Breve storia dei rumeni/Capitolo sesto

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Capitolo sesto

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Capitolo quinto Capitolo settimo

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CAPITOLO SESTO.

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Decadenza politica e sociale. - Opera culturale dei

Rumeni nei secoli decimosettimo e decimottavo.


i. Un movimento in senso nazionale si osservava già da parecchi anni. Nuove traduzioni in lingua volgare, da chierici tra quali Varlaam, poi Metropolita moldavo, occupa un luogo eminente, provedevano alla lettura religiosa ed anco a quella storica — uno scrittore anonimo aveva già notato le gesta di Michele-il-Bravo per coloro i quali non conoscevano la lingua slava, che perdeva sempre più terreno, anche pella dificienza degli scrittori, ma che tuttavia si mantenne fin dopo il 1650. Arrivò il momento in cui i boiari valacchi non vollero più accettar i principi, in gran parte grecizzati, che mandava la Sublime Porta, ed, in seguito alla deposizione di Leone, figlio di Stefano Tomşa, la di cui moglie, Vittoria, era una Levantina, guadagnarono il possesso del regno valacco a Mateiu, discendente di Basarab e già soldato di Michele. Sostenuto dal principe transilvano Giorgio Ràkóczy, che fù sempre protettore dei due principati ed amico dei loro regenti, egli seppe mantenersi mentre il Sultano Murad IV [p. 120 modifica] era occupato in Asia, fino al 1654. Il nuovo principe

Mateiu Basarab, principe di Valacchia.


moldavo, il quale aveva contribuito a far scacciar, per mezzo di una rivolta, Alessandro Iliaș, [p. 121 modifica] essendo anche ammazzato ’l suo favorito Costantino Battista Vevelli, Cretano, era Albanese d’origine, ma romanizzato, come la più parte dei Greci che lo circondavano. L’influenza greca datava del resto già dal secolo decimosesto, e diventava sempre più esorbitante. Lupu, che si fece chiamar Basilio, al nome del grande Imperatore bizantino che aveva riunito in un compendio la legislazione anteriore — Basilio il Moldavo e Matteo stesso pubblicarono traduzioni rumene dei «canoni», nelle nuove tipografie che tutti due crearono, regnò fino al 1653. Tra i due principi vi furono sempre rivalità ed anche guerre aperte, il Lupu volendo guadagnar la Valacchia per uno dei suoi figliuoli e più tardi, dopo la morte di questo, per un suo fratello. Nel 1653, dopo che il principe di Moldavia, uomo ricco e splendido, che aveva eretto la chiesa dei Tre Gerarchi, ammirabilmente ornata di scolture di gusto orientale, e quella di Golia, con eleganti ornamenti gotici, ebbe, malgrado la sua ripugnanza, maritato la sua seconda figlia col rozzo Cosacco Timoteo Chmielnicki, figlio del potente Hatmano e nemico dei Pelachi, si ebbe la fine di questo lungo prospero regno. Il boiaro Giorgio Stefano, sostenuto da Matteo e dal secondo Ràkóczy, prese il posto del suo signore, e, quando Lupu invase la Valacchia per vendicarsene, fù vinto dal vecchio principe valacco a Finta, vicino a Tîrgovişte (nel mese di maggio). [p. 122 modifica]2. L’importanza politica dei principati sparì colla morte di Mateiu. Ràkóczy l trattò i suoi vicini come vasalli e, distruggendo, in seguito al desiderio espresso del nuovo regente valacco Costantino, figlio di Radu Şerban, i mercenari serbi e rumeni, principale forza militare del paese, se lo rese ancora più ubbidiente. Nella sua spedizione in Polonia, di cui sperava poter esser rè, furono impiegati, anche contingenti rumeni, e la Porta punì tutti i partecipanti alla guerra. Finché Ràkóczy stesso ebbe perduto il trono e la vita, com’ anco, in seguito, il suo generale, Giovanni Kemény, il quale, coll’aiuto degl’Imperiali, cercava di mantenersi principe libero di’Transilvania, furono scacciati l’uno dopo l’altro, da Turchi e Tartari, Costantino, Giorgio Stefano, che morì in Stettino di Pomerania, ed un secondo Mihneà, che si faceva dar il titolo d’arciduca, uccise i boiàri e volle rinnovar le gesta del gran Michele cóntro i Turchi. Nei principi delle famiglie duca, Duca, Tomşa, Rosetti (Levantini di Costantinopoli), nel figlio di Lupu o in quello d’Alessandro Iliaş, ed in qualche povero vecchio boiaro valacco o moldavo (Eustatio Dabija) la Porta aveva trovato, non veri principi, ma strumenti delle sue estorsioni e della sua tirannia.

