Sui monti, nel cielo e nel mare/La guerra nell’aria/Caccia nell’aria e nell’acqua

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Caccia nell’aria e nell’acqua

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La guerra nell’aria - La rappresaglia Lettere dal mare

[p. 225 modifica]CACCIA NELL’ARIA E NELL’ACQUA.

Maggio.

Dal bollettino ufficiale del 6 maggio: «Nella incursione aerea su Brindisi i nostri aeroplani contrattaccarono quelli nemici, dei quali uno fu distrutto. Il sommergibile francese Bernouilly silurò nel basso Adriatico un cacciatorpediniere austriaco di ultimo modello».

— Pronto, stazione aerea?... Avete degli idrovolanti in volo?

— No, nessuno. Perchè?

— Sentiamo dei motori in aria.

— Vedete niente? Quanti sono?

— Non vediamo ancora. C’è foschìa.... Si, sì, aspettate.... Vengono dal nord. Altissimi. Uno.... due.... quattro, cinque. Cinque idroplani. Si dirigono su Brindisi....

Il Comandante delle squadriglie aviatorie della difesa ha lasciato il telefono di corsa.

Ma non aveva avuto ancora il tempo di lanciare un ordine, che già la campana di allarme martellava presso gli hangars. La vedetta della stazione aerea aveva avvistato allora il primo idrovolante nemico, un puntino nel cielo grigio, e dava l’annunzio. Lo scampanìo si spandeva lontano sull’acqua calma e [p. 226 modifica] cinerea del porto. «Che succede?...» — chiedeva il megafono di una nave da guerra ancorata vicino. Informata, essa issava ai pennoni segnali di bandiera. Lontano rombavano i primi colpi delle artiglierie antiaeree e, di tanto in tanto, echeggiava cupamente l’esplosione delle bombe nemiche. Usciti dai loro nidi, gli aliscafi italiani salpavano uno dopo l’altro sfiorando il mare.

Il primo a slanciarsi, perchè più pronto, è stato l’idrovolante di guardia, l’«H. 965». Lo montavano due giovani marinai, due ragazzi quasi, un pilota militare e un motorista torpediniere. Esili, svelti, imberbi e serii, con i capelli castani e lo sguardo chiaro e risoluto, i due compagni di volo hanno fra loro una somiglianza strana che li fa parere fratelli.

Nella fretta il pilota aveva dimenticato il casco. Volava a testa nuda, scapigliato dalla bufera della velocità. I suoi grandi occhiali da aviazione, il cui nastro era troppo largo senza il sostegno del turbante di sughero, gli scendevano ad ogni momento sulla bocca. Egli li rimetteva al posto con un gesto impaziente e rapido. L’apparecchio si innalzava veloce.

Improvvisamente il motore si è fermato. La prora al vento, l’idroplano è disceso a posarsi sulle onde. In piedi sullo scafo sballottato, i due aviatori hanno cercato febbrilmente il guasto che li aveva fermati. Niente di grave: il galleggiante di un carburatore si era [p. 227 modifica] immobilizzato. Due minuti di lavoro. Via! L’elica ha ripreso il suo canto eguale e vigoroso e, lasciato per la seconda volta il mare, l’«H. 965» è balzato verso le nubi. Due idrovolanti austriaci lo hanno scorto e gli sono andati sopra.

Erano due apparecchi distaccati dal nucleo, che giravano al largo e avevano l’aria di far la guardia, pronti a dare l’allarme agli altri intenti a bombardare le case, gli ospedali, la gente inerme delle vie, ed altri simili obiettivi militari. Infatti, scorgendo gli idrovolanti italiani che venivano su, uno dei due nemici in vedetta, forse il capo-squadriglia, ha cominciato a fare dei segnali; lasciava cadere lunghi razzi di fumo che si svolgevano come nastri bianchi. Dovevano significare: Attenti, che viene la polizia! Intanto i due austriaci cercavano di dar la caccia all’italiano più vicino, all’«H. 965». Manovravano in modo da sovrastarlo. Sventando le loro manovre, l’idroplano bianco rosso e verde saliva sempre, impavido.


Alla destra del pilota, l’osservatore seguiva le evoluzioni degli austriaci e gridava nell’orecchio del compagno le indicazioni di rotta. Più rapido degli avversari il nostro apparecchio sfuggiva, deviava con voltate repentine, e saliva, saliva. Quando ha creduto di avere i nemici a portata di tiro, dal basso ha aperto il fuoco con il suo cannoncino, disposto come un pezzo navale sulla prua di un battello. Ma [p. 228 modifica] i colpi andavano a vuoto. Subito dopo una batteria antiaerea ha cominciato anch’essa a tempestare e il cielo si è punteggiato di esplosioni. Bisognava allontanarsi, e l’«H. 965» è filato via verso l’oriente, continuando ad innalzarsi. I nostri aviatori avevano deciso di andare ad attaccare il nemico lontano sulla via del suo ritorno.

