Commedia (Buti)/Inferno/Canto XXIII

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Inferno
Canto ventitreesimo

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Inferno - Canto XXII Inferno - Canto XXIV
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1Taciti, soli, e sanza compagnia
      N’andavam l’un dinanzi, e l’altro dopo,
      Come i frati minor vanno per via.
4Volto era in su la favola d’Esopo
      Lo mio pensier per la presente rissa,1
      Dov’ei parlò della rana e del topo:
7Chè più non si pareggia mo et issa,
      Che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
      Principio e fine con la mente fissa;
10E come l’un pensier dell’altro scoppia,
      Così nacque di quello un altro poi,
      Che la prima paura mi fe doppia.
13Io pensava così: Questi per noi
      Sono scherniti, e con danno e con beffa
      Sì fatta, ch’assai credo che lor noi.
16Se l’ira sopra il mal voler s’aggueffa,
      Ei ne verranno dietro più crudeli,
      Che il cane a quella lievre, ch’elli acceffa.2
19Già mi sentia tutti arricciar li peli
      Della paura, e stava dietro intento,
      Quando io dissi: Maestro, se non celi

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22Te e me tostamente, io ò pavento3
      Di Malebranche: noi li avem già dietro;
      Io l’imagino sì, che già li sento.
25E quei: S’io fossi di piombato vetro,
      L’imagine di fuor tua non trarrei
      Più tosto a me, che quella d’entro impetro.
28Pur mo venian i tuoi pensier tra’ miei4
      Con simil atto e con simile faccia,
      Sì che d’ intrambi un sol consiglio fei.
31S’egli è, che sì la destra costa giaccia,
      Che noi possiam nell’altra bolgia scendere,
      Noi fuggirem l’imaginata caccia.
34Già non compie di tal consiglio rendere,5
      Ch’io li vidi venir con l’alie tese,
      Non molto lungi, per volerne prendere.
37Lo Duca mio di subito mi prese,
      Come la madre, ch’al romor si desta,6
      E vide presso a sè le fiamme accese,78
40Che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
      Avendo più di lui che di sè cura,
      Tanto che solo una camicia vesta:
43E giù dal colle della ripa dura
      Supin si diede alla pendente roccia,
      Che l’un de’ lati all’altra bolgia tura.
46Non corse mai sì tosto acqua per doccia9
      A volger ruota di molin terragno,
      Quand’ella più verso le pale approccia,

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49Come il Maestro mio per quel vivagno,
      Portandosene me sopra il suo petto,
      Come suo figlio, non come compagno.
52A pena fuor li suoi piè giunti al letto10
      Del fondo giù, ch’ei giunser in sul colle11
      Sovresso noi; ma non gli era sospetto:
55Chè l’alta Providenzia, che lor volle
      Porre ministri della fossa quinta,
      Poter di partirsi indi a tutti tolle.
58Là giù trovammo una gente dipinta,
      Che giva intorno assai con lenti passi,
      Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta.
61Elli avien cappe con cappuzzi bassi12
      Dinanzi alli occhi, fatti a quella taglia,
      Che in Cologna pe’ monaci fassi.13
64Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
      Ma d’entro tutte piombo, e gravi tanto,14
      Che Federigo le mettea di paglia.15
67O in eterno faticoso manto!
      Noi ci volgemo ancor pur a man manca
      Con loro insieme, intenti al tristo pianto.
70Ma per lo peso quella gente stanca
      Venian sì pian, che noi eravam nuovi16
      Di compagnia ad ogni muover d’anca.

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73Perch’io al Duca mio: Fa, che tu truovi
      Alcun, che il fatto o il nome si conosca;17
      E li occhi, sì andando, intorno muovi.
76Et un, che intese la parola tosca,
      Di rietro a noi gridò: Tenete i piedi,
      Voi, che correte sì per l’aura fosca:18
79Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi;
      Onde il Duca si volse, e disse: Aspetta,
      E poi secondo il suo passo procedi.
82Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
      Dell’ animo, col viso, d’esser meco;19
      Ma tardavali il carco e la via stretta.
85Quand’ei fur giunti, assai con l’occhio bieco
      Mi rimiraron sanza far parola;20
      Poi si volsero in sè, e dicean seco:
88Costui par vivo all’atto della gola;
      E s’ei son morti, per qual privilegio
      Vanno scoperti della grave stola?
91Poi disse a me: O Tosco, ch’al collegio
      Dell’ipocriti tristi se’ venuto,
      Dir chi tu se’ non avere in dispregio.
94Et io a loro: Io fui nato e cresciuto
      Sopra il bel fiume d’Arno alla gran villa,21
      E son col corpo ch’ i’ ò sempre avuto.
97Ma voi chi siete, a cui tanto distilla,
      Quant’io veggio, dolor giù per le guance,
      E che pena è in voi che si sfavilla?
100E l’un rispose: O me le cappe rance
      Son di piombo sì grosse, che li pesi
      Fanno sì cigolar le lor bilance!22

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103Frati Godenti fumo, e Bolognesi,23
      Io Catalano, e questi Loderingo24
      Nomati; e da tua terra insieme presi,
106Come suol esser tolto un uom solingo
      Per conservar sua pace; e fummo tali,
      Che ancor si par d’intorno dal Gardingo.25
109 Io cominciai: O Frati, i vostri mali....
      Ma più non dissi, ch’alli occhi mi occorse
      Un, crocifisso in terra con tre pali.
112Quando mi vide, tutto si distorse,
      Soffiando nella barba coi sospiri;
      E frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,26
115Mi disse: Quel confìtto, che tu miri,
      Consigliò i Farisei, che convenia
      Porre un uom per lo popolo a’ martiri.
118Attraversato e nudo nella via,
      Come tu vedi; et è mestier, che senta
      Qualunque passa, com’ei pesa pria:
121Et a tal modo il suocero si stenta
      In questa fossa, e li altri del Concilio,
      Che fu per li Giudei mala sementa.
124Allor vid’io maravigliar Virgilio
      Sopra colui, ch’era disteso in croce
      Tanto vilmente ne l’eterno esilio.
127Poscia drizzò a’ Frati cotal voce:
      Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
      Se alla man destra giace alcuna foce,
130Onde noi amendu’ possiamo uscirci
      Sanza costringer degli angeli neri,
      Che vegnan d’esto fondo a dipartirci.

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133Rispose adunque: Più che tu no speri,27
      S’appressa un sasso, che dalla gran cerchia
      Si muove, e varca tutti i vallon feri,
136Salvo che questo è rotto, e noi coperchia:28
      Montar potrete su per la ruina,
      Che giace in costa, e nel fondo soverchia.
139Lo Duca stette un poco a testa china,
      Poi disse: Mal contava la bisogna
      Colui, che i peccator di qua uncina.
142E il Frate: Io udi’ già dire a Bologna
      Del diavol vizi assai, tra’ quali udi’,29
      Che gli è bugiardo, e padre di menzogna.30
145Appresso il Duca a gran passi sen gì,
      Turbato un poco d’ira nel sembiante;
      Ond’io dall’incarcati mi parti’,
148Dietro alle poste delle care piante.

