Commedia (Buti)/Paradiso/Canto VIII

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Paradiso
Canto ottavo

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Paradiso - Canto VII Paradiso - Canto IX
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C A N T O     VIII.

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1Solea creder lo mondo in suo periclo
     Che la bella Ciprigna el folle amore
     Raggiasse volta nel terzo epiciclo;
4Per che non pur a lei faceano onore
     Di sacrificio e di votivo grido1
     Le genti antiche nello antico errore;
7Ma Dione onoravano e Cupido,
     Questa per madre sua, questo per figlio,2
     E dicean che sedette in grembo a Dido.3
10E da costei, ond’io principio piglio,
     Pigliavano il vocabul della stella
     Che ’l Sol vageggia or da poppa or dal ciglio.4 5
13Io non m’accorsi del salir in ella;
     Ma d’ esserv’ entro mi fece assai fede
     La donna mia, che io viddi far più bella.6
16E come in fiamma favilla si vede,
     E come in voce voce si discerne
     Quando una è ferma, e l’altra va e rede;7 8

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19Vidd’ io in essa luce altre lucerne
     Muoversi ’n giro più e men correnti,
     Al modo, credo, di lor viste eterne.
22Di fredda nube non disceser venti
     O visibili o no tanto festini,
     Che non paressono impediti e lenti9
25A chi avesse quei lumi divini
     Veduto a noi venir, lassando ’l giro10
     Pria cominciato in gli alti Serafini;
28E dietro a quei che più ’nanzi appariro
     Sonava Osanna sì, che unque poi
     Di riudir non fui senza disiro.
31Indi si fece l’un più presso a noi,
     E solo incominciò: Tutti siam presti
     Al tuo piacer, perchè di noi ti gioi.11
34Noi ci volgian coi Principi celesti12 13
     D’un giro, d’un girare e d’una sete,
     Ai quali tu nel mondo già dicesti:14
37Voi, che intendendo il terzo Ciel movete;
     E siam sì pien d’amor, che per piacerti
     Non fia men dolce un poco di quiete.
40Possa che gli occhi miei si furo offerti
     A la mia donna riverenti, et essa
     Fatti li avea di sè contenti e certi,
43Rivolsersi a la luce, che promessa
     Tanto s’avea, a dir: Chi siete, fue15
     La voce mia da grande affetto impressa.16

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46E quanta e quale vidd’ io lei far piue
     Per allegrezza nova che s’accrebbe.
     Quando parlai alle bellezze sue!17
49Così fatta, mi disse, il mondo m’ebbe
     Giù poco tempo; e s’io più fussi stato18
     Molto s’era di mal che non sarebbe.19
52La mia letizia mi ti tien celato,
     Che mi raggia dintorno e me nasconde,
     Quasi animal di sua seta fasciato.
55Assai m’amasti et avesti bene onde:
     Chè, s’io fussi giù stato, io ti mostrava
     Di mio amor più oltre che le fronde.
58Quella sinistra riva che si lava
     Di Rodano, poi ch’è misto con Sorga,
     Per suo signor a tempo m’aspettava;
61E quel corno d’Ausonia che s’imborga
     Di Bari, di Gaeta e di Catona
     Là ove tronco el verde mare sgorga.20
64Fulgeami già in testa la corona21
     Di quella terra che ’l Danubio riga,
     Poi che le ripe tedesche abandona;
67E la bella Trinacria, che caliga,
     Tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
     Che riceve da Euro maggior briga,
70Non per Tifeo; ma per nascente zolfo,
     Attesi avrebbe li suoi regi ancora
     Nati per me di Carlo e di Ridolfo,
73Se mala signoria, che sempre accora
     Li populi subietti, non avesse22
     Mosso Palermo a gridar: Mora, mora.

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76E, se mio frate questo antivedesse,
     L’avara povertà di Catalogna
     Già fuggerea, perchè noll’ offendesse:23
79Che veramente proveder bisogna
     Per lui o per altrui sì, ch’ a sua barca
     Carcata più di carco non si pogna.
82La sua natura che di larga parca
     Discese, avria mestier di tal milizia
     Che non curasse di mettere in arca.
85Però ch’ io credo che l’ alta letizia
     Che ’l tuo parlar m’infonde, signor mio,
     Là v’ ogni ben si termina e s’inizia,
88Per te si veggia, come la veggio io,
     Grata m’ è più, et anco questo ò caro,
     Perchè ’l discerni rimirando in Dio.
91Fatto m’ài lieto, e così mi fa chiaro,
     Poi che parlando a dubitar m’ ài mosso,
     Come uscir può di dolce seme amaro.
94Quest’io a lui; et elli a me: S’io posso
     Mostrarti un vero a quel che ne dimandi,
     Terrai ’l viso come tieni ’l dosso.
97Lo Ben, che tutto ’l regno che tu scandi,
     Volge e contenta, fa esser virtute
     Sua providenzia in questi corpi grandi;24
100E non pur le nature provedute
     Son ne la mente ch’è da sè perfetta;25
     Ma esse insieme co la lor salute.
103Perchè quantunche questo arco saetta26
     Disposto cade a proveduto fine,
     Sì come cosa in suo segno diretta.

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106Se ciò non fusse, il Ciel che tu cammine,
     Producerebbe sì li suoi effetti,
     Che non sarebber arti; ma ruine.
109E ciò esser non può, se l’intelletti
     Che muoven queste stelle, non son manchi,
     E manco ’l primo che nolli à perfetti.27
112Vuoi tu che questo ver più ti s’imbianchi?
     Et io: Non già, perchè impossibil veggio
     Che la Natura, in quel che è opo, stanchi.28
115Ond’elli ancora: Or dì, serebbe il peggio
     Per l’omo, in terra se non fusse cive?
     Sì, rispuosi io, e qui ragion non cheggio.
118E puot’elli esser, se giù non si vive
     Diversamente per diversi offici?
     No, se ’l maestro vostro ben vi scrive.
121Sì venne deducendo infine a quici,
     Possa conchiuse: Dunque esser diverse
     Convien dei vostri effetti le radici.29
124Per ch’un nasce Absalon e l’altro Serse,30
     L’altro Melchisedech, e l’altro quello
     Che, volando per l’aire, il figlio perse.
127La circular Natura, eh’è suggello31
     A la cera mortal, fa ben sua arte;
     Ma non distingue l’un da l’altro ostello.
130Quinci avviene, ch’Esau si diparte
     Per seme da Iacob, e vien Quirino
     Da sì vil padre, che si rende a Marte.32
133Natura generata il suo cammino
     Simil farebbe sempre ai generanti,
     Se non vincesse ’l proveder divino.

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136Or quel che t’era dietro t è davanti;
     Ma perchè sappi che di te mi giova,
     Un corollario voglio che t’ammanti.
139Sempre Natura, se fortuna trova
     Discorde a sè, com’ ogni altra semente,
     Fuor di sua ragion, fa mala prova.33
142E se ’l mondo laggiù ponesse mente
     Al fondamento che Natura pone,
     Seguendo lui, avria buona la gente.34
145Ma voi torcete a la religione
     Tal che si nato a cingersi la spada,35 36
     E faite re di tal ch’ è da sermone;37
148Unde la traccia vostra è fuor di strada.

  1. v. 5. C. A. Di sacrifici e di
  2. v. 8. C. A. Quella per madre
  3. v. 9. C. A. ch’ei sedette
  4. v. 12. C. A. vagheggia or da coppa or
  5. v. 12. Vageggia; vagheggia, per la non rada fognatura dell’h dopo il c o g, come biece, largezza per bieche, larghezza e altrettali. E.
  6. v. 15. C. A. vidi far si bella,
  7. v. 18. C. A. e riede;
  8. v. 18. Rede; riede, sottrattone l’i come in lumera, pensero, convene. ec. E.
  9. v 24. C. A. paresson
  10. v. 26. C. A. Veduti a noi venir, lasciando
  11. v. 33. C. A. pur che di noi t’ingioi.
  12. v. 34. C. A. volgiam co’
  13. v. 34. Volgian; prima persona plurale comune ai nostri classici. E.
  14. v. 36. C. A. del mondo
  15. v. 44. C. A. e: Di chi siete,
  16. v. 45. C.A. di grande
  17. v. 48. C.A. allegrezze sue!
  18. v.50. C. A. fosse
  19. v. 51. C.A. sarà di
  20. v. 63. C.A. ove Tronto e Verde in
  21. v. 64. C. A. in fronte la
  22. v. 74. C. A. suggetti,
  23. v. 78. C. A. fuggiria, perche non gli
  24. v. 99. C. A. Sua provedenza
  25. v. 101. C. A. Sono in la
  26. v. 103. C. A. quantunque
  27. v. 111. C. A. che non gli à
  28. v. 114. C. A. ch’ è uopo,
  29. v. 123. C. A. de’ nostri
  30. v. 124. C. A. Solone ed altro
  31. v. 127. C. A. L’articular
  32. v. 132. C. A. Da simil
  33. v. 141. C. A. Fuora di sua region,
  34. v. 144. C. A. Seguendo lei,
  35. v. 146. C. A. che fia nato
  36. v. 146. Si; ora più comunemente sia o fia, e proviene dal latino sim, sis, sit. E.
  37. v. 147. C. A. E fate

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C O M M E N T O


Solea creder lo mondo ec. Questo è lo canto ottavo, nel quale Io nostro autore finge come salitte dal pianeto di Mercurio a quello di Venere, sicchè oggimai tratterà dei beati del terzo grado, uscito ora di quegli del secondo. E dividesi questo canto in due parti principalmente: imperò che prima finge lo suo ascendimento, dimostrando come si trovò nel corpo del terzo pianeto Venere, non accortosi d’esservi montato, e come vi trovò molte anime beate, e come venne a ragionamento con alcuna, cioè con Carlo Martello figliuolo di Carlo Zoppo re di Puglia, e dura lo ragionamento primo infine che entra a parlare dei re Roberto; nella'seconda finge come seguita lo suo parlamento delle condizioni del re Roberto, e come l’autore li muove dubbi ai quali risponde, e continuasi lo ragionamento infine a la fine del canto, et incominciasi la seconda; E, se mio frate ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in cinque parti: imperò che prima notifica l’errore degli anitichi che adoravano Venere credendo ch’ella fosse iddia, perché ’l terzo pianeto si [p. 264 modifica]chiama Venus 1; nella seconda parte finge come si trovò sallito nel ditto terzo pianeto, e come si li rappresentano molti spiriti beali li quali si volgeano in giro e cantavano, et incominciasi quine: Io non m’accorsi ec.; nella terza parte finge come uno di quegli spiriti beati intrò a parlamentare con lui, et incominciasi quine: Indi si fece l’un ec.; nella quarta parte finge come, parlando con essa, avendo dimandato di sopra chi era quella, si li manifesta, et incominciasi quine: E quanta e quale ec.; nella quinta parte, come lo detto spirito, continuando lo suo parlare li manifestò quanto si stendeva la sua signoria, et incominciasi quine: Quella sinistra riva ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co la esposizione litterale, allegorica e morale.


