Commedia (Buti)/Paradiso/Canto VII

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Paradiso
Canto settimo

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Paradiso - Canto VI Paradiso - Canto VIII
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C A N T O     VII.

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1Osanna sanctus Deus sabahot,1
     Superillustrans claritate tua
     Felices ignes horum malahot:2
4Così, volgendosi alla rota sua,3
     Viso mi fu cantar essa sustanza,4 5
     Sopra la qual doppio lume s’ addua.
7Et essa e l’altre mossero a sua danza,
     E, quasi velocissime faville,
     Mi si velar di subita distanza.
10Io dubitava, e dicea: Dille, dille,
     Fra me, dille, dicea a la mia donna
     Che mi disseta co le dolci stille.6
13Ma quella riverenzia che s’ indonna
     Di tutto me, pur per be e per ice7
     Mi richinava come l’om ch’assonna.
16Poco sofferse me cotal Beatrice,
     E cominciò raggiandomi d’ un riso
     Tal, che nel foco faria l’ om felice.

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19Secondo il mio infallibile avviso,8
     Come iusta vendetta iustamente
     Fusse punita, t’ài ’n pensier miso;
22Ma io ti solverò tosto la mente,9
     E tu ascolta: che le mie parole
     Di gran sentenzia ti faran presente.
25 Per non soffrire a la vertù che vole
     Freno a suo prode, quell’ om che non nacque,
     Dannando sè, dannò tutta sua prole.
28Unde l’ umana spezie inferma giacque
     Giù per seculi molti in grande errore,
     Fin ch’al Verbo d’ Iddio discender piacque
31U’ la natura, che dal suo Fattore
     S’era lungata, unio a sè in persona10
     Coll’ atto sol del suo eterno Amore.
34Or drizza ’l viso a quel ch’ or si ragiona:
     Questa natura al suo Fattore unita,
     Qual fu creata, fu sincera e buona;
37Ma per sè stessa fu ella sbandita
     Di paradiso: però che si torse
     Da via di verità e da sua vita.
40La pena dunque che la croce porse,
     S’ a la natura assunta si misura,11
     Nulla già mai sì iustamente morse
43E così nulla fu di tanta iniura
     Guardando a la Persona che sofferse,
     In che era contratta tal natura.
46Però d’un atto uscir cose diverse,
     Ch’a Dio et ad Iudei piacque una morte,
     Per le’ tremò la terra e ’l ciel s’aperse.

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49Non ti dè oramai parer più forte,
     Quando si dice che iusta vendetta
     Possa vengiata fu per iusta corte.12
52Ma io veggio or la tua mente ristretta
     Di pensier in pensier dentro ad un nodo,
     Del qual con gran disio solver s’aspetta.
55Tu dici: Ben discerno ciò ch’ io odo;
     Ma perchè Dio volesse, m’ è occulto,
     A nostra redenzion pur questo modo.
58Questo decreto, frate, sta sepulto
     Alli occhi di ciascun, il cui ingegno
     Nella fiamma d’ amor non è adulto.
61Veramente: però ch’ a questo segno
     Molto si mira e poco si discerne,13
     Dirò perchè tal modo fu più degno.
64La Divina Bontà che da sè sperne
     Ogni livore, ardendo in sè sfavilla
     Sì, ch’ e’ dispiega le bellezze eterne.
67Ciò che da lei senza mezzo distilla
     Non à poi fine, perchè non si move
     La sua impronta quand’ ella sigilla.
70Ciò che da essa senza mezzo piove14
     Libero è tutto, perchè non soiace15
     A la vertute delle cose nove.
73Più li è conforme, e però più li piace:16
     Chè ’l Ardor Santo ch’ogni cosa raggia,
     Ne la più simigliante è più vivace.
76Di tutte queste cose s’ avvantaggia
     L’umana creatura, e s’una manca17
     Da sua nobilità convien che caggia.

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79Solo ’l peccato è quel che la difranca,18
     E falla dissimile al sommo Bene,
     Perchè del lume suo poco s’ imbianca.
82Et in sua dignità mai non riviene,
     Se non riempie dove colpa vota,
     Contra mal dilettar con iuste pene.19
85Vostra natura, quando peccò tota20
     Nel seme suo, da queste dignitadi,
     Come da paradiso, fu rimota.21
88Nè ricovrar poteansi, se tu badi22
     Ben sottilmente, per alcuna via
     Senza passar per un di questi gradi;23
91O che Dio solo, per sua cortesia,
     Dimesso avesse; o che l’ om per sè isso24
     Avesse sodisfatto a sua follia.
94Ficca mo l’ occhio per entro l’ abisso25
     De l’ eterno consiglio, quanto poi,26
     Al mio parlar distrettamente fisso.
97Non potea l’ omo nei termini soi27
     Mai sodisfar, per non poter ir giuso
     Con umiltade, obediendo poi,
100Quanto disobediendo intese ir suso;28
     E quest’è la ragion, per che l’om fue
     Da poter sodisfar per sè dischiuso.29
103Dunque a Dio convenia co le vie sue30
     Riparar l’omo a sua intera vita;
     Dico co l’una, o ver con ambedue.

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106Ma, perchè l’opra è tanto più gradita
     Dell’ operante, quanto più appresenta
     De la bontà del cuor, und’è uscita,
109La Divina, Bontà, che ’l mondo imprenta,
     Di proceder per tutte le sue vie31
     A rilevarvi suso fu contenta.
112Nè tra l’ultima notte e ’l primo die
     Sì alto o sì magnifico processo
     O per l’uno o per l’altro fu o fie:32
115Chè più largo fu Iddio a dar sè stesso,
     Per far l’ om sofficente a rilevarsi,
     Che s’ elli avesse sol da sè dimesso.
118E tutti gli altri modi erano scarsi
     A la iustizia, se ’l Figliuol d’ Iddio
     Non fusse umiliato ad incarnarsi.
121Or, per impierti ogni tuo disio,33
     Ritorno a dichiararti in alcun loco,34
     Per che tu veggi lì così com’ io.
124Tu dici: Io veggio l’aire e veggio ’l foco,35
     L’ acqua e la terra e tutte lor misture36
     Venir a corruzione e durar poco;
127E queste cose pur fur creature;
     Per che, se ciò ch’ò detto è stato vero,37
     Esser dovrien da corruzion secure.
130Li Angeli, frate, e ’l paese sincero,38
     Nel qual tu se’, dir si posson creati,
     Sì come sono, in lor esser intero.

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133Ma gli elementi che tu ài nomati,
     E quelle cose che di lor si fanno,39
     Da creata virtù sono informati.
136Creata fu la materia ch’elli ànno,
     Creata fu la virtù informante
     In queste stelle che torno a lor vanno.40
139L’anima d’ ogni bruto e de le piante
     Di complession potenziata tira
     Lo raggio e ’l moto de le luci sante.
142Ma nostra vita senza mezzo spira41
     La Somma Benenanza e la inamora42
     Di sè sì, che poi sempre la disira.
145E quinci puoi argomentar ancora
     Nostra resurrezion, se tu ripensi43
     Come l’umana carne fesi all’ora,
148Che li primi parenti intrambo fensi.

  1. v. 1. C. A. subaoth,
  2. v. 3. C. A. malahoth:
  3. v. 4. C. A. alla nota sua,
  4. v. 5. C. A. Fu viso a me cantare
  5. v. 5. Viso; veduto, visto, dal visus dei Latini. E.
  6. v. 12. C. A. Come disseti colle
  7. v. 14. C. A. per B e per ICE
  8. v. 19. C. A. Secondo mio
  9. v. 22. Solverò; dall’infinito solvere, comunissimo agli antichi. E.
  10. v. 32. C. A. allungata, unì
  11. v. 41. C. A. Se alla
  12. v. 51. C.A. Poscia vengiata fu da giusta
  13. v. 62. C.A. si dicerne,
  14. v. 70 C.A. da esso
  15. v. 71. C.A. soggiace
  16. v. 73. C. A. le ... le
  17. v.77. C.A. e se una
  18. v. 79. C. A. la disfranca,
  19. v. 84. C. A. giuste pene,
  20. v. 85. Tota; tutta, dal latino totus, donde pure totale, totalità. E.
  21. v. 87. C. A. di paradiso,
  22. v. 88. C. A. poteasi,
  23. v. 90. C. A. guadi;
  24. v. 92. Isso; adoperato dagli antichi, ed ora da alcuni popoli dell’Italia meridionale: proviene dall’ ipse latino. E.
  25. v. 94. C. A. Ficca ora l’
  26. v. 95. C. A. puoi,
  27. v. 97. C. A. suoi
  28. v. 100. C. A. disubbidendo
  29. v. 102. C.A. Di poter
  30. v. 103. C.A. con l’orme sue
  31. v 110. C. A. Di riproceder per tutte sue vie
  32. v. 114. C. A. l’altra
  33. v. 121. C. A. empierti bene ogni disio,
  34. v. 122. C. A. dichiarare
  35. v. 124 C. A. Io veggio l’acqua, io
  36. v. 125. C. A. L’aer, la terra e
  37. v. 128. C. A. se ciò che è detto
  38. v. 130. C A. Gli angeli, Santi e il
  39. v. 134. C. A. che a lor
  40. v. 138. C. A. intorno a
  41. v. 142. C. A. Ma vostra
  42. v. 143. Benenanza; benignità. E.
  43. v. 146. C. M. C. A. Vostra


