Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo VII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo VII

../Capitolo VI - parte II ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 24 settembre 2020 75% Da definire

Capitolo VI - parte II Capitolo VIII

[p. 207 modifica]


CAPITOLO VII.


[Anno 1849]


Consideramenti sui partiti costituzionale e repubblicano. — Trionfo di quest’ultimo. — Confronto fra il Mazzini e il Mamiani. — La repubblica, annunziata ai Romani dal ministero, annunziata ai rappresentanti all’estero dal ministro Muzzarelli. — Padre Ventura esita di riconoscere in nome della Sicilia la repubblica, e chiede istruzioni al suo governo. — Te Deum in san Pietro il giorno 11 febbraio. — Cenni sull'Armellini, sul Montecchi, e sul Saliceti, formanti il comitato esecutivo. — Atti governativi a tutta la prima quindicina di febbraio. — Nuovo ministero. — Si affiggono alcuni fogli stampati contro i preti. — Livio Mariani li disapprova e promette di punirne gli autori. — Il Santo Padre emette il 14 da Gaeta una protesta contro la repubblica. — Pratiche del Gioberti in Roma e in Gaeta per assestare le cose romane e ricondurre il papa costituzionale in Roma, sotto la protezione dei Piemontesi. — Suoi sforzi per rompere la lega cattolica, e impedire l’intervento straniero. — Il conte Martini, ambasciadore del Piemonte al pontefice, ricevuto e riconosciuto in Gaeta. — Inutilità de’ suoi sforzi conformi a quelli del Gioberti. — La corte di Gaeta persiste nel suo appello a tutte le potenze. — Osservazioni sull’intervento delle potenze cattoliche, e su quello proposto dal ministro piemontese Gioberti.


Eletta l’assemblea, siccome dicemmo nel capitolo precedente, venne constatata e fermata, sotto le apparenze di legalità, la vittoria dei repubblicani ch’eransi stretti fra loro con arti e con giuri di setta, ma non la vittoria del popolo che povero popolo! è sempre zimbello degli astuti e dei mestatori politici, e mentre te gli danno ad intendere ch’è già fatto sovrano, trovasi, e noi sa e non sei crede, più miserabile di prima.

[p. 208 modifica] Noi dichiarammo distesamente nei capitoli II e IV di questo terzo volume, siccome a forza d’inganni e illegalità venissero a poco a poco coordinate le cose in guisa, da farsi scaturire la proclamazione della Costituente e la sua attuazione. Narrammo i suoi voti bugiardi, e le arti subdole per ottenerli in Roma il 21 e 22 gennaio. Raccontammo quindi la proclamazione degli eletti il 28, ed in fine la convocazione dell’assemblea il 5 di febbraio, come al capitolo VI. Noi ponemmo ogni studio nel corroborare siffattamente di prove le cose narrate, che osiamo sperare ci si voglia tributare almeno dai nostri lettori una qualche lode soltanto per ciò che si riferisce a verità ed esattezza.

Abbiamo inoltre raccontato nel capitolo precedente la proclamazione della repubblica la sera dell’8; e fummo brevi molto nella enunciazione dei discorsi che precedettero la votazione, sembrandoci averne detto abbastanza e assai bene il Farini nel capitolo XI del terzo volume delle sua storia, al quale riferiremo i nostri lettori.

Ora e prima di proseguire il racconto delle cose occorse, diremo che andrebbe fortemente errato chi credesse che la proclamazione della repubblica fosse la verace espressione delle volontà individuali, e che fosse scaturita naturalmente. Le cose non si passarmi così. Avrebbero esse proceduto regolarmente se nello eleggere i deputati non si fosse avuto in vista che il senno, la probità, la esperienza, la dottrina, il censo. Ma nulla di tutto ciò. I circoli che primeggiavano dapertutto (e questo lo abbiamo toccato con mano), i circoli furono che adoperaronsi perchò la scelta dei deputati cadesse non sulle persone migliori del comune, del distretto, o della provincia, ma su quelle esclusivamente ch’eran note per caldi sensi repubblicani, affinchè, assicurata una maggiorità nell’assemblea, la repubblica e non altro fosse il governo da scegliersi ed approvarsi.

Non sarà inutile di rammentare come subito dopo l’armistizio Salasco, e le grida degli esagerati contro Carlo Alberto, il partito repubblicano alzasse la testa; come Venezia [p. 209 modifica]si distaccasse dalla fusione e si ricostituisse in repubblica; come si formasse il piano di sostituire alla guerra regia la guerra dei popoli; come fin dal 28 di agosto il circolo romano desse la prima mossa, inviando una circolare a tutti i circoli italiani per invitarli a collegarsi strettamente fra loro; e come fossero i circoli effettivamente che iniziarono e promossero il movimento e spinsero Roma a proclamare la Costituente.

Riportammo perfino gl’indirizzi dei circoli di Firenze, di Pisa, di Ancona e di Bologna, ed infine la risoluzione di tutti i circoli delle Romagne adunatisi in Forlì il 13 dicembre.

La intromissione pertanto o la intrusione dei circoli, e la loro onnipotenza fu tale, che tutti gli stati, tutti i governi, ne furono in un subito atterriti, ed i circoli non legalmente ma effettivamente governarono gli stati e dominarono i governi.

Qual meraviglia pertanto se, a ciò tendendo gli sforzi riuniti e compatti di questo esercito di circoli ch’era già divenuto formidabile, ottenesse l’intento dandoci per rappresentanti del popolo quegl’individui che già volevansi, che furono eletti, e che diressero la cosa pubblica? L’operosità, l’astuzia e l’unione nei repubblicani furono somme, ma la verità e la buona fede in quel meccanismo di frodi e d’inganni furon lasciate, siccome un fuor d’opera, in disparte.