C. VIII — v. 1-12. In questi quattro ternari lo nostro autore per introduzione della sua materia dice quello, che gli antichi tennono del pianeto che si chiama Venus, riprendendo lo loro errore dicendo così: Solea creder lo mondo; cioè gli uomini che anticamente furno nel mondo, in suo periclo; cioè in suo periculo: imperò che non ricognoscere la creatura ragionevile lo suo vero creatore non poteva essere senza suo periculo e dannazione; e che la lussuria abiti in cielo creder non può essere senza periculo: imperò che la natura è prona 2 a tale vizio, e credere che sia iddia in cielo non era se non credere ch’ella fusse approvata da Dio, lo quale approvò l’onesta coniugale del matrimonio, quando disse: Crescite et multiplicamini, et replete terram; ma non la bestiale, anco la dannò; e creder ch’ella sia in cielo è creder che sia licita, e questo è in periculo e dannamento del mondo; ecco quello che soleva credere: Che la bella Ciprigna; cioè che la dia della lussuria che chiamavano Venus, la quale l’autore chiama Ciprigna da Cipri: imperò che, come dice Virgilio, Venus era la dia de’ Cipriani: imperò che lei adoravano, et a lei facevano sacrificio; e fingeno li Poeti ch’ella fusse nata di testiculi di Celio castrato da Saturno, e gittati in mare di Cipri, e della schiuma del mare di Cipri; e però li Cipriani a lei avevano fatto molti altari, secondo che dice Virgilio nel primo de la sua Eneide: Ipsa Paphum sublimis abit, sedesque revisit Lœta suas, ubi templum illi centumque sabœo Thure calent arœ, sertisque recentibus halant; e dice l’autore bella: imperò che fingeno li Poeti che Venus fusse bellissima 3, e dice Ciprigna: imperò che li Poeti la chiamano Cipris, denominandola così da Cipri insula [p. 265 modifica]abundantissima de le cose odorifere, e però s’interpetra commistione, el folle amore; cioè lo stolto amore che nasce da l’appetito carnale, e però si dice figliuolo di Venere: imperò che la lussuria di sè e di Baco genera sì fatto figliuolo, cioè l’amore disonesto: l’amore disonesto nasce dal furore della lussuria, e da l’abundanzia e soperchio del mangiare e del bere, e chiamasi Cupido; cioè dante concupiscenzia et illicito desiderio Raggiasse; cioè risplendesse e raggi rendesse, volta; cioè girata pria col moto uniforme del primo mobile 4, e poi col suo difforme, nel terzo epiciclo: epiciclo è cerchio posto sopra altro cerchio. Tutti li pianeti ànno epiciclo, salvo che lo Sole: et è l’epiciclo lo cerchio che àe nella sua circunferenzia l’altezza e la bassezza del pianeto, e tiene lo centro suo in sul cerchio deferente, e per la circunferenzia del cerchio deferente si muove da occidente ad oriente, e lo pianeto va per questo epiciclo. E quando è a li due punti che toccano lo deferente, allora si dice lo pianeto stazionario, e l’uno punto è di verso oriente, l’altro di verso occidente, e quando è ne l’arco di sopra tra li detti due punti, si dice lo pianeto diritto; ma quando è nell’altro arco opposito di sotto si dice retrogrado, sicchè dice che lo pianeto àe quattro movimenti; cioè l’uniforme che si rota col mondo in 24 ore col deferente; e lo moto del deferente che si muove coll’ottava spera in 100 anni uno grado; e lo moto de l’epiciclo da occidente ad oriente; e lo moto del pianeto per l’epiciclo, quando è ne la parte di sopra d’oriente ad occidente, e quando è di sotto da occidente ad oriente. E dice nel terzo: imperò che lo primo epiciclo è quel de la Luna, lo secondo è quello di Mercurio, lo terzo è quello di Venere. Per che; cioè per la quale credulità falsa et erronea, non pur a lei; cioè a Venere, faceano onore Di sacrificio: imperò che a lei sacrificavano, e di votivo grido; cioè di pregare con voti, Le genti antiche; che furno anticamente, che adoravano l’iduli, nello antico errore; cioè nello errore che fu allora in tutti li più, salvo che nel populo d’Iddio. E debbesi attendere che questo errore ebbe origine, secondo che si scrive nello Scintillario dei Poeti, che fu uno uomo in Egitto ricchissimo che ebbe nome Sirofanes: questo ebbe uno figliuolo lo quale amava immoderatamente. Avvenne che morì, e ’l padre per troppo amore che avea a questo suo figlio fece fare una statua che li simigliasse e rappresentasse lo figliuolo; e volendo quinde avere rimedio a la sua tristizia, più tosto ebbe incitamento di dolore, e però quella statua fu chiamata idolo, cioè spezie di dolore. E per compiacere al padre, tutta la famiglia gl’incominciò ad offerire fiori et adornamenti et accendimenti di odori; e fuggendo a quella [p. 266 modifica]imagine li rei che meritavano pene erano assoluti, unde incominciorno ad adorare quella statua, e di quinci prima venne l’adoramento de le statue, e però disse Stazio: Primus in orbe Deos fecit timor. Ma li Filosofi dicenti uno essere Iddio, considerando le diverse creature in che si dimostra variamente la sua potenzia e li suoi effetti, lo incominciorno a chiamare per diversi nomi, secondo li diversi effetti, e quinci nacque l’errore d’adorare li cieli e li pianeti; e volendo onorare gli uomini, dai quali aveano le provigioni, li fingevano essere mutati in stelle et in pianeti, e chiamavanli iddii et adoravangli. E per dare ad intendere questo, àe detto quello che detto è di sopra, et ora seguita; cioè: Ma Dione onoravano; ora tocca una altra fizione de’ Poeti che dicevano Venere figliuola di Dione e di Iove terzo figliuolo di Saturno, moglie di Vulcano; unde debbiamo sapere che li Poeti usano alcuna volta l’uno nome proprio per l’altro, quando li vocabuli sono equivochi. Io truovo che sono state quattro Venere; cioè due figliuole di Celio, figliuolo d’Etere e del Di’ e l’una chiamata Venus Magna, e questa si dice essere stata madre de l’Onore lo quale generò la Maestà della sua donna detta Riverenzia. La seconda Venus fu anco figliuola di Celio e d’Orne sua donna, come la prima, secondo la verità; ma, secondo la fizione poetica, questa si dice nata in mare de’ testiculi di Celio castrato da Saturno, e questa fu madre di Cupidine e donna di Baco 5. La terza Venus è quella, che prima fu detta. La quarta fu Venere figliuola di Siro e di Cipria sua donna; e chi dice di Dione sua donna, e questa fu moglie d’Adone. E perchè tutte furno chiamate Venere, quello che è dell’una si trova dato a presso li Poeti spesse volte a l’altra; e però dice l’autore, Ma Dione onoravano; li Antichi, siccome madre di Venere e Cupido; cioè lo dio de l’amore, Questa per madre sua; cioè Dione, questo per figlio; cioè Cupido, cioè di Venere. Ecco che Venere, seconda figliuola di Celio e d’Orne, fu madre di Cupidine, e l’autore lo dà a Venere figliuola di Siro e di Cipria, o vero di Dione, o a Venere figliuola di Iove terzo e di Dione moglie che fu di Vulcano, per la cagione predetta. E dicean; cioè gli antichi, che; cioè Cupido, sedette in grembo a Dido; cioè a Dido che fu regina di Cartagine, sì come finge Virgilio nel primo della sua Eneide, fingendo che, menato Enea da la tempesta del mare a Cartagine e ricevuto dalla reina Dido, Venere, che finge Virgilio che fusse madre d’Enea, vi mandò Cupidine in scambio d’Ascanio figliuolo d’Enea che dovea venire dal porto a la città di Cartagine, a ciò che facesse innamorare la reina de l’amore d’Enea acciò che fusse più sicuro; e [p. 267 modifica]cosi fece. E finge che iunto là, e preso da la reina in collo, credendo che fusse Ascanio, elli inspirò in lei le fiacole de l’amore e fecela innamorare d’Enea; e però dice le parole predette. E da costei; cioè da Venere, ond’io; cioè da la quale Venere io Dante, principio piglio; cioè prendo principio di parlare in questo ottavo canto, Pigliavano; cioè gli antichi, il vocabul; cioè il nome, della stella; cioè del pianeto terzo, che lo chiamavano Venere, Che ’l Sol; cioè lo qual il Sole, vageggia; cioè ragguarda, or da poppa; cioè alcuno tempo dell’anno di rieto da sè, come la poppa è l’ultima parte del naviglio, or dal ciglio; cioè alcuno tempo d’inanzi da sè, come lo ciglio è nel capo, e nella parte d’inanzi. Et in questo si dimostra che questo pianeto, che à confine col Sole, per la sua vicinità alcuno tempo va innanzi al Sole, alcuno tempo lo seguita, alcuno tempo va pari a lui, alcuno tempo va di sopra a lui, alcuno tempo di sotto a lui; e quando va innanzi al Sole, si leva la mattina innanzi al Sole quattro mesi dell’anno, e di rieto al Sole si leva la sera innanti che ’l Sole sia ito al tutto giù ne lo occidente, e dura questo non più che 11 di’, l’altro tempo sta celato; ma in dicianove mesi si trovano ristorati gli appiattamenti e li manifestamenti suoi. E quando va innanti si chiama Lucifer; e quando va di rieto al Sole, si chiama Esperus. Solo questo pianeto fa ombra col suo lume de’ 5 pianeti 6, come fa la Luna; e solo questo pianeto grande tempo sta, che non si cuopre per li raggi del Sole, secondo che dice Marzial Capella, o la mattina che si levi in anti al Sole, o la sera che si levi di rieto al Sole, dura buono spazio lo splendore suo col Sole. E perchè questo pianeto àe a dare influenzia d’amore, lo quale amiore se s’usa in verso le virtù è commendabile, e se s’usa in verso le cose mondane è vituperabile, però nominorno lo detto pianeto Venere la quale si dice madre de l’Onore, e madre di Cupidine; e però finge l’autore nostro che gli uomini, che sono stati nella loro vita amorosi, graziosi, benigni e seguitatori degli onori, sì che poi abbiano seguitato la celeste beatitudine, si rappresentino nel corpo di Venere, come apparrà nel processo. Seguita.

