Commedia (Buti)/Inferno/Canto XXII

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Inferno
Canto ventiduesimo

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Inferno - Canto XXI Inferno - Canto XXIII

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1Io vidi già cavalier muover campo,
      E cominciare stormo, e far lor mostra,
      E tal volta partir per loro scampo;
4Corritor vidi per la terra vostra,
      O Aretini, e vidi gir gualdane,
      Ferir torniamenti, e correr giostra,1
7Quando con trombe e quando con campane,
      Con tamburi, e con cenni di castella,
      O con cose nostrali o con istrane:2
10Nè già con sì diversa cennamella3
      Cavalier vidi muover, nè pedoni,
      Nè nave a segno di terra o di stella.
13Noi andavam con li dieci demoni:
      Ahi fiera compagnia! ma nella chiesa
      Coi santi, et in taverna coi ghiottoni.
16Pur alla pegola era la mia intesa,
      Per veder della bolgia ogni contegno,
      E della gente ch’entro v’era incesa.
19Come i dalfini, quando fanno segno4
      A’ marinar con l’arco della schiena,5
      Che s’argomentin di campar lor legno;

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22Talor così ad alleggiar la pena
      Mostrava alcun de’ peccatori il dosso,
      E nascondeva in men che non balena.6
25E come all’orlo dell’acqua d’un fosso
      Stanno i ranocchi col muso di fuori,
      Sicchè celano i piedi e l’altro grosso;
28Sì stavan d’ogni parte i peccatori:7
      Ma come s’appressava Barbariccia,
      Così si ritraen sotto i bollori.8
31Io vidi, et anco il cor me n’accapriccia,
      Uno aspettar così, com’elli incontra
      Ch’una rana rimane, e l’altra spiccia.
34E Graffiacan, che li era più d’incontra,9
      Gli arroncigliò le impegolate chiome,
      E trassel su, che mi parve una lontra.
37Io sapea già di tutti quanti il nome:
      Sì li notai, quando furon eletti;
      E poi che si chiamaro, attesi come.
40O Rubicante, fa che tu li metti
      Gli unghioni a dosso sì che tu lo scuoi,
      Gridavan tutti insieme i maladetti.
43Et io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
      Che tu sappi chi è lo sciagurato
      Venuto a man delli avversari suoi.
46Lo Duca mio gli s’accostò al lato;10
      Domandollo onde fosse, e quei rispuose:
      Io fui del regno di Navarra nato.

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49Mia madre a servo d’un signor mi pose:
      Che m’avea generato d’un ribaldo11
      Distruggitor di sè, e di sue cose.
52Poi fui famiglio del buon re Tebaldo:
      Quivi mi misi a far baratteria,
      Di che io rendo ragione in questo caldo.
55E Ciriatto, a cui di bocca uscia
      D’ogni parte una sanna, come a porco,
      Gli fe sentir come l’una sdrucia.
58Tra male gatte era venuto il sorco;12
      Ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
      E disse: State in là, mentr’io lo inforco.
61Et al Maestro mio volse la faccia:
      Domandal, disse, ancor, se più disii
      Saper da lui, prima ch’altri il disfaccia.
64Lo Duca dunque: Or dì, delli altri rii
      Conosci tu alcun, che sia Latino13
      Sotto la pece? E quelli: Io mi partii,
67Poco è, da un che fu di là vicino:
      Così foss’io con lui ancor coperto,14
      Che io non temerei unghia, nè uncino.
70E Libicocco: Troppo avem sofferto,
      Disse, e preseli il braccio col ronciglio,
      Sì che, stracciando, ne portò un lacerto.15
73Draghignazzo anche i volle dar di piglio16
      Giuso alle gambe; onde il decurio loro
      Si volse intorno intorno con mal piglio.

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76Quand’elli un poco rappaciati fuoro,17
      A lui, che ancor mirava sua ferita,
      Dimandò il Duca mio sanza dimoro:
79 Chi fu colui, da cui mala partita
      Dì che facesti per venire a proda?
      Et ci rispuose: Fu frate Gomita,
82Quel di Gallura, vasel d’ogni froda,18
      Ch’ebbe i nimici di suo donno in mano,19
      E fe sì lor che ciascun se ne loda.20
85Denar si tolse, e lasciolli di piano,21
      Sì com’el dice; e nelli altri offici anche
      Barattier fu non picciol, ma sovrano.
88Usa con esso donno Michel Zanche
      Di Logodoro; et a dir di Sardigna
      Le lingue lor non si sentono stanche.
91O me! vedete l’altro, che digrigna:
      Io direi anco; ma io temo ch’ello
      Non s’apparecchi a grattarmi la tigna.
94E il gran proposto volto a Farferello,
      Che stralunava li occhi per ferire,
      Disse: Fatti in costà, malvagio uccello.22
97Se voi volete vedere, o udire,
      Ricominciò lo spaurato appresso,
      Toschi, o Lombardi, io ne farò venire.
100Ma stien le malebranche un poco in cesso,23
      Sì ch’ei non teman delle lor vendette;
      Et io, sedendo in questo luogo stesso,

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103Per un ch’io son, ne farò venir sette,
     Quando sufolerò, com’è nostr’uso24
      Di fare a lor che fuor alcun si mette.
106Cagnazzo a cotal motto levò il muso,
      Crollando il capo, e disse: Odi malizia25
      Ch’elli à pensato per gittarsi giuso.
109Ond’ei ch’avea lacciuoli a gran dovizia,26
     Rispuose: Malizioso son io troppo,
      Quand’io procuro a’ miei maggior tristizia.
112Alichin non si tenne, e di rintoppo
      Alli altri, disse a lui: Se tu ti cali,
      Io non ti verrò dietro di gualoppo;
115Ma batterò sopra la pece l’ali:
      Lascisi il colle, e sia la ripa scudo,
      A veder se tu sol più di noi vali.
118O tu, che leggi, udirai nuovo ludo:
      Ciascun dall’altra parte li occhi volse,
      Quel prima, ch’à ciò fare era più crudo.27
121Lo Navarrese ben suo tempo colse;
      Fermò le piante a terra, et in un punto
      Saltò, e dal proposto lor si tolse.28
124Di che ciascun di colpa fu compunto;
      Ma quei più, che cagion fu del difetto,
      Però si mosse, e disse: Tu se’ giunto.29
127Poco li valse: chè l’alie il sospetto30
      Non potero avanzar; quelli andò sotto,
      E quei drizzò, volando suso, il petto.

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130Non altrimenti l’anitra di botto,
      Quando il falcon s’appressa, giù s’attuffa,
      E quei ritorna su crucciato e rotto.
133Irato Calcabrina della buffa,
      Volando dietro li tenne, invaghito
      Che quei campasse, per aver la zuffa.
136E come il barattier fu disparito,
      Così volse li artigli al suo compagno,
      E fu con lui sopra il fosso ghermito.31
139Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
      Ad artigliar ben lui, et amendue
      Cadder nel mezzo del bogliente stagno.
142Lo caldo sghermitor subito fue;32
      Ma però di levarsi era niente:
      Sì aveano inveschiate l’ali sue.33
145Barbariccia con li altri suoi dolente
      Quattro ne fe volar dall’altra costa
      Con tutti i raffi, et assai prestamente
148Di là, di qua discesero alla posta:34
      Porser li uncini in verso gl’impaniati,3536
      Ch’eran già cotti dentro dalla crosta;37
151E noi lasciammo lor così impacciati.