Per tal guisa trionfarono le idee ed i consigli del Mazzini, e quelle del Mamiani subirono la più solenne sconfìtta. Ed è questo il compito ordinario delle moderne rivoluzioni. Uno incomincia, l’altro finisce; uno semina, l’altro raccoglie; uno corre al pallio, l’altro gli strappa dalle mani la palma del trionfo.

Mamiani ottenne l’onore del trionfo quando, giunto appena in Roma nel settembre 1847, vide a’ suoi piedi nel banchetto datogli al casino detto il Vascello, tutti i politici di parte mezzana. Promulgatasi in Roma la costituzione, aperse scuola di costituzionalismo e compose il suo [p. 210 modifica]programma che fu la bussola degli elettori e degli elegibili. Perturbata Roma, in seguito dell’allocuzione pontificia del 29 di aprile, fu il solo uomo che potesse scongiurare la tempesta e riporre in calma i flutti sconvolti. Fu ministro e regnò arbitro supremo nelle Camere e nei circoli, nella piazza e ne’ quartieri civici; e ciò durò fino al luglio 1848.

Il Mazzini da lungi seguiva le fasi del movimento, avversava la fusione col Piemonte in Lombardia, spargeva diffidenza contro i regi, e guadagnava ogni giorno terreno. A poco a poco precipitaronsi gli avvenimenti a tal segno, che non altro che la repubblica poteva costituire il punto di fermata. La voce del Mamiani perdette gradatamente la forza, quantunque la ragionasse forse meglio degli altri, e allora il Mazzini potè dire: l’impero è mio .

Il Mamiani pertanto e il Mazzini furono i due capi partito o capi scuola più efficaci della rivoluzione romana. Il primo amava le linee oblique, il secondo le rette. Tra i due troviamo più chiaro e sincero il procedere del secondo, il quale almeno riccamente ti diceva ciò che volesse. Entrambi per certo aspiravano ad avere una Italia repubblicana, o quasi. Mazzini vi voleva entrare apertamente per la porta; Mamiani occultamente per la finestra. Il primo voleva il nome e la cosa; il secondo la cosa senza il nome. Ci perdonino i nostri lettori questi volgari modi di esprimerci. Ma Mazzini almeno parlandoti chiaro, ti mostrava l’arma di cui voleva valersi, e ti diceva: eccola; salvati se puoi. Mamiani viceversa ti si mostrava con un mazzolino di fiori nelle mani, ma teneva celata l’arma sotto le vesti. E la sua arma eran le insidie le più raffinate.1 In una parola ambidue odiavano il papato, ambidue lo volevano a terra.

E se il Mamiani voleva conservarlo in apparenza, te ne dava la ragione. Se noi impiantiamo la repubblica (egli diceva) e discacciamo il papa, tutti ci daranno addosso, e dovrem porci in guerra con tutto il mondo. [p. 211 modifica]Mazzini viceversa diceva: vengan pur tutti ad assalirci, e noi li combatteremo tutti, e tutti i popoli saranno con noi.

Quest’ultimo più ardito, più mistico, più entusiasta parlava alla effervescenza de giovani, e sulla audacia de’ medesimi faceva assegnamento; mentre Mamiani parlava agli uomini più posati e riflessivi: ma i primi sono i più, gli altri disgraziatamente costituiscono il minor numero.

Ora procedendo alla narrazione dei fatti che seguirono la proclamazione della repubblica rammenteremo che nella notte dall’8 al 9 vi fu qualche grido e qualche applauso in città, ma fu cosa di lieve momento.

La mattina del 9 il ministero annunziava col seguente proclama il grande avvenimento ai Romani:

«Romani!

» Un grand’atto è compiuto. Riunita l’assemblea nazionale de’ vostri legittimi rappresentanti, riconosciuta la sovranità del popolo, la sola forma di governo che a noi conveniva era quella che rese grandi e gloriosi i padri nostri.

» Così decretò l’assemblea, e la Repubblica romana fu proclamata oggi dal Campidoglio.

» Ogni cittadino, che non sia nemico della patria, deve dare una pronta e leale adesione a questo governo, che nato dal voto libero e universale dei rappresentanti della nazione, seguirà le vie dell’ordine e della giustizia.

» Dopo tanti secoli, noi torniamo ad avere patria e libertà: mostriamoci degni del dono che Dio c’inviava, e la romana Repubblica sarà eterna e felice.

» Roma, 9 febbraio 1849.


     » I ministri del governo repubblicano
» C. E. Muzzarelli » L. Mariani
» C. Armellini » P. Sterbini
» F. Galeotti » P. Campello.

» F. Cerroti segretario del Consiglio dei ministri2

[p. 212 modifica] Dopo di ciò ordinava l’abbassamento degli stemmi e delle armi del pontefice, meno però quelle delle chiese, de’ luoghi pii, e delle residenze del corpo diplomatico.3

Alle 3 pomeridiane poi sul piazzale di Campidoglio concorsero i rappresentanti con accompagnamento di civica, carabinieri e popolo, ed il presidente dell’assemblea Galletti fra gli applausi dei circostanti leggeva ad alta voce dal palazzo comunale il decreto fondamentale della decadenza del papato,e della proclamazione della repubblica.4

In pari tempo venivasi a conoscere in Roma che il gran duca di Toscana era fuggito ed un governo provvisorio erasi formato, composto dei cittadini Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni; e che anche a Genova erasi operata una pacifica rivoluzione in seguito della quale la Costituente italiana era stata proclamata, e che la truppa aveva fraternizzato col popolo.5

Queste rivoluzioni pacifiche tengono troppo della mistificazione. Esse rassembrano piuttosto a partite di scacchi combinate preventivamente a tavolino.

