Al rombo del cannone/Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron

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Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron

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Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron
L’Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio Il Protocollo della “Giovine Italia„
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Italia e Grecia

nelle lettere di Giorgio Byron.


Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di una parte dell’epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura dell’autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di Childe Harold lo studioso della Storia della letteratura inglese, «è come fremente di spirito, di collera, d’entusiasmo; il grido della sensazione vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime sembrano inerti a paragone del suo stile e dell’anima sua». [p. 71 modifica]

Non s’intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative; ma altre anche più notevoli erano degne d’essere tradotte. Comunque, la buona intelligenza del testo, l’eleganza della versione e la molta conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua, della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti altri temi dell’arte e della storia nostra cercò e trovò l’ispirazione; alla traduzione del Morgante maggiore, «la miglior cosa ch’io abbia mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli Arlecchini d’Inghilterra» che lo accusavano d’irriverenza in materia di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il Morgante maggiore, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa La Morgante maggiore.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore Murray, Giorgio Byron espresse l’opinione che il Ricciardetto «si sarebbe dovuto tradurre [p. 72 modifica] letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il Delachaume annota: «Ricciardetto, poema cavalleresco in 30 canti di Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c’è dell’altro. Il Byron, innamorato dell’idioma gentile, «soave latino bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente», il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega: «Seccatura signifie sécheresse, stérilité....»

I.

Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere al presentatore dell’elegante volume. Nella prima pagina del quale il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l’ardente sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può essere giudicato importuno ora che quello stato [p. 73 modifica] d’animo è superato, e che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso menoma la «sincerità» dello scrittore e dell’uomo non pare plausibile, quando di quell’arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e l’essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce. Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del quale il Clemenceau lamenta l’importunità, ve ne fu anche uno politico, e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo, avendo i romantici dato l’esempio della ribellione non solamente alla tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l’indipendenza delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi sentimenti con argomenti degnissimi d’essere ai nostri giorni riletti e meditati. [p. 74 modifica]

Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe, come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l’onda adriatica, l’affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano «impressionante», su Venezia che è stata, dopo l’Oriente, «la più verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma «la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese senza stimarne gli abitanti — distinzione che il Byron farà in un altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all’Alfieri, al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia parte del vostro champagne e del vostro laffitte, ma sono troppo italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell’intimità degl’Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro timori, delle loro passioni; [p. 75 modifica] le ho condivise: pars magna fui....» Si potrebbe aggiungere dell’altro: basteranno per tutte le quattro righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl’imbecilli che scrivono sull’Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita. Parlano degli assassinii; ma che cosa è l’assassinio, se non l’origine del duello ed una giustizia selvaggia, come Bacone lo definisce? È la fonte del punto d’onore moderno, là dove le leggi non possono o non vogliono colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici, nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante, il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha trovato nella nostra lingua il nome di Allegra.

Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi; ma, prima di tutto, l’autore del Don Giovanni perdette il diritto di condannarla, dal momento che se ne giovò — e riconobbe del resto egli stesso d’averne perduto il diritto — ; in [p. 76 modifica] secondo luogo, anche avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l’anglo-sassone, egli trovò che se gl’Italiani erano più «appassionati» — e voleva dire, e disse in un’altra occasione, più «incontinenti» — degl’Inglesi, attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d’essere oggi ripetuto: che dell’Italia egli compianse le sciagure e proclamò i diritti e fece sue le ragioni.

II.

Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e dell’Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore, «è forse il più oppresso d’Europa». Nella primavera del 1820, al nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray, dalla commossa [p. 77 modifica] Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo gl’Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati. Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» — è superfluo avvertire l’ironica intonazione di queste parole — «ma non per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento. Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come Dugald Dalgetty» — il soldato di ventura di Walter Scott — «perchè lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari d’ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione più che ad ogni altra, ma» — la riserva fu sciaguratamente vera allora e per qualche tempo ancora — «ma difettano d’unione e di direzione, e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un Austriaco quanto l’odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....» Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio contro l’Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant’altra ostentato e mentito: [p. 78 modifica] preme ora vedere con quali veementi parole e con quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante la crisi del 1820-21.

«Ci batteremo un poco», scrive al Murray da Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall’oppio, nello Spagnuolo dall’alterigia, nell’Inglese dalla freddezza, nell’Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall’insensibilità, ma nell’Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell’avanzata austriaca, scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una sola battaglia tutta l’Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci: non c’è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare per liberare l’Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione, sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato dalle cattive notizie, dichiara al console [p. 79 modifica] Hoppner: «Non parlo di politica, perchè quest’argomento mi sembra disperato finchè si consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli dell’indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che «quest’ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte ragioni generali e private».

Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà, nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l’amicizia che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda: dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge una volgarità che sarebbe imperdonabile, se [p. 80 modifica] nella stessa lettera non avesse cominciato con l’affermare che «nè il tempo nè le circostanze muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti d’indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto altrove, nelle pagine del Diario: «Si dice che i Barbari d’Austria stanno per venire. Lupi! Cani d’inferno! Speriamo ancora di poter vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato: «Bello morire per l’indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di pericoli.

III.