3. Nell'anno 1630, coll’aiuto degli ambasciatori francesi a Costantinopoli, ricominciò la partecipazione degl’Italiani, Francescani Conventuali, alla propaganda cattolica in Oriente. Un della Fratta, un Paolo [p. 123 modifica] Bonnicio domandavano la sede vescovile di Bacovia. Mentre Basilio desiderava il Greco unito Giacinto Macripodari, Matteo faceva venire Buonaventura di Campo Franco. Il vicario o amministratore Marco Bandino, vescovo di Marcianopoli in Bulgaria, visitò verso il 1650 Matteo, che dimostrò interesse pella persona del Pontefice. Restando qualche tempo in Moldavia, dove ebbe a portar una lotta accanita coi frati ungheresi, che si erano impadroniti delle rendite di quella chiesa , Bandini ci ha tralasciato una preziosissima descrizione di questo principato. Trovò in Iassi, che gli parve da lontano, colle sue colline, un’altra Roma, 15.000 case, 60 chiese e 11 chiostri, nonché 20 scuole con 200 studenti; la scuola di Basilio, in cui si studiavano anche le lettere latine, era già stata bruciata. Tra i cattolici vi si trovavano pochissimi Italiani. I Gesuiti polacchi mantenevano una scuola che durò anche dopo il 1700, ma gli Ungheresi denunziavano al principe la loro avarizia e rapacità: «se faranno il loro nido in Moldavia, colle loro astuzie prenderanno i migliori monasteri e se la rideranno di tutto il clero ortodosso». I costumi erano talmente dissoluti nella piccola colonia che il missionario Pietro-Paolo per qualche bicchiere di vino aveva maritato una donna due volte in una sola settimana. Il principe intervenne nelle contese dei religiosi cattolici con questa sentenza: «E vergogna veder querelarsi coloro che, secondo la loro missione, dovrebbero portar, aiutar e propagar la pace». Ovvero: «Date le chiavi [p. 124 modifica] della chiesa e dell’abitazione parrocchiale nelle mani di colui che vi pare più utile alla vostra religione. E voi, monaci, cessate una volta di eccitar la plebe, di far sorger torbidi, di seminar inimicizie nel popolo. Altrimenti vi farò scacciar vergognosamente da questo mio paese. Andatevene, bugiardi e sfacciati che siete!

Pietro Parcevich, successore di Bandini nel vescovato marcianopolitano, era Slavo. Ma il vicario moldavo dell’anno 1660, Gabriele Thomasi, fu Italiano. Aiutati specialmente dai principi Mihnea III, che mandò al Papa un’ambasciatore per comunicar l’intenzione sua di voler farsi cattolico come si era prima offerto il già principe di Moldavia, Giorgio Stefano, e doveva farlo più tardi Gregorio Ghica, i religiosi italiani conservarano il convento di Tîrgovişte; potevano esser impiegati anche come agenti secreti nelle relazioni colle potenze cristiane. L’arcivescovo di Sofia, Pietro, prese già sotto Mihnea la sua residenza in Valacchia. Dal, 1664 in là e gli Osservanti della provincia bulgara sostituirono i Conventuali nella direzione delle missioni valacche. In quel tempo, nel 1677, il Conventuale Vito Piluzio di Vignanello pubblicava a Roma con caratteri latini un curioso catechismo, una «Dottrina christiana tradotta in lingua valacha», o «Katekismo Kriistinesko».

4. I principi rumeni accompagnavano ora i Turchi nelle loro campagne contro gl’Imperiali, Polacchi, [p. 125 modifica] sacchi e Moscoviti (contro l’Imperatore guerra del 1662-4; poi nel 1683 e seg.; coi Polacchi, 1672-8; coi Cosacchi e Moscoviti, 1678-81). L’occasione di far le loro proposte ai cristiani occidentali diventarono sempre più spesse. Gregorio Ghica si fece cattolico negli anni che dovette passar come fuggiasco in Occidente e battezzò Leopoldo, dal nome dell’Imperatore, un suo figliuolo. Era a Venezia nel 1671 e diceva voler andare a Roma ed a Loreto; sua moglie, Maria Sturza, tornò nel 1672 da Venezia in gonnelle alla franca, che fecero l’ammirazione delle signore valacche. Ai 30 di marzo st. v. 1673 Stefano Petriceicu, principe di Moldavia, che doveva poi, nella battaglia di Hotin, tradir i Turchi e passar nel campo di Sobieski, scriveva ai Genovesi parlando del loro dominio sul Danubio Inferiore e sul Mar Nero, e del suo progetto di una crociata liberatrice. Sotto le mura di Vienna Şerban Cantacuzino (principe 1679-88), della famiglia imperiale bizantina, transmutatasi in Valacchia al tempo di Michele-il-Bravo, poi anche in Moldavia, si mostrò amico della cristianità, e l’altare portatile che aveva fatto erigere nel mezzo del suo campo, la «croce rumena», ritrovata dopo la disfatta del Vezir Carà-Mustafà, si conservò qualche tempo nella «capella moldava».

Şerban, ritornato in Valacchia, proseguì fino alla sua morte le negoziazioni cogl’Imperiali, ai quali domandava l’occupazione prealabile del suo paese che da solo non era in istato di difender contro i Turchi [p. 126 modifica] e Tartari, i quali l’avrebbero devastato per punirlo. Tra i suoi agenti mandati a Vienna c’era anche l’arcivescovo di Nicopoli Antonio Ștefani. Si dice che il Cantacuzeno, il quale, al pari di tutti i suoi parenti nei principati, portava nel suo stemma l’aquila bicipite, avesse pensato all’eredità bizantina, della sua famiglia. Morì nell’ottobre del 1688 e fù sepolto nella chiesa del bel monastero di Cotroceni, da lui eretto in un bosco vicino alla sua Capitale (oggi Cotroceni è residenza dell’erede’ della Corona rumena).