  1. v. 6. C. M. Ferir con torneamenti,
  2. v. 9. C. M. nostrate
  3. v. 10. C. M. cenamella
  4. v. 19. Dalfino, pronunzia tuttavia una parte popolo toscano; ed il provenzale à dalfin. E.
  5. v. 20. C. M. Ai marinai
  6. v. 24. C. M. Et ascondeva
  7. v. 28. C. M. Sì stanno
  8. v. 30. C. M. ritraean
  9. v. 34. C. M. più di contra,
  10. v. 46. C. M. si li accostò
  11. v. 50. C. M. m’avea ingenerato
  12. v. 58. Sorco; sorcio. La solita fognatura dell’i. E.
  13. v. 65. Latino; secondo che dimostrò Carlo Troya, vale uomo d’Italia, non uscito del sangue lombardo; ma sì del romano, come appunto era l’Allighieri che veniva da Eliseo Frangipani di Roma. E.
  14. v. 68. C. M. io ancor con lui coperto,
  15. v. 72. C. M. stracciando, portonne un lacerto.
  16. v. 73. C. M. ancor volle
  17. v. 76. Fuoro, terza persona plurale del perfetto, venuta dalla terza singolare fo usata dagli antichi, a cui si aggiugneva ro o rono, interpostavi l’u per liscezza di lingua. E.
  18. v. 82. C. M. vagel d’ogni froda,
  19. v. 83. C. M. del suo donno
  20. v. 84. C. M. E fe lor sì
  21. v. 85. - Di piano; senza romore, senza strepito. E.
  22. v. 96. C. M. maligno uccello.
  23. v. 100. Cesso; cessazione, abbandonamento. Stien le malebranche un poco in cesso ; cioè cessino, ferminsi un poco. E.
  24. v. 104. C. M. sufilerò,
  25. v. 107. C. M. Grollando
  26. v. 109. C. M. divizia,
  27. v. 120. Il Codice Antaldino legge così « Quel prima, che a ciuffare era più crudo ».
  28. v. 123. si sciolse.
  29. v. 126. si mosse, e gridò
  30. v. 127. C. M. Ma poco i valse: che l’ali
  31. v. 138. C. M. sopra il fosso ingremito.
  32. v. 142. C. M. sgremitor
  33. v. 144. C. M. Sì avieno invescate l’ale
  34. v. 148. C. M. Di qua, di là
  35. v. 149. C. M. Posen
  36. v. 149. C. M. impanati,
  37. v. 150. C. M. Ch’eran giacenti dentro dalla costa;
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C O M M E N T O


Io vidi già cavalier ec. In questo xxii canto l’autor nostro continua lo suo cammino trattando, ancora della quinta bolgia; e dividesi principalmente in due parti, perchè prima pone come seguitarono il loro cammino e lo strazio che fu fatto di uno peccatore che fu giunto da quelli demoni; nella seconda pone che fine ebbe il fatto di colui, et all’ultimo il loro dipartire dalla compagnia de’ demoni, quivi: Lo Duca dunque ec. La prima parte si divide in sei parti, perchè prima pone come li demoni si partirono, et ellino con loro; nella seconda pone il processo del loro cammino, e dimostra in che modo vedea de’ peccatori, quivi: Noi andavam ec.; nella terza pone come uno peccatore rimaso alla riva fu tirato, e come fu concitato Rubicante contra lui, quivi: E come all’orlo ec.; nella quarta, come Dante priega Virgilio che sappi chi elli è, quivi: Io sapea già di tutti ec.; nella quinta, come Virgilio pregato da Dante domanda chi elli è, e com’elli si manifesta, quivi: Lo Duca mio gli s’accostò ec.; nella sesta, come fu straziato da’ demoni, quivi: E Ciriatto, a cui ec. Divisa la lezione, ora è da vedere la sentenzia litterale. Dice adunque cosi:
     Io Dante vidi già cavalier muover campo e cominciar battaglia e far lor mostra, e tal volta ricogliersi per scampare; e vidi fare scorrerie per la terra vostra, o Aretini, e vidi andar gualdane e ferire in torneamenti e correre a giostre, quando con trombe e quando con campane, quando con tamburi e con cenni di castella; cioè fuochi o fummi e con cose nostrali 1 e con istrane: e mai non vidi muovere cavalieri e pedoni con sì fatta ceramella, come quella con che si mossono li demoni, nè mai vidi muover nave a segno di terra o di stella. Noi andavamo Virgilio et io, dice Dante, coi dieci demoni: ahi fiera compagnia che quella era! ma nella chiesa conviene che l’uomo si truovi coi santi, et in taverna coi ghiottoni, e nell’inferno coi demoni. Io era pur inteso alla pegola, per vedere ogni contegno di quella bolgia e della gente che v’era incesa dentro. E fa una similitudine che, come li dalfini quando fanno cenno 2 ai marinari con l’arco della schiena, che s’argomentino di campar lor legno alla fortuna 3 che viene; così tal volta alcuno di quelli peccatori mostrava il dosso, per alleggerire la pena, et appiattavasi in meno che uno baleno: e come stanno li ranocchi all’orlo di uno fosso col muso fuori e tutto l’altro tengono nell’acqua; così stavano d’ogni parte i peccatori; ma quando s’appressava Barbariccia con la sua brigata, si [p. 567 modifica]ritraevano sotto i bollori. E dice ch’elli vide, et ancora ne li viene raccapriccio, uno aspettare come addiviene alcuna volta che alcuno ranocchio rimane alla riva e li altri saltano alla riva, o vero nell’acqua; et allora Graffiacane, che gli era più d’incontro che gli altri, lo prese col ronciglio per le chiome impegolate delli capelli, e tirollo su che parve una lontra. E dice Dante ch’elli sapea già il nome de 4 tutti li demoni: sì li notò quando furono eletti, et ancor quando si chiamavano attendea come; sicchè vidi 5 gridare a tutti quelli maladetti: O Rubicante, fa che tu metta li unghioni a dosso a costui sì, che tu lo scuoi. Et allora disse Dante a Virgilio: O Maestro mio, fa fa, se puoi, che tu sappi chi è lo sciagurato venuto a man de’nimici suoi. Allora Virgilio li s’accostò al lato e domandollo onde elli era; e quelli rispuose: Io fui nato del regno di Navarra e fui figliuolo d’una gran donna che mi generò d’uno ribaldo distruggitor di sè e di sue cose; ond’ella mi pose servo d’uno signore e poi divenni famiglio del buon re Tebaldo; e quivi mi misi a far baratteria, della quale rendo ragione in questo caldo. Detto questo, Ciriatto a cui usciva di bocca da ogni lato, come a porco, una sanna, li fe sentire come l’una sdrucia: lo sorco 6 era venuto tra male gatte: ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse alli altri: State in là mentre io lo inforco; e volse la faccia in verso Virgilio e dissegli: Domanda ancora, se più desideri di sapere da lui, prima ch’altri lo disfaccia, come aviamo cominciato. E qui finisce la sentenzia litterale di questa lezione: ora è da vedere il testo con l’esposizioni.