Nel tempo stesso il ministro Muzzarelli con una circolare ai rappresentanti ed ai consoli romani all’estero, comunicava il decreto fondamentale, informavali che la commissione provvisoria di governo era confermata, ed invitavali a riconoscere la repubblica romana.6

Intanto il deputato per Ascoli Antonio Tranquilli onesto e posato cittadino (come lo chiama il Farini),7 il quale ostile alla repubblica ed alla decadenza del papato aveva preparato ancor esso il suo discorso per la sera dell’8, non credette opportuno di leggerlo nell’assemblea, e lo dette alle stampe. Disgraziatamente pochi giorni dopo morì, e si disse di veleno.8

[p. 213 modifica]Fra i rappresentanti cui aveva diretto il Muzzarelli la circolare, eravi il padre Ventura per la Sicilia. E questi, senza porre tempo in mezzo, replicava il 10: «Sentire che le alte convenienze impostegli dalla sua posizione non gli permettevano di prevenire l’apprezziazione che sarebbe per farne il governo che aveva il vanto di rappresentare, e dal quale attendeva istruzioni. Sperare però, che in tutti i conti la Sicilia, riguardata mai sempre con tanto interessamento dall’antica Roma, sarebbe ora più che mai gelosa di restringere con Roma nuovi rapporti di fratellanza, garantiti da speciali simpatie.»9

Una delle prime cose poi alle quali pensò l’assemblea, fu quella di governare per mezzo di un comitato esecutivo di cui furono eletti membri l’avvocato Carlo Armellini romano, Aurelio Saliceti napolitano, Mattia Montecchi romano.

Noi ci asterremo dal dare alcun giudizio sull’Armellini il cui merito come giurisperito era troppo noto in Roma. Solo diremo (perchè questa è storia) che in tempi posteriori si vollero esaminare gli atti della sua vita letteraria, e rovistando fra le memorie accademiche, si rinvenne un suo componimento in versi latini recitato nel 1798, mentre Roma era governata a repubblica, in un’accademia patriottica di belle lettere tenuta dagli scolari del collegio romano il dì 7 fiorile anno VI repubblicano, il quale portava in fronte: Romana libertas redux, e incominciava con un

«Iam romana diu crudeli terra gemebat
» Pressa jugo &.

Di questo aneddoto si parla nel n° 7 di una raccolta che si pubblicò in Roma, e che porta per titolo: Società per la propagazione di buoni scritti.10

[p. 214 modifica] Al medesimo componimento si contrapponeva un suo sonetto recitato in tempo di Pio VII, che diceva così:

«Io mi scontrai col Tempo, e a lui ragione
» Chiesi di tanti antichi regni e tanti.
» Che fu d’Argo, di Tebe e di Sidone,
» E d’altri che fur appo e furo innanti?

» Ei, rispondendo, in vece di sermone
» Un cenere agitò di regi ammanti;
» E mille schegge d’armi e di corone,
» Mille avanzi lanciò di scettri infranti.

» Di quei d’oggi ragion gli chiesi allora.
» Ei, scuotendo l’acciar che tutto rose,
» Quel che altri fu, gridò, fian essi or ora.

» E chiedendo se il fin delle altre cose
» Avria di Piero il soglio, ei tacque, e allora
» Del Tempo in vece Eternità rispose11

Più tardi in occasione della elezione di papa Leone XII ne recitò un altro che fu il seguente:

««Furono i dì dell’ira, i dì del pianto;
» Fu lungo, ahi troppo! d’empietade il regno:
» Troppo il lutto e i sospir del popol santo,
» Chè nequizia varcava ovunque il segno.

» Tempo è pur che le chiavi e il gran triregno
» Bersagliato ritorni al prisco vanto,
» E che riposi dall’assalto indegno
» L’ovil di Cristo ai suo Pastore accanto.

» Serbossi a te, Leon, l’alta ventura.
» Di sei lustri l’orror posto in obblio
» Aurea sorge per te l’età futura.

» Quando Davidde di pugnar finio,
» La man del saggio re di sangue pura
» Diò la pace a Sionne e il tempio a Dio.»12

[p. 215 modifica]Stamparono inoltre ancor le parole che disse in occasione del giuramento solenne che, come avvocato concistoriale, dovette pronunziare quando fu assunto a tal carica; e furono contrapposte al suo discorso di apertura dell’assemblea costituente. E vollero inferire dalle contradizioni di linguaggio delle varie epoche della sua vita, ch’ei fosse uomo volubile e mal fermo o poco sincero nelle professioni di fede.

Per le quali cose da noi rammemorate riflettendo alcuni che l’Armellini si appalesò repubblicano nella sua giovinezza e più che repubblicano nella sua vecchiaia, parve loro doverne dedurre piuttosto che siccome nel mezzo della sua vita soltanto, servendo al papa, portò alterazione alle sue tendenze, così quell’epoca poteva riguardarsi siccome preclusa da una parentesi.13

Del Montecchi non sapremmo che dire. Fu implicato nella cospirazione coll’avvocato Galletti dell’anno 1844. Venne arrestato, processato e confinato nel carcere.14 Ricuperata la libertà per l’amnistia di Pio IX, ottenne un anno dopo, quando s’instituì la guardia civica, un posto di scrivano nell’officio del terzo battaglione, e nel 1848 partì coll’armata per la guerra di Lombardia. Fu segretario del general Ferrari, ed ottenne o allora o poi il rango ed il titolo di maggiore. Se gli attribuiva fermezza di carattere. Nulla sentimmo contro la sua probità. Pubblicò in Capolago nel 1850 un opuscolo sotto il titolo: Fatti e documenti riguardanti la divisione civica e volontari mobilizzata sotto gli ordini del generale Ferrari, dalla partenza da Roma fino alla capitolazione di Vicenza.15

[p. 216 modifica]Quanto al Saliceti molte lodi sentimmo di lui per senno, per fermezza di principi, e per probità. È vero però che le sentimmo in un’epoca in cui un solo partito parlava. Pur non ostante eran quelle talmente generalizzate, che se non in tutto, in parte almeno dovevano esser fondate.