Suo nipote, figlio di una sua sorella, Costantino Brâncoveanu (fino al 1714), ricchissimo proprietario, fù eletto, dai boiari e soltanto confermato della Porta. Ebbe a mantenersi, in circostanze particolarmente difficili: gl’Imperiali, comandati dall’ Italiano Veterani, la di cui, corrispondenza si, conserva ancora, inedita, a Urbino, entravano già in Valacchia, i Tartari, che fece venire lui contro gl’intrusi tedeschi, gli stavano sui fianchi una parte di loro abitava già dal 1600 il Bugeac, cioè la regione inferiore dell’odierna Bassarabia; il Visiro, ed una volta il Sultano stesso, che andava in Ungheria, apparvero sul Danubio. In Moldavia, erano rientrati i Polacchi già del 1683 per catturare il principe Giorgio. Duca, appena tornato dall’assedio di Vienna. Si cercò di ristabilire Stefano Petriceicu, che viveva nel paese del rè. Dopo il regno infelice di un’altro Cantacuzeno, del vecchio corrotto Demotrio, un’ex-officiale polacco, Costantino Cantemir, [p. 127 modifica] figlio di un piccolo proprietario del Prut, nelle vicinanze dei Tartari, ebbe la Moldavia. Vinse i Polacchi a Boian, ma non potè impedir le due invasioni di re Sobieski, il quale occupò nella prima Iassy stessa, che fù abbruciata, nella seconda l’antico castello di Neamţ. Morì nel 1693, cercando di lasciar suo successore il figliuolo minore, Demetrio, che i Turchi richiamarono a Costantinopoli, principe destinato a diventar uno dei primi scienziati del suo secolo. I suoi successori, Costantino,— figlio di Duca e della principessa Anastasia, la quale, amante di Şerban Cantacuzino, aveva sposato poi quel Liberacchi, bei della Maina, di cui i Veneziani si servirono nella Morea contro i Turchi — , poi Antioco figlio di Cantemir stesso, nonché un ricco boiaro, apparentato ai Cantacuzeni, Michele Racoviţă, vissero presso che sempre in inimicizie col Brîncoveanu che invidiavano, benché il Duca fosse genero del Valacco.

5. Nel 1709, Carlo XII, l’eroe suedese, vinto dai Moscoviti, cercò rifugio in Moldavia, a Bender; il suo soggiorno su questa sponda del Nistro fù descritto in italiano dal suo interprete greco Alessandro Amira. Già si prevedevano torbidi guerreschi in questi contorni, e Racoviţă era considerato come amico dei Russi, a cui avrebbe insegnato la strada per impadronirsi di certi soldati di rè Carlo che si erano stabiliti nei distretti settentrionali del paese. Così venne la nomina di Nicolò, figlio del gran «turcimanno» Alessandro Mavrocordato, il quale [p. 128 modifica] si gloriava discender in linea femminile dai vecchi regnanti di Moldavia, dallo stesso Alessandro-il-Buono. Lo faceva destituire, dopo pochi mesi, il Cano dei Tartari, e Demetrio Cantemir riprendeva possesso della sua paterna eredità: doveva preparar pella primavera del 1711 quella campagna del Gran-Vesir contro lo Zar Pietro, che Carlo XII aveva provocata. Il giovine Cantemir aspettava una gran vittoria cristiana e la caduta dell’Impero osmano; così, senza romper affatto con questo, allettò i Moscoviti in Moldavia. Nel mese di giugno l'imperatore ortodosso assisteva agli uffizi divini nelle chiese di Iassy e banchettava strepitosamente col suo amico ed alleato, il quale per mezzo di un trattato formale si era assicurato il dominio assoluto ereditario della Moldavia rimasta coi suoi antichi privilegi. Boiari e contadini furono chiamati nell’esercito di Pietro che «insorgeva contro la potestà tirannica per liberar i popoli cristiani dalla servitù degl’Infedeli». Compagnie moldave furono organizzate, doppo che soldati rumeni avevano combattuto, tanto tempo, con onore, sotto le bandiere dei Polacchi, dei Russi e dei Suedesi. Ma fra poco l’allegria per la «liberazione dal giuogo ottomano» si cambiò in lutto. Lo Zar, che aveva sperato intimidar il Visiro e non aveva preso nessuna misura di precauzione, fù assediato sul Prut, presso il villaggio di Stănileşti, dalle grandi masse turche e tartare e fù ben contento di aver potuto conchiuder un trattato in vece di segnar una [p. 129 modifica] vergnosa capitolazione (luglio 1711). Cantemir che i Turchi volevano avere e punir come traditore, potè rifugiarsi in Russia, dove fù uno degl’intimi di Pietro e la più importante personalità culturale dell’Impero. «Si è visto all’ultimo», scriveva il primo consigliere di Brâncoveanu, rimasto nel suo campo di Urlaţi, nelle montagne valacche, aspettando lo svolgersi degli evenimenti, «che, sotto vesti tedesche, i Moscoviti sono ancora Moscoviti».

