Storia d'Italia/Libro VI/Capitolo VII

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Libro VI - Capitolo VI Libro VI - Capitolo VIII
Sfortuna dei francesi nella guerra contro la Spagna. Cessazione delle operazioni alla frontiera franco spagnola. La lotta al Garigliano. Infermità nell’esercito francese e discordia fra i capitani. Sconfitta dei francesi; resa di Gaeta. Le cause della sconfitta francese.


Queste furono le mutazioni che succederono in Italia per la morte del pontefice. Ma in questi tempi medesimi l’imprese cominciate con tanta speranza dal re di Francia di là da’ monti erano ridotte in molta difficoltà. Perché l’esercito andato a’ confini di Guascogna, per mancamento di danari e per poco governo di chi lo comandava, si era prestamente risoluto; e l’armata di mare, avendo scorso con piccolo frutto per i mari di Spagna, si era ritirata nel porto di Marsilia. E l’esercito andato verso Perpignano, ne’ progressi del quale il re molto confidava essendo continuamente bene proveduto di tutte le cose necessarie, si era posto a campo a Sals, fortezza vicina a Nerbona posta a’ piedi de’ monti Pirenei nel contado di Rossiglione, la quale essendo bene difesa faceva gagliarda resistenza; e ancoraché da’ franzesi fusse valorosamente combattuta, e usate tutte le diligenze di battere le mura con l’artiglierie e di rovinarle con le mine, nondimeno non potettono mai ottenerla: anzi, essendosi congregato per soccorrerla grandissimo esercito di tutti i regni di Spagna a Perpignano, ove era venuta la persona del re, e unitesi a questo esercito, per la resoluzione de’ franzesi che erano stati mandati verso Fonterabia, le genti che erano andate a difendere quella frontiera, e tutti insieme movendosi per assaltare l’esercito franzese, i capitani conoscendosi inferiori si ritirorno col campo verso Nerbona, essendo già stati intorno a Sals circa quaranta dí. Dietro a’ quali entrorno gli spagnuoli ne’ confini del re di Francia; e prese alcune terre di piccola importanza, essendo i franzesi fermatisi a Nerbona stativi pochi dí, si ritirorono ne’ terreni loro per comandamento del suo re, che avendo conseguito quel che è il proprio fine di chi è assaltato nutriva malvolentieri la guerra di là da’ monti, conscio che i suoi regni potentissimi a difendersi dal re di Francia erano deboli a offenderlo: né molti dí poi, interponendosene il re Federigo, feciono insieme tregua per cinque mesi, per le cose oltramontane solamente. Perché Federigo, essendogli data intenzione dal re di Spagna di consentire alla restituzione sua nel regno di Napoli, e sperando che il medesimo avesse a consentire il re di Francia, appresso al quale, indotta a compassione, si affaticava molto per lui la reina di Francia, aveva introdotto tra loro pratiche di pace: per le quali, mentre che ardeva la guerra in Italia, andorno in Francia imbasciadori del re di Spagna, governandosi con tanto artificio che Federigo si persuadeva che la difficoltà della sua restituzione, contradetta estremamente da’ baroni della parte angioina, consistesse principalmente nel re di Francia.