C. XXII — v. 1-12. In questi quattro ternari l’autor nostro, ammirandosi della mossa di Barbariccia con la sua decina, che fu fatta come detto è di sopra, dice che fu diversa da tutte le mosse del mondo, e però dice: Io; cioè Dante, vidi già cavalier muover campo; cioè stazione, che è usanza, quando si muovono e levansi da campo, che parte dell’esercito fa la guardia e li altri fanno le some, e raccolta la salmeria, la mettono in mezzo e prendono cammino con suoni di tamburelli, di corni, di nacchere, di trombe, trombette e cennamelle 7; e così quando si pongono e s’accampano, sempre fanno la guardia, che se fossono assaliti sia chi li difenda: e per questo mostra che già sia stato nelli eserciti, e ch’elli sia stato uomo pratico d’ogni cosa. E cominciare stormo; cioè romore battaglieri ò veduto già io Dante, e far lor mostra; delli cavalieri, E tal volta partir; del campo e raccogliersi, per loro scampo; cioè per loro scampamento, Corritor vidi; io Dante, per la terra vostra; cioè scorrere, O Aretini; [p. 568 modifica]cioè, o cittadini d’Arezzo. E questo dice: imperò che, quando li ghibellini furono cacciati di Fiorenza, se n’andarono ad Arezzo e corsono la terra e cacciarono fuori i guelfi, et allora vi si ritrovò, come a uomo 8 a cui non piacea il reggimento de’guelfi, benchè fosse guelfo esso Dante, sì che ben li vide, e vidi gir gualdane; cioè cavalcate le quali si fanno alcuna volta in sul terreno de’ nimici a rubare et ardere e pigliar prigioni, nelli quali forse che alcuna volta si trovò l’autore; e però ben dice che vide. Ferir torniamenti; torniamenti si faceano, quando si convenivano volentorosamente li cavalieri a combattere dentro ad uno palancato, fatto a modo di steccato, per acquistare onore, nel quale torniamento l’uno ferisce l’altro a fine di morte, se non si chiama vinto; e questo ancora vide l’autore nostro. e correr giostra; giostra è quando l’uno cavaliere viene contra l’altro, o ver corre, con l’asti 9 broccate col ferro di tre punte, ove non si cerca vittoria se non dello scavallare l’uno l’altro; et in questo è differente dal torniamento, ove si combatte a fine di morte molti insieme contra molti insieme; e queste cose vide tutte fare l’autore. Quando con trombe e quando con campane, Con tamburi; cioè tamburelli e nacchere, e con cenni di castella; cioè fummi, se è di di’; o con fuochi, se è di notte, O con cose nostrali o con istrane; cioè o con altri segni usati da noi, o strani da noi: Nè già con sì diversa cennamella; come fu quella di Barbariccia, che fu naturale sonata di sotto con lo strumento naturale. La cennamella 10 è uno istrumento artificiale musico che si suona con la bocca di sopra sì, che ben fu diversa da questa quella di Barbariccia, Cavalier vidi muover, nè pedoni, Nè nave a segno di terra o di stella; di marinai. Li marinai quando navicano, seguitano due segni; l’uno si è la terra quando la possono vedere: imperò che vanno al segno del monte che veggono da lungi, e questi cotali monti chiamano li poeti promuntoria 11, come da Pisa la Verruca; e quando sono in mare che non possono vedere la terra, navicano al segno della tramontana, le quali 12 non vide mai Dante muover con sì fatta cennamella, come quella di Barbariccia.

C. XXII— v. 13-24. In questi quattro ternari l’autor nostro finge il processo del cammin suo, e quel che vide nella quinta bolgia andando coi detti demoni, e dice così: Noi; cioè Virgilio et io Dante, andavam con li dieci demoni; detti di sopra, Ahi fiera compagnia! Questo ahi è intergezione che significa ammirazione, e fiera compagnia viene appositive 13 ai dieci demoni, ma nella chiesa Coi santi, [p. 569 modifica]et in taverna coi ghiottoni; per questo risponde all’obiezione che si potrebbe fare; cioè: S’ella li parea fiera compagnia, perchè l’accettasti? Dicendo io non potea fare altro ch’ io era nell’inferno sì, ch’io non potea avere altra compagnia che di demoni, come chi è nella chiesa si truova coi santi, e chi è nella taverna si truova co’ ghiottoni; e così chi è nell’inferno si truova coi demoni, e co’ pessimi. Et è qui notabile che l’uomo dè fuggire i tristi luoghi e disonesti, se non si vuol trovare co’ tristi e disonesti uomini. E continua la sua intenzione, dicendo: Pur alla pegola era la mia intesa; cioè lo mio intendimento, Per veder della bolgia ogni contegno; cioè ogni contenimento 14, E della gente ch’entro v’era incesa; cioè alcuno della gente che in essa s’incendea. Come i dalfini; questi sono pesci grandi in mare, quando fanno segno A’ marinar con l’arco della schiena; mostrandosi fuor dell’acqua, Che s’argomentin di campar lor legno; qui fa una similitudine che, come i dalfini fanno segno a’ marinari della fortuna che dè venire, mostrandosi 15 loro a galla: però che la senton venire infin dal fondo, e per fuggirla si fanno in su, li marinai vedendoli pronosticano: Fortuna sarà tosto, e ricoverano più tosto che possono ai porti; e così faceano quelli peccatori, che si mostravano con la schiena un poco fuori, per isventarsi, e subitamente ritornavano per paura delli Malebranche; e però dice: Talor così: cioè come detto è de’ dalfini, ad alleggiar la pena; che aveano, Mostrava alcun de’peccatori il dosso, E nascondeva in men che non balena; cioè che non appare e spare lo baleno, che subitamente s’accende e subitamente si spegne, perchè è ver vapore umido che monta suso; e perchè à poco d’umidità, però tosto s’accende e tosto si spegne come veggiamo alcuna volta, gittando poco d’acqua in sul fuoco, subito s’accende e subito si spegne.

C. XXII— v. 25-36. In questi quattro ternari l’autor nostro finge come vide di quelli peccatori, ponendo prima una similitudine per dimostrare come fu possibile ch’elli ne vedesse, dicendo così: E come all’orlo dell’acqua d’un fosso Stanno i ranocchi col muso di fuori, Sicchè celano i piedi e l’altro grosso; del corpo: questo è manifesto; Sì stavan d’ogni parte i peccatori; per questo modo col capo fuori della pegola, da ogni riva dall’un lato e dall’altro. Ma come s’appressava Barbariccia; ch’ era lo decurio delli dieci demoni, e per lui s’intendono li altri, Così si ritraen sotto i bollori; della pegola per paura de’ dimoni. Et aggiugne lo strazio che vide fare d’uno che non fuggie, dicendo: Io; Dante, vidi, et anco il cor me n’ accapriccia; cioè la memoria me ne spaventa: lo cuore si piglia qui per la memoria; capriccio significa paura, e però capricciare o [p. 570 modifica]vuogli raccapricciare; cioè spaurire, Uno aspettar; di quelli ch’eran col capo di fuori, così, com’ elli incontra; cioè addiviene; e seguita la similitudine presa: Ch’ una rana rimane; fuor dell’acqua e non fugge, e l’altra spiccia; cioè salta sotto l’acqua. E Graffiacan; ch’era uno de’ x demoni, che li era più d’incontra; che li altri nove demoni a quello misero peccatore, Gli arroncigliò; cioè col ronciglio prese, le impegolate chiome: chioma è la capellatura che pende dalle spalle; e dice impegolate, perch’era stato sotto la pegola. E per fare verisimile che potesse tirare che i capelli reggessono, dice: E trassel su; della pegola, che mi parve una lontra; lontra è uno animale che è vago de’ pesci, del quale fu detto di sopra cap. xvii. Et è qui da notare che questo testo appruova quel che è detto di sopra, cap. xxi; cioè che Graffiacane significava lo disfacimento de’ vivi nel mondo, per la figura ch’elli à di gatta che graffia con li artigli, che significano qui le parole; e così fa la infamia. E qui dimostra l’autore ch’elli volle significare questo, in quanto finge che Graffiacane trasse fuor della pegola questo peccatore, che allegoricamente significa diffamarlo e publicarlo: però che di sopra fu detto che la pegola significava occultazione, onde elli disse nel testo cap. xxi prima cantica: Disser: Coverto convien che qui balli, Sì che, se puoi, nascosamente accaffi. E litteralmente finge l’autore che questo risponda di là in pena; cioè stare sotto la pegola bogliente et esserne cavato venga a strazio e derisione ai demoni, come colui, che publicato nel mondo, viene in derisione e strazio alli uomini del mondo, ch’ognuno lo strazia e deride e schernisce. E finge l’autore che costui rimanesse alla riva e fosse tratto fuori, o vero su, perchè fu diffamato moccobellatore o barattiere; e poi soggiugne com’elli seppe che fu Graffiacane, et occultamente manifesta la cagione, perch’ elli à così nominato questi demoni per li effetti loro, e quello che per questo à voluto intendere.