Tre anni dopo, Brâncoveanu stesso veniva arrestato a Bucarest da un messo del Sultano, nei giorni in cui questo pio principe, il quale impiegò somme importanti delle sue immense rendite a rifar le chiese antiche della Valacchia e alla costruzione di quel chiostro di Hurez, riccamente ornato d’originali scolture, che doveva contener la sua sepoltura, si preparava ai giubbili della Domenica di Resurrezione. La sua numerosa famiglia, quattro figliuoli e un nipote, l’accompagnò a Costantinopoli. Padrone vi era allora il crudele Visiro Gin-Ali, che voleva restituir all’Impero, ad ogni conto, la già perduta potenza. E lo stesso che riprese ai Veneziani la Morea in una spedizione dettagliatamente raccontata da un funzionario della rappresentanza valacca permanente a Costantinopoli, pagine in cui si rispecchia l’orrore di quei macelli immani d’innocenti vittime umane. «Aver sentito», scrive egli, parlando della presa di Corinto, «le grida, gli urli, i pianti, i sospiri e i gemiti, dei mariti divisi [p. 130 modifica] dalle mogli, dei fanciulli dai parenti, dei fratelli dalle sorelle, dei prigionieri trascinati su per le mura, per le porte e per dove si poteva, senza misericordia alcuna», e nel suo racconto si vede Giacomo Minotto «colle mani legate al tergo portato alla presenza del Visiro colla corda al collo, senza cappello e senza parrucca, tra le percosse». «Se fate così», disse lo stesso, come ardirebbero altri capitolar nelle vostre mani?». Questo feroce massacratore fece gittar il ricchissimo Brâncoveanu nel «forno» delle Sette Torri e poi, per la festa della Madonna, di cui la vecchia principessa portava il nome, tutti i maschi dell’infelice famglia furono decapitati in presenza del Sultano stesso, finché la morte pietosa colse anche l’eroico padre che esortava i figli a rimaner cristiani. I corpi dei martiri furono gettati nel Bosporo, dopo esser stati portati ingiro, infilzati in pertiche, per le strade di Costantinopoli.

6. Stefano Cantacuzeno, cugino del Brâncoveanu, quello a cui si doveva in gran parte la caduta e forse anche la morte del venerabile principe, fù nel 1716 vittima di quel stesso insaziabile Visiro. Con esso lui fù immolato nella prigione d’Adrianopoli il padre, Costantino, delle cui relazioni coll’Italia si parlerà in seguito, ed anche, un poco più tardi, un terzo Cantacuzeno, Michele, fratello di quest’ultimo. Nicolò Mavrocordato, che aveva già rittenuto nel 1711 la Moldavia, prese ora in Valacchia la successione degli ultimi [p. 131 modifica] principi indigeni, mentre Racoviţă tornava a Iassi. Cominciava così per ambidue i principati la così detta èra dei Fanarioţi, cioè dei governatori con titolo dì principi che si erano formati nell’ambiente corrotto del quartiere Fanari (Faro) di Costantinopoli.

7. Questi tempi di frequenti cambiamenti dei princìpi regnanti, di estorsioni ed angherie, provocate dai bisogni sempre crescenti dell’Impero turco che non poteva più vincere, nonché dall’avidità della classe dominante dei rinegati, tempi di straniere invasioni e di tragedie terribili, furono nondimeno quelli in cui la coltura e la letteratura nazionale ebbero un più rapido sviluppo. Ai Rumeni erano vietati oramai i fatti; essi trovarono la loro consolazione in reminiscenze ed ideali, e nuovi fatti dovevano essere in un’più lontano avvenire l’ultimo risultato di questa lunga preparazione culturale.

I primi ispiratori dei cronisti e storici rumeni in lingua volgare furono i Polacchi. La loro influenza si dimostrò più feconda di quella dei Sassoni transilvanici, degli Slavi danubiani,— di cui seguirono le tracce gli annalisti del secolo decimoquinto ed i monaci Macario (vescovo di Roman), Eutimio ed Azario, del decimosesto, imitatori della rettorica bizantina di Costantino Manasse,— re dei Greci stessi, chè già ai tempi di Basilio e dei successori di Mateiu aveva cominciato a Iassy e Bucarest quell’insegnamento superiore ellenico, che non [p. 132 modifica] fù protetto dai Fanarioti stessi più che dai ricchi e liberali principi di nazionalità rumena, fautori di un Dositeo patriarca di Gerusalemme, ospite loro nel corso di lunghi anni.

Gregorio Ureche, Vornic (conte palatino) di Moldavia sotto Basilio e coetaneo di quell’erudito logoteta Eustratio che traduceva dal testo greco le leggi romane e bizantine, dava verso il 1650 una versione dei vecchi annali del principato. Dell’unità del popolo rumeno, spartito tra diverse dominazioni se ne rammentava ancora, e ricercava gli antenati di questa romanità orientale. Fiacco, l’eroe eponimo inventato da Enea Silvio de’ Piccolomini, era per lui il fondatore della nuova nazione, e citava parole rumene che rassomigliano a quelle dei «Romani che si chiamano Latini» o dei «Franchi», cioè Italiani. Del resto l’origine romana la sapeva anche l’autore di quel compendio degli annali moldavi compreso nella cronaca russa, la figlia di Stefano-il-Grande, Elena, avendo sposato il figlio dello Zar Ivan; e della Valle aveva inteso dai monaci rumeni di Dealu, calligrafi e stampatori dilibri slavi, la stessa spiegazione del nome nazionale e degli elementi latini della favella volgare.

Il Logoteta Miron Costin, partigiano dell’alleanza coi cristiani e dell’annessione al regno polacco, simpatie che gli cagionarono la morte, comandata dal principe Costantino Cantemir, scrisse, in lingua rumena e in lingua polacca, la cronica dei suoi tempi [p. 133 modifica] ed anche compendi sulle origini rumene. Costui conosceva le gesta di Traiano stesso, «primo fondatore di questi paesi» e della nazione rumena, «ch’è una sola in questa nostra Moldavia, nella Valacchia e nell’Ungheria». Descriveva l’Italia, «prima patria» della sua nazione, l’Italia che non è «tanto lontana», — soli «trenta giorni dal Belgrado serbo fino in Occidente»! «È il paese italiano ripieno, come un mellagrana, di città e di terre civili; molti abitanti, prosperissimi mercati. Per la sua civiltà e bellezza è stato clamato: Paradiso terrestre. Nessun’altro paese hà quel suolo, quelle città, quei giardini, quell’arte architettonica, quella vita così felice; uomini gai e sani; non vi sono i gran caldi e gl’inverni rigorosi; grano abbastanza; vini dolci e leggieri; abbondanza d’olio e di frutti di ogni specie: cedri, aranci, limoni e canna da zucchero (!); cittadini colti più di ogni altro popolo, fedeli alle promesse, sinceri, miti, non superbi cogli stranieri: tutt’al contrario, diventano subito loro soci con gran gentilezza, come se fossero loro consanguinei; d’intelligenza fina, ed è perciò che vengono chiamati gentiluomini... Quel paese è adesso sede e nido di tutte le scienze e belle arti; com’ era già Atene dai Greci, così è adesso Padova in Italia.»