Essendo adunque ridotte tutte le guerre de’ due re nel regno di Napoli, erano volti a quella parte gli occhi e i pensieri di ciascuno. Perché i franzesi, partiti da Roma e passati per le terre di Valmontone e de’ Colonnesi, per le quali furono concedute loro volontariamente le vettovaglie, camminavano per la campagna ecclesiastica inverso San Germano; ove Consalvo, messa guardia in Roccasecca e in Montecasino, si era fermato, non con intenzione di tentare la fortuna ma di proibire che non passassino piú innanzi, il che per la fortezza del sito sperava agevolmente potere fare. Arrivati i franzesi a Pontecorvo e a Cepperano, si uní con loro il marchese di Saluzzo con le genti di Gaeta; avendo prima, per l’occasione della partita di Consalvo, ricuperato il ducato di Traietto e il contado di Fondi insino al fiume del Garigliano. Fu la prima fatica dello esercito franzese la oppugnazione di Roccasecca; dalla quale, dato che v’ebbono invano uno assalto, si levorono, ma divenutine in tanto dispregio che publicamente si affermava, nell’esercito spagnuolo, quel giorno avere assicurato il reame di Napoli da’ franzesi. I quali per questo, diffidandosi di spuntare gli inimici dal passo di San Germano, deliberorno voltarsi al cammino della marina; e perciò, poiché furono stati due dí fermi in Aquino, preso da loro, lasciati settecento fanti in Rocca Guglielma, ritornati indietro a Pontecorvo, andorno per la via di Fondi ad alloggiare alla torre posta in su il passo del fiume del Garigliano, nel quale luogo è fama essere già stata la città antichissima di Minturne: alloggiamento non solo opportuno per gittare il ponte e passare il fiume, come era la loro intenzione, ma comodissimo in caso fussino necessitati a soggiornarvi, imperocché avevano Gaeta e l’armata di mare alle spalle, Traietto, Itri, Fondi e tutto il paese insino al Garigliano a sua divozione. Riputavasi che nel passare l’esercito franzese il fiume consistesse momento grande alla vittoria, perché, essendo Consalvo tanto inferiore di forze che non poteva opporsi in sulla campagna aperta, rimaneva libero a’ franzesi il cammino insino alle mura di Napoli; alle quali si sarebbe medesimamente accostata l’armata, che non aveva opposizione alcuna per mare. Perciò Consalvo, partitosi da San Germano, era venuto dall’altra parte del Garigliano, per opporsi con tutte le forze sue perché i franzesi non passassino: confidandosi di poterlo proibire, per il disavvantaggio e difficoltà che hanno gli eserciti nel passare, quando gli inimici si oppongono, i fiumi che non si guadano. Ma, come spesso accade, riuscí piú facile quello che prima si riputava piú difficile, e per contrario piú difficile quel che da tutti era stimato dovere essere piú facile: perché i franzesi, ancora che gli spagnuoli si sforzassino di vietarlo, gittato il ponte, guadagnorono il passo del fiume per forza delle artiglierie, piantate parte in sulla ripa dove alloggiavano, piú alta alquanto che la ripa opposita, parte in sulle barche levate dalla armata e condotte contro al corso dell’acqua. Ma avendo il dí seguente cominciato a passare si opposeno loro gli spagnuoli, e assaltando quegli che già erano passati, con grande animosità, gli rimessono sino a mezzo il ponte; e arebbeno seguitatigli piú oltre se dal furore delle artiglierie non fussino stati costretti a ritirarsi. Morí in questo assalto dalla parte de’ franzesi il luogotenente del baglí di Digiuno, e dell’esercito spagnuolo Fabio figliuolo di Pagolo Orsino, giovane tra i soldati italiani di non piccola espettazione. Fu fama che se i franzesi, quando cominciorono a passare, fussino proceduti innanzi virilmente, che sarebbono rimasti quel dí superiori; ma mentre che procedono lentamente e con dimostrazione di timidità non solo perderono l’occasione della vittoria di quel giorno ma si debilitorono in gran parte la speranza del futuro, perché dopo quel dí le cose andorono sempre per loro poco felicemente; e già tra’ capitani era piú presto confusione che concordia e, secondo il costume de’ soldati franzesi verso i capitani italiani, poca obedienza al marchese di Mantova luogotenente regio: in modo che egli, o per questa cagione o perché veramente fusse, come allegava, ammalato, o perché dalla esperienza fatta prima a Roccasecca e poi il dí che si tentò di passare il ponte avesse perduto la speranza della vittoria, si partí dello esercito; lasciato di sé nel re di Francia concetto maggiore di fede che di animo o di governo nell’esercizio militare. Dopo la partita del quale, i capitani franzesi, che erano i principali il marchese di Saluzzo il baglí di Occan e Sandricort, fatto prima alla testa del ponte di là dal fiume uno riparo con le carrette, vi fabricorno uno bastione capace di molti uomini, per il quale non potevano gli inimici assaltargli quando passavano il ponte.