Circa agli atti pubblici od alle disposizioni governative trascriveremo qui appresso quanto si fece dal nuoo governo, dal giorno 9 al 15 di febbraio.

Con notificazione del 10 dei ministro delle finanze, fu attivato il settimo corso postale, cioè quello della domenica, cominciando dal giorno 11.16

Con ordine del ministro dell’interno Armellini, del detto giorno, si convocarono i collegi elettorali per gli 11 di marzo, onde eleggere il nuovo Consiglio e la magistratura municipale.17

Accadde che alcuni del popolo interpretando (Dio sa in qual modo) la parola eguaglianza, presero il giorno 11 a dileggiare e minacciare alcuni domestici in livrea, quasi che dovessero sparire tutti i segni indicativi di distinzioni sociali.

Pervenuto l’accaduto a cognizione del prefetto di polizia Mariani, emise un proclama il 12 col quale non solo disapprovava il fatto, ma prometteva punizione ai colpevoli.18

A provvedere poi che la classe degli operai potesse cambiare con facilità i boni del tesoro, frutto della loro mercede, il governo con decreto del 12 fece aprire tre offici di cambia-valute per suo conto, e troviamo che fece benissimo, perchè esercitò ad un tempo un atto di giustizia, di carità e di ordine pubblico.19

Con ordinanza ministeriale del 10 pubblicata il 12, vennero sospese fino al primo lunedi di quaresima le udienze de’ tribunali, meno quelle del tribunale di commercio.20

[p. 217 modifica]E con decreto del 12, dell’assemblea costituente, si prescrisse che le leggi da allora in poi dovessero emanarsi in nome di Dio e del popolo, ch’era il formulario di Mazzini.21

Con altro decreto del 12 della suddetta, venivano sciolti dal giuramento prestato all’abolito governo tutti i funzionar! ed impiegati civili, giudiziari ed amministrativi, non che i militari.22

E con altro di detto giorno della medesima, statuivasi che la bandiera della repubblica romana sarebbe la italiana tricolore coll’aquila romana sull’asta.23

E la stessa assemblea costituente in seduta pubblica proclamava il 12 Giuseppe Mazzini cittadino romano.24

Il 13 con notificazione del comitato esecutivo si avvertì il pubblico, che l’assemblea aveva pronunzialo che qualunque alienazione di beni stabili o mobili delle case religiose o di altro qualunque stabilimento ecclesiastico, casa pia e così dette mani morte, era proibita sotto pena di nullità.25

Il 14 l’assemblea costituente decretò che il debito pubblico era debito nazionale.26

Detto giorno il comitato esecutivo cessò dalle sue funzioni, e nominò il nuovo ministero così composto:

C. E. Muzzarelli, presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell’istruzione pubblica.
Aurelio Saffi ministro dell’interno.
Giovita Lazzarini » di grazia e giustizia.
Carlo Rusconi » degli affari esteri.
Ignazio Guiccioli » delle finanze.
Pietro Sterbini » del commercio e dei lavori pubblici.
Pompeo di Campello » di guerra e marina.27

[p. 218 modifica]Questo ministero si disse romano, e pure di Romani non ve n’era uno solo. E non dovrà dirsi dopo di ciò che gli estranei a Roma comandavano, e ch’essi pesavan sul collo ai Romani?

Potremmo osservare in comprova ulteriore del nostro asserto che i ministri, i quali dal primo ministero laicale del 10 marzo 1848 fino al 15 febbraio 1849 chiamaronsi al potere, furon per la massima parte non Romani, e che i Romani non vi furono neppur nella proporzione di un terzo; ma ci limiteremo soltanto a trascrivere i nomi dei ministri dell’interno che si succedettero, siccome i più importanti di tutti, avvegnachè sono essi che danno il nome e il colore al ministero. Eccoli:

1848 10 marzo. Conte Gaetano Recchi di Ferrara.
» 4 maggio. Conte Terenzio Mamiani » Pesaro.
» 8 agosto. Conte Odoardo Fabbri » Cesena.
» 16 settembre. Conte Pellegrino Rossi » Carrara.
» 17 novembre. Avvocato Giuseppe Galletti » Bologna.
» 22 dicembre. Avvocato Carlo Armellini » Roma.
1849 14 febbraio. Aurelio Saffi » Forlì.


Dal che risulta che nei 7 ministri succedutisi vi fu un solo ministro dell’interno romano, e questo fu l’Armellini.