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C O M M E N T O


Osanna sanctus Deus sabahot, ec. In questo settimo canto lo nostro autore finge come Beatrice li dichiarò alquanti bellissimi dubi intorno a la redenzione umana fatta da Dio, e due cose fa principalmente : imperò che prima dimostra, inducendo a parlare Beatrice, come iustamente fu punito lo peccato del primo uomo nella morte di Cristo, e muove uno altro dubbio; cioè perchè a Dio piacque pur questo modo, cioè colla morte di Cristo sodisfare per lo peccato del primo uomo, et incomincia Beatrice a rendere là cagione, per che. Nella seconda parte, che serà la seconda lezione, finge come Beatrice, procedendo oltra colla sua ragione, compiesse di dichiarare lo dubbio mosso; et adiunge per che cagione l’anime umane sono immortali: con ciò sia cosa che tutte l’altre cose create siano mortali, se non l'anime umane e gli angiuoli 1. La prima, che serà la prima [p. 237 modifica]lezione, si divide in sei parti, imperò che prima finge come Iustiniano, finito lo suo parlare, ritornò al suo canto et al suo girò co gli altri spiriti beati e sparitte via, e come egli aveva dubbio e per riverenzia non dimanda Beatrice; nella seconda finge come Beatrice li manifesta lo suo dubbio di Dante, ch’ella cognosce essere nella mente sua et incominciollo a dichiarare, et incominciasi quine: Poco sofferse me ec.; nella terza parte finge come ella incominciò la dichiaragione, dichiarando prima l’antecedente, et incominciasi quine: Per non soffrire ec.; nella quarta parte finge come Beatrice continuando dichiarò lo sussequente, et incominciasi quine: La pena dunque ec.; nella quinta parte finge come Beatrice, dichiarato lo primo dubbio, s’accorse d’un altro dubio che Dante avea nella mente et incominciollo a manifestare, et incominciasi quine: Ma io veggio or ec.; nella sesta parte finge come Beatrice incominciò a solvere lo detto dubbio, et incominciasi quine. La Divina Bontà ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo colle allegorie et esposizioni morali e litterali.

C. VII — v. 1-15. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come, finita la lunga orazione di Iustiniano, elli si tornò al canto usato, lo quale cantava a laude d’Iddio, et a la circulazione per lo pianeto secondo, cioè Mercurio: e come egli e gli altri spiriti sparittono; e come dentro da lui nacque uno dubio, lo quale non s’attentava di dire a Beatrice e di dimandare 2 chiarigione. Dice così: Viso mi fu; cioè parve a me Dante, essa sustanza; cioè essa anima di Iustiniano, che m’avea parlato e detto le cose dette di sopra l’anime umane, quando sono fuora dei corpi, e gli agnoli si chiamano sustanzie separate, cantar Così; cioè cantare in questo modo: Osanna; questo è vocabolo ebreo et interpretasi: Fa salvo; et allora s’intenderebbe che li spiriti beati pregassono per noi del mondo, che per loro non è bisogno di pregare: imperò che sono fatti salvi, sì che s’intenderebbe: Fa salvo lo popolo tuo del mondo: imperò che Osi; s’interpetra salva o vero salvifica, anna ene interiezione che àe a significare affetto di precante come Doh, e però si vorrebbe dire Osianna; ma ene levato i per sincopa, e viene a dire: Priegamoti, doh fa salvo lo mondo o lo popolo tuo, s’intende. Altri diceno questo Osanna è interiezione, chea significare l’affetto dell’animo si pone, et allora si potrebbe intendere che dicessono quelli spiriti, rallegrandosi a Dio della sua salute: Osanna sanctus Deus sabahot; cioè Deus virtutum vel exercituum; sabahot s’interpetra delle virtù o delli eserciti; cioè. Rallegrantici 3, o santo Iddio delle virtù o delli [p. 238 modifica]eserciti, Superillustrans; cioè di sopra illuminante, claritate tua; cioè colla tua chiarezza e col tuo splendore, Felices ignes: cioè li bene avventurati fuochi, cioè splendori, horum malahot; cioè di questi angeli nunzianti la voluntà tua; malahoth s’interpetra angelo nunziante, e così s’intende di loro: imperò che l’anime umane 4 sono pari agli angeli: imperò che si rallegravano, secondo che dice l’autore; e finge perchè erano stati attivi nel mondo, dicendo. O santo Iddio, illuminante colla tua chiarezza li beati splendori di questi spiriti, noi ci rallegriamo in te, che questo bene ci ài donato per tua grazia, che ci ài fatti angeli nunzianti la voluntà tua, volgendosi alla rota sua; cioè volgendosi al giro et a la rotazione che facea nel suo pianeto Mercurio, nel quale si rotava e girava come giravano gli altri stato era lo detto spirito prima volto inverso Dante a ragionare con lui, poi si rivolse al suo giro del pianeto: che li beati spiriti si girino nel pianeto si dè intendere secondo la lettera, che nel grado che sono in vita eterna si girano col loro intendere intorno a lui ; cioè a Dio, ragguardando lui, pasciendosi cioè saziando lo suo desiderio di lui, e dalla considerazione di tutte le cose, ricognoscendole da lui, ritornando in lui. Ma dèsi intendere di quegli del mondo, secondo l’allegorico intelletto; cioè che l’atto delle loro virtuose operazioni fatte nel mondo, secondo la influenzia del pianeto, continuamente à rispetto a Dio, benchè si vari secondo li diversi moti delle cose, sempre a Dio ragguarda; e da Dio movendosi per ispirazione a lui ritorna per reduttore 5: imperò cho a lui riduce ongni suo bene operare, Sopra la qual; cioè sustanzia, cioè sopra l’officio di Iustiniano, doppio lume s’addua; cioè doppio splendore s’addoppia: imperò che prima v’era uno splendore, secondo lo fervore della carità che era in quella anima; poi cresciuto lo fervore della carità, per lo canto crebbe lo splendore. E questo finse l’autore, per mostrare che la beatitudine dei santi può crescere accidentalmente, benchè sustanzialmente no. Et essa; cioè sustanzia di Iustiniano, e l’altre; cioè sustanzie, che erano con lui, mossero; cioè si mossono, cioè mossono sè: e alcuna volta si pone lo verbo attivo per lo passivo 6, come appare nel Virgilio nel primo libro dell’Eneide: Tot volvere casus; idest involvi a tot casibus— , a sua danza; cioè al suo girare intorno per lo pianeto, come si girano coloro che ballano e che danzano a ballo tondo. Finge l’autore che gli ordini degli angeli si girino intorno a Dio, per dare ad intendere che le loro voluntà da Dio tornano a Dio; e questo è come uno [p. 239 modifica]girare, cioè contìnuamente tenere la sua voluntà a Dio. E così l’anime beate vanno colla sua voluntà a Dio, e questo è lo girare che l’autore finge. E, quasi velocissima faville; cioè e le dette anime, che erano restate a vedermi, partite poi da me come correnti faville; imperò che per la distanzia quelle, che parevano prima splendori grandi, parveno poi faville, Mi si velar; cioè mi si copersono, di subita distanza; cioè di subita lungezza: la lungezza subita fu cagione che io nolle viddi più: imperò che la vista àe terminate le sue potenzie; e per questo vuole intendere che uscitte della fantasia questa materia, et intese ad altra. Io dubitava; ecco come il pensieri dell’autore si trasmutò; dice di sè ch’egli dubitava: imperò che alcuno dubbio gli era nella mente per le cose udite, e dicea; cioè tra me stesso, dice l’autore: Dille, dille; cioè dì a lei, dì a lei, cioè a Beatrice, lo dubbio tuo, s’intende, Fra me; cioè dentro da me, dille; cioè dì a lei, dicea; io Dante; et àe usato quello colore che si chiama conduplicazione, che si fa a mostrare l’ardente desiderio, come usa ora l’autore, a la mia donna; ecco che dichiara di cui elli intendeva, quando diceva a lei, cioè alla mia donna, cioè a Beatrice, la quale elli àe preso per donna e per guidatrice in questa cantica. Che; cioè la quale, mi disseta; cioè mi sazia la sete, cioè lo desiderio del sapere, co le dolci stille; cioè colle dolci gocciole che significano la verità, la quale è dolce a gustare a chi la desidera. Ma quella riverenzia; cioè ma quello timore, ch’io avea di mostrare ch’io mancasse l’onore verso di lei; riverenzia non è altro che temere di mancare l’onore che si dè avere al maggiore, che; cioè la quale reverenzia, s’indonna; cioè diventa donna, Di tutto me; perchè tutto m’era dato al suo onore, dice l’autore, pur per he e per ice; cioè per Beatrice: pone lo nostro autore la prima sillaba con parte delle due ultime, a significare tutto ’l nome, facendo sincopa dell’altro e per poterlo mettere in verso; et alla sentenzia vuole dire che la riverenzia ch’elli portava a Beatrice, pur; cioè solamente per lei non per altra cagione, quasi volesse dire che quella riverenzia che signoreggiava lui solamente per Beatrice: imperò che nessuna altra cosa l’avea fatto riverente e timido del dimandare, se non la santa Scrittura che dice: Non 7 plus sapere quam oportet sapere, sì ch’egli si ritemeva; e però dice Mi richinava; giù la faccia e non mi lassava levarla su a dimandare, come fa colui che ardisce, come l’om; cioè come si richina l’omo, ch’assonna; cioè lo quale s’addormenta: imperò che chi assonna, china giù lo capo. E per questo dimostra l’atto di colui che àe pensieri e desiderio d’avere cosa che non n’à, che sta col capo chinato e pensa come la possa avere. [p. 240 modifica]