C. XXII — v. 37-45. In questi tre ternari l’autor nostro finge onde era la cagione, perch’ elli sapea i nomi de’ demoni; e com’elli priega Virgilio che sappi chi è lo sciagurato venuto alle mani delli demoni, dicendo: Io; cioè Dante, sapea già di tutti quanti; quelli demoni, il nome; e però non ti maravigliare, se io li nomino: Se li notai, quando furon eletti; ecco che dimostra che studiosamente li nominasse così, e non per fortuna, E poi che si chiamaro; l’uno l’altro, attesi come; cioè si chiamarono; et aggiugne uno de’ chiamamenti: O Rubicante; questo è il nome di quell’altro demonio del quale fu detto di sopra, che significa ostinato furore al quale vengono i barattieri che sono nel mondo, quando usano la baratteria publicamente contra ciascuno, facendo il peggio che possono, e levando infino alla pelle il più che possono, et ancora la pelle [p. 571 modifica]quando si sottomettono l’uomo. E litteralmente vuole l’autore che risponda di là in pena debita, ch’elli sieno scoiati dal detto dimonio. fa che tu li metti Gli unghioni a dosso sì che tu lo scuoi; a ciò che li risponda debita pena e pari al peccato che à usato nel mondo. E questo finge, perchè tutti li gradi precedenti inducono questo ultimo; e però finge che tutti gridano, e però dice: Gridavan tutti insieme i maladetti; cioè quelli altri dimoni. Et aggiugne come elli pregò Virgilio che sapesse chi elli era, dicendo: Et io; cioè Dante a Virgilio dissi: Maestro mio, fa, se tu puoi, Che tu sappi chi è lo sciagurato Venuto a man delli avversari suoi; cioè delli demoni detti di sopra.

C. XXII — v. 46-54. In questi tre ternari l’autor nostro finge come quel peccatore domandato da Virgilio, per suo impronto si manifesta chi elli è, dicendo: Lo Duca mio; cioè Virgilio, gli s’accostò al lato; a quello sciagurato, Domandollo; Virgilio, onde fosse, e quei; cioè l’addomandato, rispuose: Io fui del regno di Navarra nato; e però è qui da sapere che Dante finge che costui fosse uno ch’ebbe nome Giampolo, e fu figliuolo d’una gentil donna di Navarra e d’un padre che fu cattivo uomo, Distruggitor di sè, e di sue cose. Questo suo padre, come dice lo testo, fu uno ribaldo e per le sue ribalderie fu morto, e però dice lo testo: Distruggitor di sè; et innanzi che morisse ribaldeggiò e destrusse il suo, e però disse: e di sue cose; onde morto il padre, la madre per necessità, ch’era venuto meno la roba per lo cattivo padre, quando fu grandicello lo pose per servo d’uno barone del re Tebaldo ch’era re di Navarra. Et in processo di tempo costui cresciuto divenne famiglio del re, e seppe sì fare che tutti i fatti del re andavano per sue mani e tutta la corte: imperò ch’elli fu saputo uomo, secondo il mondo. E quando fu venuto in questa grandezza, elli si diede a far baratteria, vendendo le grazie e li offici et ogni cosa che poteva; e però lo pone condannato in questo luogo, e però dice: Mia madre a servo d’un signor mi pose; ecco la cagione: Chè m’avea generato d’un ribaldo: ribaldo tanto è a dire, quanto rio baldo; cioè ardito, rio uomo, e non si dee intendere però che fosse nato, se non legittimamente: però che delle grandi donne alcuna volta si maritano ai tristi uomini. Distruggitor di sè, e di sue cose; ecco che appruova che fosse ribaldo, che tenne tal vita che fu cagione della destruzione della persona sua e delle sue facultà. Poi; cioè poi ch’ io fui servo di quel signore, fui famiglio del buon re Tebaldo; che fu buono, secondo la fama che di lui è ancora: imperò che intra l’altre virtù ch’ ebbe, fu onestissimo, intanto che mai non dormì con la sua reina, se non vestito, sì che mai non vide le parti disoneste l’uno dell’altro: o puossi intendere che fosse buono non solamente a sè nella sua onestà: ma [p. 572 modifica]ad ognuno: imperò che sanza grande eccellenzia non avrebbe detto l’autore: del buon re Tebaldo: Quivi; cioè nella sua corte, mi misi a far baratteria; cioè a vendere le grazie e li offici, Di che cioè della qual baratteria, io rendo ragione in questo caldo; cioè in questa pegola bogliente, nella quale io sono punito della mia baratteria.

