Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo VI/Asia Occidentale

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Asia Occidentale

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Capitolo VI Capitolo VI - Asia Centrale

[p. 97 modifica]32. Asia Occidentale. — Nel capitolo IV del Testo Ramusiano, dedicato all’Armenia maggiore, si legge che «nel mezzo di questo grande paese è un grandissimo ed altissimo monte, sopra il quale si dice essersi fermata l’arca di Noè, e per questa causa si chiama il monte dell’Arca di Noè, ed è così lungo e largo, che non si potria circuire in due giorni, e nella sommità di quello vi si trova di continuo tanto alta la neve, che niuno vi può ascendere, perché la neve non si liquefa in tutto, ma sempre una casca sopra l’altra, e così accresce». Nel gruppo dell’Ararat, la cui latitudine media è di 39° 42’, il limite inferiore delle nevi perpetue trovasi, secondo le osservazioni moderne, ad un’altezza oscillante tra 4250 e 4300 metri1. Il Grande Ararat, la cui altezza è di circa 5200, entra adunque per quasi 1100 metri, nella regione delle nevi eterne. È pure esatto quanto dice Marco Polo sulle dimensioni orizzontali del gruppo dell’Ararat, poiché la sua base, pressoché circolare, misura, in circuito, ben 130 chilometri.

Nel capitolo V si legge che «nei confini della Zorzania (Giorgies del Testo della Crusca, Georgia) è una fontana dalla quale nasce olio in tanta quantità, che molti cammelli vi si potrebbero caricare, e non è buono da mangiare, ma da ungere gli uomini, e gli animali per la scabbia e per molte infermità, e anco per bruciare». Negli scrittori occidentali è questa la [p. 98 modifica]prima notizia delle sorgenti di nafta o di petrolio che formano una delle principali caratteristiche della regione meridionale del Caucaso, e si trovano in grande abbondanza presso la penisola di Apsceronte o di Baku. Degli scrittori Arabi, l’Istachry e l’Edrisi non fanno cenno delle sorgenti e dei fuochi di Baku, ma il geografo Massudi, posteriore di 30 anni ad Istachry e anteriore di due secoli all’Edrisi, ne parla già estesamente2. Due secoli circa dopo Marco Polo, Giosafatte Barbaro, altro viaggiatore veneziano, descrive le sorgenti di Baku in modo conforme a quello del suo immortale compatriota: «Sul mare da questa parte è un’altra città che è nominata Bacha dalla quale è detto il mare di Bacha, appresso la quale è una montagna che butta olio negro di gran puzzo, il quale si adopera ad uso di lucerna da notte, e ad unzione di cammelli due volte l’anno, perché non gli ungendo diventano scabiosi»3.

Dai capitoli preliminari, assai più diffusi nel Testo francese che non negli altri, nei quali Marco racconta del viaggio di Niccolò e Matteo Polo, risulta che questi attraversarono i paesi a settentrione del Caspio e dell’Aral, e, forse anche, il Syr Daria nel suo corso superiore: nessun cenno si ha tuttavia del bacino dell’Aral, od almeno questo lago vi è considerato come parte integrante del Caspio. Riguardo a quest’ultimo, Marco Polo così si esprime: «In questa provincia (Zorzania, Georgia) tutti i boschi sono di legni di bosso, e guarda due mari, uno dei quali si chiama il Mar Maggiore, quale è dalla banda di tramontana: l’altro di Abacù verso l’oriente, che dura nel suo circuito per duemila e ottocento miglia, ed è come un lago, perché non si mischia con alcun altro mare, e in quello sono molte isole con belle città e castelli»4. E, più lungi: «In questo mare di Abacù mettono capo Herdil, Geichon, e Cur e Aras, e molti altri grandissimi fiumi». Dal che si vede che Marco Polo non solo riteneva, giustamente, il Mar Caspio [p. 99 modifica]come affatto indipendente dall’Oceano, ma inoltre considerava il Geichon (Dijhun od Amu Daria) come un tributario del Caspio insieme coll’Herdil (Volga) col Cur e coll’Arasse, se pure il nome Geichon non vogliasi tenere come una variante del nome Iaik, col quale per molto tempo venne indicato l’Ural, tra gli affluenti del Caspio solo inferiore al Volga.