C. VII — v. 16-24. In questi tre ternari lo nostro autore finge come Beatrice s’accorse del suo pensieri; e com’ella gli disse quale era lo dubbio suo, e promettegli di solverlo e rende lui attento ad udire, dicendo così: Poco; cioè tempo, sofferse me; cioè sostenne me Dante, cotal; cioè sì fatto, cioè sì pensoso e chinato come chi à sonno, Beatrice; cioè la guida mia; e per questo si può intendere che la santa Scrittura non lassa addormentare molto gli animi de’ lettori: imperò che sempre li sveglia con qualche buono esercizio. E cominciò; cioè Beatrice a parlare, raggiandomi; cioè risplendendo in verso me, d’un riso; cioè con una risa 8, cioè con una allegrezza: lo riso è segno d’allegrezza: imperò che da essa procede: chi pensa d’Iddio, ragiona d’Iddio, sempre sta ridente et allegro, Tal, che nel foco faria l’om felice; cioè sì fatto fu lo riso di Beatrice, che nel fuoco dello inferno chi lo sentisse sarebbe felice: se li dannati nel fuoco dello inferno sentissono l’allegrezza e lo gaudio, che à l’anima che pensa e ragiona con fervore di carità d’Iddio, serebbeno in quello fuoco beati Ecco quello che cominciò Beatrice a dire, cioè: Secondo il mio infallibile avviso; cioè secondo lo mio vedere, cioè iudicio sì diritto, che non si può ingannare: molto vede addentro la santa Teologia; questo è quello di che tu dubbiti, cioè come iustamente fusse punita in Cristo la colpa dei nostri primi parenti, e s’ella fu punita iustamente come furno poi iustamente puniti gli Giudei di quello che iustamente era stato fatto; e però dice questo, cioè: Come iusta vendetta; che fue quella che si prese del fallo dei primi parenti nella persona di Cristo, la qual fu iusta come Beatrice dimosterrà, iustamente Fusse punita; poi ne’ Iudei: imperò che della cosa iustamente fatta non è iustizia che se ne pigli vendette; e questa niente di meno è vera, cioè che iusta vendetta iustamente fu punita; e perchè qui è dubbio come, però dice: t’ài ’n pensier miso 9; cioè questo è lo dubbio ch’à messo in pensieri te Dante: imperò che non pare che possa essere iustizia dall’una parte e dall’altra: imperò che se iustamente fu la morte di Cristo per lo peccato d’Adam e d’Eva, iniusta fu la vendetta presa 10 dei Giudei; e se iusta fu la vendetta presa sopra li Iudei, dunqua iniusta fu la morte di Cristo per lo peccato dei nostri primi parenti. E qui si potrebbe dubitare, perche l’autore finge che Beatrice indivini lo suo dubbio, e questo è a communiter accidentibus: imperò che ognuno che sopra [p. 241 modifica]questa materia di nuovo pensasse, di ciò dubiterebbe, se altra volta non avesse udita la soluzione, sicchè ben si potrebbe indivinare lo dubbio. Promette Beatrice di solvere lo dubbio, e questo finge l’autore perchè nella sacra Scrittura per li Dottori è mosso e soluto 11 questo dubbio, e quinde 12 lo cavò l’autore; e però finge che Beatrice finga di solverlo, dicendo così: Ma io; cioè Beatrice, ti solverò tosto la mente; cioè libererò tosto la mente tua, dice a Dante da cotesto dubbio, E tu; cioè Dante, ascolta; cioè le mie parole ecco che lo fa attento: chè le mie parole; cioè imperò che le mie parole, Di gran sentenzia ti faran presente; cioè ti faranno dono di grande sentenzia che serà la soluzione del dubbio; cioè come iustizia fusse dall’una parte e dall’altra; imperò che iustizia fu che Cristo moritte per lo peccato d’Adam e d’Eva, et iustizia fu che la morte di Cristo fusse vendicata sopra li Iudei. E come questo possa essere lo dichiara di sotto molto sottilmente e bene e chiaramente.

C. VII — v. 25-39. In questi cinque ternari finge l’autore come Beatrice incominciò a solvere lo dubbio soprascritto, incominciando prima a dimostrare lo fallo dei primi parenti, e poi la infinita bontà di Dio. Dice prima così Per non soffrire; cioè per non sofferire, a la vertù che vole; cioè a la volontà, a suo prode; cioè a sua utilità, Freno; cioè ritenimento, cioè comandamento: imperò che, come per lo freno si ritiene lo cavallo; così per lo comandamento l’uomo, quell’om che non nacque; cioè Adam che non nacque; ma fu fatto da Dio lo corpo suo di terra meschiata coll’acqua, e però dice la santa Scrittura: Deus fecit hominem de limo terrœ, e creata l’anima di nuovo la inspirò in lui, et inspirando l’anima, inspirò lo spiraculo della vita e vivificò lo corpo di terra, convertendolo in carne. Dannando sè; cioè Adam dannando sè co la disobedienzia, dannò tutta sua prole; cioè dannò tutta la sua schiatta che dovea descendere di lui. Sopra questa parte sono da vedere due cose; cioè la prima, come era utile a l’omo tenere lo comandamento; appresso, come fu iusto che per lo peccato del primo uomo fusse dannata tutta la spezie. Al primo dubbio si può rispondere e dè che servare lo comandamento era utile a l’uomo: imperò che non arebbe mai sentito male, nè pena, e sarebbe stato in quelle delizie quanto fusse piaciuto a Dio; poi, quando fusse piaciuto a Dio, senza morire arebbe avuto vita eterna meritevilmente per l’obedienzia, e non serebbe stato senza ’l bene della iustizia; del qual bene sarebbe stato privato, se non avesse avuto lo comandamento, et Iddio [p. 242 modifica]l’avesse posto per sua cortesia nella beatitudine. All’altro dubbio si risponde che iusta cosa fu che per lo peccato dei primi parenti fusse dannata tutta la prole: imperò che, sì come per l’obedienzia di loro due meritevilmente si conserva l’umana natura senza morte corporale in quelle delizie del paradiso terresto a la beatitudine eterna, quando Iddio avesse voluto; così fu iusto che per la disobedienzia di lor due l’umana natura perdesse quello che arebbe guadagnato per la loro obedienzia; cioè lo stato in che erano d’innocenzia nel quale poteano morire e venisse nella ruina della nocenzia e non potesser non morire: e come per la loro obedienzia meritava di vedere Iddio; così per la loro disubedienzia perdesse di vedere Iddio: e come era abile a conservarsi nello stato della innocenzia, nel quale se colla obedienzia fusse stato fermo, Iddio l’arebbe confermato per grazia; così diventasse abile a cadere nella colpa, perduta la grazia di Dio per disobedienzia, dalla quale diventò abile a cadere nella colpa, nella quale cadendo merita la pena punitiva, la quale l’uomo merita per lo suo proprio peccato, ch’elli commette: imperò che per lo peccato originale non à, se non la pena privativa, se muore in quello come li piccoli: come arebbono la beatitudine per l’obedienzia dei primi parenti; così sono privati di quella per la disobedienzia. Unde l’umana spezie; cioè per lo quale peccato d’Adam tutta la spezie umana, inferma giacque Giù; cioè nel mondo: imperò che dopo ’l peccato, incontenente Iddio cacciò Adam et Eva di paradiso delitiarum, stette inferma: imperò che furno fatti più abili al male che al bene; come l’uomo che ene infermo è più abile ad iacere che ad andare; così l’uomo, ferito per lo peccato originale nella libertà dello arbitrio, fu fatto abile più a male che al bene, per seculi molti; cioè per anni 5232 che sono 52 centinaia d’anni e 32, et ogni cento anni si chiama uno seculo; dunqua ben furno molti seculi, in grande errore; imperò che nessuno andava a vita eterna, e nessuno popolo onorava debitamente Iddio, se non lo iudaico, benchè molte volte errasse, e de’suoi errori fusse punito aspramente, Fin ch’al Verbo d’Iddio; cioè che al Figliuolo di Dio, discender piacque; cioè venire di cielo in terra e pigliare carne umana, U; cioè nel qual luogo, cioè in terra, la natura; cioè umana, che; cioè la quale natura, dal suo Fattore; cioè Iddio, S’era lungata; cioè rimossa e dilungata quanto a luogo e quanto a la grazia, unio a sè; cioè lo Verbo Divino coniunse a sè la natura umana, in persona; cioè nella sua persona tanto; imperò che se la persona del Figliuolo prese carne umana e diventò uomo, e non la persona del Padre nè de lo Spirito Santo, et essa co l’umanità fu una persona e non due persone, Coll’atto sol; cioè coll’atto solamente e non con altro, del suo eterno Amore; cioè de lo Spirito Santo: [p. 243 modifica]imperò che lo Spirito Santo fu operatore di tale unione e lo Padre vi diè la sua virtù, sicchè lo Padre vi diede la potenzia, lo Figliuolo lo modo che s’appartiene a la sua sapienzia, lo Spirito Santo lo suo amore a coniungere la divinità del Verbo col nuovo uomo, fatto nel ventre della Vergine Maria per virtù del Padre. Or drizza ’l viso; cioè tu, Dante, dice Beatrice, a quel ch’or si ragiona; cioè a quello, che ora io ragionando dimostro. Ecco che ’l fa attento: Questa natura; cioè umana, al suo Fattore unita; cioè al Verbo Divino, che fu fattore d’esso omo, Qual fu creata; cioè tale quale ella fu creata, cioè in Adam 13, fu sincera; cioè pura, senza peccato; puro et innocente e diritto, unde dice la santa Scrittura: Deus fecit hominem rectum; sed ipse immiscuit se variis quœstionibus.— e buona: imperò che naturalmente Iddio l’avea fatto buona l’umana natura, Ma per sè stessa; cioè l’umana natura, fu ella sbandita; cioè del paradiso delitiarum nel quale dovea stare a tempo, e di vita eterna dove dovea stare perpetua; e però dice: Di paradiso; cioè dell’uno e dell’altro; et ecco la cagione: però che; cioè imperò che, si torse; cioè essa umana natura, Da via di verità; cioè da Dio che è via, verità e vita; e però dice: e da sua vita; disobediendo al comandamento di Dio si partì da la vita, cioè da Dio che era la sua vita. Altramente si può intendere si torse Da via di verità; cioè da l’obedienzia, la quale era via di verità: imperò che quella era la via, per la quale iustamente sarebbe pervenuto a la beatitudine, cioè per merito dell’obedienzia. e da sua vita; cioè dal suo vivere felice nel paradiso a tempo, quanto a Dio fusse piaciuto; e poi in paradiso in eterna vita, da la quale si torse e cessò per lo peccato della disobedienzia; col qual peccato fu accompagnato lo peccato della superbia in quanto volse essere saputo del bene e del male, come Iddio, e fuvvi ancora lo peccato della gola: imperò che ebbe gulosità d’assaggiare quello cibo vietato. E se si guarda contra cui peccò; contra la sapienzia d’Iddio che è lo suo verbo, in quanto volse essere saputo come Iddio; e peccò contra ’l Padre, in quanto disobedì al comandamento d’Iddio: imperò che lo comandamento presuppone persona che abbia autorità di comandare, e niuno àe potenzia di comandare a l’omo libero, secondo l’anima, se non Iddio che l’à creato di niente, lo quale è d’infinita potenzia. E però lo peccato del primo uomo fu più grave peccato che far si potesse, al quale non era sofficiente l’omo puro a sodisfare, e però volse Iddio, procedendo non secondo la sua assoluta potenzia; ma secondo la sua ordinaria potenzia, che fusse più che omo chi sodisfacesse per tale peccato; e più che uomo non poteva essere, se non si coniungea [p. 244 modifica]a l’omo la divinità del Verbo, e per tanto lo Iddio Padre mandò 14 lo suo Figliuolo ad unirsi co la umanità. Seguita.