C. VIII — v. 13-30. In questi sei ternari lo nostro autore finge come egli si trovò con Beatrice, montato nel corpo del terzo pianeto, cioè Venere; e come vi trovò alquanti beati spiriti, li quali vennono in verso lui per parlare con lui; e come uditte lo canto loro di tanta dolcezza, che sempre poi n’ebbe desiderio, dicendo così: Io; cioè Dante, non m’accorsi; cioè non viddi come, del salir; cioè del montare del corpo di Mercurio, in ella; cioè nel corpo di Venere: imperò che sono continui li cieli, sicchè niuna cosa di voto è in mezzo, e [p. 268 modifica]però finge questo. Et è la più pressa 7 lunghezza di Venere in verso la terra, secondo che fu detto 8 di Caio, 542 migliaia di miglia e 750 migliaia, e la lungezza più di lungi è 3000 migliaia di miglia e 840 migliaia di miglia, che è lo più presso del Sole; et è l’altezza dell’epiciclo e del corpo che è in su lo epiciclo col suo mezzo; lo quale epiciclo è col suo centro in sul deferente; e la circunferenzia del corpo di Venere è la trigesima nona parte della circunferenzia della terra, che è 132 migliaia di miglia et 800 miglia, sicchè non fu piccola distanzia; ma ben grande, come dice Alfragano nel prealegato luogo, capitolo 22. Ma d’esser’entro; cioè nel corpo di Venere, mi fece assai fede; cioè assai certezza a me Dante, La donna mia; cioè Beatrice, che io; cioè la quale io, viddi far più bella; ch’ella non era prima. Per questa fizione l’autore nostro dimostra che lo nostro levamento e montamento di virtù in virtù non è da noi; ma dalla grazia d’Iddio che, venendo in noi, c’illumina e levaci che noi non ce ne avvediamo, se non che noi ci veggiamo levati; e però finge ch’elli non s’accorse del sallire: ma ben s’avvide d’esservi dentro; e benchè secondo la lettera s’intenda col corpo, si debbe intendere, secondo l’allegoria, co la mente. E che Beatrice diventasse più bella finge per tanto: imperò che quanto più s’innalzava la mente sua a considerare le cose di Dio, tanto più gli piacevano, e tanto più illuminavano la mente sua. E come; ecco che arreca una similitudine, in fiamma; cioè di fuoco, che va suso, favilla; cioè di fuoco, si vede; cioè in essa fiamma, E come; ecco che arreca un’altra similitudine quanto al canto, posta la similitudine de li splendori, in voce; cioè che canti, voce si discerne; cioè si cognosce, Quando una; cioè di quelle voci, è ferma; cioè tiene lo canto fermo, e l’altra; cioè voce, va; cioè in su levandosi, e rede 9; cioè torna in giù calandosi, Vidd’io; cioè io Dante vidd’io, in essa luce; cioè nel corpo di Venere, che era lucido, altre lucerne; cioè altri splendori, e questi erano li spiriti beati li quali si vedeano e cognoscevano, con tutto che fussono splendienti in quello corpo splendido di Venere, come si vedeno le faville del fuoco che volano per la fiamma, Muoversi ’n giro; cioè muoversi con moto circulare, più e men correnti: imperò che tutte non correvano d’un modo; ma qual più, e qual meno; e dichiara la cagione, dicendo: Al modo, credo; cioè io Dante, di lor viste eterne; cioè secondo che ciascuna era allogata nel corpo di Venere: imperò che quella era più presso al centro si movea più tardo, quella che era più dilungi più veloce; e niente di meno lo movimento era [p. 269 modifica]uniforme: imperò che in uno medesimo tempo si compieva lo circulo di quella che andava tarda, che di quella che andava ratta; e ponsi qui eterne per perpetue. Et in questo si manifesta l’allegoria: imperò che dà ad intendere per questo che, mentre che gli uomini sono in questa vita, quale è più sollicito a seguitare la influenzia del pianeto e quale meno, e questo si dimostra nel girare tardo e ratto, sicchè, benché lo fine sia equale, l’operare àe alcuna differenzia nell’essere più sollicito e meno; e niente di meno lo fine è pure uno. Et intendendo di quelli di vita eterna, s’intende che quale àe più fervore e qual meno di carità, e tutti compieno lo giro in uno insieme: imperò che in uno grado sono, e ’l fine è uno; e secondo questo si dò sponere: Al modo di lor viste eterne 10; cioè al modo della loro apprension del sommo bene, la quale eterna è, cioè perpetua: imperò che àe avuto principio e non dè avere fine. Di fredda nube; ora per fare la similitudine tocca quello che dice Aristotile nella sua Metaura 11, cioè che li vapori caldi montati a l’estremo de la terza regione dell’aire ripercossi, da le nebbie fredde si riflettono in alto et agitano l’aire, e l’aire agitato fa vento; e però ben dice Di fredda nube; cioè che è generata da vapori freddi, non disceser venti 12: imperò che sono ripercossi dal suo contrario; e però descendeno, O visibili o no: imperò che alcuna volta sono visibili, alcuna volta no: imperò che alcuna volta vegnano nell’aire chiaro, et allora sono invisibili; alcuna volta, nell’ aire un poco grosso e turbo, et allora sono visibili, tanto festini 13; cioè tanto 14 solliciti e tostani, Che non paressono; cioè li detti venti, impediti; cioè impacciati, e lenti; per rispetto del movimento delli spiriti del pianeto di Venere, A chi; cioè a colui lo quale, avesse Veduto quei lumi; cioè quelli spiriti beati, che erano nel corpo di Venere, divini; cioè dati a Dio, a noi venir; cioè a me Dante et a Beatrice, lassando ’l giro; cioè lassando la revoluzione e rotazione, Pria cominciato; cioè prima cominciato, in gli alti Serafini; cioè nel supremo ordine degli angeli. E per intendere questo, debbiamo sapere che l’autore finge nel canto xxviii di questa cantica che la divinità fusse veduta da lui, come uno punto di sopra et ogni cosa et in mezzo; e che d’intorno da quel punto in più basso luogo si girino [p. 270 modifica]gli ordini degli angeli, l’uno con maggior giro che l’altro, secondo che è più distante dal punto; e quello che è più presso al punto, più ratto si gira che quel che è più dilungo, contrario al movimento dei cieli: imperò che ’l più presso al centro si volge più tardo, e quel che è più dilungi più ratto, e di questo è chiara la ragione: imperò che descrive maggior cerchio; ma ne giri degli ordini degli angeli è altra cagione: imperò che quello, che è più presso a Dio, da maggior fervore di carità è menato, e però più ferventemente si gira intorno a Dio, e quel che è più di lunge, con meno, e però più tardo. E così lo cielo più presso a Dio è girato con maggior fretta, perché è più presso a Dio, e girato per quelli angeli che ànno maggior grado di carità: e quelli che sono più dilungi, con minore rotazione perchè son più dilungi da Dio, e sono girati per gli angeli che ànno minore fervore, e però vanno più tardi, sicchè li Serafini girano lo primo mobile; li Cherubini, l’ottava spera; li Troni, lo cielo di Saturno; le Dominazioni, lo cielo di Iove; le Virtù, lo cielo di Marte; le Potestati, lo Sole; li Principati, Venere; li Arcangeli, Mercurio; li Angeli, la Luna, com’è stato detto di sopra. E come Iddio è prima cagione di tutti questi movimenti stando immobile, e cagiona senza mezzo lo movimento de li angeli, e per mezzo di loro li movimenti de’ cieli; e senza, li movimenti dell’anime umane: e tutto questo movimento è circulare et incominciasi di lassù da’ Serafini; così dice che si giravano quelli spiriti che si rappresentavano nel corpo di Venere, sicchè quelli che erano a la circunferenzia, più veloci che quelli che erano al centro, perchè erano più presso a Dio, e però dice pria cominciato in gli alti Serafini. E dietro a quei; cioè e di rieto a quelli spiriti beati, che più ’nanzi appariro; cioè da quelli che erano rimasi nel giro, che quelli che erano venuti a lui erano usciti del giro, Sonava Osanna; cioè si canta va questa voce Osanna, che viene a dire: Doh fa che salvi ec.; o: Noi ci rallegriamo in te, come fu detto di sopra nel canto passato, ; cioè per sì fatto modo, cioè sì dolcemente, che unque poi; cioè che giammai poi, non fui senza disiro; cioè desiderio io Dante, Di riudir; cioè d’udir cantare un’altra volta così dolcemente Osanna. E come è stato detto di sopra, questo prego si faceva da loro, secondo che finge l’autore, non per loro, che non è bisogno; ma per quegli del mondo. Et allegoricamente intendendo di quelli del mondo, dà ad intendere che quelli che sono in vita contemplativa, sempre cantano a Dio: Doh facci salvi; se non quando sono impediti o interrotti da altri esercizi, come quelli che finge che venisseno a lui: imperò che le menti devote sempre si girano intorno a Dio: imperò che di lui sempre pensano, di lui sempre ragionano, e se discorrono col pensieri per le cose create, partendo dal Creatore, fanno giro per le cose create e [p. 271 modifica]ritornano al Creatore; e quelle, che sono più presso a Dio, col fervore più velocemente ritornano.