Una descrizione esatta delle montagne del Caucaso si legge nello stesso capitolo V del Testo Ramusiano, corrispondente al 17° del Testo Magliabechiano: «E questa (cioè la Georgia) è la provincia che Alessandro il Grande non poté passare, perché dall’uno lato è il mare (Caspio), e dall’altro le montagne; dall’altro lato (cioè verso il Caspio) è la via sì stretta che non si può cavalcare, e dura questa via stretta più di quattro leghe, cioè 12 miglia, sì che pochi uomini terrebbono lo passo a tutto il mondo, perciò non vi passò Alessandro, e quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, e chiamasi la porta del ferro (cioè le famose strette di Derbend, già rammentate a proposito del viaggio del Rubruk, e corrispondenti alle Portae Caspiae degli antichi scrittori). La provincia è tutta piena di grandi montagne, e sì vi dico, che i Tarteri non poterono ancora avere interamente la signoria di tutta». Il viaggiatore viene quindi a parlare di un gran lago della Georgia, il cui nome è Geluchelan, «il quale gira settecento miglia, ed è di lungi ogni mare bene 12 giornate, ed entravi dentro molti grandi fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova navigarono per quel mare». E, poco più sopra: «Questo lago non mena niuno pesce di niuno tempo, se non di quaresima, e comincia lo primo dì di quaresima, e dura sino al Sabato Santo, e ve ne viene in grande abbondanza». Alcuni autori, osservando che in alcuni codici francesi il nome del lago è Gheluchelan, nel quale si potrebbe ravvisare l’origine turca Ghel-Ghilan, cioè lago di Ghilan; che inoltre il Ghilan è una importante provincia della Persia situata sulla spiaggia sud-ovest del Caspio; che in fine Marco Polo dice che la provincia nella quale è quel lago è molto ricca della seta detta gheele, propendono a identificare quel bacino lacustre col Mar Caspio. [p. 100 modifica]Questa opinione si appoggierebbe eziandio sull’affermazione di Marco, che i Genovesi navigavano quel lago da breve tempo. Se non che vi si oppongono ricisamente due cose: il circuito del lago, quattro volte più piccolo di quello che Marco Polo dà al mare di Abbacu (Caspio); e la pesca periodica, in aperta contraddizione con quanto si legge nel Testo Ramusiano intorno alla straordinaria quantità di pesci del Caspio: «Detto mare produce molti pesci, e specialmente storioni, salmoni alle bocche dei fiumi, e altri gran pesci». A meno che si voglia negare ogni fede al Testo Ramusiano, dal che rifuggono i più illustri commentatori del Libro di Marco Polo, conviene adunque ricercare altrove che nel Caspio il lago Gheluchilan. Non mancano autori che identificano questo lago con quello di Van (antico Arsissa): ma vi si oppone, a mio avviso, la posizione di questo bacino nel cuore dell’Armenia maggiore, e perciò estranea alla Georgia in cui il Gheluchilan è posto da Marco Polo. Si potrebbe forse, con miglior ragione, identificare il lago accennato dal viaggiatore veneziano col lago Goktscha o Sevanga, che appartiene al governo di Erivan, quantunque anche in questa ipotesi si incontrino difficoltà non lievi, tra cui specialmente quella, che il Sevanga è, come il lago di Van, un bacino tutto circondato da montagne.

Nel capitolo XIX del Testo Magliabechiano5, là ove Marco discorre della famosa città di Baudac (Bagdad), si legge: «Per mezzo la città passa un fiume molto grande, per lo quale si puote andare infino al Mare d’India, e quindi vanno e vengono i mercatanti e loro mercatanzie. E sappiate che da Baudac al mare giù per lo fiume ha bene 18 giornate. I mercatanti che vanno in India, vanno per quel fiume sino ad una città che ha nome Chisi, e quivi entrano nel mare d’India. E su per lo fiume tra Baudac e Chisi vi è una città che ha nome Bastra (Bassorah)». Siccome la città di Chisi non si può altrimenti che identificare col luogo principale dell’isola di Chism, [p. 101 modifica]la quale sì innalza alla imboccatura del golfo Persico, ad una distanza di almeno 1800 chilometri da Bagdad — bene corrispondente alle 18 giornate di cui nel Testo — è forza conchiudere che Marco non avesse esatta notizia del golfo Persico, e considerasse questo addentramento dell’Oceano Indiano come un prolungamento, e, direi quasi, una espansione dei fiumi Eufrate e Tigri che vi mettono foce.

Egregiamente indicata è la configurazione del paese a scalee a terrazzi che si estende dall’interno dell’altipiano iranico alle rive dell’Oceano, come bene si scorge dalla descrizione del viaggio dal regno di Crema o Chiermain (Kerman) alle spiaggie di Ormus o Cormos. Così, dopo aver parlato di una montagna che si innalza a sette giornate da Kerman, il Polo dice che alla discesa della detta montagna vi ha un bel piano, molto cavo, con molte città e castella, il quale ha, da settentrione a mezzodì, una larghezza corrispondente a cinque giornate di viaggio; che al di là di questo piano è un’altra china o discesa larga 20 miglia, la quale termina ad una seconda pianura o piattaforma molto bella, detta pianura di Formosa, e larga due giornate sino alle rive dell’Oceano, ove è una città con porto che ha nome Cormos6. Più esattamente è detto nel Testo Ramusiano, che alla fine si giunge al Mare Oceano, dove sopra un’isola vicina vi è una città chiamata Ormus7, della quale Marco rileva poi la grande importanza commerciale, giacché colà «vengono d’India per navi tutte ispezierie, e drappi d’oro e denti di leonfanti e altre mercatanzie assai, e quindi le portano i mercatanti per tutto il mondo»8.