C. VII — v. 40-51. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, continuando la sua ragione, conchiuse la soluzione del dubbio, dicendo così: La pena dunque; ecco che fa la conclusione, dicendo: Adunqua la pena che sostenne Cristo in su la croce, e però dice: che la croce porse; all’umanità di Cristo: imperò che la divinità non può sostener pena, S’a la natura assunta; cioè alla natura umana, che ’l Verbo Divino prese a sè, si misura; cioè la detta pena della croce se si misura a l’umanità di Cristo, Nulla, cioè pena, già mai sì iustamente morse; come la pena della croce l’umanità di Cristo. E così seguita che iusta fusse la pena de l’umanità di Cristo per lo peccato del primo uomo, che originalmente corruppe tutta la massa della umana spezie: sicchè umanità aveva offeso Iddio, dunqua umanità dovea sodisfare co l’obedienzia, portando pena de la disobedienzia e degli altri peccati che vi occorsono. — E così nulla; cioè pena, fu di tanta iniura 15; quanto fu quella della persona di Cristo nella quale erano due nature, cioè divina et umana, Guardando a la Persona; cioè avendo rispetto a la persona di Cristo, nel quale erano unite due nature, cioè divina et umana, che; cioè la quale, sofferse; cioè la pena della croce, In che; cioè nella quale persona, era contratta; cioè coniunta, tal natura; cioè umana. Però d’un atto; cioè d’una passione, cioè d’una persona, cioè del Verbo Divino col quale fu coniunta l’umanità per coniunzione ipostatica, sicchè due nature faceano una persona et uno subietto, uscir cose diverse; cioè la satisfazione per lo peccato d’Adam degnamente ne la natura umana, e l’obedienzia della persona degna a sodisfare a tale offesa. Iddio era stato offeso: imperò che era stato disobedito lo suo comandamento, l’uom puro non era sofficiente a sodisfar a tanta offesa, e però fu necessario tale persona; e così nella morte di Cristo si sodisfè all’offesa per persona conveniente e sofferse pena l’umana natura ch’aveva fatto lo peccato; sicchè quanto a Dio, che ricevè tale satisfazione per lo peccato da tale persona, piacque la morte di Cristo per osservamento di iustizia, e così iustamente fu punito lo peccato d’Adam; e questo piacque a Dio, et uscittene lo peccato dei Iudei che l’uccisono per invidia iniustamente, sicchè ben furno cose diverse, Ch’a Dio et ad Iudei piacque una morte; cioè la morte di Cristo piacque ai Iudei et a Dio; ma a Dio per iustizia, et a’ Iudei per invidia. [p. 245 modifica]Per le’ 16; cioè per la morte di Cristo, tremò la terra; sì come appare ne l’evangelio di santo Matteo: Et ecce velum templi scissum est in duas partes a summo usque deorsum: et terra mota est, et petrœ scissœ sunt. Et monumenta aperta sunt: et multa corpora Sanctorum, quœ dormierant, surrexerunt. Et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius, venerunt in sanctam civitatem, et apparuerunt multis.— e ’l ciel s’aperse: imperò che per la morte di Cristo l’uomo tornò nella grazia d’Iddio e diventò abile ad avere vita eterna e montare in cielo; e con Cristo risuscitato, quando montò in cielo, montorno li santi Padri che erano nel limbo, e da l’ora inanzi fu aperta la porta del cielo a l’umana generazione. Non ti dè; cioè non debbe a te Dante, oramai; cioè oggimai, parer più forte; cioè ad intendere, Quando si dice; cioè questa conclusione che detta fu di sopra, cioè, che iusta vendetta; cioè della vendetta del peccato del primo uomo fatta iustamente a Cristo, in quanto aveva preso la natura umana, per Pilato vicario dello imperadore, Possa vengiata 17; cioè vendicata fu la iniuria fatta alla persona di Cristo, in che era la natura divina; la qual persona mai non commisse peccato, fu per iusta corte; cioè per Tito Vespasiano che era imperadore o vicario a l’ora del padre che era imperadore, a cui iustamente s’apparteneva di vendicare la iniuria fatta a Cristo dai Iudei, che iniustaniente per invidia l’aveano fatto condennare a Pilato. Seguita.

C. VII — v. 52-63. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Beatrice, dichiarato lo dubbio precedente, disse a lui ch’ella s’avvedeva d’un altro dubbio che era nato nella mente sua, dimostrando nella mente sua lo dubbio essere malagevile e promettendo la sua dichiaragione, dicendo così: Ma io; cioè Beatrice, veggio or; cioè veggo ora, la tua mente ristretta; cioè la mente di te Dante rinchiusa, Di pensier in pensier; cioè che pensando come iusta vendetta fusse vendicata da iusta corte, e pensando come Iddio poteva perdonare a l’uomo per sua cortesia, e pensando: l’uomo peccò, perchè non volse Iddio che l’uomo sodisfacesse solo al suo peccato? E di questi pensieri si viene a questa conclusione: Perchè Iddio volse pure lo modo detto di sopra? E però dice: dentro ad un nodo; cioè dentro ad uno dubbio inestricabile per te, Del qual; cioè nodo, con gran disio; cioè con grande desiderio, solver; cioè sciolgersi 18 e liberarsi, s’aspetta; cioè lo tuo desiderio aspetta la [p. 246 modifica]determinazione del dubbio. Tu; cioè Dante, dici; dentro da te, dice Beatrice: Ben discerno; cioè cognosco con discrezione, ciò ch’io odo; cioè ogni cosa, che io odo detto della quistione e dubbio detto di sopra. Ma perchè Dio volesse pur questo modo; cioè che Cristo, che era Iddio et uomo, morisse per ricomperare l’umana natura, A nostra redenzion; cioè a nostro ricompramento di noi uomini, m’è occulto; cioè a me Dante appiattato. E, mosso lo dubbio, lo incomincia a dichiarare mostrando prima la malagevilezza del dubbio, dicendo: frate; ecco che chiama Dante fratello, che è nome di carità, Questo decreto; cioè questo iudicio, cioè perchè Iddio volesse pur questo modo, sta sepulto; cioè sta appiattato, Alli occhi; cioè mentali, cioè alla ragione et a lo intelletto, di ciascun; cioè di ciascheduno fidele cristiano e d’ogni uomo disideroso di sapere lo vero, il cui ingegno; cioè lo ingegno del quale, Nella fiamma d’amor; nel fervore della carità, non è adulto; cioè allevato: imperò che chi non à fervore di carità, non può conoscere l’opere di Dio, che sono tutte piene di carità. Et ora promette la soluzione di tale dubbio, dicendo: Veramente: però ch’a questo segno; dice Beatrice: imperò che ognuno è vago d’essere chiaro di questo dubbio, e però dice: Molto si mira; cioè da gli uomini intendenti, a questo segno; cioè perchè Iddio 19 volse prendere carne umana, e poco si discerne; cioè poco si cognosce dalli omini, che non si esercitano nella santa Scrittura, Dirò; cioè io Beatrice, che non sono dotta nè informata, perchè tal modo; cioè della redenzione umana, quale Iddio elesse, fu più degno; cioè fu più conveniente a la Divina Bontà, e più conveniente a la iustizia d’Iddio. Seguita.