  1. v. 5. C. M. Lo mio pensieri in la presente rissa,
  2. v. 18. C. M. lievra
  3. v. 22. io pavento
  4. v. 28. C. M. Pur mo veneno i tuo’
  5. v. 34. Compie; perfetto finito in e per uniformità di cadenza. E.
  6. v. 38. C. M. al romore è desta,
  7. v. 39. C. M. vede
  8. v. 39. Vide e vede presso gli antichi, l’uno da videre e l’altro da vedere. Oggi del primo l’uso non serba che alcune voci; vidi, vide, videro. E.
  9. v. 46. sì tosta
  10. v. 52. C. M. fur i più suoi congiunti
  11. v. 53. ch’ei furono in sul
  12. v. 61-2 con cappucci bassi Dinanti — Avieno; terza plurale dell’imperfetto, dalla terza persona singolare in e per uniformità di cadenza, ed originata dall’ infinito avire che.odesi tuttora nella Sicilia. E.
  13. v. 63. Nel Codice Antaldino si presenta questa lezione « Che in Clogni per li monaci fassi » In Clogni appunto fu un monastero famoso infino da’ bassi tempi. E.
  14. v. 65. C. M. d’entro piombo tutte,
  15. v. 66 C. M. la mettea
  16. v. 71. Venia sì pian,
  17. v. 74. ch’ al fatto al nome
  18. v. 78. C. M. per l’aire fosca:
  19. v. 83. C. M. In nell’ atto del viso,
  20. v. 86. C. M. Mi rimiravan
  21. v. 95. C. M. il gran fiume
  22. v. 102. C. M. Fan così cigolar
  23. v. 103. C. M. Gaudenti fummo
  24. v. 104. C. M. Io Catelano,
  25. v. 108. C. M. sì pare intorno
  26. v. 114. E il frate Catelan,
  27. v. 133. No per non truovasi adoperato per fuggire asprezza nello scontro di più consonanti. E.
  28. v. 136. C. M. coverchia:
  29. v. 143. C. M. Che il Diavol à vizi
  30. v. 144. C. M. mensogna.

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C O M M E N T O


Taciti, soli ec. In questo canto l’autor nostro intende 1 di trattare della ipocresia 2 la quale finge che si punisca nella sesta bolgia; e principalmente fa due cose: imperò che prima pone il lor processo e come pervennono nella vi bolgia; nella seconda parte, com’elli sollicita Virgilio che li faccia notizia d’alcuno di quella turba ch’elli truova nella vi bolgia, e quella incomincia, quivi: Perch’io al Duca ec. La prima si divide in v parti, perchè prima pone lo cammino che fece elli e Virgilio poiché si partirono da’ demoni, e il pensier ch’elli di loro avea; nella seconda pone quel che per lo suo pensiero disse a Virgilio e, la risposta che Virgilio li fe, quivi: Già mi sentia ec.; nella terza, com’elli e Virgilio pervennono nella vi [p. 588 modifica]bolgia, e come i demoni li perseguitarono, quivi: S’egli è, che sì la destra ec.; nella quarta, come discesono nella sesta bolgia, quivi: Non corse mai; nella quinta manifesta quel che trovarono nella sesta bolgia, quivi: Là già trovammo ec. Divisa adunque la lezione, principalmente è da vedere la sentenzia litterale che è questa.
     Poi che Virgilio e Dante si furono partiti da’ demoni, che erano impacciati a ripigliar que’due ch’erano impegolati, dice Dante, ch’elli e Virgilio n’andavano taciti soli e sanza compagnia, l’uno dinanzi e l’altro retro come’ frati minori vanno per cammino: e dice ch’elli avea volto il suo pensieri in su la favola d’Isopo per la rissa delli demoni, nella quale Isopo trattò della rana e del topo, aggiugnendo che non si pareggia la favola d’Isopo con la rissa de’dimoni, sebben si aggiugne il principio e il fine dell’una e dell’altra insieme con la mente ferma. E dice che come l’uno pensiere scoppia dell’altro, così nacque di quel pensiere un altro, che li fe doppia la prima paura; e dice ch’elli pensava cosi: Questi demoni per noi; cioè per Virgilio e per me, sono scherniti con danno e con beffa sì fatta, ch’assai credo che noi loro: se l’ira s’aggiugne col mal volere, e’ ci verranno dietro più crudeli, che quel cane a quella lievre ch’elli acceffa. Et aggiugne che già si sentia arricciare i peli 3 per la paura, e stava attento di dietro 4, e però disse a Virgilio: Maestro, se non celi te e me tostamente, io ò paura di Malebranche: noi li aviamo già di dietro, io l’imagino sì, che già li sento. Et allora Virgilio disse: Se io fossi uno specchio, non tirerei a me l’imagine tua esteriore corporale più tosto, ch’io ò quella dell’animo dentro: pur ora li tuoi pensieri si congiunsono co’miei con simile atto e simile apparenzia, sì ch’io ò fatto uno consiglio d’amendue. Se gli è che la destra costa giaccia sì, che noi possiamo scendere nell’altra bolgia, noi fuggiremo la caccia che noi aviamo imaginato. E non compie Virgilio di dir questo, che Dante li vide venire con l’alie tese, per volere pigliare non molto di lungi; et allora Virgilio prese Dante di subito, come la madre che si sveglia al romore del fuoco e vede presse 5 a sè le fiamme accese, che non s’arresta pur tanto che si metta la camizia 6; ma avendo più cura del figliuolo che di sè, lo piglia e fuggesi ignuda; e così Virgilio si lasciò riverto giù della ripa ch’era mezzo tra la quinta bolgia e la sesta. Et aggiugne una similitudine ch’elli corse piuttosto giù, che non corre l’acqua per la doccia del mulino terragno, portandosene sopra il petto giù dalla ripa Dante, non come compagno; ma come figliuolo: e dice ch’appena furono [p. 589 modifica]giunti li piè di Virgilio giù al fondo, che i demoni erano giunti in sul colle sopra loro: ma non v’era paura, che l’alta Providenzia che li volle porre ministri della quinta bolgia, à tolto loro la potenzia di partirsi quindi. Et aggiugne che nel fondo della sesta bolgia trovarono una gente dipinta, ch’andava intorno con assai lenti passi, piangendo assai miseramente, e parea alla vista stanca e vinta et aveano costoro cappe con cappuzzi bassi dinanzi alli occhi, fatti a quel modo che portano li monaci di Colognia; e queste cappe eran dorate e splendienti di fuori, sicché abbagliava tutta la gente, e d’entro erano di piombo e tanto gravi, che quelle che facea mettere lo imperador Federigo alli giudicati e condannati eran di paglia a rispetto di quelle. E però facendo esclamazione dice l’autore: O faticoso mantello, che è quello in eterno! E dice che si volsono a man manca, ad andare per lo fondo della bolgia al loro cammino insieme andando con quella gente, et andavano intesi al loro tristo pianto; ma quella gente stanca veniva sì piano per lo peso, che Virgilio e Dante trovavono 7 nuova compagnia ad ogni passo. E qui finisce la sentenzia litterale di questa prima lezione: ora è da vedere il testo con le moralità et allegorie.