C. XXII — v. 55-63. In questi tre ternari l’autor nostro dimostra lo strazio, che finge esser fatto di questo Giampolo, dicendo: E Ciriatto; ecco l’altro demonio ch’ avea figura di porco, e però dice: a cui di bocca uscia D’ogni parte una sauna, come a porco: imperò che sua similitudine avea, Gli fe sentir; a Giampolo, come l’una sdrucia; imperò che l’una lo percosse e ferillo. E qui si verifica quello che fu detto di sopra nell’altro canto precedente, che Ciriatto significa l’offensione che fanno li barattieri nel mondo inverso il prossimo; e litteralmente dimostra che risponda loro simile pena nello inferno; cioè com’elli ànno offeso, così sieno offesi. E perchè costui avea offeso pur in uno modo, però finge che il ferisse pur coll’una, et aggiugne poi una transunzione, dicendo: Tra male gatte; cioè tra Malebranche, era venuto il sorco; cioè il topo; cioè il misero peccatore ch’era così tra loro, come il topo tra le gatte: Ma Barbariccia il chiuse con le braccia; cioè l’abbracciò 16 e ricevettelo frodolentemente; e però seguita: E disse; alli altri, cioè demoni: State in là; voi altri, mentr’io; cioè Barbariccia, lo inforco; cioè mentr’io l’afferro con le braccia, o vero col forcone del ferro ch’avea in mano. E qui si verifica quel che fu detto di sopra; cioè che Barbariccia figurava la fraudulenta asconsione: imperò che frodolentemente l’appiatta alli altri, mostrandosi di doverlo inforcare; et elli fece per appiattarlo alli altri, e poi ch’ebbe abbracciato, volse la faccia; a Virgilio, e però dice: Et al Maestro mio; cioè a Virgilio, volse; Barbariccia, la faccia: Domandal, disse; Barbariccia a Virgilio, ancor, se più disii; cioè desideri, Saper da lui, prima ch’altri il disfaccia; e per questo si mostra che l’appiattasse, abbracciandolo con intenzione che rispondesse a Virgilio. E questo 17 volle dimostrare l’autore quello che intendeva per Barbariccia; cioè fraudolente asconsione; e se altri opponesse: Elli non fu disfatto poi; rispondesi: Elli seppe sì fare che elli fuggì, come apparirà di sotto nel testo. E qui finisce la prima lezione, seguita la seconda.
     Lo Duca adunque ec. poiché il nostro autore à detto lo loro cammino e come fu giunto quel peccatore da’ demoni, ora dimostra che fine ebbe il suo parlare e come si partirono dai demoni; e dividesi questa lezione in sette parti, perchè prima si pone come Virgilio domanda e lo Navarrese risponde, e come uno demonio li fece [p. 573 modifica]mal giuoco; nella seconda, come Virgilio lo domanda ancora da capo, et elli ancor risponde, quivi: Quand’elli un poco ec.; nella terza, com’elli si scusa di dire più e truova malizia per partirsi, quivi: O me! vedete ec.; nella quarta, come Cagnazzo uno de’dimoni scuopre la malizia, e com’elli risponde et un altro demonio fa beffe di lui, quivi: Cagnazzo a cotal motto ec.; nella quinta pone lo scampamento del Navarrese, e come uno de’dimoni li si gittò dietro per pigliarlo; ma pur scampò, quivi: O tu, che leggi ec.; nella sesta, come li demoni feciono zuffa insieme, crucciati della beffa, quivi: Irato Calcabrìna ec.; nella settima, come li demoni caduti nella pegola, dai compagni furono presi, e come Virgilio e Dante si partirono da loro, quivi: Barbariccia con li altri ec. Divisa adunque la lezione, ora è da vedere la sentenzia litterale, la quale è questa.
     Poiché Barbariccia disse a Virgilio, come detto fu di sopra, Virgilio disse al Navarrese: Or dì, conosci tu alcuno delli altri rii sotto la pece che sia latino? Et elli rispose: lo mi parti’, poco è, da uno che fu vicino di là nel mondo ai latini: così foss’io lui 18, ch’io non temerei unghia, nè uncino di questi dimoni. Et allora quel dimonio che è chiamato Libicocco disse: Troppo aviam sofferto, e prese il braccio col ronciglio e stracciatolo, ne portò uno lacerto. E Draghignazzo ancor li volle dar di piglio giuso alle gambe, onde il decurio loro si volse tutto presto intorno con mal piglio; e quando que’dimoni furono un poco rappacificati, Virgilio domandò colui che ancora riguardava le sue ferite: Dì, chi è colui dal quale tu dì che mal ti partisti? Allora colui rispose: Fu frate Gomita di Gallura, vasel d’ogni froda, ch’ebbe l’inimici del suo signore in sua balìa e lasciolli andar via per danari: e nelli altri offici ancor fu barattieri non piccolo; ma sovrano. Et aggiugne che con esso è donno Michel Zanche, e parlano de’ fatti 19 di Sardigna e di ciò non si stancano; et aggiugne: Omè vedete l’altro dimonio che digrigna! Io direi anche; ma io temo ch’elli s’apparecchi a grattarmi la tigna. Et allora Barbariccia volto a Farferello che stralunava li occhi per ferire, disse: Fatti in costà, malvagio uccello; e quello Navarrese incominciò allora a dire: Se voi volete, o Toscani, o Lombardi, io ne farò venire per uno ch’io sono, sette, stando in questo luogo; ma stieno le male branche un poco da cesso sì 20, che non abbino paura delle loro minaccie e vendette, ch’io fischierò come è nostro uso di fare, allora ch’alcun si inette fuori. Allora Cagnazzo levò il muso a quello motto, e disse: [p. 574 modifica]Odi malizia ch’elli à pensata per gittarsi giuso! E quello Navarrese ch’avea lacciuoli a gran dovizia rispuose: lo sono troppo malizioso, quando desidero a’ miei maggiore tristizia. Et Alichino a questo non s’attenne; ma innanzi alli altri disse a lui: Se tu ti cali, io non ti verrò di rietro gualoppando; ma batterò l’alie sopra la pegola: abbandonisi questo colle e sia la ripa scudo, a vedere se tu solo vali più di noi. Et aggiugne l’autore attenzione al lettore, dicendo: O tu che leggi, udirai nuovo giuoco. Ciascuno di quelli demoni si volse dall’altra parte, e quel fu il primo che si mostrava più aspro. Et allora quello Navarrese, veduto il tempo, fermò le piante a terra, et allora saltò e levossi dinanzi dal proposito nostro, o vero loro; per la qual cosa ciascuno si reputò colpevole; ma più quello che fu cagione del difetto, e però elli si mosse e tenneli dietro e gridò: Tu se’ giunto; ma poco li valse, che l’alie non poterono avanzare il sospetto: quel peccatore andò sotto, e il dimonio dirizzò volando suso il petto. E fa una similitudine che, non altrimenti l’anitra di subito, quando il falcone s’approssima, s’attuffa giuso sotto l’acqua, et elli ritorna su crucciato e rotto. Allora Calcabrina crucciato della beffa li tenne dietro volando, invaghito che il peccatore campasse per aver la zuffa col suo compagno 21; cioè con Alichino. E come fu sparito lo barattieri, così volse li artigli al suo compagno Alichino; e quelli fu bene sparvier grifagno ad inghermir 22 ben lui, e così ghermiti amendui caddono nella pegola bogliente; ma il caldo 23 li fe subito schermire; ma non si poteano però levare: sì aveano inveschiate l’alie. Allora Barbariccia dolente con li altri suoi ne fece volar quattro dall’altra costa, e con tutti i raffi, et assai prestamente discesono di qua e di là alla posta; e porsono li uncini in verso l’impaniati, ch’erano già cotti dentro dalla costa; e così Virgilio e Dante li lasciarono impacciati et andarono alla loro via. E qui finisce la sentenzia litterale: ora è da vedere il testo con le allegorie e moralitadi.