C. VIII — v. 31-45. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che di quelli spiriti beati, che vennono in verso lui, uno incominciasse a parlamentare con lui, e dice così: Indi; cioè di poi, si fece l’un; cioè di quelli spiriti beati che erano venuti, più presso; cioè che gli altri, a noi; cioè a Beatrice et a me Dante, E solo; cioè questo spirito, incominciò; cioè a parlare: Tutti siam presti; cioè noi beati spiriti tutti siamo apparecchiati, Al tuo piacer; cioè di te Dante, perchè; cioè a ciò che, di noi ti gioi15; cioè ti giovi di noi. Noi; cioè spiriti beati, ci volgian; cioè ci volgiamo in giro intorno a Dio, come è stato detto di sopra, coi Principi celesti; cioè cogli angeli, D’un giro; cioè per un medesimo cerchio, d’un girare; cioè d’una medesima forma di girare, e d’una sete; cioè e d’uno medesimo desiderio. Tre cose tocca; lo cerchio, lo modo del girare e lo motivo del girare. Lo motivo del girare è lo desiderio che ànno d’Iddio, che come da lui contemplare si diparteno, a lui ritornano: imperò che ’l desiderio loro altremente non sarebbe quietato, se a lui non ritornasseno. Lo cerchio loro è la natura naturata e creata, o vogliamo dire la creatura per la quale discorreno. E lo modo del girare è l’esercizio, a che sono mandati da Dio a mettere ad esecuzione la sua voluntà, come si girano li angeli, Ai quali; cioè angeli, tu; cioè Dante, nel mondo; cioè quando eri nel mondo, già; cioè nel tempo passato, dicesti: Voi che intendendo il terzo Ciel movete. Fece Dante nella sua iovanezza molte canzoni morali, ne le quali parla de l’amor de le virtù, benchè a chi non le intende paia che dica de l’amore mondano, disonesto; et una di quelle incomincia: Voi, che intendendo ec., nelle quali parole dirizzò lo sermone suo ai principati, che ànno a muovere lo terzo cielo di Venere: imperò che della benignità voleva trattare e dello amore onesto che nasce da quella; cioè dalla benivolenzia e da la carità, però incominciò da quelli angeli che ànno, come seconde cagioni, a muovere lo detto pianeto a dare tale influenzia, dicendo Voi; cioè principati, che; cioè li quali, intendendo; cioè co lo intelletto apprendendo la voluntà d’Iddio; e gli angeli si chiamano intelligenzie: imperò che continuamente intendono Iddio, il terzo Ciel; cioè quello di Venere, che è terzo a montare in suso, movete; faccendolo16 girare co la vostra virtù, datavi da Dio et influere giù nel mondo gli suoi effetti non partendovi [p. 272 modifica]però dallo intendere Iddio: imperò che in qualunqua esercizio siano gli angeli, sempre intendono col loro intelletto Iddio, e con loro, dice lo spirito che parla, ch’elli si muoveno: imperò che li beati tornano alla natura angelica. E siam; cioè noi beati spiriti, sì pien d’amor; cioè della carità d’iddio e del prossimo, la quale procede dalla influenzia di quel pianeto, a la quale si dà l’anima umana quando la grazia d’iddio spira, che la voluntà s’applichi ad essa, et in questo applicare sta lo nostro merito, che per piacerti; cioè a te Dante, Non fia men dolce; cioè non sarà meno dolce a noi, che sia lo girare, un poco di quiete; cioè uno poco di riposo e cessamento dal girare per uno poco: tanto è dolce la carità del prossimo, che contenta l’anima che ama lo prossimo in Dio: imperò che la intenzione è sempre a Dio. Possa che gli occhi miei; ecco che, udito la proferta di quello beato spirito, Dante prese licenzia da Beatrice; e però dice: Possa che la ragione mia e lo intelletto, si furo offerti A la mia donna; cioè a Beatrice, riverenti; cioè con atto di riverenzia, et essa; cioè Beatrice, Fatti li avea; cioè li suoi occhi, dice l’autore, di sè; cioè di Beatrice, contenti e certi; cioè che la sua ragione et intelletto comprese che era contentamento di Beatrice che parlasse con quello spirito, Rivolsersi; cioè li miei occhi rivolseno sè, a la luce; cioè a quella beata anima, che promessa Tanto s’avea; cioè a me Dante, come appare di sopra. Questo allegoricamente dimostra che la ragione e lo intelletto di Dante considerasse se era conveniente, secondo la santa Scriltura, ch’elli ponesse questo spirito tra beati; e, poi che ebbe considerato che sì, fingesse che parlasse con lui; e dice che parlò in questa forma, dimandando chi elli era, e però dice: La mia voce fue impressa; cioè spinta, da grande affetto; cioè da gran desiderio, a dir; cioè a dire: Chi siete; cioè voi che avete parlato. Ecco che dimanda chi elli era; e questo finge per avere cagione di nominarlo e dire dei fatti suoi, introducendo lui a parlare di sè e delle sue condizioni e de’ suoi e degli altri. Seguita.

C. VIII — v. 46-57. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che, fatta la dimanda detta di sopra da lui, quello spirito beato divenne più splendido che prima et incominciolli a parlare in quella forma, dicendo: E quanta; cioè come grande, e quale; cioè e come splendiente, vidd’io; cioè Dante, lei; cioè la detta anima beata, far piue; che prima, Per allegrezza nova; cioè che ebbe, quando mi vidde in sì fatto stato, che s’accrebbe; cioè la quale allegrezza s’accrescè 17 per le mie parole; e però ben dice: Quando parlai; cioè io Dante, alle bellezze sue; cioè a lei beata, che nelle bellezze sue si [p. 273 modifica]dimostrava! Cosi fatta; cioè quanto e quale tu m’ài veduto fatta, mi disse; cioè disse a me Dante lo detto spirito, il mondo m’ebbe; cioè ebbe me che ti parlo, Giù poco tempo; cioè nel mondo poco tempo: imperò che poco vissi in sì fatta carità, com’io sono ora, e s’io più fussi stato; cioè giù nel mondo, cioè s’io fusse più vissuto che io non vissi in sì fatta condizione, Molto s’era di mal che non sarebbe: imperò ch’io l’arei stroppiato. Et assegna la cagione per che elli non lo ricognosce, dicendo: La mia letizia mi ti tien celato; cioè me beato spirito a te Dante, Che mi raggia dintorno; cioè la quale allegrezza mi risplende dintorno: per l’amore cresce l’allegrezza, e per l’allegrezza cresce lo splendore nei beati: imperò che più riluce la loro virtù e la loro carità, e me; cioè beato spirito, nasconde; cioè appiatta, che tu non mi puoi vedere, Quasi animal di sua seta fasciato; ecco che fa la similitudine, cioè come li vermi che fanno la seta che si fasciano e rinchiudono nella sua seta ch’elli fanno. Assai m’amasti; cioè amasti me tu, Dante, et avesti bene onde; cioè et avesti ben cagione d’amarmi. Chè s’io fussi giù stato; cioè imperò che, s’io fussi stato nel mondo e vissuto, io ti mostrava; cioè a te Dante, Di mio amor più oltre che le fronde; cioè io t’arei mostrato lo mio amore coi benefici e non co le parole. Come sono differenti li frutti da le foglie: imperò li frutti sono ad utilità e le fronde a bellezza; così le benivole parole sono a bellezza e li benifici sono ad utilità. Questo beato spirito, che l’autore àe indutto qui a parlare, fu Carlo Martello prenze 18 di Taranto, figliuolo del re Carlo Zoppo primogenito e suo fratello, e del re Roberto. Questo Carlo Martello poi fu re d’Ungaria, et a lui, siccome secondo al primogenito, s’appartenea lo reame di Sicilia e di Puglia e di Calavria, el contado di Provenza, lo ducato di Durazzo, lo principato di Taranto, le quali occupò Roberto dopo la coronazione sua; e quel tempo che visse in sì fatto stato fu pogo, et in quello che morì l’autore era intrato in sua grazia, sicchè non seguitte frutto per la morte subita. E però l’autore l’à introdutto, per dire della sua virtù e per introducere lui a parlare del re Roberto; e per la virtù che vidde in lui di carità e d’amore, lo finge beato nel corpo di Venere. Seguita.