Ma gli ritardavano a procedere piú oltre altre difficoltà, causate parte per colpa loro parte per la virtú e tolleranza degli inimici parte per l’iniquità della fortuna. Perché Consalvo, intento a impedirgli piú con l’occasione della vernata e del sito del paese che con le forze, si era fermato a Cintura, casale posto in luogo alquanto eminente lontano dal fiume un miglio poco piú; e la fanteria e l’altre genti alloggiate all’intorno, ma con molta incomodità perché, alloggiando in luogo solitario e dove sono rarissime le case e le capanne de’ contadini e de’ pastori, non vi era quasi coperto alcuno, e il terreno, per la bassezza naturale di quella pianura e perché i tempi erano molti piovosi, pieno di acqua e di fango: però i soldati che non avevano luogo di alloggiare ne siti piú alti, conducendo quantità grande di fascine, si sforzavano coprire con esse il terreno dove alloggiavano. Per le quali difficoltà e perché l’esercito era mal pagato, e per avere i franzesi guadagnato del tutto il passo del fiume, fu consiglio di alcuni capitani di ritirarsi a Capua, acciò che le genti patissino manco, e per levarsi dal pericolo in che pareva che si stesse continuamente essendo inferiori di gente agli inimici. Il quale consiglio fu magnanimamente rifiutato da Consalvo, con quella voce memorabile: desiderare piú tosto di avere, al presente, la sua sepoltura un palmo di terreno piú avanti che, col ritirarsi indietro poche braccia, allungare la vita cento anni; e cosí resistendo alle difficoltà con la costanza dello animo, ed essendosi fortificato con uno fosso profondo e con due bastioni fatti alla fronte dello alloggiamento dello esercito, si manteneva opposito a’ franzesi. I quali, benché avessino fatto il bastione, non tentavano di muoversi perché, essendo il paese tutto inondato per le pioggie e per l’acque del fiume (è questo luogo chiamato da Tito Livio, per la vicinità di Sessa, l’acque sinuessane, e forse sono le paludi di Minturne nelle quali C. Mario fuggendo Silla si occultò), non potevano procedere innanzi se non per via stretta, piena di fango altissimo e dove era sfondato tutto il terreno, né senza pericolo di essere assaltati per fianco dalla fanteria spedita degli spagnuoli che alloggiava molto vicina. Ed erano per sorte quella vernata i tempi freddissimi e asprissimi e con nevi e pioggie quasi continue, molto piú che non era il solito di quello paese e di quella stagione, onde pareva che la fortuna e il cielo fussino congiurati contro a’ franzesi: i quali, soprasedendo, non solo consumavano il tempo inutilmente ma ricevevano dalla dilazione, per la natura loro, quasi quel medesimo nocumento che dal veleno che opera lentamente ricevono i corpi umani. Perché se bene alloggiavano con minore incomodità che non alloggiavano gli spagnuoli, perché le reliquie di uno teatro antico, alle quali avevano congiunti molti coperti di legname, e le case e l’osterie vicine ne coprivano una parte, e il luogo intorno alla torre essendo alquanto piú alto che il piano di Sessa era manco offeso dalle acque, e si era anche la maggiore parte della cavalleria ridotta in Traietto e nelle terre circostanti, nondimeno, non resistendo per natura i corpi de’ franzesi e de’ svizzeri alle fatiche lunghe e alle incomodità come resistono i corpi degli spagnuoli, raffreddava continuamente l’impeto e la caldezza degli animi loro. E si augumentavano queste difficoltà per la avarizia de’ ministri proposti dal re sopra le vettovaglie e sopra i pagamenti de’ soldati; i quali, intenti al guadagno proprio né pretermettendo alcuna specie di fraude, lasciavano diminuire il numero, né tenevano il campo abbondante di vettovaglie. Per le quali cagioni già molte infermità sopravenivano nell’esercito: e il numero de’ soldati, benché a’ pagamenti fusse quasi il medesimo, era in quanto allo effetto molto minore, essendosi anche delle genti italiane risoluta per se stessa qualche parte. I quali disordini faceva maggiori la discordia de’ capitani, per la quale non si governava l’esercito né con lo ordine né con la obbedienza conveniente. Cosí i franzesi, impediti dall’asprezza della vernata, soggiornavano oziosamente in sulla ripa del Garigliano; non si facendo, né per gli inimici né per loro, fazione alcuna eccetto che leggiere battaglie, non importanti alla somma delle cose, nelle quali pareva che quasi sempre prevalessino gli spagnuoli. E accadde anche, in questi dí medesimi, che i fanti i quali erano stati lasciati da’ franzesi alla guardia di Rocca Guglielma, non potendo sostenere le molestie che dalle genti che guardavano Roccasecca e le terre circostanti quotidianamente sostenevano e però ritornandosene all’esercito, furono nel cammino rotti da quelle.