Già Alessandro Mavrocordato, come tanti altri Greci nel secolo decimosesto, aveva fatto i suoi studi in medicina a Padova. Il primo Rumeno fin’ora conosciuto che seguì tale esempio fù il fratello più [p. 134 modifica] giovane di Şerban Cantacuzino, discendente, per la madre, del bravo Radu Şerban, Costantino Cantacuzino, il quale fu poi corrispondente, informatore del celebre conte Marsigli di Bologna (generale imperiale e negoziatore della pace di Carlowitz (1699), autore dello «Stato dell’Imperio ottomano» e del «Danubius pannonicomysicus»). Nel 1667 dopo due anni, lasciava Costantinopoli sulla nave veneziana del capitano «francese» Bernardo Martinengo, la quale aveva due nomi: «Madonna del Rosario» e «Corona Aurea». Per paura dei pirati barbareschi si fece il viaggio fino a Zante in compagnia della nave del marchese piemontese Villa, che tornava da Creta assediata dai Turchi. Si fermarono a Ragusa, «Arausa». Entrarono nel porto di Venezia in un «giorno bello e sereno». L’avvocato Santonino condusse il giovane rumeno a Padova, ove diventava l’ospite del sacerdote Alvise Fiorio, poi della signora Virginia Romana ed allievo dell’«Accademico» Antonio dall’Acqua, del «filosofo» Albanio Albanese, del matematico Bonvici. «E cominciai ad imparare, invocando Dio santissimo e potentissimo e l’aiuto perenne della beatissima Madre di Cristo, nostro Signore, con tutto il mio poco umano potere.» Passò due anni intieri a Padova e partì con una collezione di libri che dovevano nudrir i suoi studi letterari.

8. Costantino Cantacuzeno ebbe l’ardito proposito di scriver una storia critica dell’ intero popolo rumeno, [p. 135 modifica] fine agli «Aromâni» del Balcano, che fù lui il primo a scoprire alla scienza, e ciò adoperando le fonti antiche ed i migliori lavori moderni. Voleva dimostrar la latinità della lingua, la pura romanità della nazione e ritrovarvi la forza che doveva aiutar i suoi ad elevarsi al di là delle umiliazioni di quei tempi tristi. E voleva anche risponder agli stranieri calunniatori della sua nazione, «perchè oggi ognuno può dire e scrivere di noi quello che gli piace, non essendo nessuno che ci difenda colla penna o colla mano». «I Valacchi, cioè i Rumeni, sono le reliquie dei Romani portàtivi da Ulpio Traiano», — questa era la breve formola della sua teoria.

Non arrivò a compiere il suo monumento letterario. Fù più felice nella sua «Cronaca dei Moldovlacchi» l’erudito, ma un po confuso, Demetrio Cantemir, uno degli scienziati più illustri dell’epoca sua, autore della Storia degli Osmani e di molte opere sull’Oriente, nonché di una Descrizione della Moldavia in lingua latina che fece come membro dell’Accademia di Berlino. Ma l’illustre principe moldavo, coetaneo di Nicolò Costino (figlio di Miron), — allievo dei Gesuiti ed ultimo rappresentante dell’umanismo latino — polacco, — non scriveva sotto influenza occidentale. Le sue qualità ed i suoi difetti sono di quel mondo orientale in cui egli si era formato, di quel nuovo ambiente costantinopolitano in cui viveva, per mezzo degli ambasciatori e viaggiatori, dei missionari, dei Greci [p. 136 modifica] educati in Italia, dei Levantini che si conservavano ancora, una parte larga della vita culturale francese ed italiana, la lingua italiana essendo fin verso ’l 1700 lingua diplomatica e commerciale in quei paesi.

9. Parlavano e scrivevano l’italiano tutti quei Fanarioţi che erano stati prima dragomani della Porta, i Greci e Rumeni: Nicolò Mavrocordato, autore di un «De officiis» greco, ed i figli suoi, tra i quali Costantino, senza scriver come ’l padre trattati di morale filosofica, straniera ai compromessi colla realtà sociale e politica, fù uno dei più colti Orientali del suo tempo; Gregorio Ghica, il di cui fratello, principe onorifico, negoziò la pace di Belgrado cogl’Imperiali e coi Russi e la pagò colla propria testa, ed i suoi figli; il nipote Gregorio, figlio di Alessandro e, come questo, decapitato, per ordine del Sultano, nel 1777; Giovanni Calmăşul, che si faceva chiamar Callimachi ed i figli Gregorio ed Alessandro, che ricevevano ed onoravano, nella sua qualità di scienziato, l’abate dalmata Boscovich, autore di un viaggio nei paesi del Danubio. L’influenza francese si sente sempre più nei Fanarioţi della seconda metà di questo secolo decimottavo: Alessandro Ipsilanti, il quale confidava l’educazione dei suoi figli uno di loro, Constantine, sperava diventar coll’aiuto dei Russi «rè della Dacia», al Ragusino Raicevich, scrittore di pregiatissime «Osservazioni» sui principati, che visitava in quei tempi anche Domenico Sestini, il quale leggeva anche [p. 137 modifica] sulle pietre sepolcrali di Argeş le antiche iscrizioni slave; poi Costantino Morusi ed il figlio Alessandro, nonché i Sutzo (rum. Suţu), che segnavano «Suzzo», i Carageà (Niccolò e Giovanni, che passò i suoi ultimi anni, dopo il 1818, a Pisa, coll’ esmetropolita di Bucarest Ignazio) ed gli Hangerli (Costantino Hangerli fù ammazzato da un capugi turco a Bucarest). La lingua della Corte e delle scuole superiori era la greca.