La riva è scomparsa al loro sguardo. Erano quasi le quattro del pomeriggio di una di quelle giornate meridionali, calme e nuvolose, fosche, grevi, velate di brume fulve che sembrano fatte di sabbia. L’idrovolante lanciato all’avventura era solo nell’immensità vaporosa. Per una decina di minuti ha mantenuto la prua a levante, poi ha virato al nord, verso la rotta del nemico. Calcolava che gli austriaci fossero già passati e, contando sulla sua velocità superiore, si proponeva di raggiungerli e attaccarli da dietro. Ad un tratto li ha scorti.

Ha scorto gli ultimi due della squadriglia. Gli altri più lontani erano immersi nella foschìa.

In quel momento un cacciatorpediniere italiano, di ritorno da una missione, navigando in pieno Adriatico, a quindici miglia dalla costa ha visto passare lo stormo degli idrovolanti nemici e, poco lontano, il nostro che inseguiva. Uno contro cinque. L’equipaggio della nave osservava la caccia fantastica in un silenzio profondo pieno di stupore e di emozione. In pochi [p. 229 modifica] istanti gli aliscafi si sono ingolfati nelle brume e sono scomparsi. Volavano tutti ad un migliaio di metri di altezza. Appena entrato nel porto il comandante del cacciatorpediniere ha dato comunicazione del fatto alle autorità superiori, aggiungendo questo commento: «Ho avuto l’impressione di un atto più che ardito, temerario; sento il dovere di segnalare il grande eroismo degli aviatori italiani....»

Intanto gl’inseguitori si avvicinavano all’ultimo apparecchio austriaco.

Questo se n’è accorto quando erano a meno di un chilometro ed ha virato di colpo a sinistra, per lasciar passare avanti l’italiano, più veloce, e metterglisi a poppa. È sfuggito così; ma per un istante. L’italiano ha virato subito a destra, è tornato indietro tracciando un cerchio, e si è ritrovato nella posizione di inseguimento.

Le distanze si accorciavano. I nostri volavano un poco più in basso dell’avversario. L’osservatore artigliere si era levato in piedi e faceva corpo col cannone, serrato al poggiaspalla, curvo sulla mira, la mano attanagliata alla pistola di scatto.

Non sparava ancora perchè non aveva più che tre colpi, e voleva essere sicuro. Al suo fianco, la rastrelliera dei proiettili, fissata al bordo, era vuota.

La distanza diminuiva sempre. Ottocento metri. Settecentocinquanta metri. Seicento.... Il [p. 230 modifica] pilota, i capelli al vento, irrigidito al volante, guardava intensamente al di sopra della mica del para-brisa. Cinquecento metri....

Il nemico, che era un po’ alla sinistra, ha piegato per sfuggire di nuovo. L’inseguitore questa volta lo ha accompagnato sulla nuova rotta. Lo fiancheggiava quasi. Il cannone doveva disporsi tutto di traverso. L’artigliere si sporgeva ora col fianco fuori dal bordo.

L’austriaco ha aperto il fuoco.


I nostri, storditi dall’urlo dell’elica, non udivano nè le detonazioni, nè i sibili, ma vedevano le vampate della mitragliatrice, il suo getto caratteristico e regolare di fiamma. L'artigliere ha fatto agire lo scatto.

II colpo non è partito.

L’istante era critico. Il tiro dell’austriaco continuava con brevissimi intervalli. Non rimanevano ai nostri che due soli proiettili. Gli avversari erano adesso lontani trecento metri appena. La caccia volgeva a ponente. Sulla destra si scorgeva ancora il penultimo idrovolante della squadriglia nemica che impiccioliva e svaniva nella nebbia.

Il pezzo è stato ricaricato in pochi secondi.

Uno schianto, un sussulto dello scafo: il cannone ha sputato questa volta. Ed è la buona. Un bagliore sprizza sotto al motore dell’apparecchio austriaco. Il proiettile incendiario deve aver colpito i serbatoi della benzina. [p. 231 modifica]

L’idrovolante ferito oscilla trascinandosi appresso un guidone turbinoso di fiamme e di fumo. Un attimo dopo le fiamme si torcono alte, e il fumo nero e denso si sprigiona a cumuli. L’ala superiore arde. L’apparecchio s’inclina a sinistra e repentinamente precipita di fianco. Non è più che un vortice fumoso che piomba, s’inabissa, sparisce, inghiottito dalla nebbia bassa che si è addensata da poco sul mare e lo nasconde.