Ma essendo sute già molti dí le cose in quello stato, sopragiunsono all’esercito spagnuolo con le compagnie loro Bartolomeo da Alviano e gli altri Orsini: per la venuta de’ quali essendo accresciute le forze di Consalvo, in modo che aveva nello esercito novecento uomini d’arme mille cavalli leggieri e novemila fanti spagnuoli, cominciò a pensare non di stare piú alla difesa ma di offendere gl’inimici; dandogli maggiore animo il sapere che i franzesi, superiori molto di cavalli ma non di fanti, si erano tanto sparsi per le terre vicine che già gli alloggiamenti loro occupavano poco manco che dieci miglia di paese, in modo che intorno alla torre del Garigliano erano rimasti il marchese di Saluzzo viceré e gli altri capitani principali con la minore parte dello esercito, e quella, benché vi fusse sopravenuta copia di vettovaglie, ampliandovisi ogni dí piú le infermità, per le quali erano morti molti e tra gli altri il baglí di Occan, diminuiva continuamente. Però deliberando di tentare di passare il fiume furtivamente, il che succedendo non si dubitava della vittoria, dette la cura allo Alviano, autore, secondo dicono alcuni, di questo consiglio, che fabricasse il ponte secretamente. Per ordine del quale essendo stato con molto silenzio fabricato, in uno casale appresso a Sessa, uno ponte in sulle barche, condottolo di notte al Garigliano e gittatolo al passo di Suio, quattro miglia sopra il ponte de’ franzesi, dove per loro non si teneva guardia alcuna, subito che il ponte fu gittato, che fu la notte del vigesimo settimo dí di dicembre, passò tutto l’esercito, e in esso la persona di Consalvo; i quali la notte medesima alloggiorono nella terra di Suio contigua al fiume, occupata da’ primi che passorono. E la mattina seguente, dí pure di venerdí, felice agli spagnuoli, avendo ordinato Consalvo che il retroguardo che era alloggiato tra la rocca di Mondragone e Carinoli, quattro miglia di sotto al ponte de’ franzesi, andasse ad assaltare il ponte loro, si dirizzò con la vanguardia guidata dall’Alviano e con la battaglia, che erano passate seco, a seguitare i franzesi. I quali, avendo la notte medesima avuto notizia che gli spagnuoli, gittato il ponte, già passavano, occupati da grandissimo terrore, come quegli che avendo deliberato di non tentare insino sopravenisse benigna stagione piú cosa alcuna, e persuadendosi che negli inimici fusse la medesima negligenza e ignavia, si commossono tanto piú per questo ardire e accidente improviso; e però, se bene, piú presto trepidando, come si fa ne’ casi subiti, che consigliando o deliberando, il viceré, al quale molti levatisi da Traietto e de’ luoghi circostanti dove erano sparsi, si riducevano, avesse per proibire il passo inviato Allegri con alcuni fanti e cavalli verso Suio, nondimeno, occortisi che erano tardi, ed essendo superiore in ogni discorso e considerazione il timore, si levorono tumultuosamente a mezzanotte dalla torre del Garigliano per ritirarsi a Gaeta, lasciatavi la maggiore parte delle munizioni e nove pezzi grossi d’artiglieria, e insieme rimanendovi i feriti e moltitudine grande di ammalati. Ma Consalvo, intesa la levata loro, seguitandogli con l’esercito, spinse innanzi Prospero Colonna co’ cavalli leggieri, acciò che essendo travagliati da loro fussino costretti a camminare piú lentamente. I quali essendo giunti alle spalle di essi, alla fronte di Scandi, cominciorono insieme a scaramucciare, non intermettendo i franzesi di camminare e nondimeno fermandosi spesso, per non si disordinare, a’ ponti e a’ passi forti; donde dopo essersi alquanto sostenuti si ritiravano, sempre con ricevere qualche danno: ed era l’ordine del procedere loro, l’artiglierie innanzi a tutti, la fanteria dipoi e in ultimo luogo i cavalli, de’ quali quegli che erano gli ultimi combattevano continuamente con gl’inimici. Cosí essendo