C. VIII — v. 58-75. In questi sei ternari lo nostro autore finge come lo prefato spirito, introdutto da lui a parlare, si manifesta ora per lo titulo della signoria che ebbe nel mondo, poichè s’ebbe manifestato per la virtù della carità che ebbe mentre che visse, dicendo. Quella sinistra riva; cioè quella ripa 19 ch’è da mano sinistra, che; [p. 274 modifica]cioè la quale, si lava; cioè s’imbagna, et imbagnando si lava, Di Rodano: Rodano è uno fiume che esce dell’alpe che cingono la Lombardia, e corre per la Francia e per la Provenza, e presso a lui nasce Reno, grandissimo fiume che corre per la Germania et entra nel mare oceano: Rodano si chiama dal nome d’una terra presso alla quale nasce che si chiama Rodi, che l’edificorno quelli che vennono dall’isula Rodi: e divide Rodano la Provenza tutta che fu del contado di Ramondo Berlingier, cioè la parte destra che s’appartiene al re di Francia, e la parte sinistra che s’appartiene al regno di Puglia, poi ch’è misto con Sorga; questo Sorga è uno fiume che è al principio della Provenza, che toccò al regno di Francia e di Puglia: imperò che da Sorga in su è delli altri due re che ebbono l’altre due suore, et entra in Rodano, e Rodano lo porta poi nel mare tirreno. Per suo signor; cioè la Provenza che s’appartiene al reame di Puglia dovea essere signoreggiata da me; e però dice: a tempo; cioè poichè fusse morto Carlo Zoppo mio padre, m’aspettava; cioè aspettava me: imperò che io era secondo al primogenito et a me s’apparteneva la signoria, s’io non ne fussi stato privato dal mio fratello Ruberto, E quel corno d’Ausonia; cioè d’Italia 20: Ausonia fu chiamata Italia, che s’imborga; cioè s’incittadineschi et àe per borgi, cioè per cittadi, le infrascritte città, Di Bari; questa è una città de l’Adriaco, dove incomincia di là dall’Appennino lo regno di Puglia di verso lo mare adriaco, di Gaeta; anco è una città di Campagna in sul mare nostro, e di Catona; o vero di Crottona; questa è anco città di Calavria nell’estremo d’Italia, dove si ruppe l’Italia dalla Sicilia che fu già terra ferma, secondo che diceno gli autori, presso a Reggio; e però dice: Là ove; cioè in quello luogo nel quale, tronco; cioè troncato lo corno di Ausonia e partito dalla Sicilia, sgorga; cioè mette fuora lo mare nostro tirreno, o vero ionio nel mare siculo, e però dice, el verde mare; cioè lo mare nostro tirreno che là pare molto verde, che quando era coniunto sgorgava: pare che l’Italia metta fuora a modo, come uno corno in mare, e su questo corno è la detta città Crotona presso a Reggio, e per questo s’intende la Calvria; e per Bari, la Puglia che è di là dall’Appenino; e per Gaeta lo fine della Puglia di qua, lungo lo nostro mare; e la Campagna; ma non tutta, che parte n’è di Roma; ma quella che è di verso Napoli, s’intende, anco m’aspettava a tempo per suo signore, cioè quando detto mio padre, cioè Carlo, fusse morto. E per questo s’intende che lo regno di Puglia, Calavria e [p. 275 modifica]Campagna anco s’appartenea a lui; lo quale regno era partito: imperò che parte era principato, siccome Taranto; e però si diceva Carlo prinze di Taranto, e parte era ducato, cioè la Calavria; e però l’altro fratello Roberto fu detto duca di Durazzo; ma tutto serebbe venuto a lui, se fusse vissuto. Altro testo è che dice, Da ove; cioè da quel luogo in su, nel quale, Tronto; che è uno fiume che parte la Romagna da la Puglia, siecchè è tra Bari et Asculi, e Verde; che è uno altro fiume che entra in Tronto, sgorga; cioè esce e mette l’acqua, la sua, in mare; cioè l’uno e l’altro nel mare adriaco; e così tocca li termini di versi ponente, e tocca tre citta; Gaeta di Campagna, Bari di Puglia, e Crotona di Calavria, per toccare tutte e tre parti; cioè Campagna, Puglia e Calavria. Fulgeami già in testa la corona: imperò che già era fatto re d’Unaria, vivente lo padre, Di quella terra che ’l Danubio; cioè la quale lo Danubio, che è fiume d’Ungaria, riga; cioè bagna: lo Danubio è uno grande fiume che si chiama per altro nome Istro. et esce dei monti di Germania, d’uno monte che soprasta ai Franceschi, Taurici: sessanta fiumi navigabili riceve in sè. Per sette bocche entra in mare, dei quali lo primo si chiama Peuce; lo secondo, Naracustoma; lo terzo, Calostoma; lo quarto, Pseudostoma; lo quinto che si chiama Boreostoma; e lo sesto, Spireostoma, sono più cheti che tutti gli altri; lo settimo sta pigro a modo d’uno stagno. Li quattro di prima sono sì grandi, che per 56 migliaia di passi non si mesculano col mare: questo fiume, poi che esce della Magna, va per l’Ungaria; e però dice l’autore: Di quella terra che ’l Danubio gira e riga; cioè d’Ungaria, Poi che le ripe tedesche abandona; cioè poi che esce della Magna, E la bella Trinacria; cioè Sicilia, che si chiama Trinacria da tris 21 e nacros; cioè da tre monti altissimi che à, cioè Peloro, Pachino e Lilibeo, che; cioè la quale, caliga; cioè oscura e fa fummo, Tra Pachino e Peloro; cioè tra quelli due monti, cioè per Etna, che è uno monte, cioè colle molto alto in mezzo dei sudetti, lo quale soleva gittare sassi accesi, li quali cadevano in mare e diventavano piumice; ora non gitta se non fummo, sopra ’l golfo; cioè sopra lo mare adriaco che si chiama golfo di Venezia; e per questo s’intende che Peloro sia di verso la terra ferma, cioè inverso Reggio, Catona e Pachino in verso lo mezzo di’, et in mezzo è Etna, sicchè questi tre monti sono di verso l’oriente, e di verso l’occidente è Lilibeo e gitta la punta in verso l’Affrica, sicchè la Sicilia viene come scudo quasi, Che; cioè lo quale golfo di Venezia, riceve da Euro; cioè da quello vento che si chiama Euro, che viene dalla parte orientale, che è lo mezzano dei tre [p. 276 modifica]venti che vegnano quinde, cioè Subsolano, Euro e Vulturno, e da questo riceve, maggior briga; lo golfo di Venezia, che dagli altri due, o da tutti gli altri venti; e però dice: Non per Tifeo; questo si dè dare al verbo caliga: imperò che vuol dire che non fa fummo Etna per lo gigante Tifeo, che fingeno li Poeti che sia posto sotto la Sicilia: imperò che, fulminato da Iove nella battaglia di Flegra, fu portato da l’impeto della saetta quine, dov’è Sicilia, et in sul capo li fu posto Etna, et in sul braccio diritto Peloro, et in sul braccio sinistro Pachino, et in su le gambe Lilibeo; e fingeano li Poeti che gittasse fuoco per la bocca, e questo diceano che era lo fuoco che uscia d’Etna, sicchè l’autore nega questo dicendo, che non è vero; ma è stato finto da’ Poeti, ma; caliga, s’intende, per nascente zolfo; ecco che rende la vera cagione naturale, cioè che Etena, solfano 22, et in quelle caverne del monte s’inchiudeano venti li quali accendevano lo detto solfano, e questo fuoco ardea li sassi e cercava d’uscire fuora et in quello faceva un grande romore, e poi schioppava fuora la pietra accesa; ma al tempo dell’autore, mancata la materia del solfano, non gittava se non fummo, Attesi; cioè obediti, avrebbe li suoi regi; cioè la bella Sicilia, de la quale è detto di sopra, ancora; che non li attende ora, Nati; cioè li regi, per me; cioè per la mia stirpe, di Carlo: imperò ch’io sono disceso da Carlo primo, conte di Provenza e di Pittavia, mio avo che prima ebbe lo regno di Sicilia e di Puglia, e di Ridolfo; cioè nati del duca di Sterlich 23, la cui figliuola ebbe per donna lo detto Carlo Martello. E per questo dà ad intendere che anco la Sicilia sarebbe stata sua e dei suoi figliuoli, se ’l fratello Roberto non gliela avesse levato. Questo Carlo re d’Ungaria ebbe tre figliuoli maschi della detta sua donna; cioè Ludovico, Andrea e Stefano; e due figliuole femine. Ludovico, come primo genito, rimase re d’Ungaria; Andrea fu preso per genero dal re Roberto, e fu dato per marito a la figliuola a la reina Ioanna, la quale, poi che fu re, fu strozzato e fatto morire dalla figliuola, fu una femina chiamata Clemenza de la quale si dirà di sotto. E però ben dice che ’l regno di Sicilia serebbe stato suo, se prima per mala signoria non fusse stata ribellata: imperò che si ribellò infine al tempo del re Carlo primo, suo avo, cioè nel 1282 in cal. aprile. E però lo suo parlare è in questa forma: E la Sicilia anco sarebbe stata mia e de’ miei eredi, se prima non si fusse ribellata, come l’altre parti del regno: imperò ch’ella è del titulo del regnerò però seguita: Se mala signoria; questo dice, perchè lo re Carlo primo aveva messo sì fatti officiali in Palermo e nell’altre cittadi di Sicilia, che [p. 277 modifica]nel 1282 in cal. aprile Palermo si ribellò dal re Carlo, et ucciso lo iustizieri che v’era per lo re con tutti li Franceschi che v’erano con lui, fece ribellare anco Messina, poco stante, e tutte l’altre terre di Sicilia; e moltitudine grande di Franceschi, che v’erano per lo re Carlo, vi furno morti con ferro e fuoco, e molti messi in prigione; et allora intrò don Piero re di Ragona in Sicilia, mandato sua ambasciaria ai Siciliani proferendosi loro; et allora concordevilmente fu eletto da’ Siciliani per re. E perchè la Sicilia si perdè per mala signoria, però finge l’autore che Carlo Martello dica che sarebbe stata sua e de’ suoi figliuoli, se non fusse stato occupato lo regno dal fratello, e se la Sicilia non fusse stata perduta prima; e però dice: Se mala signoria; fatta per li Franceschi in Sicilia, che; cioè la quale, sempre accora; cioè fa gagliardi, Li populi subietti; li populi sottoposti, quando si vedeno mal signoroggiare, si disperano e diventano gagliardi contra li signori, e ribellanosi, non avesse Mosso Palermo; questa è una delle migliori citta di Sicilia, a gridar: Mora, mora; cioè lo iustizieri e li altri Franceschi che v’erano. E qui finisce la prima lezione del canto ottavo, seguita la seconda.