Quanto al Campello che figura come ministro della guerra c marina nel nuovo ministero, sembra o che non volesse accettare, o che avesse rinunziato, o che volesse rinunziare, mentre il circolo popolare adoperossi presso tutti gli altri circoli onde s’interponessero e lo distogliessero da una cosiffatta determinazione. Prova addizionale che i circoli proponevano, regolavano, sostenevano, e rovesciavano i ministeri, con decisa usurpazione d’autorità.28

[p. 219 modifica]Veniva il 14 febbraio ingiunto alle corporazioni religiose di compilare un esatto inventario di tutte le loro possidenze.29

Il comitato esecutivo ordinò lo stesso giorno che il colonnello Luigi Mezzacapa ed il maggiore Alessandro Calandrelli fosser nominati sostituti al ministero di guerra e marina.30 E l’avvocato Galeotti, primo presidente del tribunale di appello.31 Ordinò inoltre che la presidenza di Roma e Comarca formasse un sol dicastero colla prefettura di polizia, e nominò o confermò il Mariani nella presidenza suddetta.32 L’assemblea ordinò che la guardia civica d’ora innanzi assumesse il nome di guardia nazionale.33

Il comitato esecutivo nominò il 15 Antonio De Andreis preside di san Michele a ripa in sostituzione del cardinal Tosti, al quale venne intimato di rilasciare detta presidenza. Si condusse il De Andreis onorevolmente, lasciò di se buon nome, e lo stesso cardinal Tosti dopo la restaurazione pontificia proseguì ad onorarlo di sua amicizia.34

Il comitato esecutivo nominava inoltre sotto il giorno 14 Pietro Beltrami e Federico Pescantini inviati della repubblica romana presso il governo della repubblica francese.35

Ed il 15 nominava, ugualmente come inviati della rcpubblica romana, Filippo De Boni in Isvizzera, Antonio Torricelli in Sicilia, ed Alceo Feliciani in Piemonte.36

Fra le rinunzie, citeremo quelle del conte Terenzio Mamiani,37 del professor Pasquale De Rossi, e di Curzio Corboli i quali non vollero più far parte dell’assemblea costituente.38

[p. 220 modifica]Queste rinunzie, dopo proclamata la repubblica, dicono chiaro che i suddetti individui non partecipando alle idee repubblicane che avevan preso il sopravvento, voller lasciare i loro seggi, per essere sostituiti da altri d’idee più pronunziate per le forme repubblicane.

Fra le feste di carattere religioso ricorderemo che il giorno 11 fu ordinato dall’autorità un solenne Te Deum nella chiesa di san Pietro.39 Quei canonici non essendosi fatti trovare in chiesa,40 convenne ripiegarsi diversamente, ed il Te Deum fu intonato da un tal prete Giovannetti, cappellano della prima legione romana, del quale abbiamo parlato sotto la data del 5 corrente e le cui prodezze consisterono in questo, che il 7 di gennaio aveva inalberato la bandiera italiana sulla torre del Campidoglio, che il giorno 12 la inalberò sulla torre di ponte Molle, e che il 5 di febbraio intonò il Veni Creator Spiritus nella chiesa d’Ara-Cœli: ed affinchè di queste prodezze non andasse perduta la memoria, se ne fece rilasciare un certificato dalla commissione provvisoria municipale, di cui conserviamo un esemplare nella nostra raccolta.41 Intervennero alla detta cerimonia in san Pietro la truppa, le autorità governative, i deputati dell’assemblea.

L’abate Rambaldi, quell’oratore plateale (plateale perchè già due volte aveva esercitato l’arte oratoria sulla piazza pubblica) che cominciò a farsi conoscere la sera del 2 gennaio arringando dalla base del cavallo di Marco Aurelio,42 recitò il 12 un discorso in sant’Andrea della Valle, diretto alla memoria dei fratelli defunti per l’indipendenza italiana.43

[p. 221 modifica]Monsignor Muzzarelli poi, avendo forse a vile l’abito ecclesiastico, e ritenendo che quella foggia del vestire, stante la proclamazione della repubblica, sparir dovesse per sempre, credette bene di rinunziare al titolo di monsignore gittando via la mantelletta, ed assumendo gli abiti secolari: ciò in linguaggio romanesco dicesi sprelatarsi, e monsignor Muzzarelli si sprelatò.

Non ebbe al certo la rivoluzione o la repubblica a vantarsi di molte conquiste sul clero, perchè a riserva dei prelati Muzzarelli e Gazola, dei padri Ventura, Bassi e Gavazzi, e dei sacerdoti Rambaldi, Giovannetti, Corà e Spola, niun altro prese parte pel nuovo governo. A lode poi del clero romano dovremo osservare che fra tutti questi non ve rie fu un solo che appartenesse a Roma.

Ma appunto perchè il clero romano non prese parte veruna in favore della repubblica, e conservò la condotta la più esemplare ed irreprensibile, eccitò le ire dei tristi, i quali volendolo perdere nell’opinione ed aizzargli forse contro la plebaglia ignorante, elaborarono e fecero affiggere al pubblico uno scritto incendiario a suo carico, riboccante d’ingiurie e di calunnie, che mosse a sdegno tutte le persone oneste.

Giunse lo scandalo a tal punto, che lo stesso prefetto di polizia Livio Mariani trovossi necessitato di pubblicare il giorno 14 la seguente


«Notificazione.


» Oggi è stato affisso un avviso ai sacerdoti che ha tutti i caratteri di una morale violenza fatta ad una rispettabile classe di cittadini.

» Noi riproviamo altamente quest’atto di prepotente licenza, e siamo risoluti a prendere le misure le più rigorose contro gli autori, stampatori, o pubblicatori di siffatti scritti, che evidentemente sono mascherati [p. 222 modifica]nemici nostri, e che disonorerebbero un popolo che li lasciasse impuniti.

» La repubblica non è l’anarchia; la libertà non è la licenza. Che tutti i cittadini si rassicurino; il governo della repubblica saprà far rispettare i principi d’ordine e di temperanza civile, che hanno la gloria suprema di questa nostra santa rivoluzione.