Le relazioni artistiche coll’Italia, incominciate sotto l’influenza di Costantino Cantacuzeno — Brâncoveanu mandò un giovane valacco in Italia per perfezionarsi nella pittura religiosa, e la stessa scultura decorativa del tempo ha motivi presi dal Rinascimento italiano -, non furono continuate nell’epoca di questi Fanarioţi che impedivano le relazioni coll’Occidente, pericolose per un governo tirannico, e davano sempre più l’aspetto orientale a tutti i rami della vita nazionale. I loro architetti erano Greci e Bulgari.

10. Infelicissimo tempo pei principati questo secolo decimottavo, di cui le piaghe perdurarono fino al 1821! I Fanarioti, colti, intelligenti, influenti, non risparmiarono le loro fatiche per dar ai paesi che governavano un’amministrazione nuova e finanze ordinate. Gli si devono le contribuzioni unitarie, con quattro termini di paga all’anno, che sostituirono il regime complicato del bir, tributo in danaro pel Sultano, e delle decime (dijme), ed anche l’istituzione d’amministratori [p. 138 modifica] manenti, «ispravnici» (dal slavo = esecutori), mentre prima ogni servizio publico si delegava a qualche dignitario della Corte, a qualche religioso od anche ai discendenti di boiari che, senza ufficio, vivevano alla campagna e godevano di certi privilegi personali e fiscali (i «mazili»). Costantino Mavrocordato potè vantarsi di aver dichiarato libero il contadino asservito, contro ogni dritto, dai boiari i quali dovettero contentarsi per ora con una somma di riscatto ed anche collo sfruttamento della povertà di questi uomini liberi, che anche dopo le misure prese da Costantino dovettero render certi servizi, assai difficili, incontro della terza parte del podere, di cui avevano l’usufrutto. I primi lavori di edilità cominciarono versò il 1670 — prima costruivano i principi soltanto castelli, chiese, bagni, rari ospizi e poche strade — , e il viaggiatore Carlo Magni, che accompagnò l’esercito del Sultano Mohammed IV nella Moldavia, trovò a Iassy sulle strade strette, tra case dove ridevano fra fiori le fanciulle, «tronchi d’alberi distesi per regola che uno tocca l’altro»: nuovi palazzi, strade di legno e illuminazione si devono alla loro iniziativa; già nei tempi antichissimi avevano i chiostri le loro stanze per gli ammalati, ma il primo grande ospedale fù costruito da Michele Cantacuzeno, fondatore di Colţa, e sotto i Fanarioţi fù seguito questo esempio (ricchissimo ospedale di S. Spiridone a Iassy). Le Accademie di Iassy e Bucarest diventarono le scuole più celebri dell’ ellenismo intiero. [p. 139 modifica]11. Ma i Turchi non erano più in stato di difender queste loro pecorelle che tosavano così corto. Dopo che la pace di Carlowitz, segnata anche dal Veneziano Ruzzini, ebbe dato la Transilvania all’Imperatore, Carlo VI strinse alleanza coi Russi per un nuovo attacco contro gli Osmani. I Tedeschi entrarono nella Valacchia e catturarono Mavrocordato, ma furono vinti in Moldavia da Racoviţă. Giorgio, figlio di Şerban Cantacuzino, sperava aver la Valacchia intiera, in qualità di vassallo dell’Imperatore. Colla pace di Passarowitz (1718), l’Austria guadagnò il Banato di Temesvàr, abitato in parte dai Rumeni (dopo la colonizzazione con Tedeschi, Italiani e Spagnuoli, vi si contavano, verso il 1800, 181.000 Rumeni su una popolazione totale di 317.928) ed anche i cinque distretti occidentali della Valacchia al dilà del fiume Olt («Piccola Valacchia»). Oppressione fiscale, lavori forzati, privilegi pei Bulgari cattolici colonizzati, disprezzo pelle usanze antiche del paese, favori pel clero cattolico ed umiliazione pel vescovo rumeno ed i suoi preti resero il nuovo regime assolutamente odiato.

Nel 1737 scoppiò una nuova guerra. L’Imperatore era alleato colla Zarina Anna. La Valacchia ricevette i soliti ospiti tedeschi e in Iassy di Moldavia entrava da conquistatore senza scrupoli il generale russo Münnich, che distrusse ogni simpatia pella Potenza ortodossa «liberatrice». Ma l’insuccesso degli Austriaci gli fece perder al trattato di Belgrad (1739) i cinque [p. 140 modifica] distretti alutani, che con giubilo tornarono sotto dominazione del principe «turco» di Bucarest, il quale rinnovava le tradizioni, rispettate sopra ogni altro.