Il velivolo vittorioso scende con un largo giro ed esplora, per soccorrere i naufraghi se è possibile. A duecento metri di altezza scorge sotto di sè, tutta velata, l’incessante agitazione delle onde, grigia e deserta. Niente vi galleggia. Nessuna traccia del dramma fulmineo. Il mare ha tutto nascosto.

Irriflessivamente, il pilota, ancora ebbro del combattimento, riprende la rotta della caccia. Vuole inseguire gli altri. «No, no!» — gli urla il compagno. «Disarmati!» — ed agita avanti ai suoi occhi l’ultimo proiettile rimasto. — «Uno solo! Uno!». L’uomo al timone ha capito; vira e getta uno sguardo alla bussola. L’ago calamitato non si muove. La bussola è guasta. Tutto intorno, la nebbia che la sera infoltisce. Sotto, il fremito sconfinato delle acque pallide. L’idrovolante è sperduto.

Per la prima volta i due giovani marinai, i due fratelli, provano un senso vago di sgomento. Cercano di orizzontarsi dalla corsa delle onde [p. 232 modifica]che dice la direzione del vento. Si lasciano condurre dall’istinto come gli uccelli migratori. Vanno dove il cuore li guida. Ma l’angoscia li assale; li morde il pensiero torturante di volare forse verso la terra nemica. Un altro pericolo si aggiunge. Il livello della benzina nel tubo indicatore si è sbassato alle ultime gradazioni. Ancora trenta, quaranta chilometri forse, e poi l’immobilità. Il loro sguardo fruga la foschìa giallastra cercando il profilo di una costa....

La costa non appare. Ma subitamente, avanti a loro, al di sopra della bruma bassa e folta si libra lontana una macchia minuscola e bianca. Un villaggio su di una vetta. «Là! Là! — i due aviatori se la additano. — Ostuni!» — l’hanno riconosciuta — e ridono, felici. Il cuore non aveva sbagliato.


Intanto un’altra terribile caccia si era svolta sott’acqua.

Per scortare sul mare il volo dei loro idroplani lanciati su Brindisi, gli austriaci avevano sguinzagliato al largo una squadriglia di cacciatorpediniere. Erano dei più veloci: cioè, dei più moderni. La squadriglia aveva lasciato il porto, presumibilmente, un’ora prima degli aeroplani, per avere il tempo di scaglionare le sue unità sulla rotta del ritorno e proteggere la rientrata degli incursori aerei. Infatti erano circa le due del pomeriggio, quando [p. 233 modifica] l’ufficiale in seconda di un sottomarino francese, il Bernouilly, di guardia al periscopio, annunziò: «Fumo all’orizzonte, dritto a prora».

Il comandante, un giovane calmo, modesto ed ardito, dal volto raso, pallido, bruno e fine, ha preso posto all’apparecchio di osservazione. Nel minuscolo compartimento di comando, dalle pareti ricurve piene di quadranti indicatori, di tavole di commutazione, percorse per ogni dove da fasci di trasmissione elettrica bianchi come fasci di nervi, in quello spazio breve, illuminato da lampade ingabbiate, ingombro di ruote timoniere, mobiliato di macchine misteriose e delicate percorse da graduazioni minute, in quell’atmosfera greve, affannosa, chiusa, satura di sensibilità, gli uomini che la monotonia e la stanchezza avevano appesantito in un leggero torpore, si sono risvegliati e irrigiditi nella tensione dell’attesa, le mani posate sugli strumenti di comando per essere più pronte alla manovra.

Silenziosamente una specie di colonna di acciaio scendeva dalla vôlta: il largo periscopio da esplorazione, che torreggia come una piccola ciminiera sull’acqua quando nulla è ancora in vista e che sorveglia lontano, rientrava nel dorso del sommergibile. Rimaneva a fior d’acqua il piccolo periscopio da battaglia, che vede tutto più pallido, più piccolo, più incerto, ad intervalli, fra onda e onda.