E, se mio frate ec. Questa è la seconda lezione del canto ottavo, nella quale l’autore finge come Carlo Martello continuò lo suo ragionamento con lui, parlando delle condizioni del re Roberto, onestamente et occultamente riprendendo la sua avarizia, reflettendo la colpa nelli officiali, rispondendo a’ dubbi che l’autore mosse. E dividesi tutta in sei parti: imperò che prima finge che parlasse delle condizioni del re Roberto; nella seconda finge com’elli mosse uno dubbio al detto spirito, cioè come possa essere che di buono seme esca mal frutto, et incominciasi quine: Però ch’io ec.; nella terza finge che lo detto spirito incominciasse a rispondere al dubbio ponendo questa conclusione, cioè che ogni cosa è proveduta da Dio, et incominciasi quine: Lo Ben, che tutto ec.; nella quarta finge che adiunse un’altra conclusione, cioè che al vivere civile conviene essere diversità di condizioni, et incominciasi quine: Ond’elli ancora: ec.; nella quinta finge come argomentando conchiuse unde era la diversità delle cose, et incominciasi quine: La circular Natura, ec.; nella sesta finge come ragionando dichiarò unde era che in una medesima condizione uno vi vale et un altro no, et incominciasi quine: Sempre Natura, ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo coll’allegorica e litterale esposizione.

C. VIII — v. 76-84. In questi tre ternari lo nostro autore finge come, continuando Carlo Martello lo suo ragionamento, discese a parlare della condizione del suo fratello; cioè del re Roberto, riprendendolo della avarizia sua e delli officiali catalani avarissimi ch’elli teneva, dicendo: E, se mio frate; cioè lo re Roberto, questo; cioè [p. 278 modifica]che detto è di sopra, cioè che mala et iniusta signoria fa ardire li popoli sudditi di ribellarsi da’ suoi signori, antivedesse; cioè s’avvedesse inanti, L’avara povertà di Catalogna; per questo s’intende ch’elli avea per officiali catalani li quali erano poveri, e sì perchè erano avari, e per questo facevano mal trattamento dei sudditi; e sì perchè erano poveri e sì perchè erano avari. E mostra che sia comune dei Catalani d’essere avari e poveri; altramente si può intendere, cioè ch’elli fuggerebbe l’avarizia la quale è una povertà, e perchè è comune vizio dei Catalani d’essere avari e per consequente poveri: imperò che, come dice Orazio ne le Epistole nel libro primo: Semper avarus eget: certum voto pete finem. Però dice di Catalogna, ove è ben noto che ’l re Roberto fu avaro e raunò molto tesoro in una sua torre che si chiama la Bruna, e questo fece per mezzo de’ suoi officiali. Ebbe, secondo ch’io truovo, per donna la figliuola di don Iacomo re di Ragona, e però è verisimile che avesse officiali catalani e provigionati e soldati, Già fuggerea 24; cioè la detta avarizia e li detti officiali che nolli terrebbe in suo regno, perchè noll’offendesse; ecco che assegna la cagione, cioè perchè nolli facesse offesa, e quasi pronostica perchè lo debbia offendere. Chè veramente; cioè imperò che veramente, proveder bisogna; cioè bisogno è di provedere a quel ch’i’ ò detto, Per lui o per altrui; cioè o per lui o per lo suo consiglio, si; cioè per sì fatto modo, ch’a sua barca; parla per quello colore che si chiama permutazione, dicendo che lo suo reggimento è gravato quanto può portare, sicchè non vi faccia iunta: imperò che, iungendovi andrebbe a basso, come la barca quando è caricata et iungavisi più che non può portare va a fondo; e però dice: Carcata; cioè quanto può portare: avea tanto gravato li sudditi elli quanto poteva e però guardassesi di gravagli 25 più, cioè di lasciargli gravare ai suoi officiali catalani avari: imperò che non potrebbe sostenere, più di carco non si pogna; che abbia ora, o che possa portare. La sua natura; cioè la condizione di mio frate, cioè del re Roberto avara, che di larga parca; cioè la qual condizione di larga ventura, Discese: imperò che discese da quelli antichi re che aveano loda e fama di largezza, e così loda li suoi ch’egli erano largi 26 a chi meritava, et ogni uno non accettavano, et ad ogni uno non davano provigione; ma sì a chi n’era degno, e non curavano di raunare come curava egli, avria mestier; cioè bisogno, di tal milizia; cioè di tali officiali; e pone la milizia per gli uficiali: ogni esercizio si può chiamare milizia, unde [p. 279 modifica]Orazio: Militat in silvis catulus, nelle sue Epistole nel libro primo, Che; cioè la quale milizia, non curasse di mettere in arca; cioè non curasse d’avanzare per mettere nella torre della Bruna, che era in Napoli dove era lo tesoro del re Roberto; e non facesse maggiore oppressione ai sudditi che possine portare. E nota che l’autore parlò qui molto cautamente: imperò che, intendendo le parole simplicimente, pare ch’egli ponga la colpa dell’avarizia nelli officiali, et allora si dè intendere ch’elli erano catalani poveri et avari; et elli, che era disceso da largi progenitori, non sapeva loro essere avaro e dava loro maggiore provigione che non poteva e lassavali rubare ai sudditi. Altremente le parole, come è detto di sopra, si può arrecare a lui; e però pigli lo lettore quel che vuole. Ma qui si può muovere uno dubbio testuale: imperò che pare che l’autore contradica a sè: imperò qui dice che lo re Roberto era disceso da larghi e nel canto xx della seconda cantica, dove induce a parlare Ugo Ciappetta, dice che Carlo Zoppo padre del re Roberto dovea essere avaro, predicendo che dovea vendere la figliuola al Marchese da Esti, et esclama dicendo: O avarizia, che puoi tu più farne ec. A che si può rispondere che, benchè Carlo Zoppo avesse quella avarizia, fu largo in verso li suoi sudditi come erano stati anco largi li suoi; ma lo re Roberto stralignava in questo da’suoi, o così si può dire che non si contradice.

C. VIII — v. 85-96. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come egli mosse lo dubbio al detto spirito col qual parlava 27; e come li promisse di dichiararlo, dicendo così: Però ch’io credo; dice Dante a lo spirito predetto; imperò ch’io Dante credo, cioè questo, signor mio; ecco che chiama l’autore quello spirito signore 28, che l’alta letizia; cioè grande e profonda, Che ’l tuo parlar m’infonde: cioè la quale lo tuo parlare infonde e mette nel mio cuore, Per te si veggia; cioè per te Carlo si vegga la mia letizia profonda, che io ò di te, che ti veggio in istato di beatitudine, e del tuo vertuoso parlare, come la veggio io; Dante la mia letizia; e dove la vedi? Là v’ogni ben si termina: cioè in quello luogo nel quale ogni bene si finisce, e s’inizia; cioè et incominciasi, cioè in Dio unde viene ogni bene, e dove torna ogni bene, Grata m’è più; cioè più m’è a grado la mia letizia, che non sarebbe se io credesse che tu non la vedessi com’io, et anco questo ò caro; cioè io Dante anco questo ò caro, cioè Perchè ’l discerni; cioè lo cognosci che io credo questo, rimirando in Dio; cioè riguardando in Dio, nel quale riluce ogni cosa siccome ne lo specchio, sicchè perch’io credo che tu veggi la [p. 280 modifica]mia letizia in Dio come la veggio io, m’è a grado et anco m’è caro che tu veggi in Dio, ch’io lo credo; e puòsi intendere: et anco questo; cioè lo parlar tuo, ò caro; cioè io Dante, Perchè ’l discerni; cioè lo vedi quello che tu parli, rimirando in Dio; dove si vede ogni vero. Ecco che mostra l’autore avere caro la riprensione fatta onestamente et occultamente dell’avarizia del re Roberto. Fatto m’ài lieto; cioè col tuo parlare, cioè tu, Carlo, e così mi fa chiaro; di questo dubbio ch’io ti dimando ora, Poi che parlando; cioè tu, Carlo, a dubitar m’ài mosso; cioè me Dante: imperò che dicesti di sopra: La sua natura che di larga parca Discese ec.; nelle quali parole si comprende che l’uomo dè seguitare li costumi e la natura de’suoi antichi, unde addiviene che spesse volte et in tutti più uomini si truova lo contrario, come nel re Roberto che discese da larghi, et elli fu avaro, Come uscir può di dolce seme amaro; cioè come può essere che di dolce seme nasca amaro seme, e così di dolce padre esca amaro figliuolo, e di tristo padre alcuna volta buono figliuolo: questo è quello ch’io ti dimando che tu mi dichiari. Quest’io; cioè questo dubbio io Dante, a lui; cioè a Carlo mossi, et elli; cioè Carlo rispuose, a me; cioè a Dante: S’io posso Mostrarti; cioè se io Carlo potrò mostrare a te Dante, un vero; cioè una verità, a quel che ne dimandi; cioè a quello dubbio, del quale tu dimandi, Terrai ’l viso; cioè lo vedrai chiaro, come si vedono le cose che l’uomo à innanzi li occhi, come tieni ’l dosso 29: le cose che l’uomo àne dopo le spalle non vede; e però a dubbio di che l’omo non vede la verità, allora vi tiene lo volto. Seguita.