12. La seconda metà del secolo decimottavo significa pei Rumeni un’occupazione straniera presso a poco permanente. Nel 1768 l’ Imperatrice Caterina II, che sperava conquistar Costantinopoli pel di lei nipote Costantino, cominciava una guerra incomoda nel momento in cui si trattava di finirla colla spartizione della Polonia. I Russi vinsero: il Moldavo Gregorio Callimachi fù sacrificato dal Visiro come traditore, mentre Gregorio Alessandro Ghica si lasciava far prigioniero a Bucarest dall’avanguardia di avventurieri dell’esercito russo. Nelle negoziazioni per la pace, i boiari e chierici rumeni domandavano per loro l’autonomia intiera, la fissazione della somma del tributo, l’allontanamento degli stranieri greci, un’ esercito nazionale, col corollario della protezione esercitata, non da Russi soli, ma da Russi, Austriaci e dai Prussiani del gran rè Federico II. Ebbero invece, pel trattato di Chiuciuc-Cainargi (in Bulgaria, presso Silistria), soltanto la protezione russa, che si dimostrò spesse volte un’ umiliazione perpetua ed un impedimento allo sviluppo libero della nazione; per frenar l’azione tirannica dei principi furono stabiliti nelle due capitali danubiane consoli russi (poi anche austriaci, più modesti, francesi, insignificanti, e prussiani, non rispettati), che funzionarono da tiranni con più insolenza dei Greci stessi, [p. 141 modifica]13. Gli Austriaci si erano impegnati in questa guerra per tentar di riprender l' Oltenia (il trattato dei sussidi del anno 1771) e, non potendovi arrivare, fecero occupar i distretti settentrionali della Moldavia, che formarono, dopo la cessione fatta, nel 1775, dai Turchi ingannati, comprati e brutalizzati, la nuova provincia imperiale della Bucovina (questo termine significa «paese dei fagi» e comprendeva prima soltanto la regione coperta da antiche selve). L’autore del nuovo «acquisto» (Erwerbung) secondo la ricetta polacca ormai conosciuta, era Thugut, figlio di un barcaiuolo ed il più odiato tra i ministri di Giuseppe II, il quale era allora internunzio a Costantinopoli. E già Suceava, l’antica residenza moldava, Putna col sepolcro di Stefano-il-Grande, i bei monasteri edificati nel corso di tre secoli, fino a Suceviţa (da Geremia Movilă) e Solca (da Stefano Tomşa), i boschi di Cozmin, teatro dell’antica vittoria, non ci appartenevano più.

14. Coll’intenzione espressa di distruggere l’Impero osmano, Russi ed Austriaci cominciarono nel 1788 una nuova guerra. I primi occuparono la Moldavia, dove il favorito dell’Imperatrice Caterina, Patiomchin, fungeva da vice-rè e sperava rimaner in qualità di sovrano dacico in tutti e due i principati. I boiari appresero ancora meglio dagli uffiziali russi l’arte del giuoco, la prodigalità e l’adulterio. Un dialogo italiano-rumeno del tempo contiene queste frasi. «Che faremo adesso? Giocheremo o, [p. 142 modifica] andremo a passeggiar? Andiamocene dunque, e poi visiteremo qualche tradir (ted. Traktier, caffè-ristorante), ed ivi troveremo gli ufficiali che giuocano, chi carte, chi bigliardo.» Le «cocoane», mogli dei boiari, imparavano a ballar nuove figure, esse che apprezzavano sempre più nei loro ospiti l’eleganza, lo spirito ed il resto. Il costume orientale non doveva più durar alla lunga pelle donne. L’ammobiliamento semplice e durevole veniva cambiato colla «moda di Vienna». Così pure in Valacchia, dove il principe di Coburg teneva Corte. Quanto al contadino, il viaggiatore francese Salaberry trovò in capanne donne povere che raccattavano come animali i resti del pranzo per dargli ai loro bambini affamati e villaggi intieri che, benedicendo l’ora della liberazione cristiana, si nutrivano con pane di scorze d’alberi.

15. La pace di Sištov (1791) poi quella di Iassy (1792) si andavano approssimando. I boiari, tra i quali Giovanni Cantacuzeno, «che sarebbe considerato come persona colta in ogni paese», dichiarorono di preferir che «il loro paese avesse la sorte di Lisabona e Lima», rovinate dai terremoti, piuttosto che di ritornar senza condizioni sotto il vecchio regime. Domandavano in qualità di «nazione rumena», sotto l’influenza delle idee della rivoluzione francese, che il principe venisse eletto per un numero di rappresentanti dei tre stati, chiedevano la protezione russo-austriaca, la [p. 143 modifica] neutralità del loro territorio e l’esercito nazionale.