C. XXII— v. 64-75. In questi quattro ternari l’autor nostro finge come Virgilio mosso per quello ch’aveva detto Barbariccia, domandò ancora lo Navarrese, dicendo così: Lo Duca; cioè Virgilio che mi guidava, dunque: cioè però che Barbariccia è contento ch’io domandi: Or dì, delli altri rii; cioè peccatori, Conosci tu alcun, che sia Latino; cioè italiano, Sotto la pece; cioè sotto la pegola? E quelli; cioè lo Navarrese, rispuose a Virgilio: Io mi partii, Poco è, da un che fu di là; cioè nel mondo, vicino; dell’Italia, s’intende, Così foss’io con [p. 575 modifica]lui ancor coperto; cioè sotto la pegola, Che io non temerei unghia, nè uncino; di questi dimoni com’io ora 24 temo; e per questo appare che quelli demoni aveano le mani unghiate et aveano li raffi: chi fosse colui lo dirà immantinente. E Libicocco: Troppo avem sofferto, Disse; allora, e preseli il braccio col ronciglio; che avea in mano, Sì che, stracciando, nè portò un lacerto; cioè un braccio. E questo finge l’autore, secondo la lettera, per mostrare che fosse conveniente pena a tal peccato: imperò che chi lascia impedire l’opera della giustizia per lo ricevimento del pregio, perda il braccio che significa la potenza dell’opera. E qui si verifica quella allegoria che fu detta di sopra cap. xxi, che Libicocco s’intendeva l’ occupazione dell’opera: imperò che col dono si toglie al giudice, quando lo riceve, l’opera della giustizia. E però dice che li prese il braccio col ronciglio, e per lo braccio s’intende la potenzia dell’opera, la quale è occupata quando lo dono e il pregio è ricevuto; e dice che stracciando, ne portò un lacerto: lacerto è propriamente congiunzione di più capi di nervi insieme, et è in alcune parti del braccio; ma comunemente s’intende per la parte di sopra del braccio; e notantemente dice che ne portò uno, perché il dimonio induce ad alcuno atto singulare lo barattiere, nel quale li toglie, quando li fa pigliar lo dono, la potenzia d’operarvi giustamente. Et aggiugne: Draghignazzo; cioè quell’altro demonio, anche i volle dar di piglio Giuso alle gambe; del detto Navarrese; onde il decurio loro; cioè Barbariccia, e chiamasi decurio da dieci e cura, perch’ era capitano e cura di dieci; cioè capodieci, come centurio capo di cento, Si volse intorno intorno; a tutti li demoni, con mal piglio; cioè con mal volto, per farli stare tutti cheti, acciò che non facessono a quel peccatore impedimento sì, ch’elli potesse rispondere a Virgilio: et ancora qui significa 25 quel che fu detto di sopra cap. xxi, che Draghignazzo significava implicazione e scongiugnimento 26 d’affezione; e questo appare in quanto dice, che ancor volle dare di piglio giuso alle gambe. Le gambe e li piedi significano l’affezioni umane, e notabilmente pone che volesse; ma nol fece però, a denotare che non sempre nella baratteria è legata l’affezione: imperò che alcuna volta il barattieri desidera di fare il contrario, e per avarizia fa che non dee; ma Libicocco ne portò pure uno lacerto: imperò che non n’è mai che, se il barattier piglia il premio 27, che l’opera della giustizia non sia impedita. E cosi Ciriatto lo percosse: imperò che il barattiere sempre offende il prossimo o la giustizia, altrimenti non sarebbe barattiere. E [p. 576 modifica]litteralmente debita pena è l’atterramento e stracciamento delle gambe a chi à avuto legata la sua affezione a mal fare.

C. XX — v. 76-90. In questi cinque ternari l’autor nostro dimostra. come Virgilio domandò ancora a questo Navarrese di quelli di sotto la pegola, dicendo: Quand’elli; cioè li detti dimoni, un poco rappaciati fuoro; cioè dell’ira ch’aveano presa contra lo misero peccatore, A lui; cioè al Navarrese, che ancor mirava sua ferita; che avea ricevuta nel braccio, Dimandò il Duca mio; cioè Virgilio, sanza dimoro; cioè sanza indugio: Chi fu colui, da cui mala partita Dì che facesti? imperò che mal s’era partito a suo uopo, per venire a proda; cioè per venire alla ripa? Et ei; cioè lo Navarrese, rispuose; a \ irgilio: Fu frale Gomita; e poi ch’a detto lo propio nome, dice l’origine e il vizio, Quel di Gallura. Gallura è chiamato uno de’giudicati di Sardigna. vasel d’ogni froda; cioè contenimento d’ogni inganno, Ch’ebbe i nimici di suo donno in mano; cioè di suo signore; parla l’autore a modo sardcsco, in sua potenzia, E fe sì lor che ciascun se ne loda; di quelli nimici del suo signor; et aggiugne come, dicendo: Denar si tolse; cioè frate Gomita, e lasciolli di piano; cioè liberamente, sanza impedimento, Sì com’el dice; cioè frate Gomita, e nelli altri offici anche Barattier fu non picciol, ma sovrano; cioè grande. Et è qui da sapere che l’isola di Sardigna anticamente fu dell’infedeli e fu acquistata per li Pisani e per li Genovesi nelli anni domini mxvi e ridotta alla fede catolica, e nel mxvii fu racquistata dal re Musetto e da’ Saracini; e quel medesimo anno ancora da’ Pisani e da’Genovesi racquistata, et ordinati furono in essa quattro giudicati; cioè quel di Gallura e quello d’Alborea 28 e quello di Logodoro, o vero delle torri, e quello di Calieri 29. Et in ciascuno di questi era uno signore e governatore che si chiamava giudice, e così v’è ancora quel d’Alborea, li altri paiono venuti meno; e sotto lo giudice di Gallura, lo nome del quale non ò trovato, fu uno uficiale che si chiamò frate Gomita che fu pieno di tutte le spezie delle frode, et a costui vennono in mano li nimici del suo signore giudice; il modo come non ò trovato, e per danari li lasciò andar via, et ancora nelli offici commise assai baratterie. Et aggiugne poi: Usa con esso; cioè con frate Gomita, donno Michel Zanche; donni si chiamano in Sardigna li signori, e però disse di sopra: di suo donno in mano - Di Logodoro; o vero torri: è il nome del terzo giudicato di Sardigna. Et è qui da sapere che lo imperadore Federigo secondo puose nel giudicato di Logodoro, o vero delle torri, uno suo figliuolo naturale ch’ebbe nome Enzio 30, del quale fu siniscalco questo Michele Zanche, del quale dice l’autore. Et avvenne caso che questo Enzio uscì dell’isola e morì a [p. 577 modifica]Bologna in prigione; et allora questo Michele ordinò con suoi inganni e con danari di prendere per moglie la madre del suo signore, che era rimasa donna del giudicato, et a questo modo divenne signore. Et imparentossi poi con messer Branca Doria o vero che li desse una sua figliuola per moglie al detto messer Branca, o vero ch’elli ricevesse la sirocchia 31 del detto messer Branca; e poi questo messer Branca lo tradie, come appare nel penultimo canto di questa cantica. E perchè questo donno Michele Zanche usò baratteria ad acquistare la signoria, però lo mette in questo luogo, et aggiugne: et a dir di Sardigna; questo è il nome, c dicesi essere stata nominata così da uno figliuolo d’Ercole, ch’ebbe nome Sardo che passando in Affrica, fece residenzia alcun tempo in quella isola, Le lingue lor; cioè di frate Gomita e di Michele Zanche, non si sentono stanche; a dir di Sardigna. E puossi intendere qui ch’elli diceano delle baratterie ch’aveano fatte in Sardigna, o vero delle condizioni dell’isola, e per questo si può intendere che i Sardi sono grandi parlatori.