» Roma, 14 febbraio 1849.

» Il prefetto di polizia
» Livio Mariani44



Pur non di meno odiavansi i preti dai fanatici settatori di libertà. La persecuzione del potere ieratico fu mai sempre l’ultimo stadio della rivoluzione, e la Francia nel secolo passato, la Spagna in tempi a noi più vicini ce ne dieder tristamente l’esempio. Cosicchè non ostante le minaccie del Mariani i preti continuarono ad essere malevisi, insultati e perseguitati, e quindi il timore in essi fu tale, che quasi tutti, onde non eccitare le animosità repubblicane, e per amore della propria salvezza, vennero indossando a poco a poco l’abito secolare.

E questo era il regno della libertà, e con simili elementi pretendevasi di conseguirla! Non s’illudano però gl’italiani. È il demone della disunione che ispira loro siffatti principi. E se non sapranno affrancarsene, e non faranno lor possa in respingerli come peste e veleno, non solo non conseguiranno nè indipendenza nè libertà, ma vedranno sostituirsi ai pretesi tiranni indigeni o esotici, che vollero discacciare, altri tiranni più terribili ed esecrandi, i quali lasceran loro soltanto gli occhi per piangere.

Proseguivano intanto gli onori al papa in Gaeta, le contumelie e gli oltraggi in Roma. Il Santo Padre, quantunque per la gravità dei casi occupar si dovesse indefessamente nel curare il ricupero dello stato pontificio, [p. 223 modifica]ormai divelto dal suo dominio, non si ristava dall’occuparsi ben anco delle cose ecclesiastiche, ed il giorno 2 febbraio dirigeva una enciclica a tutti i patriarchi, primati, arcivescovi, e vescovi dell’orbe cattolico, sulla definizione dell’immacolato concepimento della santissima Vergine.45 Intanto il conte Maurizio Estherhazy, nuovo ambasciatore della corte d’Austria, faceva la sua comparsa in Gaeta il giorno 4 di febbraio, ed il giorno 5 presentava al Santo Padre le sue credenziali. E così la Francia, l’Austria e la Spagna, tre potenze di prim’ordine, onoravano la corte pontificia col tenere in Gaeta ciascuna un loro ambasciatore.

Conosciuto però in Gaeta il decreto del 9 dell’assemblea costituente non si ristette il Santo Padre, e la mattina del 14 protestò contro il medesimo avanti tutto il corpo diplomatico nel modo che segue:

«La serie non interrotta degli attentati commessi contro il dominio temporale degli stati della Chiesa preparati da molti per cecità, ed eseguiti da quelli che più maligni e più scaltri avevano da gran tempo predisposta la docile cecità dei primi, questa serie avendo oggi toccato l’ultimo grado di fellonia con un decreto della sedicente assemblea costituente romana in data 9 febbraio corrente, nel quale si dichiara il papato decaduto di diritto e di fatto dai governo temporale dello stato romano, erigendosi un così detto governo di democrazia pura col nome di repubblica romana, ci mette nella necessità di alzare nuovamente la nostra voce contro un atto il quale si presenta al cospetto del mondo col moltiplice carattere della ingiustizia, della ingratitudine, della stoltezza e della empietà, e contro il quale noi circondati dal sacro collegio e alla vostra presenza, degni rappresentanti delle potenze e dei governi amici della Santa Sede, protestiamo ne’ modi più solenni, e ne dichiariamo la [p. 224 modifica]nullità, come abbiamo fatto degli atti precedenti. Voi foste, o signori, i testimoni degli avvenimenti non mai abbastanza deplorabili de*giorni 15 e 16 novembre del l’anno scorso, e insieme con noi li deploraste e li condannaste; voi confortaste il nostro spirito in quei giorni funesti; voi ci seguiste in questa terra ove ci guidò la mano di Dio, la quale innalza ed umilia, ma che però non abbandona mai quello che in Lui confida; voi ci fate anche in questo momento nobile corona, e perciò a voi ci rivolgiamo affinchè vogliate ripetere i nostri sentimenti e le nostre proteste alle vostre corti e ai vostri governi.

» Precipitati i sudditi pontifici per opera sempre della stessa ardita fazione, nemica funesta dell’umana società, nell’abisso più profondo di ogni miseria, noi come principe temporale, e molto più come capo e pontefice della cattolica religione, esponiamo i pianti e le suppliche della massima parte dei nominati sudditi pontifici, i quali chiedono di veder sciolte le catene che gli opprimono. Domandiamo nel tempo stesso che sia mantenuto il sacro diritto del temporale dominio alla Santa Sede, del quale gode da tanti secoli il legittimo possesso universalmente riconosciuto, diritto che nell’ordine presente di Provvidenza si rende necessario e indispensabile pel libero esercizio dell’apostolato cattolico di questa Santa Sede. L’interesse vivissimo che in tutto l’orbe si è manifestato a favore della nostra causa, è una prova luminosa che questa è la causa della giustizia, epperciò non osiamo neppur dubitare ch’essa non venga accolta con tutta la simpatia e con tutto l’interesse dalle rispettabili nazioni che rappresentate.

» Gaeta, 14 febbraio 1849.

» Pius PP. IX.»46


[p. 225 modifica]A questa protesta tenne dietro quasi immediatamente la nota del cardinale Antonelli pro-segretario di stato, per richiedere formalmente l’intervento alle potenze cattoliche. Siccome però questo atto fu emanato il giorno 18, ne parleremo nel capitolo seguente, ove tratteremo delle cose occorse nella seconda quindicina di febbraio.