Ma non fù che nel 1802 che Turchi concedettero il termine settennale pel regno dei principi, che, difatti, furono cambiati quasi a beneplacito. Già, colle commozioni politiche dell’era napoleoniana, si andava in contro ad un’altra occupazione. Nel dicembre del 1806, colla prima neve, i Russi entravano in Iassy e in qualche settimana s’impadronirono anche di Bucarest. Napoleone riconobbe l’annessione dei principati alle provincie del suo amico Alessandro I, e gli agenti diplomatici abbandonarono i loro posti. Le iscrizioni delle chiese mentovano il regno del «potentissimo ed ortodosso Zar». Sotto Costantino Ipsilanti, che doveva morir a Chiev, e poi sotto i generali russi, i ricchi ebbero l’immoralità sfacciata ed i poveri l’estorsione cinica. Si vedevano contadini tirar i carri colle provvigioni, che loro stessi avevano raccolte pei Russi, e, quando si domandò al generalissimo Cutusov che cosa lasciasse ai Rumeni, egli rispose: «Gli occhi per piangere». Ultimo risultato pei Rumeni fù l’annessione dei distretti tra il Nistro e il Prut, che ricevettero il nome di Bassarabia, terra dei Bassarabi, applicabile soltanto alla regione vicina al Danubio (pace di Bucarest, 28 maggio 1812). In poco tempo il ricco paese, che dava pascoli alle greggi ed agli armenti di tutta la Moldavia e conservava nelle città di Hotin, Orheiu, Soroca, Tighine-Bender, Moncastro e Chilia i documenti delle gloriose gesta del passato, perdette tutti i [p. 144 modifica] suoi privileggì, diventando una semplice provincia dell’immenso Impero. Dopo la guerra di Crimea, le potenze alleate ristituirono alla Moldavia i tre distretti del Danubio e del Prut inferiore: Cahul, Bolgrad, Ismail, coi Bulgari colonizzati dai Russi e colla barbarie che costoro avevano saputo conservare; ma, dopo l’aiuto prestato dei Rumeni nella guerra russo-turca del 1877, la riconoscenza della diplomazia russa le riprese alla Rumenia.

16. In questo frattempo i cronisti sono pochi, e nissuno è capace di trattar altre materie che i cambiamenti dei principi e dei boiari e le sofferenze dell’invasione straniera. Soltanto verso la fine del secolo decimottavo, qualche tempo prima che la Moldavia avesse un poeta alla francese, didattico, sentimentale, retorico, nella persona del Logoteta Costantino Conachi, il quale visse fino al 1849 e la di cui figlia, Catinca, prima moglie di Niccolò Vogoridi, Caimacamo moldavo nel 1857-8, sposò poi un principe Ruspoli e finì i suoi giorni in Italia, il principato valacco dava in Ianachi Văcărescu il primo vero poeta della nazione, autore, nello stesso tempo, di «Osservazioni» sulla grammatica rumena (altre grammatiche erano state scritte, in Transilvania ed altrove, poco tempo prima), storico anche lui dell’Impero osinano. Forse Văcărescu non conosceva i Salini versificati dal vescovo di Roman, poi Metropolita, Dositeo, dell’ultimo quarto del secolo precedente. Ma conosceva la poesia del popolo. [p. 145 modifica]17. Questa poesia consiste in canti epici, che in altri tempi si facevano accompagnare dal liuto (alăută) ai pranzi dei principi guerrieri, e perciò chiamami «canti antichi» («cîntece bătrîneşti»): glorificavano la fondazione della Moldavia da un cacciatore di buoi selvatici, il quale varcava i monti, il giovine principe Dragoş; quella del principato valacco, colla vittoria sui Tartari, poi le gesta di Stefano-il Grande e di qualcuno dei suoi successori. Brevi canzoni d’amore, di cordoglio (dor; doglio) pel villagio abbandonato, pell’ amante perduta, portano il nome doină, di origine oscura (si ritrova dai Slavi, senza esser di origine slava). Scherzi versificati completano questa poesia che si perdeva e si rifaceva continuamente, e in cui si rispecchiava la vita della nazione intiera: malinconica per la lunga sfortuna, rassegnata, ma nondimeno ironica, anzi satirica e conservante qualche cosa dell’antico spirito battagliero che fece la sua grandezza ed importanza nella storia.

18. Ai canti guerreschi non pensavano più questi boiari dalla testa rasa, dalle lunghe barbe, con enormi cappelli rotondi, secondo la loro importanza gerarchica, Orientali con vestiti larghi e scarpe gialle che non uscivano di casa se non in carrozza e passavano il tempo piuttosto a Corte e nelle loro stanze profumate, fumando e ciarlando, che tra i contadini ed in mezzo ai soldati di un esercito transformato in guardia di semplici mercenari stranieri ornati riccamente. Ma nelle [p. 146 modifica] canzoni d’amore trovarono la loro ispirazione lo stesso Ianachi, poi i suoi due figli, Alessandro e Nicolò, e finalmente anche il nipote Iancu. Il primo scriveva biglietti italiani e parlò in questa lingua coll’Imperatore Giuseppe li a Corona di Transilvania e poi a Vienna stessa, nel 1782. I suoi versi accompagnanti le biografie dei Sultani rammentano i modelli italiani:

Perdette col dominio Osmano anche la vita
Senza pensarci:

Forse non ebbe chi meglio il consigliasse,
E fù dannato.

Se il suo coetaneo Iordachi Slătineanu tradusse l’Achille a Sciro, del Metastasio, lo fece dopo da una versione greca. Ma nello stesso Metastasio trovò il suo modello Iancu Văcărescu. Aveva passato qualche tempo a Pisa e prima a Viena, dove l’abate italiano era sempre stato un’ autore prediletto; la sua prima opera fù una «Primavera d’Amore» in cui si cantavano

Ceres, Pan, Fauni, Silvani,


zefiri, rose, stelle e pastori. Nella letteratura italiana che preparò la patria nei cuori di tre generazioni, il quarto dei poeti Văcăreşti trovò il sentimento che lo fece scriver sul nuovo Codice del Fanariota Giovanni Caragea quei versi celebri:

O potessimo riaver - quanto abbiam perduto -, qual mente resterebbe infeconda, — qual labbro starebbe più muto? - Allora questo povero corvo ridiventerebbe aquila ed ogni Rumeno saria Romano, grande in guerra e in pace.