C. XXII — v. 91-105. In questi cinque ternari l’autor nostro dimostra l’uficio e l’operazione di Farferello, del quale fu detto di sopra cap. xxi, che significa la mutescenzia alla quale viene il barattiere, quando è scoperta la sua baratteria, e così si conferma in quanto l’autor lo induce che digrignava e stralunava li occhi; ma non parlava, e però dice: O me! dice lo Navarrese, et è qui intergezione che significa paura, vedete; dice Virgilio 32 e Dante, l’altro; cioè dimonio, che digrigna; cioè apre la bocca in traverso storcendola: Io direi anco; di quel che volete udire; ma io temo ch’ello Non s’apparecchi a grattarmi la tigna; e parla qui secondo l’usanza de’volgari, dicendo che teme che non, che veramente temea del sì, e non del no; e parla transuntivamente e figuratamente; cioè: Io ò paura ch’elli s’apparecchi ad aggiugnere male a male; cioè aggiugnere male alli altri mali ch’io ò ricevuti, come fa colui che gratta la tigna che la fa crescere. E il gran proposto; cioè Barbariccia: proposto è nome d’oficiale e significa maggioria, volto a Farferello; cioè a quel dimonio ch’avea così nominato l’autore, Che stralunava li occhi per ferire; come fa spesse volte chi à mala intenzione, Disse: Fatti in costà, malvagio uccello; tutti li dimoni si possono chiamare uccello, perchè sono alati. E che l’autor finga che alcun dimonio tocchi costui et alcun no, e che il capitano lo difenda artificiosamente, à fatto a dimostrare quali gradi della baratteria sono quelli che dannano l’anima alla dannazione eterna, e quali no: e perchè la mutescenzia non è sempre nella baratteria, però finge che nol [p. 578 modifica]toccasse; ma quelli che il toccano sono quelli, sanza i quali non si può commettere baratteria e non può seguire la dannazione eterna. E però à detto che Graffiacane lo tirasse su, non perchè non possa essere la baratteria sanza l’infamia e publicazione; ma perchè costui, del quale si tratta qui, era diffamato e publicato per lui: però che ne facea menzione in questo libro. Appresso finge che tutti i demoni gridano a Rubicante che lo scuoi: però che sanza l’ostinazione non può essere il peccator dannato; la quale ostinazione è significata per Rubicante, che significa la finale impenitenzia; appresso pone che Ciriatto lo ferisca con l’una delle sanne: però che sanza l’offensione del prossimo non si commette la baratteria; e così che Libicocco ne porti uno lacerto: però che sanza l’occupazione della giustizia non si commette la baratteria; ma ben si può fare sanza lo impaccio della baratteria o vero dell’affezione; e però fìnge che Draghignazzo volesse ferire; ma pur nol ferì, e così à detto di Farferello. Et incontanente aggiugne di Cagnazzo, Alichino e Calcabrina, come si dirà allora; ma ben puose che Barbariccia lo chiudesse con le braccia: imperò che sempre 33 la baratteria è con la fraude. Se voi; Virgilio e Dante, volete vedere, o udire, Ricominciò lo spaurato;cioè Giampolo per quel che minacciava Farferello, appresso; a quello che detto avea, Toschi, o Lombardi; che sono Italiani, io ne farò venire; qua su alla riva. Ma stien le malebranche un poco in cesso; cioè scostati sieno li demoni chiamati malebranche, come detto fu di sopra, Sì ch’ ei non teman; li peccatori, delle lor vendette; cioè delle lor pene, che si danno in vendetta di giustizia; Et io, sedendo in questo luogo stesso; dice lo navarrese Giampolo; e dice sedendo, per mostrare ch’elli non voglia fuggire, Per un ch’io son, ne farò venir sette; e questo dice, perchè sa che i demoni sono vaghi del male, per inducerli a cessarsi un poco acciò ch’elli abbi spazio di poter fuggire, Quando sufolerò, com’è nostr’uso Di fare a lor che fuor alcun si mette; per dare l’afferma 34 al fatto mentisce ch’elli sufolerà, come è uso di fare, a lor; cioè ai dannati; o vero dice lo testo allor; cioè al lotta, quando alcuno esce fuori e non vede Malebranche, perchè gli altri si vengano a sciorinare un poco; e questo non può essere, che parrebbe che tralli dannati fosse carità, la quale non v’è niente.

C. XXII — v. 106-117. In questi quattro ternari l’autor nostro dimostra l’uficio di Cagnazzo e l’opera d’Alichino, dicendo che Cagnazzo che significa la irragionevole locuzione, come fu detto di sopra cap. xxi, parlò e scoperse la malizia di costui: imperò che il corruttore e lo corrotto parlandosi insieme, scuoprono li lor [p. 579 modifica]maliziosi concetti l’uno all’altro, e però dice: Cagnazzo a cotal motto levò il muso: muso propriamente si dice la bocca del cane, et a questo demonio fu dato di sopra la figura del cane, Crollando 35 il capo; accorgendosi della malizia come sagace; e cotal atto fa chi s’accorge della malizia o chi minaccia, e disse; Cagnazzo: Odi malizia Ch’elli; cioè Giampolo, à pensato per gittarsi giuso; cioè nella pegola. Ecco il fine. Ond’ei: cioè Giampolo. ch’ avea lacciuoli; cioè inganni da pigliar quelli dimoni, come si pigliano li uccelli, a gran dovizia; questo dice, perchè non avea pochi; ma assai, Rispuose; a Cagnazzo: Malizioso son io troppo; ecco che confessa esser malizioso nel modo che dirà, per compiacere a’ demoni, Quand’io procuro a’ miei maggior tristizia; cioè a quelli che sono sotto la pegola, i quali finge esser maggior di sè, per farne più desiderosi li demoni i quali sono più vaghi di schernire e di straziare li grandi spiriti, che li piccoli; e questo disse Giampolo, perchè li demoni si scostassono più volentieri, com’elli volea, per gittarsi giuso. Ora dimostra l’officio e l’opra d’Alichino, fingendo che Alichino col suo parlare inclinasse la volontà de’ compagni a volgersi in là, e colui a voler fuggir da loro, in quanto dice: Alichin; cioè quel dimonio così chiamato, del quale fu detto di sopra cap. xxi, non si tenne; quando udì così parlare colui con Cagnazzo. ch’elli non rispondesse; et in questo si nota il subito movimento della volontà, e di rintoppo Alli altri; cioè innanzi alli altri demoni, disse a lui: cioè a Giampolo: Se tu ti cali; giuso nella pegola, Io non ti verrò dietro di gualoppo: gualoppare è meno che correre; ma è più che trottare, Ma batterò sopra la pece l’ali; et in questo lo induce a mettersi a fuggire, e li altri demoni a volgersi indietro; et aggiugne: Lascisi il colle; cioè gittianei d’in su questo colle, e sia la ripa scudo; cioè lascianci la ripa di rietro, come fa il cavalier quando combatte che si gitta lo scudo di dietro, per poter meglio menar le mani o per non esser ferito di dietro, se si mette a fuggire, A veder se tu sol più di noi vali; che siamo dieci: ecco la superbia del dimonio.