C. VII — v. 64-75. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Beatrice, dichiarando lo dubbio di sopra mosso, premisse alquante belle conclusioni necessarie a la dichiaragione del dubbio; cioè primo, che Iddio è creatore d’ogni cosa da la sua propria bontà; secondo, che Iddio alquante cose creò senza mezzo e di niuna materia, et alquante cose à fatte mediate di materia; terzio, che quello, che Iddio àe creato immediate, è perpetuo; quarto, che quello, che Iddio àe creato senza mezzo, è libero: quinto, che quelle cose, che sono perpetue e libere, sono più splendide e più rilucenti; sesto, che quelle cose, che sono perpetue e libere e più rilucenti, più sono simiglianti a Dio; settimo, che quelle cose, che sono perpetue, libere sono più splendide e più simiglianti a Dio, più li piaceno. E, poste queste sette conclusioni, procederà poi nella sua ragione. Dice così: La Divina Bontà; qui tocca la cagione che mosse Iddio a la creazione [p. 247 modifica]della natura, cioè la sua bontà infinita, del quale dice Boezio nel terzo della Filosofica Consolazione: Quem non externœ pepulerunt fingere causœ Materiœ fluitantis opus, verum insita summi Forma boni, livore carens.— che; cioè la quale Bontà Divina, da sè sperne20; cioè dispregiando scaccia, Ogni livore; cioè ogni invidia: dice Platone d’Iddio: Optimus erat, et ab optimo omnis invidia relegata est. — Se Iddio non avesse produtto la natura creata che è così bella cosa, parrebbe non avere voluto comunicare la sua bontà a nessuno, e così parrebbe essere stato invidioso, che avesse voluto lo suo bene infino pur per sè, et a niuno l’avesse voluto comunicare; e questo non può essere in lui: imperò che in lui è perfetta carità; e però dice: ardendo; cioè di fuoco e d’ardore di carità, in sè; cioè la bontà di Dio, ardendo in sè, e non in cose fuor di sè, sfavilla; cioè produce fuor di sè lo suo splendore e la sua luce, senza mancare in lui, come lo fuoco gitta splendore e faville, e perciò non manca in sè, Sì; cioè per sì fatto modo, ch’e’; cioè che egli, cioè Iddio, dispiega; cioè manifesta in diverse essenzie, le bellezze eterne; cioè le sue belle cose, che ab eterno esemplarmente sono state nella sua mente. E così appare per questo la prima conclusione; cioè che Iddio è creatore d’ogni cosa, mosso da la sua propria bontà. Ciò che da lei; cioè ogni cosa che dalla Bontà Divina, senza mezzo; cioè che non vi concorra altra cosa che elli, cioè Iddio, distilla 21; cioè deriva et è produtto in essere, Non à poi fine; cioè è perpetuo siccome gli angeli, li cieli e l’anime umane; le quali cose sono perpetue. E per questo appaiano due conclusioni; cioè che Iddio alcune cose produce immediate, et alcune cose mediate; e questa è la prima. L’altra conclusione è che ciò, che è produtto da Dio immediate, è perpetuo; e però qui è da notare che alquante cose sono produtte da Dio senza mezzo, siccome le cose predette, e tutte l’altro con mezzo della virtù et influenzia dei corpi celesti. E di quelle, che senza mezzo sono create da Dio, dice che sono perpetue; et assegna la cagione: perchè non si move La sua impronta; cioè perchè non si move la impressione che Iddio fa nella cosa ch’egli crea immediate: imperò ch’egli è immobile. Iddio è natura movente, e non mossa; e così la cosa creata senza mezzo da lui è indeficente, e così è perpetua. E [p. 248 modifica]così seguita ancora che la prima materia, creata da Dio di niente, sia perpetua: però che, se la forma de li elementi, che è ora, si corrompa, torneranno nella prima materia; ma le cose elementate, cioè composte degli elementi, tutte si corrompeno perchè sono fatte da Dio per mezzo delle influenzie dei corpi celesti, li quali quando imprimono la sua influenzia si muovono, e però si muoveno le cose improntate da loro, e non sono perpetue; e però dice: quand’ella; cioè quando la Divina Bontà, sigilla; cioè imprime la forma e dà l’essere a le cose fatte da lui senza mezzo. Ciò che; ecco che pone l’altra conclusione, cioè la quarta che è questa: Ogni cosa, che discende dalla Divina Bontà senza mezzo, è libera, dicendo così: Ciò; cioè ogni cosa, che; cioè la quale, da essa; cioè dalla Divina Bontà, piove; cioè descende, senza mezzo; cioè che non vi concorra altra cagione, Libero è tutto; cioè che non depende da niuna altra cagione che da lui; et assegna la cagione, dicendo: perchè non soiace; cioè imperò che non sottostà quello, che è produtto da Dio senza mezzo, A la vertute delle cose nove 22; cioè alle influenzie dei cieli e delle seconde cagioni, che si chiamano cose nuove per rispetto di Dio, che è innanzi a tutte le cose per proprietà di sua natura, siccome dice Boezio nel luogo prealegato: Neque Deus conditis rebus antiquior videri debet temporis quantitate; sed simplicis potius proprietate naturœ. E sotto queste parole che seguitano inchiude la quinta, la sesta e la settima conclusione, dicendo: Più li è conforme; cioè più è conforme e similliante a lei, cioè a la Divina Bontà, quella cosa che è perpetua e libera e più rilucente e splendida, che è la sesta conclusione, e però più li piace; che tutte l’altre quella che à le predette cose, cioè perpetuità, libertà, splendore, similitudine di lei, che è la settima conclusione; e ben dice che per questo più gli piace: imperò che per questo più s’approssima a lei. Et assegnando la cagione di questo piacere, pone la quinta conclusione; cioè che nelle cose che ànno le predette due cose; cioè perpetuità, libertà, è più di splendore, sicchè seguita di quinde la sesta, e di quinde poi la settima conclusione. Pone adunqua la quinta, dicendo così: Chè; cioè imperò che, l’Ardor Santo; cioè che lo Spirito Santo, ch’ogni cosa raggia; cioè lo quale ogni cosa illumina, secondo che a la cosa si conviene, Ne la più simigliante; cioè nella cosa più simile a lui, è più vivace; che in quella che non è tanto simile; più risplende la bontà d’Iddio nelle cose immediatamente da lui che nell’altre, e più vi mette del suo lume e del suo splendore, e però sono più simillianti a lui; e così seguita che più gli debbono piacere. [p. 249 modifica]E queste sette conclusioni sono sì manifeste, che non ànno bisogno di pruova; e premisse queste, porrà di sotto la dichiaragione del dubio nella sequente lezione. E qui finisce la prima lezione di questo canto vii, et incominciasi la seconda.

Di tutte queste cose ec. Questa è la seconda lezione del vii canto, ne la quale l’autore finge che Beatrice dichiarasse lo dubbio proposto di sopra; cioè perchè a Dio piacque lo modo de la redenzione umana fatta per la morte di Cristo più che altro, premisse alquante conclusioni dichiarate nella fine della lezione passata. E dividesi questa lezione in parti sette: imperò che prima, argomentando pone la maggiore; ne la seconda parte adiunge la minore, conchiudendo due modi, et incominciasi quine: Vostra, natura ec.; nella terza toglie l’uno di quegli due modi conchiusi, et adiunge lo terzo modo che Iddio elesse, et incominciasi quine: Non potea l’omo ec.; nella quarta parte finge l’autore che Beatrice commendasse questo modo, et incominciasi quine: Nè tra l’ultima notte ec.; nella quinta finge che Beatrice tornasse a dichiarare una obiezione, che nasce da alcuna delle conclusioni poste nella fine dell’altra lezione, et incominciasi quine: Or per impierti ec.; nella sesta parte finge che procedesse oltra nel suo parlare a dichiarare lo dubbio e la obiezione, et incominciasi quine: Li Angeli, frate ec.; nella settima et ultima finge che Beatrice, estendendo lo suo ragionare, ponesse una conclusione corollaria della nostra resurrezione, et incominciasi quine: E quinci puoi ec. Divisa adunqua la lezione, debbiamo vedere lo testo coll’esposizioni litterali, allegoriche e morali.