Il viaggio da Kirman al bacino dell’Amudaria offre occasione al Polo di descrivere abbastanza minutamente la regione deserta, qua e là sparsa di ricche e ben popolate oasi, che forma uno dei principali caratteri dell’altipiano iranico, e di parlare [p. 102 modifica]molto diffusamente del Vecchio della Montagna, la cui residenza, nel paese di Milice (Milect nel Testo francese), era resa inespugnabile dalla natura e dall’arte, poiché guardata e rinchiusa da altissimi monti e forte castello9. Ma ben più importante, sotto l’aspetto geografico, è tutta la parte del Libro che si riferisce alla regione idrografica dell’Oxos (Amudaria) ed al gigantesco sollevamento che divide la regione stessa da quella del Tarim, corrispondente al Tien-scian-nan-lu della geografia politica dell’Impero Cinese. Notiamo, tra le cose più interessanti, la menzione che vi si fa delle alte montagne che formano la cintura meridionale dell’alto bacino dell’Amudaria ed appartengono, come è noto, al grande sollevamento dell’Kindu-Kush; — delle ricche miniere di sal gemma di quella regione montagnosa; — delle pietre preziose dette balasci (rubini) che si traggono dalle montagne del Balascam o Balascian (Badakscian); — delle miniere di azzurro (lapislazuli) e di argento del medesimo paese; — del gran fiume del Balascian, nel quale si possono riconoscere o il Kutscha Daria che, passando per Faisabad, gettasi nell’Amu, o quello, più importante, conosciuto col nome di Pandscha, il cui bacino superiore appartiene al paese di Wachan (Voca o Vocan in Marco Polo); — del gran lago, donde, secondo il Testo Ramusiano, corre quel bellissimo fiume; il qual lago non si potrebbe con ragione identificare col Sari-Kul corrispondente al lago dei Draghi del pellegrino buddista Hiuen-tshang (1a metà del secolo 7°), sibbene con alcuno degli altri bacini lacustri, più o meno estesi, che si trovano, qua e là, nell’altipiano di Pamir10.

Quanto a quest’ultima regione, che Marco Polo percorse nella direzione generale da occidente ad oriente per giungere, di là, al Turchestan orientale, il viaggiatore veneziano così si esprime: «E partendosi dalla contrada di Voca si va per tre giornate [p. 103 modifica]tra Levante e Greco, sempre ascendendo pei monti, e tanto s’ascende, che la sommità di quei monti si dice essere il più alto luogo del mondo. E quando l’uomo è in quel luogo trova fra due monti un gran lago, dal quale per una pianura (leggi: altipiano) corre un bellissimo fiume, e in quella sono i migliori e più grassi pascoli che si possino trovare… e si cammina per dodici giornate, per questa pianura, la quale si chiama Pamer (Pamier nel Testo francese). Ivi non appare sorta alcuna di uccelli per l’altezza dei monti, e gli fu affermato per miracolo, che per l’asprezza del freddo, il fuoco non è così chiaro, come negli altri luoghi, né si può ben con quello cuocere cosa alcuna»11.