C. VIII — v. 97-114. In questi sei ternari lo nostro autore finge che lo spirito beato rincominciasse a dichiarare lo dubbio mosso di sopra, ponendo questa conclusione; che ogni cosa che avviene è proveduta da Dio per lo meglio, dicendo così: Lo Ben; cioè sommo, che è Iddio, che; cioè lo quale, tutto ’l regno; cioè del cielo, che; cioè lo quale, tu scandi 30; cioè tu, Dante, monti mentalmente secondo l’allegoria; ma secondo la lettera corporalmente, Volge: imperò che Iddio è prima cagione della revoluzione che fanno i cieli, e contenta; cioè insieme tiene in concordia e fa durare, fa esser virtute Sua providenzia; cioè fa che la virtù informativa di questi cieli opera nelle cose sotto poste a loro, secondo la sua providenzia, in questi corpi grandi; cioè in questi cieli che sono corpi grandi ne’ pianeti e nelle stelle che sono corpi grandi, come è stato dichiarato di sopra. E non pur le nature provedute; cioè e non provede pur [p. 281 modifica]Iddio le cose che debbono venire; ma Io meglio dell’universo, Son ne la mente; cioè divina, ch’è; cioè la quale è, da sè; cioè per sè medesima, non per altra cosa fuor da sè, perfetta: imperò che la mente divina è da sè perfettissima: imperò che in essa tutte le cose create, che sono state e che sono e saranno, sempre sono colla sua perfezione, Ma esse; cioè cose che veguano ad essere, insieme co la lor salute; cioè non solamente sta nella mente divina l’essere di ciascuna cosa che si produce; ma anco lo benessere e lo meglio, secondo l’universo almeno, se non per rispetto di sè: Iddio è sommo bene, e non può volere se non bene; e però sempre provede che la cosa avvegna secondo lo meglio dell’universo e non secondo la parlicularità della cosa: imperò che ’l bene comune avanza lo bene proprio. Perchè; cioè per la qual cosa seguita questo, cioè: quantunche; cioè ogni cosa la quale, questo arco 31; cioè della virtù informativa de’ cieli e de’ pianeti e de le stelle, saetta; cioè come saetta percuote e fa venire al suo effetto, Disposto; cioè ordinato da essa virtù, cade; cioè avviene, a proveduto fine; cioè al fine, che Iddio àe proveduto co la sua providenzia, Sì come cosa in suo segno diretta. Continua la similitudine dell’arco: àe posto che la virtù informativa dei corpi superiori sia l’arco: e le influenzie produtte nella natura siano le saette; e lo segno, in che perquoteno queste saette, sia lo fine ordinato dalla divina providenzia; cioè l’effetto che Iddio vuole: imperò che li cieli ogni cosa produceno al fine, che à ordinato la Divina Providenzia. Et ora pruova questo per lo inconveniente che ne seguiterebbe, se questo non fusse dicendo: Se ciò; ch’io ò detto, non fusse; com’io òne detto, il Ciel; cioè tutti li cieli co le stelle e co li pianeti, che; cioè lo quale, tu; Dante, cammine; cerchi mentalmente quanto al vero, e corporalmente secondo la fizione, Producerebbe sì li suoi effetti; cioè se non desiderassono al proveduto fine, Che non sarebber arti; cioè non sarebbono cose fatte con ordine e con ragione come fanno quelle dell’arti, ma ruine: imperò che andrebbono le cose senza ordine e con temerità. E ciò esser non può; cioè che le cose vadano senza ordine, se l’intelletti; ciò gli angeli, Che muoven queste stelle; cioè questi cieli e le stelle e li pianeti, che sono in essi, non son manchi; cioè defettuosi et imperfetti, E manco ’l primo; cioè Iddio che è principio d’ogni cosa, che; cioè lo quale, nolli à perfetti; cioè non gli avesse fatto perfetti. E questo non può essere, dunqua seguita lo giro che Iddio che è perfettissimo àe fatto perfetti gli angeli, et egli perfettamente moveno li cieli; dunqua li cieli perfetti effetti induceno e non disordinati e defettivi; unde ben dice Boezio nel iv della [p. 282 modifica]Filosofica Consolazione: Quis enim, coercente in ordinem cuncta Deo, locus esse ullus temeritati reliquus potest? — Vuoi; cioè, tu; Dante, che questo ver; cioè questa verità la quale io t’ò detto, cioè che le cose tutte vegnono al fine che la providenzia di Dio àe proveduto, sempre provedente lo meglio per l’universo, più ti s’imbianchi; cioè più ti faccia chiaro? Et io; cioè Dante rispuosi, s’intende: Non già; voglio, perchè impossibil veggio; cioè tutto questo che seguita, Che la Natura; cioè naturante, che è Iddio, stanchi; cioè vegna meno, in quel, che è opo; cioè nelle cose necessarie. Et anco questo è vero della natura naturata come dice lo Filosofo: Natura nunquam deficit in necessariis; e se alcuna volta si truova venire meno, questo è per difetto della materia, et è contra noi. E così appare una maggior proposizione essere vera, cioè che ogni cosa è produtta al suo fine della virtù informativa dei cieli e dei pianeti e stelle secondo la providenzia d’Iddio, secondo che è meglio per l’universo. E però adiunge in questa altra parte la prova della minore, cioè meglio è che gli uomini siano di diverse condizioni che se tutti fussono di una per l’universo; dunqua seguita la conclusione che la providenzia di Dio sia cagione della diversità dei generanti da’ generati, che è la risposta del dubbio mosso di sopra; cioè come può essere che di buon padre esca tristo figliuolo et e contrario? Lo padre ben genera simile a sè in specie; ma non in’individuo: però che altri accidenti ànno li figliuoli che i padri, e l’uno uomo che l’altro, seguitando la providenzia d’Iddio. Seguita.

C. VIII — v. 115-120. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come lo spirito beato, introdutto a parlare, pone la pruova della minore posta di sopra, adiunta a la maggiore; cioè meglio è per l’universo che gli uomini siano di diverse condizioni, che se tutti fusseno d’una; e questo si pruova per questa ragione: Meglio viveno li uomini insieme che li solitari; e vivere insieme non si può se non con diversi offici, dunqua meglio è che gli uomini siano di diverse condizioni che se tutti fussono d’una. La maggiore è vera, perchè l’uomo è compagnevile animale e naturato a vivere accompagnato, sicchè meglio è la vita civile che solitaria. La minore è vera; che a vivere insieme convegnano gli uomini essere di diverse condizioni, come dice lo Filosofo, e così seguita la conclusione. Dice adunqua 32 così Ond’elli; cioè per la qual cosa elli, cioè Carlo, ancora; cioè oltra quello che detto è adiunse per modo di dimando: Or dì; cioè tu, Dante, serebbe il peggio; cioè per l’università degli uomini; e però dice: Per l’omo; cioè per gli uomini, se non fusse cive in terra; cioè se non, fusse in terra, cioè nel mondo, insieme l’uno coll’altro? [p. 283 modifica]Cive è vocabulo di Grammatica che viene a dire cittadino, e tanto viene a dire in quanto convivente, cioè insieme vivente: civis si dice da con e vivo, vivis, cioè, convivens; — Sì, rispuosi io; ecco che finge che desse la risposta a quella dimanda, cioè che ’l peggio serebbe se gli uomini vivessono separati e non insieme nella città: imperò che sarebbono rubbati e sforzati l’uno dall’altro, e qui ragion non cheggio; ecco che dice che questo è tanto chiaro, che non à di ragione bisogno. E puot’elli; cioè l’uomo, esser; cioè cive, cioè che stia nella città cogli altri a vivere insieme, se giù; cioè nel mondo, nella città, non si vive Diversamente per diversi offici; cioè che l’uno faccia uno esercizio e l’altro un altro? No; ecco che risponde elli stesso che no; et assegna la cagione, cioè l’autorità del Filosofo ne la Politica, e però dice, se ’l maestro vostro; cioè lo filosofo Aristotile nella Politica, ben vi scrive; cioè scrive lo vero; come si manterrebbe la verità e la città e gli uomini insieme, se tutti fussono d’uno esercizio? Chiaro è che non si potrebbe mantenere. Sì venne deducendo; dice Dante che ’l prefato spirito venne estendendo la sua pruova de la minore posta di sopra per lo modo detto di sopra, dimandando e rispondendo, infine a quici 33; cioè infine a questo punto. Possa conchiuse; e che? cioè la minore suddetta, cioè: Dunque esser diverse Convien dei vostri effetti le radici; cioè che le condizioni e disposizioni degli uomini siano diverse, da le quali procedono diversi effetti. Et ora adiunge la conclusione del primo argomento che solve lo dubbio, dicendo: Per ch’un; cioè per la qual cosa l’uno, cioè uomo, nasce Absalon; questi fu figliuolo del re David e fu bellissimo e ribellossi dal padre e combattette contra di lui, e pollo 34 qui l’autore per esemplo dei tristi figliuoli che nascono di buon padre, e l’altro Serse, s’intende, nasce: questo Serse fu figliuolo di Dario, lo quale privato acquistò lo regno degli Assiri, e fece grandi cose; ma Serse anco le fece maggiori di lui, L’altro Melchisedech; s’intende, nasce: questo fu 35 sacerdote, siccome appare nella Bibbia, e l’altro quello; che nasce, s’intende, Che; cioè lo quale, volando per l’aire il figlio perse; cioè perdette: questi fu Dedalo che fu omo di grande ingegno, per lo ingegno del quale nacque lo Minotauro, questi fece la prigione al Minotauro, questi fece l’ali a sè et al figliuolo Icaro, e volò fuora della prigione del re Minos; nel quale volamento affogò lo figliuolo Icaro in mare. Tutte queste istorie sono state già dette nelle parti precedenti, c così appare la diversità dei costumi e delle condizioni degli uomini.