C. XXII — v. 118-132. In questi cinque ternari l’autor nostro fìnge come lo Navarrese ingannò li demoni, e prima fa lo lettore attento, dicendo: O tu, che leggi, udirai nuovo ludo; questo è dell’arte della Retorica di fare attento l’uditore, quando l’oratore vuol dire cosa giocosa; e così fa qui l’autore, promettendo di dire cosa nuova. Ciascun; delli demoni, dall’altra parte li occhi volse; cioè in verso la ripa sesta, Quel prima; che li altri demoni, ch’à ciò fare era più crudo; e questi fu Cagnazzo che scoperse la malizia. Lo Navarrese; cioè Giampolo, ben suo tempo colse; Fermò le piante a [p. 580 modifica]terra; per gittarsi più velocemente e con maggior forza 36, et in un punto Saltò; nella pegola, e dal proposto lor; cioè dalla intenzione e proposito loro, si tolse; andandone sotto la pegola, ch’elli s’avien proposto di stracciarlo. Di che ciascun di colpa fu compunto; cioè ciascun si riputò colpevole del suo fuggire; Ma quei più, che cagion fu del difetto; e questi fu Alichino, perch’elli diede col suo dire sicurtà 37 alli altri, che lo Navarrese non potesse fuggire, Però si mosse, perchè li parea esser colpevole, e disse: Tu se’giunto; Giampolo; e così li volò dietro. Poco li valse; s’intende il volare et il gridare: chè l’alie il sospetto Non potero avanzar; qui vuol dire che il Navarrese andò piuttosto per la paura, che il dimonio per la sua propria volontà, e però dice che l’ali d’Alichino, che portavano Alichino per la sua propria volontà, non poterono avanzare lo sospetto; cioè la paura del Navarrese: proverbialmente si dice: Paura fa vecchia trottare. E però è qui da notare che il movimento, che è da volontà non è sì veloce, come quello ch’è incitato da paura: imperò che l’uomo in tal caso si gitta e non guarda come; come fece lo Navarrese, come finge l’autore per fare verisimile lo suo poema; ma Alichino volava con riguardo di non toccare la pegola, quelli; cioè Giampolo, andò sotto; la pegola, E quei; cioè Alichino, drizzò, volando suso, il petto; tornando in su. Non altrimenti l’anitra; aggiugne qui una similitudine dell’anitra, che è uccello aquatile e del falcone, pigliando l’anitra per Giampolo, e lo falcone per Alichino, di botto; cioè di colpo gittandosi, Quando il falcon; questo è un uccello, con che s’uccella ai grandi uccelli, s’appressa; a lei, giù s’attuffa; cioè sotto l’acqua, E quei; cioè lo falcone, ritorna su; in aere, crucciato e rotto, perchè non l’à potuto pigliare; e così tornava Alichino.

C. XXII — v. 133-144. In questi quattro ternari f autor nostro dimostra l’uficio di Calcabrina, fìngendo che s’inghermisca 38 con Alichino e caggia nella pegola: imperò che, quando lo inchinamento della volontà s’aggiugne col deliberamento e corrompesi, cade nella pegola; cioè nella fraude 39; cioè nella baratteria; e però dice così: Irato; cioè crucciato, Calcabrina; cioè quel dimonio così chiamato, della buffa; che avieno tutti ricevuta da Giampolo, Volando dietro li tenne; ad Alichino, invaghito; cioè Calcabrina, Che quei; cioè Giampolo, campasse; delle lor mani, per aver la zuffa; con Alichino che n’era stato cagione. E come il barattier; cioè Giampolo che baratteria avea commessa, e per quel fìnge che fosse dannato quivi, fu disparito; cioè sotto la pegola, Così volse li artigli; cioè Calcabrina, [p. 581 modifica]al suo compagno; cioè ad Alichino, E fu con lui sopra il fosso ghermito; cioè afferrato con li artigli. Ma l’altro; cioè Alichino, fu bene sparvier grifagno; cioè superbo et animoso, Ad artigliar ben lui; cioè Calcabrina, et amendue; cioè Calcabrina et Alichino, Cadder nel mezzo del bogliente stagno; così ghermiti, perchè l’uno tirava qua, e l’altro là. Lo caldo; della pegola bogliente, sghermitor subito fue: cioè che sentendo il caldo si sghermirono 40 di subito, e così lo caldo fu sghermitore 41; Ma però di levarsi era niente: imperò che non poteano: Sì aveano inveschiate l’ali sue; e quest’era la cagione, perchè non si poteano levare della pegola: imperò che non potean volare.

C. XXII — v. 145-151. In questi due ternari et uno verso l’autor nostro finge il suo partimento, dicendo: Barbariccia; ch’era lo decurio, come detto fu di sopra cap. xxi, con li altri suoi; compagni, dolente; di quel ch’era avvenuto, Quattro; de’suoi demoni, ne fe volar dall’altra costa; della bolgia, Con tutti i raffi; per pigliar l’impaniati, et assai prestamente Di là, di qua 42; cioè dall’una ripa e dall’altra della bolgia, quattro di qua e quattro di là: Porser li uncini, perchè vi s’afferrassono, in verso gl’impaniati, cioè Calcabrina et Alichino, Ch’eran già cotti dentro dalla crosta; della ripa, benché non vi fossono stati molto: sì era calda la pegola, E noi lasciammo; cioè Virgilio et io Dante, lor; cioè tutti quei demoni dentro dalla crosta della bolgia, dov’era la pegola, così impacciati; come è detto di sopra. E questo finge l’autore essere stata la cagione che si poterono partire da loro, che li demoni non se ne avvidono. E qui finisce il canto xxii, et incomincia il canto xxiii.

Note

  1. C. M. nostrate
  2. C. M. fanno segno
  3. C. M. dalla fortuna
  4. De per di alla maniera latina truovasi non di rado negli antichi, e vive tuttora in talune provincie d’Italia. E.
  5. C.M. sicchè uditte gridare a
  6. C. M. lo sorico
  7. C. M. e ceramelle;
  8. C. M. come omo
  9. C. M. l’uno cavalieri corre contra l’altro coll’aste
  10. In Sicilia dicesi ciaramedda la cornamusa, ove i due ll di ceramella o cennamella sono mutati in due dd. E.
  11. C. M. promontoria,
  12. C. M. della tramontana, le anco non vidde
  13. viene apposito ai ditti dimoni,
  14. C. M. contentamento,
  15. C. M. mostrano i dossi loro a gallo:
  16. C. M. cioè in le braccia e riparalo frodulentemente;
  17. C. M. E per questo
  18. Qui del verbo primitivo essere manca la voce determinante la modificazione, o significante l’attributo; onde ad avere la ragione di questo lui dopo il verbo sustantivo, d’uopo è supplire così: Fossi io costituente o formante lui, o fossi io identico con lui. E.
  19. C. M. de’ santi di Sardegna
  20. C. M. un poco in cesso sì,
  21. C. M. col suo capitano; cioè
  22. C. M. ingremir ben lui, e così ingremiti amburo caddero
  23. C. M. Malacoda li fe subito isgremire;
  24. C. M. com’io temo avale;
  25. C. M. qui si verifica quel
  26. C. M. e stringimento d’ affezione;
  27. Qui il che è ripetuto sì, come altrove si può osservare. E.
  28. C. M. d’Arborea
  29. C. M. di Callari.
  30. C. M. Enchio,
  31. C. M. la suore del detto
  32. C. M. dice a Virgilio et a Dante,
  33. C. M. sempre nella barattaria è la fraude.
  34. C. M. la ferma
  35. C. M. Grollando
  36. C. M. con maggior foga,
  37. C. M. col suo dire figura alli altri,
  38. C. M. s’ingremisca con
  39. C. M. nella fraude della barattaria;
  40. C. M. si sgremitteno di subito,
  41. C. M. fu sgremitore;
  42. C. M. Di qua, di là discesero alla posta; cioè da l’una ripa


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