Si ha qui una delle prime notizie sulla zona montagnosa che, designata dagli indigeni col nome di tetto del mondo12 a cagione dell’altezza e della somma importanza sotto l’aspetto idrografico, forma l’anello di congiunzione tra le Montagne Celesti dall’un lato, e quelle del sistema Kuen-luen-Himalaia dall’altro. E dico una delle prime notizie, giacché la fonte più antica, cui i geografi possano attingere circa alla elevata regione del Pamir, non è il Libro di Marco Polo, ma sibbene la relazione dei due pellegrini buddisti Sung-yun e Hiuen-tsang, che visitarono quei paesi assai tempo prima del viaggiatore veneziano. È vero che il primo di quei due esploratori non fa mai cenno del nome di Pamir; ma dalla descrizione generale che egli ci porge del paese è facile riconoscere in questo la importante sezione dell’anzidetto sistema Kuenluen-Himalaia. Così, per citare un solo passo della relazione, egli dice: «Nella parte centrale delle montagne trovasi un lago che è abitato da un drago velenoso. Le acque che scorrono lungo i fianchi occidentali vanno a sboccare nel mare occiden[p. 104 modifica]tale (cioè nel mar Caspio)». Più minuta è la relazione di Hiuen-tshang sulla medesima regione del Pamir, che egli chiama Po-mi-lo. «Il Po-mi-lo», egli dice, «è situato a 700 lì dalle frontiere del paese di Sciang-mi nella direzione del nord-est13. La valle di Po-mi-lo, nella quale penetrammo dopo avere attraversato montagne e vallate, passeggi stretti e precipizi profondi, non ha meno di 1000 lì da occidente ad oriente, e misura dal nord al sud non meno di 100 lì: nei passaggi più stretti essa presenta tuttavia una larghezza di soli 10 lì. Questa valle è situata tra due montagne coperte di neve. Nella primavera e nella state si scatenano uragani di neve, e giorno e notte soffiano venti impetuosi. Il paese è sterile; gli arbusti e gli alberi vi sono estremamente rari. Si giunge quindi ad un paese deserto, incoltivato, nel quale non si incontrano abitazioni umane. Nel mezzo della valle giace il gran lago del Drago, lungo circa 300 lì dall’ovest all’est, e largo 50 lì dal nord al sud. Esso è proprio nel centro del grande Tsong-ling, il paese più alto dì tutti i paesi compresi nel Djambu-dvipa. L’acqua del lago è chiara e brillante come uno specchio, di colore verde cupo, dolce e di buon gusto; quanto alla profondità non venne ancora misurata… Dalla parte occidentale del lago esce un gran fiume, il quale scorre ad occidente, giunge al limite del paese detto Ta-mo-si-tie-ti, ove si unisce col fiume Fatsu (Oxos). Per cui tutti i fiumi alla destra del lago scorrono verso occidente14. Ad oriente esce dallo stesso un gran fiume il quale scorre al nord-est, e giunge sino ai limiti occidentali del regno di Kiescha (Kashgar). Quivi si unisce col fiume Si-to. Adunque tutti i fiumi sulla sinistra del lago scorrono verso oriente».

Contrariamente a quante si legge in questo passo di [p. 105 modifica]Hiuen-tshang, Marco Polo non considera l’altipiano di Pamir come formante, col suo asse principale, la zona di displuvio tra il bacino dell’Oxos e quello del Tarim. Ma nella relazione del viaggio egli fa notare la grande copia di acque correnti che irrigano ambo i fianchi del grande sollevamento. «Poiché si ha cavalcato le dette dodici giornate (dal Badakscian al Pamir centrale) bisogna cavalcare circa quaranta giornate, pure verso levante e greco, continuamente per monti, coste e valli, passando molti fiumi e luoghi deserti, nei quali non si trova abitazione né erba alcuna, ma bisogna che gli viandanti portino seco da vivere, e questa contrada si chiama Beloro». Dal quale passo si vede eziandio che nel grande rigonfiamento del suolo asiatico che si estende tra i bacini dell’Oxos e del Tarim il viaggiatore veneziano distingue l’altipiano, propriamente detto, di Pamir, dalla regione più accidentata, e meno accessibile, del Bolor, similmente alla divisione già accennata da Hiuen-tshang, il quale pone il regno di Po-lo-lo (Bolor), ricco di oro e di argento, a mezzodì della valle di Po-mi-lo (altipiano di Pamir).


Note

  1. Heim, Handbuch der Gletscherkunde, pag. 18.
  2. Humboldt, Central Asien, I, 476-478; Cosmos', pag. 180 e 479.
  3. Ramusio, Navigazioni e viaggi, 2, pag. 109 C.
  4. Testo Ramusiano, cap. V
  5. Capo VII del Testo Ramusiano (Libro I).
  6. Cap. XXV-XXVII
  7. Cap. XVI del Testo Ramusiano
  8. Cap. XXVII del Testo Magliabechiano; XVI del T. Ramusiano
  9. Cap. XXVIII. Baldelli, I viaggi di Marco Polo, vol. 2, pag. 80.
  10. Paquier, nel Bollettino della Soc. Geogr. di Parigi, 1876, vol.2, pag. 125.
  11. Cap. XXVII del Testo Ramusiano
  12. Traduzione letterale del persiano Bam-i-duniah. È questo il luogo del quale, secondo Sung-yun, gli uomini dicono che trovasi tra il cielo e la terra: è il paese che Hiuen-tsang chiama il più alto delle Djambu-dvipa. V. Humboldt, Central Asien, vol. 1, pag. 589.
  13. Il cinese è di 329 metri, quasi esattamente il terzo di un chilometro. V. Vivien de Saint-Martin, Mémoire analytique sur la carte de l’Asie e de l’Inde ecc., pag. 8.
  14. Il pellegrino buddista suppone, nella orientazione, il nord nel basso, il sud in alto, e perciò l’ovest alla destra e l’est alla sinistra di un osservatore volto a mezzogiorno.