batista; il quale essendo di tanta perfezione, che Cristo disse in lui: Inter natos mulierum non surrexit maior Ioanne Baptista: Tra tutti i figliuoli delle femmine nati, niuno s’è levato maggiore di lui (onde molti, per la santità sua, credevano ch’e’ fosse Cristo); umiliandosi, disse che non era Cristo, e non era degno di sciogliere la correggia del suo calzare.35 Seguitoronla gli Apostoli santi che a loro succedettono, come mostra la Scrittura santa e le loro leggende, li cui essempli molto debbono muovere noi a umilità.36 Onde dice san Gregorio: Se gli uomini santi, per la virtù della [p. 236 modifica]umilità ch’è in loro, quando fanno cose maravigliose, si reputano piccoli e tengonsi vili; che diranno coloro in loro iscusa, che, non avendo in loro niuna opera di bene o di virtù, elevandosi in superbia, si reputano e vogliono essere reputati degni e grandi? E imperò che le virtù sono rimedio de’ vizi, i quali sono infermità dell’anima, onde l’uno ha verso all’altro contrarietà, la qual’è di bisogno, però che, secondo la regola della medicina, le ’nfermitadi si curano per gli loro contrari;37 convenevolmente in questo trattato, dove s’intende di correggere e di sanare i vizi, si dee iscrivere delle virtù come di medicinali rimedi. E però, terminato il trattato di ciascun vizio principale,38 appresso iscriverremo delle virtù contrarie; acciò che l’uno contrario posto allato all’altro, si cognosca l’uno meglio per l’altro; e acciò che la medicina approssimata all’nfermitade, più efficacemente adoperi la sua virtude.

Note

  1. Il Manoscritto: malagerolmente si curi.
  2. L'edizione del Salviati: Perchè ti lievi in alto ec.; e quella del 25: Perchè ti levi tu in superbia, che se' terra e cenere?
  3. Sola qui la stampa del 25: Se noi consideriamo bene, e nel venire in questo mondo, nel viverci, e nel partire, morendo.
  4. Questo verbo, necessarissimo al senso, è nelle più antiche edizioni. In quella dell'85 venne omessa la citazione latina. Sbagliato è certamente il Testo che pone: Onde dice santo Iacopo tale vanità dicea; nè meglio la stampa del 25: Onde santo Iacob tale vanità dicea.
  5. Le stampe, concordamente: quando si muore.
  6. Il testo: vive ed è pieno.
  7. D'accordo le stampe: in non trovare (o trovar)
  8. Abbrevia l'apografo: il suo ereditaggio saranno i vermini, come il latino avea scritto o voluto scrivere: hereditabumnt cum vermes.Ereditaggio invece di retaggio è, qui ed altrove, ancora nella stampa del primo secolo.
  9. Diversamente il Manoscritto, e con minor efficacia: Adunque non sia l'uomo tanto ardito, che si levi contro a Dio per superbia, ma piuttosto sia suggetto alla sua volontà, e con timore e reverenza lo serva.
  10. Riportiamo semplicemente la varia lezione del Testo delle Murate: Del corpo la bellezza, fortezza, nobiltà, tostanezza. L'enumerazione è certo incompiuta, non fuss' altro per la mancanza di sanità. Tostanezza (registrato, ma senza esempi, dalla Crusca) sarebbe qui equivalente di leggerezza, che oggi direbbesi agilità.
  11. Il Testo: per Isaia profeta si dice.
  12. Difettivamente il Manoscritto: La potenza degli uomini del mondo e la gloria (l'ediz. del 25 aggiunge qui solo: della carne) dirittamente ec.
  13. Tralasciamo di additare, siccome inutili, le ommissioni o abbreviazioni del nostro Manoscritto.
  14. Nelle stampe: morto.
  15. La stampa sola del 25: delle quali.
  16. Il Manoscritto e l'antica edizione: miserabili.
  17. Il medesimo, amarle.
  18. Così nel Codice nostro: e gli Accademici, con regolarità certo minore: colte quali si toccavano gl'invasati, e gli sanava.
  19. Così, e molto bene, la stampa antica e il Salviati, Errore è certo l'addottato nell'edizione del 25: perseguitato da lui; e non corretto del Testo, che solo varia: seguitato.
  20. Ediz. 95: inferrato.
  21. Le stampe: lascia Dio per la superbia l'uomo cadere in alcun peccato manifesto e palese.
  22. Il Testo: per lo quale l'uomo si confonda.
  23. Aggiunge, senza gran pro, il Manoscritto: cioè nel mondo.
  24. Ediz. 95 e 85: gli uomini superbi.
  25. Ediz. 95: ubbidiendo; 85: ubbidendo.
  26. Così nell'antica stampa e nel Testo. L'ediz. 85: altizzosa; 25: altezzosa.
  27. Lezione più vera del fecesi male, ch'è nella stampa del 25.
  28. Variante un po' notabile della vecchia edizione: per la quale sola il Signore Iddio.
  29. Nella stessa: salvatione.
  30. Nelle stampe: il sommo.
  31. L'ediz. del 95: da me a creare ec., nè risuscitare. E il Salviati, non bene: nè da risuscitare.
  32. Così legge ancora il Salviati. E la stampa del primo secolo: come se potessi.
  33. L'antica e la più recente edizione: siemi facto (25: fiami fatto) secondo la parola tua.
  34. Il Testo: galdioso canto.
  35. Mancano nel Testo queste parole: non era degno di sciogliere ec. L'ediz. del 25, in vece di calzare, ha calzato.
  36. Ediz. 85: a vera umiltà. E la più antica soggiunge a queste parole: avere.
  37. Nel Testo: secondo l'arte delle medicine, le 'nfermitade si curano per lo contrario.
  38. Ivi: de'vizi principali.