C. XXIII — v. 1-18. In questi sei ternari dimostra l’autore come se n’andarono, poi ch’ebbono lasciati li demoni; e li pensieri che li vennono nella mente, dicendo: Taciti, perchè non parlavano, soli, perchè l’uno andava innanzi e l’altro poi, e sanza compagnia, perchè niun altro era più con loro, se non essi poi ch’aveano lasciata la compagnia de’ dimoni, N’andavam; cioè Virgilio et io Dante, l’un dinanzi; cioè Virgilio, e l’altro dopo; cioè Dante: imperò che la guida va innanzi e lo guidato seguita; et aggiugne la similitudine, Come i frati minor; cioè quelli di san Francesco, vanno per via; cioè per lo lor cammino: consuetudine è de’ frati minori, quando vanno per cammino d’andare taciti 8, soli e sanza compagnia, e l’uno innanzi e l’altro dietro: imperò che vanno contemplando o nelle cose divine o nelle scienzie, e però non sono taciti quanto alla mente; ma sì al parlare corporalmente; e non sono soli, quanto al pensieri: imperò che è sentenzia di Catone, che la pone Tullio nel libro delli Offici, che mai non fu meno solo che quando era solo, e mai non fu meno ozioso che quando era ozioso. E Seneca nelle sue Epistole ancora dice che l’uomo savio non è mai solo; e forse per questo disse l’autore soli, perchè lo loro pensieri non era allora accompagnato con li uomini virtuosi. E puossi intendere che quel come faccia [p. 590 modifica]similitudine a quello ultimo; cioè l’uno dinanzi e l’altro dopo; et aggiugne: Volto era in su la favola d’Esopo Lo mio pensier; cioè di me Dante per la presente rissa; cioè briga de’ dimoni. Et intorno a questo è da sapere che Isopo è uno libello che si legge a’ fanciulli che imparano Grammatica, ove sono certe favole moralizzate per arrecarli a buoni costumi, tralle quali ve n’è una che dice che, andando lo topo per lo contado, pervenne 9 a una fossa d’acqua ov’erano molti ranocchi; e stando il topo alla riva e dubitando di passare, uno ranocchio lo venne a vedere con animo di farlo affogare in quella fossa, mostrando di volerlo aiutare; e dubitando il topo dell’acqua, disse il ranocchio: Lega il tuo piede col mio e non potrai cadere. E fidatosi il topo del ranocchio si legò con lui, e montato in su le spalle del ranocchio il ranocchio il portò insino al mezzo dell’acqua e poi cominciò a ire sotto per tirarsi il topo dietro; lo topo s’argomentava con le branche di stare a galla. In questo mezzo uno nibbio volando per l’aere, vide il topo nell’acqua e calossi, ghermillo 10 e portollo via; e perchè lo ranocchio era legato con lui, portò l’uno e l’altro et amendue li si beccò. E però dice: Dov’ei; cioè nel quale Isopo, parlò della rana e del topo; come detto fu di sopra: Chè più; cioè imperò che più, non si pareggia mo; questo mo è vocabolo lombardo et è a dire avale o vuogli al presente, et issa; questo issa è vocabolo romaniuolo et anche è a dire aguale et al presente, si che sono simili in significato, benché sieno diversi in voce, Che l’un con l’altro fa; cioè la favola detta del topo e della rana con la rissa d’Alichino e Calcabrina, se ben s’accoppia; cioè se ben s’accosta lo Principio; della favola col principio della rissa; e però dice: principio e fine; dell’una e dell’altra, con la mente fissa; cioè con la mente ferma. E fa l’autore quivi lo lettore attento a notare la similitudine, e però veggiamo come s’accordano insieme lo principio della favola e lo inganno del ranocchio che volea tirare sotto lo topo e però s’era legato con lui; e cosi Calcabrina avea ghermito 11 Alichino, per farlo cadere nella pegola e sospignervelo sotto. Lo fine della favola è che l’uno e l’altro fu preso dal nibbio per lo legamento fatto; e così per lo ghermire 12 che Calcabrina avea fatto ad Alichino, Alichino si volse verso lui e ghermì bene lui sì, ch’amendu’ caddono nella pegola; e però come cominciò l’uno con inganno a volere nuocere, il nuocimento alla fine per lo inganno tornò a lui, così come all’altro. E come l’un pensier dell’altro scoppia; cioè nasce, Così nacque di quello; cioè pensieri della favola d’Isopo, un altro poi; pensiere dopo quello, Che la prima paura; cioè quella ch’i’ ebbi quando ci fu data la loro compagnia, come si [p. 591 modifica]contiene nel canto xxi, ove dice: Oimè! Maestro, che è quel ch’io veggio? Diss’io: Deh sanza scorta andianci soli ec. — mi fe doppia; cioè quello pensieri, ch’i’ ebbi poi, m’adoppiò la prima paura detta di sopra. Ecco che manifesta lo suo pensieri: Io pensava così; cioè io Dante: Questi; cioè li demoni, per noi; cioè per Virgilio e per me Dante, Sono scherniti; cioè sono beffati: imperò che il Navarrese fuggì loro per lo ragionamento che Virgilio facea con lui per cagione di Dante, e per lasciar fare quel ragionamento li demoni non feciono al Navarrese quel che voleano; e così rimasono beffati. Ma perchè la beffa alcuna volta non è con dispiacere di chi la riceve, però aggiugne: e con danno e con beffa Si fatta, ch’assai credo che lor noi; cioè a’ demoni faccia rincrescimento: imperò che v’è lo danno; cioè d’essere impegolati. Se l’ira; che li demoni ànn’ora presa per la beffa e per lo danno, sopra il mal voler; lo quale li demoni sempre ànno: imperò che sempre vogliono male: imperò clic non possono voler bene, perchè sono ostinati nel male, s’aggueffa; cioè s’aggiugne: aggueffare è filo a filo aggiugnere, come si fa ponendo lo filo dal gomito 13 alla mano, o innaspando con l’aspo, Ei;cioè li demoni, ne verranno dietro; cioè a noi; cioè a Virgilio et a me, più crudeli, che il cane; non va dietro, s’intende, a quella lievre, ch’elli acceffa; cioè piglia col ceffo 14: la lievre è uno animale salvatico, piccolo, velocissimo, e perchè à le gambe d’inanzi più corte che quelle di rietro, corre più velocemente all’erta 15, che alla china, e dorme con li occhi aperti; questo animale è preso spesse volte dai cani levrieri 16.

C. XXIII — v. 19-30. In questi quattro ternari l’autor nostro dimostra come l’imaginazione fece il caso, e come dice sua intenzione a Virgilio, e come Virgilio li risponde, dicendo così: Già mi sentia; a me Dante, tutti arricciar li peli; cioè del capo e del corpo, Della paura; cioè per la paura. E questo è perchè la natura sempre soccorre alle parti più deboli, e perchè 17 nella paura lo cuore viene meno, lo sangue di tutto il corpo corre al cuore per confortarlo, e però rimane lo corpo tutto pallido e freddo; e cessato lo sangue del capo o d’altra parte dove sono li peli, li capelli e li peli si levano suso per l’aridità che viene cessandosi l’umidità del sangue, e la sua caldezza, e così sente l’uomo rigore per tutto lo corpo nelle parti esteriori, e stava dietro intento; cioè sollicito, perchè temea che li demoni lo perseguissono, Quando io dissi; io Dante: Maestro; chiama Virgilio per questo Vocabolo usato, se non celi; cioè appiatti, Te e me tostamente, io ò pavento; cioè paura, Di Malebranche; cioè [p. 592 modifica]de’ dimoni così chiamati: noi li avem già dietro; et aggiugne la cagione, perchè dice così: Io l’imagino sì, che già li sento. Dice Aristotile che la imaginazione fa venire lo caso; e per questo par che la mente alcuna volta s’ indovini quel che li avvien poi. E quei; cioè Virgilio: S’io fossi di piombato vetro; cioè s’io fossi uno specchio: lo specchio è vetro coperto dall’un lato di piombo, e congiugnesi lo piombo al vetro con certi licori e sughi d’erbe artificiosamente; ma prima si batte lo piombo e fassi sottilissimo come l’oro, e questo sono pochi che il sappino fare, e par che vegna tal vetro piombato della Magna. Et è da notare che lo specchio rappresenta ciò che gli è posto innanzi, perchè il vetro è corpo diafano; cioè trasparente, e però quando dall’uno lato è posto lo piombo, la figura posta innanzi non può passare di là, e però la rappresenta nel lato aperto, L’imagine di fuor tua; cioè la esteriore imagine tua corporale, non trarrei Più tosto; questo dice, perchè lo specchio tira a sè l’imagine della cosa che li è posta innanzi et in sè 18 la rappresenta altresì tosto, come li è posta innanzi, a me; come fa lo specchio a sè, che quella d’entro; cioè l’imagine interiore dell’animo, impetro; cioè contengo, et abbo 19. Potrebbe ancor dire il testo: Se fossi; cioè tu Dante fossi come uno specchio 20, io Virgilio non trarrei a me di fuor da te l’imagine che 21 in te si rappresentasse, come fa nello specchio, più tosto ch’io ò quella imaginazione che tu ài d’entro da te: imperò che altresì, tosto come l’uomo guarda nello specchio, tira a sè l’imagine che vi si rappresenta d’entro con la sua fantasia. Et è da notare che la imagine 22 è una virtù che à asservire all’intelletto, siccome l’apprensativa e memorativa; et ànno queste virtù luogo appropriato nel capo umano; cioè nel cerebro; cioè l’apprensiva, overo fantasia che si chiami, nella parte dinanzi, cioè nella fronte; l’immaginativa, o vero estimativa nel zuccolo; e la ritentiva, o vero memorativa, nella cottola; e l’una di queste serve all’altra: imperò che l’apprensiva quello che apprende dà all’imaginativa a pensare, e quel che la imaginativa à imaginato dà alla ritenitiva a ritenere: e come nello specchio riluce ciò che se gli pone innanzi; così nella imaginativa riluce ciò ch’ella si rappresenta, sì veramente ch’ella non si può rappresentare cosa che non sia appresa prima. E se s’ opponesse che l’uomo imagina lo monte dell’oro, che mai non l’apprese col sentimento, debbasi rispondere ch’elli à appreso monte et oro, [p. 593 modifica]e di queste due cose apprese l’imaginativa fa composizione e rappresentale e fa rilucere in sè uno monte d’oro, sì che chi lo imaginerà tutta via gliel parrà vedere. E per lo componere e dividere è differente l’umana natura da quella de’bruti animali, che non possono ciò fare; e però si può intendere che Virgilio dicesse a Dante: Se nel corpo tuo rilucesse la tua imaginazione che tu ài d’entro, come fa nello specchio la cosa che innanzi li si pone, io non la comprenderei di fuori più tosto, ch’io comprendo quella imaginazione che ài d’entro da te. Et è da notare che di fuori si può rendere al trarrei, e puossi rendere all’imagine tua di fuori. — Pur mo; cioè pur testé, venian i tuoi pensier; cioè quel che tu pensavi et imaginavi, tra’ miei; cioè nella mia imaginazione, Con simil atto; cioè temendo come tu, e con simile faccia; cioè parendo a me quel ch’à te, Sì che d’intrambi; pensieri, cioè del tuo e del mio, un sol consiglio fei; cioè una deliberazione, e dimostra la deliberazione in quel che seguita.