C. VII — v. 76-84. In questi tre ternari lo nostro autore finge che Beatrice, continuando lo suo ragionamento, poste le conclusioni dette di sopra che dimostrano l’uomo fatto da Dio, quanto all’anima, perpetuo, libero, splendido; cioè capace della grazia dello Spirito Santo e per consequente a la similitudine et imagine sua, e per questo più piacergli che l’altre cose fatte da Dio per mezzo delle seconde cagioni, pone ora la sua argomentazione che è questa: Niuna cosa può piacere a Dio, se non in quella perfezione ch’elli l’àe creata; e l’uomo per lo peccato cadde dalla perfezione sua nella quale fu creato, adunqua convenia ritornare nella sua perfezione per qualche modo, acciò che piacesse a Dio. La maggiore è vera: imperò che Iddio è sommo bene e non vuole se non le cose buone, e non fa se non bene, addunqua egli vuole le cose quali elli le fa. E la minore si prova per questo solo: Lo peccato fa l’uomo dissimigliante a Dio, dunqua per lo peccato cadde l’uomo da la perfezione sua, dunqua è vera la conclusione. E li modi erano tre; cioè l’uno di sola misericordia, cioè che Iddio avesse per sua cortesia perdonato a l’uomo; lo secondo era di sola iustizia, cioè che chi [p. 250 modifica]avea mancato co la colpa, riempiesse co la pena, e lo terzo era di misericordia e di iustizia insieme, e questo piacque più a Dio, come si dirà di sotto. Dice adunqua così lo testo. Di tutte queste cose; cioè le quali sono dette di sopra nella fine dell’altra lezione; cioè perpetuità, libertà e lume; le quali tre cose furno poste da Dio ne l’anima umana quando la creò prima: imperò che li diede memoria che 23 è nobilitata per la perpetuità, e voluntà che è nobilitata per la libertà, et intelletto che è nobilitato per lo lume e per la grazia dello Spirito Santo; per le quali tre cose l’uomo fu fatto a la imagine e similitudine d’Iddio, e con queste tre cose piace a Dio s’avvantaggia; cioè si nobilita et eccede, L’umana creatura; più che l’altre creature, e s’una; cioè se una delle dette tre dignitadi, manca; cioè dalla sua perfezione: imperò che Iddio le diè perfette a l’uomo, Da sua nobilita convien che caggia; cioè l’umana creatura conviene cadere da la sua perfezione e dalla sua dignità. Solo ’l peccato; ecco che dimostra quale è quella cosa che può fare imperfette le dette tre dignitadi, cioè lo peccato solo: imperò che lo peccato oscura lo intelletto, et oscurato lo intelletto cade dalla detta similitudine di Dio; e però dice: è quel che la difranca; cioè l’umana creatura, e falla manca dalla sua perfezione, E falla dissimile al sommo Bene; cioè a Dio, che è sommo bene, diventa dissimile l’umana creatura, Perchè; ecco la cagione: imperò che, del lume suo; cioè del sommo bene, poco s’imbianca; cioè poco s’illumina: imperò che poco vede lo intelletto umano, quando si lassa cadere a fare quello che non dee. Et in sua dignità; cioè di prima avuto, cioè nella perfezione prima, mai non riviene; cioè mai non ritorna, Se non riempie; ecco che manifesta che cosa è peccato; cioè mancamento e privazione di bene; e però, a volere sodisfare per lo peccato, conviene che si riempia la privazione del bene con ristoramento, dove colpa; cioè proceduta dal peccato, vota; cioè in quel luogo conviene essere lo ristoro, dove fu lo mancamento; e perchè nel peccato concorreno 24 l’atto, perchè seguita la privazione. e quello atto si fa con diletto, e così lo diletto conviene che si soddisfaccia contra lo mal diletto co la pena, e contra ’l mancamento del bene co l’operamento del bene, e però dice: Contra mal dilettar; cioè contra lo mal diletto, con iuste pene; cioè rispondenti per pari al diletto; e così appare la maggiore dell’argomento posto di sopra. Ora seguita la minore e la conclusione.

C. VII — v. 85-96. in questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, continuando lo suo ragionamento, adiungesse a la maggiore posta di sopra la minore, e la conclusione; cioè: L’umana [p. 251 modifica]natura diventò per lo peccato dei primi parenti tutta dissimigliante a Dio, e spiacente; dunqua necessario fu che per qualche modo ritornasse nella perfezione da la quale era mancata, se voleva piacere a Dio. Dice adunqua così: Vostra natura; cioè di voi uomini, quando peccò tota; cioè commisse lo primo peccato, Nel seme suo; ecco che dichiara in che modo l’umana natura peccò tutta, cioè nel seme suo, cioè ne’ primi parenti che furno seme di tutta l’umana natura, da queste dignitadi; cioè dalla perpetuità, da la libertà e dal lume, per le quali cose era simile a Dio, fu rimota; cioè fue rimossa da esse, cioè dalla perfezione loro: imperò che, benchè eglino rimanessono, non rimaseno perfette come prima, sicchè oscurata fu la similitudine d’Iddio ne l’omo, Come da paradiso; cioè come dal paradiso terrestro fu rimota, che ne fu sbandita; così dal paradiso celeste, cioè a tempo, cioè infinchè non fusse sodisfatto per lo peccato, sicchè tornasse in grazia. Nè ricovrar poteansi; cioè le dette dignitadi, cioè in quella perfezione che fusse bastcvile, se tu badi; cioè se tu ragguardi; et è vulgare lucchese, Ben sottilmente, per alcuna via; cioè per alcuno modo, Senza passar per un di questi gradi; cioè per uno di questi due modi, cioè di misericordia o di iustizia, e la cagione era questa: imperò che nel peccato dei primi parenti fu offeso Iddio: imperò che fu disobedito al suo comandamento e volse l’omo sapere, come elli, lo bene e lo male, sicchè vi fu peccato di superbia e di gola, in quanto a ciò l’indusse la suavità del cibo. O che Dio solo: imperò che Iddio solo era l’offeso, a lui convenia che sodisfacesse, per sua cortesia; cioè per sua misericordia, e questo è l’uno modo, Dimesso avesse; cioè perdonato avesse l’offesa a l’uomo e non avesse voluto sodisfacimento, o che l’om; che avea peccato, per sè isso; cioè per sè medesimo, Avesse sodisfatto a sua follia, come richiedeva la iustizia; e questo era l’altro modo. Et ora finge Dante che Beatrice lo facesse attento a le ragioni che vuole assegnare nell’altra parte che seguita, a dimostrare che la via della iustizia era impossibile, cioè che l’omo potesse sodisfare per sè medesimo, e che Iddio volesse tenere l’una e l’altra via della misericordia e della iustizia in questo fatto insieme; e però dice: Ficca mo; cioè a vale 25, l’occhio; cioè della ragione e dello intelletto tu, Dante, per entro l’abisso; cioè per entro la profondità, De l’eterno consiglio; cioè divino, quanto poi, cioè tu, Dante, Al mio parlar; cioè di me Beatrice, distrettamente fisso; cioè fermato l’occhio tuo de la ragione e dello intelletto strettamente al mio parlare, sicchè non avvisi altro; e pone lo singulare per lo plurale, ponendo l’occhio per gli occhi. [p. 252 modifica]

C. VII — v. 97-111. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice, seguitando lo suo ragionamento, mostrò per ragione ’l una parte della conclusione posta di sopra non essere possibile, e l’altra non essendo respondente alla iustizia; e però fece meglio Iddio a fare la redenzione de l’omo per lo modo ch’elli la fece, che per altro modo, come mosterrà di sotto nella sua allegazione. E prima tocca la prima, dicendo così: Non potea; ecco che mostra che l’uomo non potea fare l’ammenda del suo peccato per sè stesso, che fu la seconda parte della conclusione posta di sopra, ragionando così: l’omo noti potea Mai sodisfar; cioè per lo peccato commesso dai primi parenti, nei termini soi; cioè stando l’omo, non crescendo sua condizione; et ecco che assegna la cagione, per non poter ir giuso; cioè per non potersi abbassare, Con umiltade obediendo poi; cioè poi ch’elli ebbe peccato; e ben dice Con umiltade: imperò che l’obedienza è atto d’umiltà, come disobedienzia è filliuola della superbia, Quanto disobediendo intese ir suso: imperò che, quando disobeditte, volse fare sè simile a Dio: imperò che volse sapere lo bene e lo male, com’elli; e però: con ciò sia cosa che Iddio sia altissimo e dignissimo sopra ogni cosa e la sua altezza è infinita, anco ogni bassezza è finita. E quest’è la ragion; dice Beatrice, conchiudendo, per che l’ om fue; cioè stando pure l’uomo, Da poter sodisfar per sè; cioè da potere sodisfare per lo peccato suo per sè medesimo, dischiuso; cioè rimosso et eccetto 26. Dunque; ecco che conchiude che, poi che l’uomo non lo potea fare, convenne che Iddio se rilevare lo volea, lo rilevasse colle vie sue. cioè coll’una o con amendue. E due sono le vie di Dio, cioè misericordia e verità; se li avesse perdonato, l’arebbe rilevato colla misericordia; se lo voleva rilevare co la iustizia, conveniva che fusse tale l’omo che potesse sodisfare per l’offesa; e però dice: a Dio convenia co le vie sue; cioè misericordia e verità, Riparar l’omo; cioè ritornare l’uomo, a sua intera vita; nella dignità 27 che l’avea creato, Dico co l’una; cioè via, dice Beatrice, cioè o colla misericordia o colla iustizia, o ver con ambedue; cioè insieme colla iustizia e misericordia insieme, e non pur co l’una disperse dall’altra. Se Iddio avesse perdonato a l’uomo di sua potenzia assoluta, era liberato con misericordia sola: se Iddio avesse fatto uno uomo sì fatto che a ciò avesse potuto sodisfare, arebbe liberato l’omo co la sua iustizia; ma unire lo Verbo Divino co l’umanità fu misericordia, e che l’umanità sostenesse pena fu iustizia: imperò che peccando aveva avuto lo diletto. Et adiunge: Ma, perchè l’opra; cioè, [p. 253 modifica]Dell’operante è tanto più gradita; cioè è tanto più a grado a chi la riceve, quanto più appresenta; cioè l’opera, De la bontà del cuor; cioè dell’operante e dell’operatore; e però dice: und’è uscita; cioè del quale cuore è uscita la voluntà di tale opera: tanto più piace l’opera, quanto si fa con migliore voluntà, La Divina Bontà; cioè la carità di Dio, che ’l mondo imprenta; cioè la quale imprime in tutta la creatura lo suggello della sua Bontà Infinita, cioè infonde la sua carità in tutte le cose in ciascuna, secondo lo suo grado e la sua disposizione apparecchiate a ricevere, fu contenta Di proceder per tutte le sue vie; cioè per la via della misericordia 28 e de la verità, A rilevarvi suso; cioè a rilevare voi suso nella vostra dignità, data prima da lui a l’umana natura.