proceduti, ora fermandosi ora leggiermente combattendo, insino al ponte che è innanzi a Mola di Gaeta, la necessità costrinse il viceré a fare fermare una parte delle sue genti d’arme in su quel passo, per dare spazio di discostarsi alle sue artiglierie; le quali, non potendo procedere con la celerità con la quale procedevano le genti, già cominciavano a mescolarsi con loro. Però appiccata in quello luogo una battaglia grande, sopragiunse poco dipoi il retroguardo spagnuolo, che passato il fiume senza resistenza alcuna, con le barche medesime del ponte che era stato rotto da’ franzesi, camminava verso Gaeta per la strada diritta; essendo Consalvo, col resto dell’esercito, andato sempre per la costiera. Combattessi al ponte di Mola per alquanto spazio di tempo ferocemente; sostenendosi i franzesi, benché pieni di molto timore, principalmente per la fortezza del sito, e assaltandogli gli spagnuoli, a’ quali già pareva essere in possessione della vittoria, molto impetuosamente. Finalmente i franzesi non potendo piú resistere, e temendo non fusse tagliata loro la strada da una parte delle genti la quale Consalvo aveva mandata per la costiera a questo effetto, cominciorono con disordine a ritirarsi; e seguitandogli continuamente gli inimici, arrivati al capo di due vie, delle quali l’una va a Itri l’altra a Gaeta, si messono in manifesta fuga; restandone morti molti, tra’ quali Bernardino Adorno luogotenente di cinquanta lancie, lasciate l’artiglierie con tutti i cavalli del suo servigio, che erano stati condotti di Francia, piú di mille; e restandone molti prigioni: gli altri fuggirono in Gaeta, seguitati vittoriosamente insino alle porte di quella città. E nel tempo medesimo Fabrizio Colonna, mandato da Consalvo, poiché ebbe passato il fiume, con cinquecento cavalli e mille fanti alla volta di Ponte Corvo e delle Frace, col favore della maggior parte delle castella e degli uomini del paese, svaligiò le compagnie di Lodovico della Mirandola e di Alessandro da Triulzi. Furono, oltre a questi, presi e spogliati per il paese molti di quegli i quali, alloggiati a Fondi a Itri e ne’ luoghi circostanti, inteso essersi gittato il ponte dagli spagnuoli, non erano andati a unirsi con l’esercito alla torre del Garigliano ma per salvarsi avevano, sparsi, preso tumultuosamente il cammino in diversi luoghi. Maggiore infortunio ebbono Piero de’ Medici, che seguitava il campo de’ franzesi, e alcuni altri gentiluomini; i quali, essendo nella levata dello esercito dal Garigliano saliti in su una barca, con quattro pezzi di artiglieria per condurgli a Gaeta, per troppo peso e perché ebbono i venti contrari, alla foce del fiume andata sotto la barca, annegorono tutti. Alloggiò la notte seguente Consalvo con l’esercito a Castellone e a Mola; e accostatosi il dí seguente a Gaeta, ove oltre a’ capitani franzesi erano rifuggiti i príncipi di Salerno e di Bisignano, occupò subito il borgo e il monte che era stato abbandonato da’ franzesi. I quali, benché in Gaeta fusse gente bastante a difenderla e a sufficienza vettovaglie, e il luogo opportuno a essere con l’armate di mare soccorso, nondimeno inviliti, né disposti a tollerare il tedio dello aspettare gli aiuti incerti, voltorono subito l’animo ad accordarsi; e perciò, essendo di consentimento degli altri andati a trattare con Consalvo il baglí di Digiuno, Santa Colomba e Teodoro da Triulzi, convennono, il primo dí dell’anno mille cinquecento quattro, di consegnare Gaeta e la fortezza a Consalvo, avendo facoltà d’uscire con le robe loro salvi, per terra e per mare, fuora del reame di Napoli, e che Obigní e gli altri prigioni fussino da ogni parte liberati; ma questo non fu sí chiaramente capitolato che non avesse Consalvo occasione di disputare che, per virtú di tale convenzione, non si intendevano liberati i baroni del regno napoletano.