C. XXIII — 31-45. In questi cinque ternari l’autor nostro dimostra la deliberazion di Virgilio, e la sua esecuzione, dicendo: S’egli è; dice Virgilio, che sì la destra costa; cioè la ripa che venia da man ritta: però ch’erano volti a man sinistra, giaccia; cioè sia scesa 23, Che noi; cioè tu Dante et io Virgilio, possiam nell’altra bolgia scendere; cioè nella sesta, Noi fuggirem l’imaginata caccia; cioè quella che aviamo imaginata tu et io. Già non compie; Virgilio, di tal consiglio rendere; qual detto è di sopra: però che inanzi ch’avesse compiuto di dire, Dante li vide e però dice: Ch’io; cioè Dante, li vidi venir con l’alie tese; in verso noi, Non molto lungi; da noi, per volerne prendere; cioè per volerci pigliare. Lo Duca mio; cioè Virgilio, di subito mi prese; cioè me Dante; e fa una similitudine, Come la madre, ch’al romor; cioè del fuoco, si desta; cioè si sveglia. Potrebbe dire lo testo: è desta; cioè svegliata, E vide presso a sè le fiamme accese, Che prende il figlio; per la paura del fuoco, e fugge con esso, e non s’arresta; cioè non si regge, Tanto che solo una camicia vesta; anzi 24 fugge nuda, Avendo più di lui; cioè del figliuolo, che di sè cura: però che non cura d’essere veduta ignuda, pur che campi lo figliuolo: E giù dal colle della ripa dura; cioè dalla bolgia sesta, Supin; cioè riverso 25, si diede; co’piedi innanzi, alla pendente roccia; cioè ripa di pietra, Che l’un de’lati all’altra bolgia tura; cioè lo lato di qua alla bolgia sesta.

C. XXIII — v. 46-58. In questi quattro ternari l’autor nostro finge lo discenso suo e di Virgilio nella sesta bolgia, facendo una similitudine, e finge l’avvenimento de’dimoni, dicendo così: Non corse mai sì tosto acqua per doccia; cioè per canale, A volger ruota di [p. 594 modifica]molin terragno: lo mulino terragno è quello che à la ruota piccolina sotto, come lo mulino francesco l’àe grande e da lato, et à bisogno di più acqua che il francesco, e però conviene che la sua doccia abbia maggior corso, Quand’ella; cioè l’acqua, più verso le pale approccia; cioè discende: le pale sono quelle che ricevono l’acqua e fanno volgere la ruota; et adatta la similitudine, dicendo: Come il Maestro mio; cioè Virgilio corse giuso, per quel vivagno; cioè per quella ripa: vivagno è lo canto della tela, e così le ripe sono li vivagni della bolgia, Portandosene me; Dante, sopra il suo petto, perchè io non mi facessi male allo scendere, Come suo figlio, non come compagno. E questo allegoricamente s’intende come la ragione superiore guida 26 la inferiore a considerare della sesta bolgia,lasciando la intenzione de’ dimoni: e notantemente dice sopra lo suo petto, perchè l’animo, a cui si dà l’uso della ragione, pare avere sua propia sedia nel petto. A pena fuor li suoi piè; cioè di Virgilio, giunti al letto; cioè al fondo piano, Del fondo giù; della sesta bolgia, ch’ei; cioè li demoni, giunser in sul colle; della ripa sesta, o ver bolgia, Sovresso noi; cioè sopra noi; ma non gli era sospetto; cioè paura o dubbio, et aggiugne la cagione: Chè; cioè imperò che, l’alta Providenzia; cioè di Dio, che ogni cosa à proveduto et ordinato, che lor volle; cioè quelli dimoni, Porre ministri della fossa quinta, perch’avessono a guardare che i peccatori non si cessassono da i loro tormenti, che sono posti nella quinta bolgia, Poter di partirsi indi a tutti tolle; cioè che niuno si possi partire della fossa, o bolgia ove sia posto; e per questo mostra che li ufìci de’ dimoni e le loro potenzie sono tutte limitate da Dio.