Scoccata di lì a poco l’ora della resurrezione ellenica, egli si dà tutto a questa nuova causa. «La Grecia è stata sempre per me ciò che dev’essere per quanti hanno sentimento e cultura: la terra promessa del valore, delle arti e della libertà: il tempo che passai in gioventù a viaggiare tra le sue rovine non ha per nulla scemato l’affezione che porto alla patria degli eroi.» Durante il primo viaggio, a dire il vero, egli aveva dato un giudizio un poco diverso. «Amo i Greci», aveva scritto al Drury nel [p. 81 modifica] maggio del 1810: «sono ammirevoli furfanti — rascals nel testo — con tutti i vizii dei Turchi, e senza il loro coraggio....» Nondimeno, egli corre a patrocinare ardentemente la loro causa. Il 7 luglio 1823 annunzia che porterà seco laggiù, in denaro e lettere di credito, da otto a novemila sterline; cinque mesi dopo ha già largito al governo greco duecentomila piastre, «senza contare i doni complementari alle vedove, agli orfani dei rifugiati ed ai vagabondi d’ogni sorta»; e intanto ha ordinato al suo banchiere di anticipargli le rendite del 1824, di vendere anche la casa di Rochdale per poter profondere altre somme nell’insurrezione e nella guerra, e reclama a gran voce i diritti d’autore sul Werner perchè, se anche sono poca cosa, «con trecento sterline potrò mantenere cento uomini armati durante tre mesi». Quando ode che i Greci non si battono, o che si battono male, che «accettano i fucili, ma gettano via le baionette, e sono molto indisciplinati», si raffredda; ma poi riprende a dare senza «rincrescimento» il suo denaro, apprendendo che ricominciano a combattere. E dà qualche cosa di più che il denaro, spende tutta l’attività del corpo e dello spirito, si accinge ad offrire la vita.

La bellezza della causa affascina l’anima sua di poeta, il risorgimento dell’ellenismo gli pare davvero capace di rigenerare l’umanità. Nè [p. 82 modifica] la poesia lo ha mai appagato come semplice sentimento, come pura forma: si è anzi dato a comporre versi in mancanza di meglio, giudicando che la gloria poetica non vale la pena di essere ambita. «Che cosa è un poeta? Che cosa vale? Che fa?... È un parolaio....» Andando a morire per la Grecia, egli traduce dunque ancora una volta l’intenzione in azione, aggiunge l’esempio alla predicazione; ma non sarebbe quello che è, amante dei contrasti, ricercatore delle antitesi attorno a sè e dentro di sè, a volta a volta e spesso ad un tempo apatico e appassionato, misantropo e caritatevole, idealista e cinico, ingenuo ed affettato, se anche durante questa partita suprema, in cui la posta è la sua stessa esistenza, lo scetticismo e l’ironia non gli prendessero la mano. «Vi raccomando ancora una volta di impinguare la mia cassaforte ed i miei crediti, cavando il miglior partito possibile da tutti i mezzi legali che sono in mio potere; perchè, insomma, val meglio giocare alle nazioni che scommettere alle corse....»

Conviene soggiungere che anche un motivo esteriore e concreto lo spinge allo scetticismo: la poca virtù, appunto, della quale la Grecia dà prova. I figli di lei sono in preda a dissensi che egli si propone di sedare e comporre, sapendo purtroppo che «nè l’una cosa nè l’altra è agevole....» Da Cefalonia scrive direttamente ai governanti: «Sono pervenute fino a noi voci di [p. 83 modifica] nuove contese: che dico? di guerra civile! Auguro con tutto il cuore che siano false od esagerate, perchè non riesco ad immaginare più grave calamità....» Sciaguratamente le voci sono vere. «Le ultime notizie ci apprendono che non vi sono soltanto dissensi in Morea, ma che la guerra civile vi regna.... Il colonnello Napier vi narrerà il recente e specialissimo intervento degli Dei in favore degli Elleni, che sembra non abbiano nè in terra nè in cielo nemico più temibile della loro discordia intestina.... Se riuscirò soltanto a riconciliare i due partiti (e muovo cielo e terra a questo scopo) sarà molto; altrimenti dovremo percorrere la Morea con i Greci dell’ovest, che sono i più coraggiosi e forti, e tentare l’effetto di consigli fisici se continueranno a respingere la persuasione morale.»

Queste parole fanno anche oggi pensare. In un’altra lettera al principe Maurocordato egli scrive: «La Grecia è posta fra tre partiti: o riconquistare la sua libertà, o assoggettarsi ai sovrani d’Europa, o ridiventare provincia turca. Non c’è altra scelta fuori di queste tre soluzioni. La guerra civile non servirà ad altro che a preparare le due ultime. Se la Grecia desidera la stessa sorte della Valacchia e della Crimea, potrà ottenerla domani; quella dell’Italia, posdomani; ma se vuol essere veramente libera e indipendente, deve decidersi oggi, o non ne [p. 84 modifica] troverà mai più l’occasione....» Se il poeta potesse vedere ciò che accadde dopo di lui e ciò che accade ora delle due nazioni allora lottanti per la loro redenzione, non proporrebbe più il destino dell’Italia alla Grecia come esiziale e schivabile; potrebbe invece ripetere le parole rivolte con vero senso profetico al Governo ellenico il 30 novembre del 1823: «Debbo francamente confessare che se non si ristabilisse l’unione e l’ordine, i Greci perderebbero in gran parte, se non totalmente, l’aiuto che potrebbero aspettarsi di ricevere dall’estero. E ciò che peggio è, le grandi potenze europee, delle quali non una sola era nemica della Grecia, che anzi parevano favorire il suo ordinamento in nazione indipendente, resterebbero persuase che i Greci sono incapaci di governarsi da sè, e forse darebbero allora mano a metter fine alle vostre dispute in modo da distruggere le vostre più brillanti speranze e quelle dei vostri amici....»

25 dicembre 1916.