Questo per ciò che riguarda le cose temporali. Quanto alle spirituali il 2 di febbraio, come già abbiamo accennato più sopra, il Santo Padre diresse a tutti i patriarchi, primati, arcivescovi e vescovi dell’orbe cattolico la enciclica che comincia: Ubi primum nullis certe nostris meritis, colla quale invitavali ad ordinare pubbliche preci per implorare da Dio i lumi necessari nella quistione dell’immacolata concezione che veniva sottoposta ad esame.47

Ritornando ora alle cose romane dobbiamo dire alcunché sulle pratiche fra il governo piemontese e quello di Roma, onde spargere nuova luce circa le mire d’ingrandimento o circa le apparenze di supremazia cui aspirava il Piemonte sulle cose italiane.

Dicemmo nel capitolo precedente quali fossero le profferte piemontesi al governo provvisorio di Roma per aiutarlo a ricondurre sul trono il papa, tenendolo fermo nei costituzionali principi, e ristabilendo l’ordine turbato dall’esorbitanze de’ repubblicani; e non tacemmo le ire che risvegliò in quel partito una proposizione siffatta. Aggiungemmo anzi che servì di sprone ad affrettare la proclamazione della repubblica»

Eguali profferte venivano indirizzate al papa in Gaeta per mezzo del conte Martini di recente colà giunto, e dopo qualche esitazione riconosciuto officialmente nella sua rappresentanza di ambasciatore del Piemonte. E il Gioberti ch’era l’organo principale di quel reame, non limitavasi a far pratiche con Roma e con Gaeta, ma inviava offici anche alle potenze estere per attraversare que’ [p. 226 modifica]provvedimenti che in aiuto del papa andavansi maturando, dietro l’iniziativa sopratutto che avevane presa la cattolica Spagna.

Riporta difatti il Farini nei capitoli IX e X del terzo volume una lunga ed animata corrispondenza che il Gioberti teneva, ed il cui scopo quello era soprattutto di scindere fra loro le potenze cattoliche collo spauracchio di sanguinosi conflitti che il loro intervento avrebbe Senza meno arrecato, e del detrimento che al loro protetto sarebbe per derivarne.48

Voleva in una parola il Gioberti spezzare le fila della lega cattolica, che sotto gli auspici della cattolica Spagna erasi formata, e che proseguivasi risolutamente sotto la direzione del ministro de Pidal e per gl’impulsi del Martinez de la Rosa che ne fu, secondo tutte le apparenze, il più attivo e risoluto negoziatore. Voleva rompere decisamente il Gioberti la riazione di cui Gaeta era il nido, e voleva sostituirne una a suo modo. La prima aveva un carattere universale, e quindi cattolico, la seconda era circoscritta all’Italia, con viste tutte mondane e d’interesse semplicemente italiano. Direm meglio e più chiaramente, che la civiltà del mondo e la felicità umana eran favoriti dalla prima; lo scompiglio, i disastri, le irrequietezze, la barbarie, la tirannia plateale eran preparati pei popoli dalla seconda, e l’alito animatore della medesima era la cupidigia di regno in favore del Piemonte.

La prima dunque secondo l’indole del papato era la più confacente, e quella sola che poteva preferirsi. Il papa essendo padre di tutti i cattolici, i cattolici essendo sparsi per tutto il mondo, l’intervento cumulativo di varie potenze era intervento cattolico, quale convenivasi alla Santa Sede. Era in fine l’aiuto e la protezione alla casa del padre, la sua indipendenza ed incolumità futura che i figli eran chiamati ad assicurargli col loro intervento.

[p. 227 modifica]Riassunse bene il Farini la situazione di quei tempi con queste parole49 «Dicevano i sollevatori di Roma, che la riazione aveva fatto il nido a Gaeta, e dicevau vero; ma non capivano che quella era il portato legittimo dei fatti che stoltamente avevano creduti aiuti ed augumento di libertà; non capivano che era riazione non già romana ed italiana, ma europea, anzi cattolica.»

Se dunque anche secondo il Farini era tale, il pontefice doveva a quella di preferenza affidarsi, in quella sperare, e qualunque altra proposta che l’attraversasse posporre.

Il Gioberti, come ministro costituzionale del Piemonte, faceva bene a tentare l’attuazione del suo piano nell’interesse del piemontismo, e torto immenso ebbero i repubblicani a fargliene un delitto, perchè dovevano pure antivedere che, scartato il suo intervento, quello delle altre potenze era certo.

Ebbe torto poi il Gioberti (cui era in uggia massimamente l’intervento spagnuolo del quale parlavasi seriamente) d’intavolare delle pratiche per far recedere una nazione eminentemente cattolica e cavalleresca, come è la Spagna, dalla meditata intrapresa. Però lo fece e senza frutto, richiamandosene a tutte le corti con una nota o protesta dalla quale estragghiamo le parole seguenti:

«Nella supposizione di tale intervenzione armata in Italia per parte di un governo straniero per lo differenze insorte fra il pontefice ed i suoi sudditi, il governo del re non può dissimulare, che la medesima non potrebbe a meno che trar seco i più gravi inconvenienti ed avere le più disgustose conseguenze non solo per gli stati pontifici, ma per l’Italia tutta: perloechè si crede in dovere di richiamare l’attenzione di tutti i governi interessati pe’pericoli che minaccia questo nuovo motivo di complicazione degli affari d’Italia. Nel tempo stesso, e sebbene l’intervento di cui si tratta non sia [p. 228 modifica]per anco qui giunto ad ufficiale notizia, tuttavia il sottoscritto dietro le rilevanti considerazioni poc’anzi fatte, si trova nel dovere di protestare nel modo più solenne presso tutti i governi stranieri contro una siffatta intervenzione.»50

Le insistenze piemontesi e gli uffici di Francia in Gaeta fecero sì, che superati i primi rifiuti, il conte Martini venisse ricevuto e riconosciuto, come accennammo, nella sua qualifica di ambasciatore di re Carlo Alberto al pontefice, il 23 di gennaio. Ma le sue pratiche, i suoi offici, i suoi discorsi non fecer frutto veruno, ed il governo pontificio proseguì in quelle intavolate colle varie potenze che costituirono la lega cattolica, ad esclusione del Piemonte, cosicchè le piemontesi proposte rimaser lettera morta.