C. XXIII — v. 58-72. In questi cinque ternari l’autor nostro comincia a trattar della sesta bolgia, dimostrando lo peccato che quivi si punisce e la pena ch’elli finge ordinata a tal peccato. E prima doviamo sapere che qui intende l’autore nostro trattare della ipocrisia, la quale è infingimento e simulazione di santità e di verità nelli atti di fuori 27, nascondendo la nequizia e il vizio che è d’entro; et è contenuto questo peccato sotto la fraude: imperò l’ipocrita inganna li uomini, mostrandosi loro santo e buono, ov’elli è reo nel cuor dentro: e secondo li fini che si costituisce l’ipocrita, s’arreca questo peccato a diversi peccati mortali: imperò che alcuno lo fa per esserne onorato, et allora s’arreca a superbia; alcuno per guadagnar danari, et allora s’arreca ad avarizia; alcuni per esserne pasciuti, e così s’arreca alla gola; e così delli altri; e dicesi ipocrita quasi di sopra dorato, o vero falso giudizio, perchè di sè fa falsamente giudicare. E finge l’autore che l’ipocriti abbiano nell’inferno [p. 595 modifica]questa pena, ch’elli sieno. in continuo circulare movimento e che vadano lentamente e piangendo, e sieno dipinti di fuori e nella vista stanchi e vinti; e ch’abbino in dosso cappe con cappucci grandissimi in fino alli occhi, dorate di fuori e d’entro di piombo gravissime a portare. E questa pena debitamente risponde a tal peccato: imperò che come nel mondo non puosono fine alli loro inganni; ma sempre andarono d’inganno in inganno; così di là continuamente vadino e non abbino mai riposo: e come ebbino lentezza nel mondo alle virtù et ancor nelli atti di fuori, per mostrarsi ben modesti; l’abbiano di là ancora al lor tormento. E come di qua alcuna volta piansono simulatamente per mostrarsi compassivi; così veramente piangono di là per le pene e per li tormenti. E come nel mondo si sono mostrati di fuor con le cappe grosse e stracciate, per mostrarsi stracciatori et ancora sprezzatori delle cose del mondo, e di sotto ànno portate le cose dilicate; così per lo contrario nell’inferno le portano dipinte et indorate di fuori, e d’entro di piombo coi cappuzzi nelli occhi, perchè così sono iti nel mondo; grandi per maggior pena in vendetta delli cappuzzetti ch’ànno portati nel mondo, per infignersi e simularsi dispregiatori delli apparati e pompe del mondo; stanchi e vinti sono nell’inferno per la pena sì, come di qua nel mondo si sono mostrati per parere uomini di gran penitenzia. Et allegoricamente tutte queste pene vuole dimostrare essere nelli uomini del mondo, che sono ipocriti: imperò che sono tre spezie d’ipocriti, che l’una è più grave dell’altra. La prima è di coloro che si mostrano buoni di fuori, e sono rei d’entro: però che mostrano 28 nelle viste di fuori virtuosi, mostrando d’amare e temere Idio, e nell’opere occulte sono viziosi e mondani. Alcuni si mostrano 29 nelli atti esteriori et interiori; ma fannolo per esser lodati dal mondo, non per piacere a Dio. Et alcuni sono ipocriti per non parere ipocriti, come se tu domandassi a questi così fatti: Digiuni tu oggi? Et elli non digiunando, risponda: Idio il sa; ecco che usa doppia ipocresia: imperò che non digiunando, vuole mostrare che digiuni; e perchè tu gliele creda meglio per mostrare che non sia ipocrita, usa l’altra ipocresia, dicendo: Idio il sa. E de’primi si può dire ch’abbino le cappe d’oro di fuori, e d’entro di piombo, perchè mostrano di fuori buoni, e d’entro sono rei; e sono gravati nella loro coscienzia dallo inganno che fanno, che tuttavia sono rimorsi dalla coscienzia. De’ secondi si può dire che sieno dipinti: imperò che ciò che fanno lo fanno per piacere al mondo. E de’ terzi si può dire che sieno l’altre [p. 596 modifica]condizioni; cioè piangolosi e stanchi e vinti, perché così mostrano per mostrare che non sieno ipocriti; coi cappuzzi nelli occhi, per non lasciarsi vedere, acciecano loro medesimi usando l’ipocresia per appiattare l’ipocresia; e fanno movimento circulare con passi lenti, perché dello inganno della ipocresia ritornano nella ipocresia; e vannovi lentamente, perchè l’uomo non se ne avveggia; e però dice lo testo: Là giù; cioè nel fondo della sesta bolgia, trovammo; cioè Virgilio et io Dante, una gente dipinta; quanto all’abito di fuori, Che giva intorno; per lo fondo della sesta bolgia, assai con lenti passi, Piangendo; per la pena, e nel sembiante; cioè nella vista, stanca e vinta; per lo peso che portavano; e rende la cagione: Elli avien cappe; quelli detti di sopra, con cappuzzi bassi Dinanzi alli occhi; sì che coprivano loro li occhi, fatti a quella taglia; cioè a quel modo, Che in Cotogna pe’ monaci fassi; che vi sono. Cologna è una citta nella Magna nella quale è uno grande e ricco monasterio, nel quale fu una volta uno abbate tanto superbo, ch’ebbe ardimento d’impetrare dal Santo Padre di potere elli e i suoi monaci vestire, cappe di scarlatto e portare cinture d’ariento inorato e 30 sproni a modo di cavalieri, lo quale il papa riprese molto della sua stoltizia e superbia, e comandolli che dovessono portare cappe nere con capuzzi grandi sì, che vi capesse una grande misura di biada, et alle cintole portassono fibbia e puntale di legno, e così le staffe; e però ne fa similitudine l’autore. Di fuor dorate son; le dette cappe dell’ipocriti, sì ch’elli abbaglia; le viste delli riguardanti, come fanno li atti dell’ipocriti, Ma d’entro tutte piombo; le dette cappe, e gravi tanto; per lo piombo, Che Federigo; secondo, che fu imperadore, le mettea di paglia; alli giudicati per lui. Per respetto di questo è da sapere che lo imperadore Federigo secondo coloro, ch’egli condannava a morte per lo peccato dell’offesa maestà, li facea spogliare ignudi e vestire d’una veste di piombo grossa un dito, e faceali mettere in una caldaia sopra il fuoco, e facea fare grande fuoco tanto, che si struggea lo piombo addosso al misero condannato, c così miseramente e dolorosamente lo faceva morire. Onde l’autor dice: Benché le cappe del piombo, che facea mettere lo imperador Federigo ai dannati, fossono di piombo grosso un dito; ell’erano di paglia per rispetto di quelle che per Divina Giustizia vestivano l’ipocriti; e però esclamando, aggiugne l’autore: O in eterno; questo dice, perchè non dee mai venire meno, faticoso manto; cioè pieno di fatica e d’angustia 31, ben conveniente a tal peccato sì, che come ànno simulata gravità per parere santi e buoni in questa vita; così portino quella di là in vendetta della Divina Giustizia: e come sono [p. 597 modifica]stati freddi di carità; così vestono 32 lo piombo che è freddissimo metallo! Noi; cioè Virgilio et io Dante, ci volgemo ancor pur a man manca; come sempre à finto l’autore che sieno iti per l’inferno, Con loro insieme; cioè con li ipocriti, intenti al tristo pianto; che faceano quelli dannati ipocriti. Ma per lo peso quella gente stanca; cioè quelli dannati, Venian si pian; per lo circuito della bolgia, che noi; cioè Virgilio et io Dante, eravam nuovi Di compagnia ad ogni muover d’anca; cioè a ogni passo mutavano 33 compagnia. E qui finisce la prima lezione.
     Perch’io al Duca ec. Poiché l’autore à manifestato come discesono nella vi bolgia, e li peccatori e le pene che sosteneano in essa, nomina alquanti di quella gente che vi trovò; e dividesi questa parte in sette parti: imperò che prima Dante priega Virgilio, che ragguardi se ne conosce alcuno, e come alcuno di quelli incappati si proferse, e come Virgilio fe restare Dante; nella seconda, come Dante s’arresta, e giugnendo coloro parlano con loro, quivi: Ristetti, e vidi ec.; nella terza, come Dante risponde loro e domanda chi elli sono, e come rispondono, quivi: Et io a loro ec.; nella quarta Dante mostra loro compassione, e come truova uno posto in croce, quivi: Io cominciai: O Frati, ec.; nella quinta pone come Virgilio si maraviglia, e domanda dell’uscita della bolgia, quivi: Allor vid’io maravigliar ec.; nella sesta pone come l’addomandato risponde, quivi: Rispose adunque ec.; nella settima, come lo incappato 34 risponde aduno detto di Virgilio, e come Virgilio si parte da loro e Dante seguita, quivi: E il Frate: Io udi’ ec. Divisa la lezione, è da vedere la sentenzia litterale.
     Dice adunque: Poi che noi; cioè Virgilio e Dante, fumo aggiunti a questi incappati, et ad ogni passo mutavamo compagnia: sì andavamo piano, io Dante dissi a Virgilio: Fa, che tu truovi alcuno 35 ch’ o’l fatto, il nome si conosca; e così andando muovi li occhi intorno sì, che ne trovamo alcuno. Et allora uno che intese lo parlare toscano, guardò diritto a noi e disse: Tenete li passi voi, che correte sì per questo aere scuro, forse che avrai da me quel che tu credi 36. Onde Virgilio si volse 37 a me Dante, e disse: Aspetta, e poi procedi secondo lo suo passo; et allora Dante si restò, e vide due mostrare gran fretta, quanto all’ atto del volto, d’essere con Dante; ma tardavali sì lo carco e la via stretta, che poco si moveano. E quando furono giunti a lui, lo guardavano con l’ occhio in traverso sanza parlargli, e volti poi a sè, tra loro 38 e’ [p. 598 modifica]diceano: Questi paro vivo all’atto della gola ch’elli batte e spira; e se amenduni sono morti, per qual privilegio vanno scoperti della grave cappa? Poi dissono a Dante: O Toscano, che se’ venuto al collegio de’ tristi ipocriti, non 39 avere in dispregio di dire chi tu se’. Et allora Dante rispuose: Io fui nato e cresciuto nella gran città che è in su l’Arno, e sono vivo ancora; ma voi chi siete che avete tanto dolore, quant’io veggio al piangere, e che pena è in voi che si sfavilla? E l’uno rispuose: Omè le cappe rosse di fuori sono di piombo d’entro sì grosse, che li pesi fanno cigolar le loro bilancie! Noi fummo frati Godenti da Bologna, et io fui chiamato Catalano e quest’altro Lodorigo 40, e fummo eletti della tua città come uomini di mezzo a conservare lo suo stato pacifico, e fummo sì fatti che ancora si pare in Fiorenza in uno luogo che si chiama il Gardingo 41. Allora Dante cominciò la risposta, dicendo: O Frati, li vostri mali... e non andò più innanzi: imperò che li occorse alli occhi uno, crocifisso in terra con tre pali; e dice che quello crocifisso, quando vide Dante, tutto si distorse soffiando con sospiri nella sua barba. Et allora frate Catalano che s’avvide di ciò, disse a Dante: Quel confitto, che tu miri, fu Caifas che consigliò li Farisei che convenia che uno uomo morisse per lo popolo, et è nudo, attraversato nella via come tu vedi, et è mestieri ch’elli senta quanto pesa qualunque passa; et a questo modo sta Anna suo suocero e tutti li altri che furono in quel consiglio, ove si diliberò della morte di Cristo che fu mal seme per li Giudei. Allora vide Dante maravigliar Virgilio sopra colui, ch’era disteso in croce tanto vilmente nell’eterno sbandeggiamento. Poi parlò Virgilio al Frate, dicendo: Non vi dispiaccia di dirci, se potete, se a man ritta c’è alcuna foce, che noi ne potessimo uscire sanza costrignere de’ dimoni, che ci venghino a cavare quinci. Rispose allora lo Frate: Più presso che tu non credi è uno sasso, che si muove dal cerchio primo, e passa facendo ponte sopra tutte le bolgie, salvo che sopra questa, che c’è rotto: voi potete montare su per la rottura, che giace nella costa e sopra sta nel fondo. Allora Virgilio stette un poco col capo chino, e poi disse: Mal contava lo fatto nostro lo demonio, che uncina nell’altra bolgia li peccatori: cioè Malacoda. E il Frate rispose: Non è maraviglia ch’io udi 42 dire a Bologna che il demonio à vizi assai, tra’ quali àe ch’egli è bugiardo e padre di menzogna. Allora Virgilio si partì turbato un poco nella vista, andando con grandi passi; et allora Dante si partì da quelli caricati, dietro seguitando le pedate di Virgilio. E qui finisce [p. 599 modifica]la sentenzia litterale: ora è da vedere lo testo con l’allegorie e moralitadi.