C. VII — v. 112-120. In questi tre ternari lo nostro autore finge che Beatrice, ragionando oltra, dimostrò qual fu la via; e come fu grande che Iddio prese a rilevare l’uomo, dicendo: Nè tra l’ultima notte; cioè che serà, quando per fuoco si risolverrà 29 lo mondo: imperò che poi non sarà più notte; ma sarà continuamente di’; imperò che rimarranno li cieli e la terra purissima e splendida, e ’l Sole e la Luna staranno fermi e daranno continuamente la sua luce, e ’l primo die; cioè quando Iddio fece lo mondo; imperò che la prima cosa che Iddio facesse, quando 30 ridusse la prima materia in forma, fu la luce che subitamente splendè, Sì alto processo 31; come fu la incarnazione del Verbo Divino, o sì magnifico; processo, s’intende ancora, cioè opera: nessuna opera fece mai Ìddio nè farà sì alta o sì magnifica, come fu la incarnazione del suo Verbo: altissima cosa fu tirare l’umanità a tanta altessa che si coniungesse a Dio: magnifica cosa fu dare Iddio lo suo Figliuolo per noi, fu o fie; cioè fu nel passato, e sarà in quello ch’è a venire, O per l’uno o per l’altro; cioè o per Iddio o per l’uomo: dalla parte di Dio fu magnifica opera, dalla parte de l’uomo fu alta opera. Ecco che assegna la ragione: Chè; cioè imperò che, più largo fu Iddio; ecco la magnificenzia di Dio, a dar sè stesso; per la redenzion nostra, Per far l’om sofficente a rilevarsi; ecco lo fine, per che Iddio Padre diede lo suo Figliuolo ad incarnarsi dell’umanità nostra; per far l’uomo sofficente a rilevarsi; imperò che l’uomo puro non sarebbe stato sofficente, Che s’elli; cioè Iddio, avesse sol; cioè solamente, [p. 254 modifica]dimesso; cioè perdonato da sè medesimo. E tatti gli altri modi erano scarsi; cioè manchi e defettuosi, A la iustizia: imperò che non arebbono risposto a la iustizia: imperò che, se avesse perdonato da sè era misericordia e non iustizia. Iddio solo non poteva patir pena, nè dovea secondo iustizia: imperò che non aveva peccato; l’omo pur anco non era sofficente, secondo iustizia, nè l’angelo, secondo iustizia non dovea soddisfare per lo peccato de l’omo. Adunqua questo modo fu conforme più e debito a la iustizia, che nessuno altro, se ’l Figliuol d’Iddio Non fusse umiliato ad incarnarsi; cioè a prendere la nostra umanità et unirla a sè medesimo, cioè a la sua persona; e fatta fu allora una persona l’umanità e la divinità del Figliuolo di Dio in Cristo. Seguita.

C. VII — v. 121-129. In questi tre ternari lo nostro autore finge che Beatrice, continuando lo suo parlare, muova sopra le cose dette uno dubbio, lo quale solverà nella parte che seguita; cioè come si corrompeno gli elementi che sono cose create da Dio, come ancora si corrompeno le cose elementate; e però dice così: Or; cioè ora, per impierti; cioè per impiere a te Dante, ogni tuo disio; cioè ogni tuo desiderio, Ritorno; io Beatrice, a dichiararti; cioè a te Dante, in alcun loco; cioè sopra le cose dette, Per che; cioè acciò che, tu veggi; cioè tu, Dante, lì; cioè in quel luogo, così com’io; cioè così veramente, come veggio io Beatrice. Tu; cioè Dante, dici; cioè contro a quelle conclusioni, che sono dette di sopra: Io veggio l’aire; che è lo secondo 32 pianeto, e veggio ’l foco; che è lo primo elemento, L’acqua; che è lo terzo, e la terra; che è lo quarto, e tutte lor misture; cioè ogni composizione dei detti quattro elementi 33, Venir a corruzione; imperò che lo fuoco si corrompe per l’aire, come appare quando si soffia nella candela, che lo soffio non è se non aire agitato, et agitato va quine dove è lo fuoco, e caccialo e spegnalo 34. Ma qui nasce uno dubbio; se l’aire agitato ammorta la fiamma, perchè l’aire agitato ancora suscita la fiamma che è lo contrario: imperò che, soffiando nella candela spenta, se v’è del fuoco nel lucignolo s’accende, come soffiando si spegne? A che si dè rispondere che altro è soffiare in verso la fiamma, et altro in verso la materia allocata: l’aire agitato muove la virtù del fuoco che è nella materia e falla evaporare, e quel vapore mosso s’accende; ma quando si soffia nella fiamma, si soffia nel vapore e mandasi via. Così l’acqua [p. 255 modifica]spegne lo fuoco, gittata in grande quantità, et in piccola quantità l’accende più; così la terra gittata sopra ’l fuoco lo spegna più che altra cosa. E così lo fuoco corrompe tutti gli altri elementi, quando soperchia, e così tutti gli elementi corrompono l’uno l’altro, quando non v’è proporzione, e così ogni cosa composta degli elementi viene a corruzione, e durar poco; cioè veggio le cose elementate. E queste cose; che dette sono, pur fur creature: imperò che Iddio creò la prima materia di niente. Per che; cioè per la qual cosa, se ciò ch’ò detto; cioè io Beatrice, è stato vero; cioè quello che è stato detto di sopra nelle sette conclusioni, Esser dovrien da corruzioni secure: imperò che detto è di sopra che ciò, che viene senza mezzo, per creazione da Dio, è perpetuo e libero, che per sè medesimo fa l’operazione sua naturale; e questo è lo dubbio. Adiunge la soluzione in questa parte che seguita.