Troppo tardi. Il grosso tubo era stato visto [p. 234 modifica] emergere. Non v’era dubbio. Nel fumo e nella bruma il comandante ha scorto la snella prora di un cacciatorpediniere austriaco che si precipitava a tutto vapore nella direzione precisa del sottomarino. La nave sott’acqua e la nave sull’acqua si correvano incontro. Erano a poco più di due chilometri di distanza. Lontano pareva di intravvedere altri battelli, ma improvvisamente la foschìa si è addensata, una folata di nebbia si è interposta, e sul mare livido non s’è visto più niente. Il Bernouilly, contando su questo sipario di vapori, ha mantenuto audacemente la sua rotta.

Sono trascorsi quattro o cinque eterni e mortali minuti. Ad un tratto il cacciatorpediniere è emerso dalla bruma. Non era più che a cinquecento metri. Dall’altezza dell’onda sollevata dal taglio della prua si poteva calcolare la sua velocità a trenta nodi. Ma il comandante francese ha avuto la percezione esatta che il sommergibile era stato perduto di vista. La silurante deviava leggermente verso la destra del Bernouilly. Si slanciava perdutamente a speronare il vuoto.

Nello stesso momento essa apriva il fuoco con i cannoni prodieri. I proiettili sollevavano enormi pennacchi d’acqua a centocinquanta metri dal sottomarino.


Qualche comando breve risuona nelle cavità del battello immerso. Il gran pesce di acciaio [p. 235 modifica] volge un po’ a sinistra. È l’istante supremo in cui si decide della vita e della morte. L’equipaggio immobile, l’anima tesa, intuisce il dramma che non vede. Lo sente, lo segue negli ordini. La soluzione è imminente. Il sommergibile e il cacciatorpediniere stanno per passare l’uno al fianco dell’altro, lontani un centinaio di metri.

Gli uomini addetti al lancio dei siluri aspettano il segnale. Eccolo. Si ode come un breve ruggito. Il siluro è scoccato. I timonieri manovrano ad un cenno. Il sommergibile gira lentamente tutte le sue pinne e si inclina in avanti. Scroscia l’acqua nelle valvole d’immersione.

Passano due, tre, quattro secondi.... Una esplosione formidabile e cupa, tramandata dall’acqua, scuote il Bernouilly con tanto impeto che tutto quello che c’è di vetro a bordo si spezza. Nella piccola dispensa è un tintinnìo di bicchieri e di stoviglie infranti. Una quantità di lampade elettriche si rompono e in alcuni compartimenti si fa un’ombra subitanea e sinistra. Il siluro è arrivato al suo destino. La grande vicinanza della nave torpedinata ha fatto sentire pericolosamente il contraccolpo. Poche decine di metri di meno, e vincitore e vinto sarebbero discesi insieme nell’abisso.

Dal momento in cui il cacciatorpediniere è riapparso fuori dalla nebbia a quello del siluramento sono passati appena trenta secondi. Appena immersosi nelle profondità che [p. 236 modifica] nascondono il sottomarino ha sentito la caccia su di lui.

Non occorre servirsi dei microfoni sott’acqua: tutto il battello sommerso è come la cassa di risonanza di un immenso microfono. Si mettono a prua gli ascoltatori, dove non arriva troppo forte il rumore sordo dei motori elettrici, come sulle navi si mette la vedetta alla coffa. Da quell’angolo quieto si ode il rombo delle eliche delle navi che si muovono in un largo raggio; se ne riconosce la voce; si distingue il quieto piroscafo, la torpediniera veloce, l’incrociatore possente. Il Bernouilly si sentiva seguito e cercato da un cacciatorpediniere.

Il sottomarino ha tentato più volte di sfuggire mutando direzione, ma inutilmente. Dunque era visto. Qualche idroplano lo scorgeva natante nella profondità delle acque limpide e guidava la caccia. Per un’ora e mezzo è continuata la fuga sotto il mare. Poi i rumori esterni si sono estinti. Rassicurato, il sommergibile è risalito verso la superficie.

Ma, appena emerso, il periscopio, girando intorno il suo occhio bizzarro, ha veduto il cacciatorpediniere a duecento metri. Giù di nuovo. Qualche cannonata ha percosso il mare. Si è sentito il battello nemico passare sopra, impetuosamente. Una esplosione violenta come quella di un siluro ha scosso nuovamente il Bernouilly: una bomba subacquea.

La caccia è continuata ancora a lungo. Poi [p. 237 modifica] la sera è discesa sul mare. Ritornato a galla, il sottomarino non ha visto più nessuno.

Il mare era calmo e deserto. Una leggera brezza aveva spazzato la nebbia e le nubi. Bassa sull’orizzonte oscuro a levante scintillava una stella, e pareva un faro. [p. 238 modifica]