C. XXIII — v. 73— 81. In questi tre ternari l’autor nostro finge, come pregando Virgilio che li mostrasse alcuno di quelli miseri peccatori, che si conoscesse per fama, vide due li quali nomina poi che si profersono. Dice dunque così: Perch’io; cioè Dante, al Duca mio; cioè Virgilio, dissi, s’intende, Fa, che tu truovi Alcun; di questi peccatori, cheìì; cioè del quale, il fatto o il nome si conosca; cioè sia nota la specialità del suo peccato e nome suo sì, che sia persona di fama: imperò che tutti i più sogliono essere uomini abietti, vili et oscuri, E li occhi, sì andando, intorno muovi; cioè per vedere, se alcuno ce n’è. Et un; di quelli peccatori, che intese la parola tosca; cioè la loquela di Toscana, Di rietro a noi gridò; qui mostra che fosse di quelli di rietro, non d’inanzi a loro; e parlasse allora così: Tenete i piedi; cioè fermatevi, Voi, che correte sì per l’aura fosca, cioè oscura: Forse ch’avrai da me; cioè uno delli due accompagnati: per questo mostra ch’andassono a coppia, benché più coppie andassono di pari, perchè così sogliono andare l’ipocriti quando sono nel mondo sotto abito di qualche religione, quel che tu chiedi; cioè quel che tu domandasti di sopra alla guida tua. Onde il Duca; cioè Virgilio, si volse; a vedere chi era, e disse; cioè a me Dante: Aspetta; cioò colui ch’à parlato acciò che ti giunga, ch’altrimenti non ti potrebbe giugnere, E poi secondo il suo passo procedi: imperò ch’elli non può star fermo; e tu andando più ratto, non lo potresti intendere. Per questo si può intendere che l’ipocresia di molti è si occulta, che non si può conoscere se non da chi è insieme con loro.

C. XXIII — v. 82-93. In questi quattro ternari l’autor nostro finge che, quando si fu restato, giunti quelli due a lui si maravigliavano di lui che era vivo, e domandaronlo 43 chi elli era; onde dice così: Ristetti; io Dante, secondo lo comandamento di Virgilio, e vidi due; di quelli incappuzzati, mostrar gran fretta Dell’animo, col viso; che altrimenti non la poteano mostrare, che non poteano uscire del passo conceduto loro, d’esser meco; secondo che detto avea l’uno di loro, di sopra; Ma tardavali il carco; delle cappe del piombo che li faceva andar pianamente;in vendetta dell’allegrezza 44 ch’ebbono nel mondo, che per piacere al mondo si mostrarono d’essere quel che non erano, e la via stretta; questo dice, per mostrare la moltitudine che v’era, che la bolgia era bene ampia; ma eravi sì grande moltitudine di peccatori, che non vi si poteva andare se non pianamente e lentamente. Quand’ei fur giunti; quelli due a noi che li aspettammo, assai con l’occhio bieco; cioè in traverso ragguardando, [p. 600 modifica]che per lo peso convenia lor portare lo capo basso; e questo rispondea loro in pena debita, perch’elli aveano avuto nel mondo 45, simulando, santità, Mi rimiraron; cioè me Dante e non Virgilio sanza far parola; cioè sanza parlare, Poi si volsero in sè; questi due che erano venuti, che si maravigliavano così di Dante, e dicean seco; cioè con seco medesimi: Costui; cioè Dante, par vivo all’atto della gola; cioè nello spirare: imperò che certe arterie 46 sono nella gola che, quando l’uomo tira il fiato a sè, gonfiano; e quando lo manda fuori, calano. Et aggiugneano: E s’ei; cioè Virgilio e Dante, son morti; come sono li altri che sono qui, per qual privilegio; cioè autorità: privilegio è autorità conceduta da chi può; e però si dice benificio conceduto da principe a privata persona, Vanno scoperti; questi due, cioè Virgilio e Dante, della grave stola; cioè grave cappa? Poi disse a me; Dante l’uno di loro: O Tosco; cioè o Toscano: Tosco è secondo la Grammatica 47, ch’elli chiama Tuscos quelli di Toscana, ch’al collegio; cioè alla congregazione dell’ipocriti tristi, che così li chiama lo Evangelio ove dice: Nolite fieri sicut hipocritae tristes: tristi sono in effetto, e tristi si mostrano per parer santi et uomini di penitenzia. Molto disse Cristo nell’Evangelio contro l’ipocriti, perchè sono molto in dispiacere di Dio. se’ venuto; questo sermone si dirizza pur a Dante, e però dice: se’ venuto; in singulare, Dir chi tu se’; a noi, e manifestarti, non avere in dispregio; cioè non abbi a vile.