C. VII — v. 130-144. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice solve lo dubbio mosso nella parte passata, dimostrando quali sono le cose perpetue, e quali no, et assegnando la cagione, per che. Dice così: Li Angeli; sotto questo nome angeli s’intendono tutti gli ordini, frate; dice a Dante, chiamandolo per questo nome che è nome di carità, e ’l paese sincero 35; cioè li cieli che sono di pura materia, e però dice sincero; cioè puro, sincero; cioè 36 senza carie, che viene a dire corruzione, Nel qual; cioè paese sincero, tu; cioè Dante, se’; cioè ora quanto col pensieri, benchè secondo la lettera finga col corpo, dir si posson creati; cioè da Dio: imperò che senza mezzo Iddio li produsse ad essere di niente, in lor esser intero; cioè in quello essere intero che ora sono: imperò che Iddio insieme creò la materia 37 loro e la forma, Sì come sono; cioè per quel modo che ora sono; e però si può conchiudere che debbono essere perpetui e liberi: imperò che senza mezzo dependeno da Dio. Ma gli elementi che tu; cioè li quali tu, Dante, ài nomati; cioè ài nominato, E quelle cose che di lor si fanno; cioè le cose elementate, cioè composte degli elementi, sono informati Da creata virtù; cioè sono 38 creati dall’essere che ànno da creata virtù, la quale Iddio misse negli elementi quando creò la loro materia di niente; e così la loro forma è da Dio per mezzo di quella virtù creata: imperò che la loro forma naturale, benchè da la potenzia della materia fosse nell’essere, e per ciò di qualche cosa si può dire [p. 256 modifica]fatta; niente di mono la luce, che si dice essere principio delle forme, nel principio inanzi ad ogni forma e materia fu creata, e così si manifesta che la forma che ànno ora gli elementi non debbe essere perpetua nè libera: imperò che non fu creata senza mezzo da Dio; ma per mezzo della virtù creata, che Iddio misse nella prima materia, e da la luce delle luci, che è forma che produce ogni forma. E così seguita che la prima materia in quella sua informità, ne la quale fu creata, è perpetua e libera; ma in quella forma, che à ora, è mutabile e corruttibile, perchè non è creata da Dio senza mezzo; ma con mezzo della creata virtù messa in loro nella loro creazione, o per mezzo della luce; e le cose elementate tutte sono arrecate ad essere da Dio per virtù delle influenzie dei cieli e dei corpi celesti, e però appare che sono temporali e mutevili e corruttibili, perchè sono create da Dio per mezzo delle influenzie celesti; e però ben dice: Creata fu la materia; cioè da Dio senza mezzo, ch’elli; cioè gli elementi, ànno; e però quella è perpetua e lìbera, che non soiace se non a Dio. Creata fu la virtù informante; cioè arrecante ad essere le cose elementate; e però adiungne: In queste stelle; ecco che li dimostra Beatrice in che stia la virtù informante, informante le cose elementate; cioè ne le stelle; e dice queste, perchè allora, secondo ch’egli finge, era in cielo, che; cioè le quali stelle, torno; cioè intorno, a lor; cioè alle cose elementate et a li elementi, vanno 39; faccendo lo suo giro e la sua revoluzione; e per questo appare che non sono perpetue, e che soiaceno ai corpi celesti. Et adiunge la cagione, per che gli animali bruti e’ vegetabili, quanto a la loro anima, non sono perpetui nè liberi: imperò che sono di complessione potenziata e perchè sono dedutte ad essere da la influenzia dei corpi celesti, la quale s’infunde coi raggi loro e col loro moto; e però dice: Lo raggio e ’l moto; ecco che tocca due cose che sono cagione de le influenzie dei corpi celesti, de le luci sante; cioè delle stelle le quali chiama sante, cioè ferme, perchè sono create senza mezzo da Dio, tira; cioè produce ad essere, L’anima d’ogni bruto; cioè l’anima sensitiva et imaginativa d’ogni animale bruto, e de le piante; cioè l’anima vegetativa dell’erbe e degli albori, Di compiession potenziata; cioè di composizione materiale, cioè elementale: imperò che tale anima si dice fatta del simplice formale degli elementi, deputato dalla virtù e dalla influenzia dei corpi celesti; e perciò tali anime sono temporali e non perpetue, [p. 257 modifica]e non sono libere; ma soiaceno a la influenzia et a la virtù dei corpi celesti Ma nostra vita; cioè l’anima di noi uomini, dice Beatrice a Dante; ecco la differenzia dell’anima umana da l’altre anime, senza mezzo: imperò che solo Iddio senza altro mezzo, spira; cioè mette nel corpo umano quando è compiuto d’organizzare, creandola in esso di niente, La Somma Benenanza; cioè la somma bontà di Dio: imperò che Iddio tutto ciò, che fa, fa per sua infinita bontà, e la inamora Di sè; cioè e mette in lei lo naturale desiderio del sommo bene, sicchè l’anima non può fare ch’ella nol desideri; e però dice: sì; cioè per sì fatto modo, che poi sempre; cioè ch’ella è creata, sempre li dura, la disira; cioè desidera lei, cioè la somma bontà; e però l’anima umana ragionevile è perpetua e libera.

C. VII — v. 145-148. In questo ternario et uno versetto lo nostro autore finge che Beatrice, dopo lo ragionare posto di sopra, adiungesse una corollaria conclusione che seguitava oltra lo proposito delle conclusioni di sopra poste: cioè che l’uomo dè risurgere nella sua carne dopo l’ultimo del mondo, e venire a l’estremo iudicio dove saranno iudicati li buoni a la eterna gloria, e li rei a la eterna pena per lo vero iudice, ciò Cristo nostro Salvadore, dicendo così E quinci; cioè e da quel che fu detto di sopra, cioè da quella conclusione che fu posta, cioè che ciò, che Iddio à fatto senza mezzo, è perpetuo e libero, seguita che li nostri corpi debbono risorgere: imperò che Iddio fece lo corpo del primo uomo, cioè d’Adam, senza mezzo, dunqua debbe essere perpetuo e libero, e similmente fece Eva; e noi veggiamo che ogni carne muore, dunqua conviene che questa morte sia a tempo, cioè de l’umana carne, e poi ritorni perpetua: imperò che Iddio la fece perpetua. S’ella cadde per la disobedienzia dei primi parenti dalla sua dignità, ella ritornò poi per la passione di Cristo, sicchè la passione di Cristo àe redutto non solamente l’anima umana nella sua dignità; ma ancora la carne, sicch’ella risorga nei buoni a gloria, nei rei a pena per adempiere la Divina Iustizia, che come la carne insieme àe meritato co l’anima; così insieme sia premiata; e però dice: puoi argomentar; cioè tu, Dante, ancora; oltra a quello che è detto, Nostra resurrezion, cioè la resurrezione in carne di voi uomini, se tu; cioè Dante, ripensi; cioè ti reduci a mente. Come l’umana carne fesi; cioè in che modo fu fatto da Dio lo corpo umano, all’ora; in quel tempo, Che; cioè nel quale, li primi parenti; cioè Adam et Eva, intrambo; cioè amenduni insieme, fensi; cioè fecionosi, cioè furno fatti da Dio. E qui finisce lo canto settimo, et incominciasi l’ottavo.

Note

  1. C. M. angeli, e cominciasi quine Di tutte queste ec. La prima,
  2. C. M. di dimandarne dichiaragione.
  3. Rallegrantici; rallegriamotici, ci rallegriamo in te. E.
  4. C. M. umane beate sono
  5. C. M. per reduzione :
  6. Meglio sarebbe a dire che talora si pone il verbo intransitivo assoluto in luogo dell’intransitivo riflesso, tralasciando cioè l’affisso che dimostra il termine dell’ azione, come è qui il si o sè. E.
  7. Nolite sapere plusquam opporteat
  8. Risa e riso, come gesta e gesto ; quindi i plurali risa, rise, risi e gesta, geste, gesti. E.
  9. Miso, oggi messo; participio passato, non discaro ai padri di nostra lingua, che loro venne dal misus latino de’ bassi tempi. E.
  10. C. M. presa sopra li Iudei che di tale iustizia funno esecutori; e se iusta fu la vendetta
  11. Soluto, Solverò, inflessione primigenia dall’infinito solvere.
  12. C. M. quinde lo prese l’autore;
  13. C. M. Adam et Eva, fu
  14. C. M. mandò lo suo unigenito Filliuolo a prendere carne umana, per sodisfare iustamente al peccato de’ primi parenti. Seguita.
  15. Iniura ; cavatone via l i, come in impero e simili. E.
  16. Le’; lei, come de’, no’, può’ per dei, noi, puoi. E.
  17. Vengiata ; participio passato del verbo vengiare, derivato dal vengiar dei Provenzali. E.
  18. Sciolgersi; da sciogliere, trasposto il g come in scelgere, svelgere per scegliere, svegliere. E.
  19. C. M. Iddio volesse prendere carne umana e volesse morire per redenzione della natura umana, e poco si discerne;
  20. Sperne; disprezza, dal latino spernere. E .
  21. Vincenzo Gioberti, rammentando la cosmogonia di Dante, osserva come egli distingue le creature in due classi; quelle fatte da Dio senza mezzo e nel loro essere intero, cioè in atto; e quelle create mediatamente, cioè solo in potenza, di complession potenziata. Alla prima classe pertengono i cieli, gli angeli e l’uomo; alla seconda gli elementi, la terra, .le piante, gli animali. Le creature di codesta seconda traggono la loro virtù informante da quelle della prima; cioè dai cieli. E.
  22. Nell’Ecclesiaste è detto che l’opere fatte immediatamente dalla Bontà Divina vanno esenti da corruzione e durano in perpetuo. E.
  23. C. M. che è nobiltà et intelletto
  24. C. M. concorre
  25. Avale; iguale, ora, voce frequente negli scrittori antichi. E.
  26. Eccetto; eccettuato, dall’exceptus latino. E.
  27. Nella dignità che, maniera ellittica; nella dignità in che. E.
  28. C. M. misericordia e verità e della iustizia: Universœ vice Domini sunt misericordia et veritas, dice santo Augustino, A rilevarvi
  29. Risolverrà; risolverà, come talora nei futuri gli antichi addoppiavano l’r, come porria per poria e simili. E.
  30. C. M. quando dedusse
  31. Nota il Gioberti come qui i vocaboli procedere, via, processo vengono presi pel discorso creativo, in quanto si termina ed effettua nel tempo. È un linguaggio biblico ed orientale. Le due vie dantesche sono la verità (giustizia) e la misericordia. E.
  32. C. M. secondo elemento, e veggio
  33. Questa opinione che il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra fossero elementi era comune ai tempi dello stesso Allighieri, e solo ai nostri giorni coll’avanzamento delle scienze fisiche si è trovata falsa. E.
  34. Spegnalo; lo spegna, verbo della terza modellato sulla seconda coniugazione. E.
  35. Riflette qui il Gioberti che, se per paese sincero s’intende l’etere primitivo nel suo stato di nubilosa, l’opinione del Poeta è grandemente probabile. La nubilosa è la materia prima donde rampolla l’universo, tranne gli spiriti. E.
  36. C. M. cioè sine carie, cioè corruzione,
  37. C. M. materia de’ cieli et essi cieli in quella forma che sono ora, Siccome
  38. C. M. cioè sono arrecati ad essere quel che sono da creata virtù,
  39. Secondo la cosmogonia dantesca, osserva il detto Filosofo subalpino, il Sole è quasi mediatore tra il cielo e la terra, e mediante esso attuansi nel nostro mondo le forme celesti che vi riseggono solo in potenza. Ciò consuona all’opinione del Link che la luce sia il veicolo delle idee o tipi naturali, ed è pure dottrina del nostro Commentatore. E.
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