Questa è la rotta che ebbe l’esercito del re di Francia appresso al fiume del Garigliano, in sulla ripa del quale era stato fermo circa cinquanta dí; causata non meno da’ disordini propri che dalla virtú degli inimici; e rotta molto memorabile, perché ne seguitò la perdita totale di sí nobile e potente reame e la stabilità dello imperio degli spagnuoli; e piú memorabile ancora, perché essendovi entrati i franzesi molto superiori di forze agli inimici, e abbondantissimi di tutte le provisioni terrestri e marittime che sono necessarie alla guerra, furono debellati con tanta facilità, e senza sangue e pericolo alcuno de’ vincitori; e perché, con tutto che pochi ne morissino per il ferro degli inimici, fu per vari accidenti piccolissimo il numero di quegli che si salvorno di tanto esercito. Conciossiacosaché de’ fanti i quali nella fuga salvorono le persone loro, e di quegli ancora che fatto l’accordo si partirono per terra da Gaeta, ne morí una parte per la strada consumati da’ freddi e dalle infermità; e quegli di loro che giunsono a Roma vivi vi si condussono la piú parte ignudi e miserabili, donde molti ne morirono per gli spedali, e la notte, per il freddo e per la fame, per le piazze e per le strade. E quel che ne fusse cagione, o il fato avverso a’ franzesi (né meno avverso alla nobiltà che alla gente plebea) o le infermità contratte per le incomodità sostenute intorno al Garigliano, molti di quegli che, fatto che fu l’accordo, si erano per mare partiti da Gaeta, ove lasciorno la maggiore parte de’ loro cavalli, morirono o in cammino o subito che furono arrivati in Francia: tra’ quali fu il marchese di Saluzzo, Sandricort e il baglí della Montagna e molti gentiluomini. Fu considerato che, oltre a quello che si poteva attribuire alla discordia e al poco governo de’ capitani franzesi e alla asprezza de’ tempi, e il non essere i franzesi e i svizzeri abili quanto gli spagnuoli a tollerare con l’animo il tedio della lunghezza delle cose né col corpo le incomodità e le fatiche, due cose principalmente aveano impedita al re di Francia la vittoria. L’una, la lunga dimora che fece l’esercito, per la morte del pontefice, in terra di Roma, dalla quale fu causato che prima sopravenne la vernata, e che prima Consalvo condusse agli stipendi suoi gli Orsini, che essi entrassino nel regno; perché non si dubita che se vi fussino entrati nella stagione benigna sarebbe stato necessitato Consalvo, allora molto inferiore di forze né favorito dalla rigidità de’ tempi, abbandonata la maggiore parte del reame, a ritirarsi in pochi luoghi forti: l’altra, l’avarizia de’ commissari regi, i quali fraudando il re ne’ pagamenti de’ soldati, e disordinando per la medesima intenzione le vettovaglie, furono non piccola cagione della diminuzione di quello esercito; perché il re aveva con grandissima prontezza fatta provisione tale di tutte le cose necessarie che è certo che al tempo della rotta erano in Roma, per ordine suo, quantità grande di danari e apparato grande di vettovaglie; e se bene all’ultimo, per le moltissime querele de’ capitani e di tutto l’esercito, vi fusse maggiore larghezza del vivere, nondimeno prima ve ne era stata strettezza tale che questo disordine, aggiunto all’altre incomodità, era stato cagione di tante infermità e della partita di molta gente e dell’essersi molti distesi ne’ luoghi circostanti: dalle quali cose finalmente procedette la ruina dello esercito. Perché come alla sostentazione di uno corpo non basta solamente il bene essere del capo ma è necessario che gli altri membri faccino lo ufficio suo, cosí non basta che il principe sia senza colpa delle cose se ne’ ministri suoi non è proporzionatamente la debita diligenza e virtú.