C. XXIII — v. 94-108. In questi cinque ternari l’autor nostro finge com’elli ebbe avvicendevole parlamento con quelli due incappati, dicendo così: Et io; cioè Dante, dissi, s’intende, a loro; cioè a quelli due: Io fui nato e cresciuto Sopra il bel fiume d’Arno; questo è quel fiume che passa per Fiorenza e Pisa, et entra nel mare di Pisa, alla gran villa; cioè Fiorenza: parla al modo di Francia che chiamano le cittadi ville; e dice grande, perchè Fiorenza è la maggior città di giro che sia in Toscana, e lo maggior popolo di suo’ cittadini, E son col corpo ch’i’ò sempre avuto; cioè sono vivo; e dice: ch’i’ò sempre avuto, a differenzia di loro ch’erano col corpo aereo, lasciato quel della carne: però che Dante finge nella seconda cantica che, quando l’anima si parte dal corpo, ella si veste di uno corpo aereo et in quello si rappresenta e pate e parla, et à l’altre passioni che si danno a quelli che sono morti. Ma voi chi siete; domanda Dante a loro, a cui; cioè a’quali, tanto distilla, Quant’io veggio, dolor giù per le guance; cioè gocciolano lagrime giù per le gote, che sono cagionate dal dolore, E che pena è in voi che si sfavilla; [p. 601 modifica]cioè si mostra per li occhi sfavillanti e per le faccie rosse? E l’un rispose; di quelli due addimandati: O me le cappe rance; cioè dorate di fuori, di che noi siamo vestiti, Son di piombo sì grosse; dal lato d’entro, che li pesi Fanno sì cigolar; cioè cigulare, le lor bilance, cioè noi che siamo bilancio di queste gravissime cappe! Et usa qui colore 48 retorico che si chiama significazione, quando si fa per similitudine: imperò che come le bilancie cigolano, quando pesano grave peso; così cigolano ellino, piangendo e sfavillando: bilancia è instrumento da pesare le cose che si vendono a peso. E per questo à già risposto all’una parte della domanda; cioè della pena, e risponde poi all’altra parte della domanda, dicendo chi elli sono. Frati Godenti fumo; noi due, de’ quali tu domandi, e Bolognesi; cioè della città di Bologna, che è una buona città di Lombardia, Io Catalano; dice quelli, che parla, di sè ch’avea nome Catalano, e questi Loderingo; cioè quest’altro che è meco, Nomati; cioè nominati così nel mondo amendu’ noi; e da tua terra insieme presi; cioè da Fiorenza tua città, Come suol esser tolto un uom solingo; cioè solitario e di buona vita, cioè uno eremito, Per conservar sua pace; cioè della tua città; e fummo tali; noi due alla tua città, Che ancor si par d’intorno dal Gardingo; chenti 49, noi fummo alla tua città in quel luogo che si chiamà il Gardingo 50 anticamente, che è una contrada in Fiorenza che oggi si chiama Capaccio. E però è qui da sapere che nel mcclx, o circa, si mossono due cavalieri da Bologna et andarono al Padre Santo ch’era allora, e manifestatoli la loro intenzione; cioè che erano disposti a servire a Dio nello stato della cavalleria, operandosi con l’arme e con le loro forze al servigio di Dio, combattendo per le vedove e per li pupilli, e piatire per loro e difendere la ragione e la giustizia, ottennono grazia che il papa ordinò loro l’abito e la regola, e diede loro molte grazie, e nominogli li frati cavalieri della Vergine Maria. E puose ordine che niuno potesse entrare in quell’ordine, se prima non fosse o non si facesse cavalieri; e tornati costoro con la regola a Bologna, piacque questa regola a molti, et entrarono in quest’ordine se non ricchi uomini, che potessono mantenere stato di cavalleria; e stavansi in casa loro con le loro donne e figliuoli e famiglie, con cavalli fanti e famigli 51 et aveano in monizione; cioè franchigia et esenzione dalle fazioni delli loro comuni, come religiosi. Scorse la fama per tutto, e furono chiamati cavalieri gaudenti; et essendo intorno a quel tempo grande discordia [p. 602 modifica]in Firenze tra’ guelfi e ghibellini, et avendo molte volto combattuto insieme e molto danneggiatosi, vennono finalmente a questa composizione che si eleggesse uno uomo per parte e commettessonsi in questi due tutte loro questioni; e dessesi loro autorità d’acconciarle, come meglio paresse loro, et in fine alla sentenzia diffinitiva questi due dovessono governare la citta per l’una parte e per l’altra. E così li guelfi elessono messer Catalano de’Catalani da Bologna lo quale era guelfo, e li ghibellini elessono messer Loderingo de’ Lambertacci da Bologna lo quale era ghibellino; e seppono sì ben fare questi due, che poi che furono nell’uficio, furono corrotti da’guelfi con moneta, e lasciarono cacciare da’ guelfi li ghibellini e disfare loro le case ch’erano in Fiorenza in una contrada già detta, che si chiama il Gardingo. E perchè furono uomini ipocriti, che mostravano buoni nelli atti di fuori; e d’entro furono con mala volontà e intenzione come fu l’effetto, però l’autore finge che fussono in questo luogo.

C. XXIII — v. 109-123. In questi cinque ternari l’autor nostro finge, che volendo rispondere al detto de’ frati Gaudenti, prevenuto da un’altra cosa che vide, incominciò e non andò innanzi con la risposta, dicendo così: Io; cioè Dante, cominciai: O Frati, i vostri mali...; ecco qui 52 manca l’orazione, e però disse: Ma più non dissi; io Dante, che quello che detto è; et usa qui uno colore retorico che si chiama precisio, et è quando l’uomo incomincia alcuno dire; ma poi nol compie, occupato da altri pensieri e da alcuna passione. Voleva l’autore in questo luogo mostrare forse loro compassione, sì come mostrò di sopra, capitolo vi a Ciacco, quando disse: Ciacco, il tuo affanno Mi pesa sì, ch’a lagrimar m’invita; e con simile sentenzia avrebbe seguito qui; ma volle l’autore usare lo predetto colore. In che modo si debba o possa avere compassione ai dannati, in più luoghi è stato dichiarato di sopra, e però non si replica qui. ch’alli occhi mi occorse; cioè imperò che alli occhi miei, disse Dante, occorse a vedere: ecco la cagione, per che non compie l’orazione incominciata di sopra, occupata 53 da questa nuova visione, Un, crocifisso in terra con tre pali; cioè ch’era disteso in terra, l’uno braccio con uno palo confitto per la mano, e l’altro con un’altro e li piedi amenduni con un altro palo, come Cristo nostro Salvatore fu crocifisso con tre chiodi in su la croce, come dimostra lo testo che seguita. Et aggiugne: Quando mi vide; cioè Dante quel confitto, tutto si distorse, Soffiando nella barba coi sospiri; e la cagione, perchè si storse e soffiò vedendo Dante, possiamo imaginare che fosse, perchè vedea Dante cristiano, salvato per la passione di Cristo, per la quale egli era [p. 603 modifica]dannato, E frate Catalan; del quale fu detto di sopra, ch’a ciò s’accorse; cioè ch’io lasciai il dire, per considerare colui ch’io vedea, Mi disse; cioè a me Dante: Quel confitto, che tu miri, Consigliò i Farisei, che convenia Porre un uom per lo popolo a’ martiri; questo fu Caifas principe de’ sacerdoti, che nel consiglio che feciono li sacerdoti di Cristo, disse: Vos nescitis quiquam. Nec cogitatis quia expedit vobis ul unus moriatur homo pro populo, et tota gens pereat. — Attraversato e nudo nella via; per la quale passiamo tutti, Come tu vedi; cioè tu, Dante; et è mestier, che senta; cioè Caifas, Qualunque passa; di noi, com’ei pesa pria; cioè innanzi che passi, perchè tutti li montino a dosso: Et a tal modo; come questo, il suocero; cioè Anna che fu suocero di Caifas, si stenta; cioè si stende attraversato, confitto con tre pali; o vogliamo dire si stenta; cioè fa stento e patisce pena Anna così, come Caifas, In questa fossa; cioè in questa sesta bolgia, e li altri del Concilio; cioè della concordevole congregazione, che fu fatta lo lunedi’ dopo la domenica d’olivo, per consigliar sopra i fatti di Cristo, Che fu per li Giudei mala sementa; cioè lo quale fu mal seme per li Giudei, che non si vollono o non vogliono o non si vorranno convertire: imperò che darà loro frutto di morte 54 eterna; ma per coloro che si vollono convertire e verranno alla fede di Cristo fu buona sementa: imperò che a tutti farà frutto di salute eterna. E notantemente finge l’autore che costoro sieno puniti in questo luogo: però che tutti li pontefici, sacerdoti, scribi e farisei a quel tempo erano ipocriti, de’ quali disse Cristo nell’Evangelio: Nolite fieri sicut hipocritae tristes: dilatante enim ec.