C. VIII — v. 127-138. In questi quattro ternari lo nostro autore [p. 284 modifica]finge che lo spirito sudetto, continuando lo suo parlare, conchiude unde divenga la diversità de’ generati da’ generanti, che fu la conclusione dell’argomento primo, dicendo così: La circular Natura; cioè la natura informativa dei cieli, che sempre girano: intende di sopra gli uomini, ch’è; cioè la quale è, suggello 36: imperò che imprime le sue influenzie nelle cose del mondo, come lo suggello imprime la sua figura nella cera; e però dice: A la cera mortal; cioè agli uomini, che sono come cera atti a ricevere la sua impressione, fa ben sua arte; cioè dello imprimere le sue influenzie giù negli uomini, Ma non distingue l’un da l’altro ostello; cioè non divide nello imprimere l’uno abbergo 37 dall’altro; cioè li cieli e li pianeti e le stelle mandano giù nelli uomini le sue influenzie; ma non distintamente che la influenzia della cortesia vegna nelli figliuoli di Piero che è cortese, e quella dell’avarizia ne’ figliuoli di Martino ch’è avaro; ma viene sopra tutti indistintamente, et opera in chi la providenzia d’Iddio provede e dispone a ricevere, secondo che essa providenzia distintamente provede. E però alcuna volta l’avarizia viene, et anco sopra due figliuoli nati d’un padre e d’una madre e d’uno parto, vien diversa influenzia come Iddio provede che l’uno disporrà a ricevere l’una influenzia, e l’altro la contraria, sempre per lo meglio almeno dell’universo; e però dice: Quinci; cioè a questa cagione che la virtù informativa dei cieli opera, non secondo proprietà; ma universalmente, e che la providenzia d’Iddio provede che uno la riceva e l’altro no, e con ciò sia cosa che molte influenzie vegnano ad una ora da’ cieli, et uno omo ne piglia una et uno altro un’altra, secondo che Dio provede, avviene; questo ora dice, cioè, ch’Esau si diparte Per seme da Iacob: Esau et Iacob furno figliuoli d’Isach, figliuolo d’Abram, e nacqueno d’uno padre e d’una madre, e d’uno parto et ad una ora; e niente di meno l’uno, cioè Esau, fu bellicoso; e l’altro, Iacob fu pacifico. Ecco che, ben che fusseno d’uno seme, l’uno si partì dall’altro per condizione e disposizione; e benchè li cieli mandasseno le loro influenzie, all’uno s’applicò l’una et all’altro l’altra, secondo la Providenzia Divina, e vien Quirino; questo Quirino fu Romulo, del quale fu detto di sopra, di tanta animosità e magnificenzia d’animo che fece Roma, e fu chiamato Quirino perchè sempre portava uno lanciato in mano, e perchè quiris viene a dire l’asta, e però Quirino viene a dire astato; e però furno chiamati poi li Romani Quirites, — Da sì vil padre; ecco che Romulo, che fu così virtuoso, nacque di padre vile et ignoto; [p. 285 modifica]e però li Romani, per cessare la infamia della loro origine, compuoseno la fizione che Romulo e Remo nacqueno 38 di Marte; e però dice: che si rende a Marte; cioè la sua genitura. Natura generata; cioè umana, sempre farebbe il suo cammino; cioè lo suo processo, Simil; cioè simigliante e rispondente, ai generanti 39; cioè a le influenzie et a le vertù informative dei cieli generanti quelle influenzie, Se non vincesse ’l proveder divino; cioè se non vincesse la Providenzia Divina, che fa che l’uno la ricevere l’altro no, e l’uno meno e l’altro più, intanto che non si possono trovare due uomini che siano al tutto d’una medesima condizione e disposizione; e così è risposto a la dubitazione. E però dice: Or; cioè ora, quel che t’era dietro; cioè che nol vedevi, t’è davanti: imperò che ora lo vedi. Ma perchè sappi; cioè tu, Dante, che di te mi giova; finge Dante che dica lo spirito che àe indutto a parlare infine a qui, per farlo attento, Un corollario; cioè una conclusione vera che nasce da le predette che non è del proposito: che cosa sia corollario di sopra è stato detto, voglio; cioè io Carlo, che t’ammanti; cioè adorni te Dante.

C. VIII — v. 139-148. In questi tre ternari et uno versetto l’autore nostro pone lo corollario, che finge che dicesse Carlo soprascritto, dicendo così: Sempre Natura; cioè 40 la disposizione e condizione di ciascuno uomo naturata in lui, secondo la providenzia d’Iddio, da la virtù informativa dei cieli, se fortuna; cioè attitudine et evenimento, trova Discorde a sè; cioè che non risponda a la inclinazione dell’uomo, siccome uno che sia atto, secondo la sua inclinazione, a le scicnzie et elli nasca figliuolo d’uno contadino che lo metta a lavorare la terra, questi àe avuto fortuna discordevile a la sua inclinazione; e però dè seguitare quel che dice, cioè: fa mala prova; cioè non è mai tale uomo buono lavoratore, com’ogni altra semente Fuor di sua ragion; fa mala prova, s’intende. Ecco che àe arrecato la similitudine: Arreca l’andattulo da Tunizi in Italia e vedrai che non frutterà. E se ’l mondo; cioè e se gli uomini del mondo, laggiù; cioè di sotto, ben dice laggiù perchè secondo la fizione era nel terzo cielo, ponesse mente Al fondamento; cioè a la inclinazione che l’omo à naturalmente, che; cioè la quale, Natura 41 pone; cioè la virtù informativa dei corpi celesti, secondo la Providenzia Divina, Seguendo lui; cioè quel fondamento, avria buona la gente: imperò [p. 286 modifica]che ciascuno sarebbe più industrioso in quel che la natura lo inclina, che nell’altro. E però si dice che gli Romani una volta ordinorno una scuola a la quale si mandavano tutti li fanciulli, e lo maestro era solamente a vedere a che più lo fanciullo s’inclinava; e però se vedevano che s’industriasse meglio ad una cosa che ad un’altra, a quella lo mettevano. Ma voi torcete; cioè voi uomini del mondo li vostri figliuoli piegate ad altro che non sono atti; e però dice: a la religione; cioè faccendolo per povertà di non poterlo nutricare lo padre religioso lo figliuolo, Tal; cioè di tale e sì fatta condizione, che si nato; cioè sia naturato, secondo la sua inclinazione, a cingersi la spada; cioè ad essere armigero, E faite re; voi uomini del mondo, di tal; cioè d’uomo di sì fatta condizione, ch’è da sermone; cioè che, secondo la sua inclinazione naturale, serebbe da essere religioso per sermocinare e predicare, Unde; cioè per la qual cosa; ecco che conchiude: la traccia vostra; cioè lo cammino vostro, è fuor di strada; cioè fuora della via diritta, e però vi smarritte, e non venite al debito fine delle vostre industrie. E qui finisce l’ottavo canto, et incominciasi lo ix.


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Note

  1. Da - Venus - a - come - giunta del Magl.
  2. Prona ; chinata, inchinevole, pieghevole, dal pronus latino. E.
  3. C. M. bellissima femmina come si dirà di sotto: imperocchè si trova che fanno quattro Venere di diverse condizioni e di diversi padri nate, e dice Ciprigna:
  4. C. M. mobile, e poi col suo erratico, nel terzo
  5. Baco; Bacco indifferentemente usalo dagli antichi, siccome Nettuno e Nettunno ec. E.
  6. C. M. col suo lume oltre lo Sole e la Luna ; e solo
  7. Pressa ; prossima, vicina, aggettivo adoperato eziandio nel canto xxxii di questa medesima cantica in grado superlativo. E.
  8. C. M. detto di Mercurio, 542
  9. Rede, riede, torna, cavatone via l’i come in lumera, vene per lumiera, viene. E.
  10. Il Gioberti nota come Dante qui parli delle anime luminose a guisa di lucerne più e men correnti, dove vista vale intelligenza, metessi. Viene indicata la disparità della perfezione intellettiva infra’ beali, simboleggiata dal moto loro più e meno sollecito. Appellasi vista la virtù intellettiva: perocchè la forma dello intelletto è la visione di Dio, nominata da Platone, occhio dell'anima. E.
  11. Metaura; grecamente μετεωρολογία E.
  12. C. M. venti; cioè vapor caldi ripercossi
  13. Festino; presto, ratto, veloce dal festinus latino. E.
  14. C.M. tanto ratti, Che
  15. Gioi; giovi, come lo interpetra il nostro Chiosatore, ed allora ne sarebbe tolto via il v come in avea, bei, ruvina ec. per aveva, bevi, ruvina. Che se poi ne piacesse d’intendere così: Perchè di noi ti godi, allora gioi verrebbe da gioiare, adoperato ancora da Guido Guinicelli «Gioia lo cor». E.
  16. Faccendo, facciendo oggi non saria più da adoperare; ma solo facendo. E.
  17. Accrescè; desinenza regolare e primitiva dall’infinito accrescere, come perdè, succedè da perdere, succedere e via dicendo. E.
  18. Prenze, prence, per il facile scambio del c in z come merze, trezze per merce, trecce e cotali.
  19. C. M ripa d’Italia ch’ è
  20. C. M. d’Italia, che fa chiamata Ausonia da Ausono re di quella; e dice corno: imperò che lo regno dì Pullia era come uno corno torto, stretto prima e poi si dilata, come lo corno; e comincia stretto di ver ponente e finisce largo di ver levante nella Calavria, che s’imborga;
  21. Trinacria deriva da due parole greche τρία, tre ed ἄκρα, cima promontorio, rocca, sommità frammessovi ν n per cagione eufonica. E.
  22. C. M. cioè che il monte Etna produce solfaro, et — . Solfano, solfaro, solfo. E.
  23. Sterlich, Osterlich, Austria. E.
  24. Fuggerea e poco più innanzi il commentatore à detto fuggerebbe, per la nota parità d’inflessione. E.
  25. Gravagli; gravarli, per dolcezza di suono. E.
  26. C. M. larghi a chi lo meritava,
  27. C. M. parlava, dicendo cosi;
  28. C. M. signore, avendo rispetto a quel che fu nel mondo e che fu suo benefattore, che
  29. Osserva qui il Gioberti: Ecco il disco visibile e il disco invisibile dell’Idea; cioè l’intelligibile e il sovrintelligibile. Il dosso è l’opposito del viso; e quindi esprime le tenebre nell’antagonismo loro colla luce. E.
  30. Scandi; dallo scandere latino; ascendere, montare. E.
  31. Secondo il medesimo Gioberti, questo arco è l’atto creativo. E.
  32. Adunqua, adunque, dunqua, dunque dalle due particelle latine ad tunc. E.
  33. Quici; qui, aggiuntovi la sillabica ci, a denotare qui proprio. E.
  34. Puollo; puonlo, lo pone. E.
  35. C. M. fu lo primo sacerdote,
  36. Suggello; veicolo dell’impronta, delle idee. Così il Gioberti. E.
  37. Abbergo; albergo per la stessa ragione che puollo per puonlo e simili scambi. E.
  38. C. M. nascesseno di
  39. C. M. generanti; quelle influenzie
  40. C. M. cioè naturata che si pone per la disposizione e condizione di ciascuno et attitudine naturata in lui dalla virtù informativa de’cieli, secondo la Providenzia Divina, se fortuna;
  41. San Tomaso nel Commento al libro li d’Aristotele TEPI OYPANOY cosi esprimesi: Natura semper facit id, quod est optimum, tamquam mota et directa a primo principio, quod est ipsa essentia bonitatis E.
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