Aggiunto però il tentativo abortito del Gioberti alle altre considerazioni esposte in principio del precedente capitolo, ne emergerà se non una prova, un sospetto di più sulle cupidigie piemontesi e sul primato cui aspirava in Italia, e chiunque ci leggerà ed a qualunque colore possa appartenere, dovrà concorrere per lo meno nel nostro avviso di essere meritevoli della più seria attenzione.






Note

  1. Vedi Sommario storico ec., vol. I, pag. 307.
  2. Vedi Atti officiali n. 2. — Vedi il Monitore del 10.
  3. Vedi Monitore del 10, pag. 48.
  4. Vedi Monitore del 10, pag. 48.
  5. Vedi Monitore del 10, pag. 48.
  6. Vedi Monitore del 10 febbraio. — Vedi Sommario, n. 65.
  7. Vedi Farini vol. III, pag. 207.
  8. Vedi il detto discorso nei Documenti, vol. VIII, n. 53 A.
  9. Vedi Documenti vol. VIII, n. 54.
  10. Vedili n. 7 intitolato: Quattro aneddotucci biografici di un solo soggetto. — Vedi l’opuscolo intitolato: Accademia patriottica di belle lettere, tenuta dagli scolari del collegio romano il dì 7 fiorile anno VI repubblicano. Roma, presso il cittadino Vincenzo Poggioli, in-8 nel vol. L. Miscellanee. n. 1.
  11. Vedi la pag. 2 del n. 7 della detta raccolta.
  12. Vedi detta raccolta, n. 8, pag. 2.
  13. Vedi la sua biografia alla pag. 53 del giornale intitolato la Guardia nazionale.
  14. Vedi il volume Processi politici contro l’avvocato Galletti, Monteccchi, Canino ec. della nostra raccolta.
  15. Vedilo nel fascicolo 11 della raccolta intitolata: Documenti della guerra santa d’Italia. Capolago 1850 in 12. — Vedi i suoi cenni biografici alla pag. 82 della Guardia nazionale.
  16. Vedi Monitore dell’11. — Vedi Atti officiali, n. 3.
  17. Vedi detto del 13. — Vedi Atti officiali, n. 4.
  18. Vedi Monitore del 13 pag. 57.
  19. Vedi Monitore del 13. — Vedi Atti officiali, n. 5.
  20. Vedi Monitore del 12, pag. 55.
  21. Vedi Monitore del 13, pag. 37, e del 16, pag. 69.
  22. Vedi Monitore del 13, pag. 57, e del 16, pag. 69.
  23. Vedi detto del 13, pag. 57 e del 16, pag. 69.
  24. Vedi detto del 13, pag. 57.
  25. Vedi detto del 14, pag. 61, e del 15, pag. 65.
  26. Vedi detto del 15, pag. 65. — Vedi la Pallade, n. 472.
  27. Vedi Monitore del 15, pag. 65.
  28. Vedi 1a Pallade, n. 470.
  29. Vedi Monitore, del 17, pag. 74. Vedi Sommario, n. 66
  30. Vedi detto del 15, pag. 65.
  31. Vedi detto del 15, pag. 65.
  32. Vedi detto del 15, pag. 65.
  33. Vedi detto del 15, pag. 65.
  34. Vedi detto del 16, pag. 69.
  35. Vedi detto del 14, pag. 61.
  36. Vedi detto del 15, pag. 65.
  37. Vedi Atti dell’Assemblea costituente, ec., pag. 29. - Vedi Pallade, n. 463.
  38. Vedi Atti dell’Assemblea, ec., pag. 45. — Vedi Pallade, n. 472.
  39. Vedi Monitore dell’11, pag. 51, e del 12, pag. 55.
  40. Vedi Pallade, n. 468.
  41. Vedi il detto certificato fra i Documenti del vol. VIII, n. 58. — Vedi inoltre il Sommario, n. 67.
  42. Vedi il cap. IV di questo vol. III.
  43. Vedilo nel vol. LIV delle Miscellanee, num. 8. — Vedi l'Epoca dell’11.
  44. Vedi Monitore del 15, pag. 05.
  45. Vedi detta enciclica la quale può leggersi nel Costituzionale del 19 marzo.
  46. Vedi Documenti, vol. VIII, n. 61 — Vedi Motu-proprî ec., vol. I, n. 75. — Vedi il Costituzionale, n. 23.
  47. Vedila nel volume intitolato Pii IX pontificis maximi Acta, parte prima, pag. 162. — Vedi Moroni, Dizionario ec., vol. LIII, pag. 207.
  48. Vedi la lettera del Gioberti al Bertrand de Lis Incaricato di Spagna in Torino, del 6 gennaio 1849, nel Farini, vol. III, pag. 170.
  49. Vedi Farini, vol. III, pag. 176.
  50. Vedi Farini, pag. 187.