C. XXIII — v. 124-132. In questi tre ternari l’autor nostro finge come Virgilio si maraviglia della pena di Caifas e delli altri, e domanda della via, dicendo: Allor; cioè allotta, vid’io; Dante, maravigliar Virgilio; lo qual non avea veduto maravigliar per ancora, Sopra colui, ch’era disteso in croce; cioè sopra Caifas, Tanto vilmente ne l’eterno esilio: cioè nell’inferno dove doveano stare in perpetuo, sbanditi da Dio: maravigliasi la ragione della grandezza della giustizia di Dio, la quale avanza la possibilità del nostro intelletto; e però finge Dante che si maravigli Virgilio, il quale significa la ragione, come mostrato è stato di sopra in più luoghi. Poscia; cioè dopo l’ammirazione, drizzò; Virgilio, a’ Frati; cioè a messer Catalano et a Loderingo, cotal voce; cioè così fatto parlare: Non vi dispiaccia, se vi lece; cioè se a voi è licito 55, dirci; cioè a me Virgilio e Dante: sempre la ragione giustifica la sua domanda: però che non domanda, se non giusto et onesto, Se alla man destra; questo dice, perchè necessario era, essendo volti in verso man sinistra, che [p. 604 modifica]volendo uscire della bolgia per andare nell’altra più bassa, ch’uscissono in verso man destra, giace alcuna foce; cioè è rovinata la ripa in alcun luogo sì, che noi possiamo uscire di questa bolgia della quale non poteano uscire perchè la ripa era alta, Onde noi amendu’ possiamo uscirci; cioè io Virgilio e Dante di questo fondo della bolgia, Sanza costringer degli angeli neri; cioè de’ dimoni, Che vegnan d’esto fondo a dipartirci; cioè a cavarci quinci; e questo finge, per mostrare che alla potenzia di Dio ogni cosa è sottoposta; cioè li demoni, li angeli, li uomini e tutte le creature.

C. XXIII — v. 133-141. In questi tre ternari l’autor nostro finse come frate Catalano rispose alla domanda di Virgilio, dicendo: Rispose adunque; frate Catalano, il quale à introdotto a parlare di sopra: Più che tu; cioè Virgilio, no speri, S’appressa un sasso, che dalla gran cerchia; cioè da quella che circunda tutte le bolgie, Si muove; quel gran sasso che detto è, e continuasi sopra tutte le bolge sì, come ponte, e varca; cioè valica, tutti i vallon feri; cioè tutte le bolge che sono x, come detto fu di sopra cap. xviii, dall’ottavo cerchio infino al pozzo che è lo fondo dell’inferno, sono prodotti alcuni scogli che valicano e fanno ponti sopra tutte le bolge, salvo che sopra questa bolgia, perchè si ruppono nel tempo della passione di Cristo, secondo la fizione dell’autore; e però seguita: Salvo che questo è rotto; questo sasso che detto è, e nol coperchia; cioè non fa ponte sopra lo sesto vallone: Montar potrete; tu Virgilio e Dante, su per la ruina; di questo sasso, Che giace in costa; sì che v’a fatto la via, e nel fondo; della bolgia, soverchia, perchè v’è alzato per la rottura del sasso. Lo Duca; cioè Virgilio, stette un poco a testa china; come fa colui che pensa, Poi disse; Virgilio in verso frate Catalano, e dice: Mal contava la bisogna; cioè mal diceva lo bisogno nostro, Colui, che i peccator di qua uncina; cioè Malacoda, che piglia coi raffi e con li uncini li peccatori della quinta bolgia: però che disse di sopra capitolo xxi, Presso è un altro scoglio, che via face, e come mostrato è, non ve n’era veruno, e per questo si mostra che il dimonio con bugie e falsitadi s’ingegna d’ingannare ciascuno.

C. XXIII — v. 142-148. In questi due ternari et uno versetto finge l’autore come il frate rispose a Virgilio, quanto all’inganno del dimonio, dicendo: E il Frate; cioè messer Catalano, disse, s’intende: Io udi’ già dire a Bologna, perch’elli fu Bolognese, però dice che udi’ dire a Bologna, Del diavol vizi assai; anzi è tutto vizioso, tra’ quali; cioè vizi, udì’; io frate Catalano, Che gli è bugiardo, e padre di menzogna; questo s’accorda con la Santa Scrittura che dice: Diabolus mendax est, et pater mendacii; sì che non ti maravigliare, Virgilio, s’egli t’à detto bugia. Appresso; cioè dopo le dette parole, il Duca; cioè Virgilio, a gran passi sen gì; cioè se n’andò, Turbato un poco [p. 605 modifica]d’ira nel sembiante; cioè nella vista: questo dice, perchè la ragione non si turba mai in effetto; Ond’io; cioè Dante, dall’incarcati; cioè da’ caricati peccatori di piombo: potrebbe ancor dire il testo dall’incappati, cioè da coloro che aveano le cappe dorate di fuori, e d’entro di piombo, mi parti’; seguendo Virgilio, e però dice: Dietro alle poste; cioè dietro alle pedate, delle care piante; cioè de’ piedi di Virgilio, lo quale era caro duca a Dante, come deve essere la ragione cara a ciascuno uomo. E qui finisce il vigesimoterzio canto.

Note

  1. C. M. induce di trattare
  2. C. M. ipocrisia
  3. C. M. li capelli
  4. C. M. attento diritto, e disse
  5. C. M. presso a sè
  6. C. M. camisia; — In talune parole italiane riesce facile lo scambio del c con la z od s; tenciona, tenzona; cappucci, cappuzzi; sampogna, zampogna; gas, gaz . E.
  7. Data la desinenza in ono alla terza plurale del presente indicativo, affine di mantenere l’uniformità, si finirono così anche le terze plurali dell’imperfetto. E.
  8. C. M. di andare tutti soli
  9. C. M. s’avvenne
  10. C. M. calosi et ingremittello e
  11. C. M. ingremito
  12. C. M. per lo ingremimento che
  13. C. M. dal govito ad la
  14. C. M. col ciaffo: la lievora
  15. C. M. velocemente alla insù, che alla ingiù, e dorme
  16. C. M. levorieri.
  17. C. M. perchè v’è la paura
  18. C. M. et insieme la presenta
  19. Dall’habeo de’ Latini i nostri antichi trassero abbo, raddoppiatovi il b, come in lebbra, fabbrica e simili. E.
  20. C. M. Dante; et allora la sentenzia sarebbe più grave: imperò che s’intenderebbe: Se tu Dante fussi come uno specchio, io Virgilio non ti trarrei.
  21. C. M. che è in te
  22. C. M. la imaginazione
  23. C. M. sia stesa,
  24. C. M. anco fugge
  25. C. M. riverto,
  26. C. M. induce la
  27. C. M. di fuora co l’appiattamento d’iniquità e di vizio
  28. Mostrano; si mostrano, maniera d’ usare i verbi transitivi assolulamente, non senza proprietà e grazia nei Classici nostri. E.
  29. C. M. si mostrano buoni nelli atti
  30. C. M. e staffe inorate a modo
  31. C. M. d’angoscia,
  32. C. M. vestano
  33. C. M. mutavamo
  34. C. M. lo campato
  35. C. M. alcuno, lo cui nome e ’l fatto si conosca; e così
  36. C. M. tu chiedi.
  37. C. M. si mosse a
  38. C. M. tra loro parlavano e dicevano:
  39. C. M. non abbi in dispregio
  40. C. M. Loderigo,
  41. C. M. lo Guardingo.
  42. C. M. uditti — Il nostro Codice ne dà - udi - come anticamente scrivevasi, derivato dall’audivi latino, scematogli il vi. Oggi si adopera udii o udì. E.
  43. C. M. e dimandonno chi
  44. C. M. della leggerezza ch’ebbeno
  45. C. M. nel mondo pure rispetto al mondo e non a Dio; et anco, perchè così erano in quel mondo, simulando,
  46. C. M. certe vene sono
  47. Grammatica qui significa lingua latina. E.
  48. Il nostro Commentatore adopera di frequente la parola colore per figura; ed è una vaga maniera. Veggasi Cicerone - De Oratore, lib. ii - il quale disse eziandio, colorarsi l’orazione. E.
  49. C. M. quali noi fummo
  50. C. M. lo Guardingo che è una
  51. C. M. famigli et erano immuni dalle fazioni
  52. C. M. qui incomincia l’orazione,
  53. C. M. occupato
  54. C. M. di mercè eterna;
  55. C. M. v’è lecito,


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