Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XIX

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Paradiso
Canto diciannovesimo

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Paradiso - Canto XVIII Paradiso - Canto XX
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C A N T O     XIX.





1Parea dinanzi a me con l’ali aperte
     La bella image, che nel dolce frui 1 2
     Liete facean l’anime conserte:3
4Parea ciascuna rubinetto, in cui
     Raggio di Sole ardesse sì acceso,
     Che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
7E quel, che mi convien ritrar testeso,4
     Non portò voce mai, nè scrisse onchiostro,5
     Nè fur per fantasia giammai compreso:
10Ch’ io vidi, et anco udi’ parlar lo rostro,
     E sonar ne la voce et Io e Mio,
     Quando era nel concetto Noi e Nostro.
13E cominciò: Per esser iusto e pio
     Sono io qui esaltato a quella gloria,6
     Che non si lascia vincer al disio;7
16Et in terra lassai la mia memoria
     Sì fatta, che le genti lì malvage
     Commendan lei; ma non seguen la storia.

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19Così un sol calor di molte brage
     Si fa sentir, come da molti amori8
     Uscia solo un suon di quella image.
22Ond’io appresso: O perpetui fiori
     De l’eterna letizia, che pur uno
     Parer mi fate tutti vostri odori,
25Solvetemi, spirando, il gran digiuno,
     Che lungamente m’à tenuto in fame,
     Non trovandoli in terra cibo alcuno.
28Ben so io che, se ’n Cielo alto reame9
     La Divina Iustizia fa suo specchio,
     Che ’l vostro noll’apprende con velame.
31Sapete come attento io m’apparecchio
     Ad ascoltar; sapete quale è quello
     Dubbio, che m’è digiun cotanto vecchio.
34Quasi falcon, che escendo di cappello,10
     Muove la testa e co l’ali si plaude,11
     Vollia mostrando e facendosi bello;
37Vidd’io farsi quel segno, che di laude
     De la divina grazia era contesto,
     Con canti, quai si sa chi lassù gaude.
40Po’ cominciò: Colui, che volge ’l sesto12
     A l’estremo del mondo, e dentro ad esso
     Distinse tanto occulto e manifesto,
43Non poteo suo valor sì far impresso
     In tutto l’Universo, che ’l suo Verbo
     Non rimanesse in infinito eccesso.
46E ciò fa certo, che ’l primo superbo,
     Che fu la somma d’ ogni creatura,
     Per non aspettar lume, cadde acerbo.

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49E quinci appar ch’ ogni minor natura13
     È corto ricettaculo a quel bene,
     Che non à fine, e sè con sè misura.
52Dunque vostra veduta, che conviene14
     Esser alcun dei raggi de la Mente,
     Di che tutte le cose son ripiene,
55Non può di sua natura esser possente15
     Tanto, che ’l suo principio non discerna
     Molto di là da quel, che gli è parvente.
58Però ne la iustizia sempiterna
     La vista che riceve ’l vostro mondo,16
     Com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
61Che, benchè da la proda veggia ’l fondo,
     In pelago nol vede, e non di meno
     Elli è; ma cela lui l’esser profondo.17
64Lume non è, se non vien da sereno,
     Che non si turba mai, anzi è tenebra,
     O ombra de la carne, o suo veneno.
67Assai t’ è mo aperta la latebra,
     Che t’ascondea la iustizia viva,
     Di che facei quistion cotanto crebra:18
70Che tu dicei: Un om nasce a la riva
     Del Nilo, e quivi non è chi ragioni
     Di Cristo, nè chi legga, nè chi scriva;
73E tutti suoi voleri et atti buoni
     Sono, quanto ragione umana vede,
     Senza peccato in vita, o in sermoni.

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76non battezzato e senza fede:
     Ov’è questa iustizia che ’l condanna!
     Ove la colpa sua, sed ei non crede?19
79Or tu chi se, che vuoi seder a scranna,
     Per iudicar di lungi mille millia
     Co la veduta corta d’ una spanna ?
82Certo a colui, che meco s’ assottillia,
     Se la Scrittura sopra voi non fosse,
     Da dubitar sarebbe a meravillia.
85O terreni animali, o menti grosse
     La prima Voluntà, ch’è per sè buona,
     Da sè, che è sommo ben, mai non si mosse!
88Cotanto è iusto quanto a lei consona:
     Nullo creato bene a sè la tira;
     Ma essa, radiando, lui cagiona.
91Quale sovresso ’l nido si rigira,
     Poi ch’ à pasciuto la cicogna i filli,
     E come quei, ch’è pasto, la rimira;20
94Cotal si fece, e su levò li cilli
     La benedetta imagine, che l’ali
     Movea sospinte da tanti consilli.21
97Roteando cantava, e dicea: Quali
     Son le mie note a te, che nolle ’ntendi,22
     Tal è l’iudicio eterno a voi mortali.
100Poi seguitaro quei lucenti incendi
     De lo Spirito Santo ancor nel segno,
     Che fe i Romani al mondo reverendi.
103Esso ricominciò: A questo regno
     Non sallì mai chi non credette in Cristo
     O prima, o poi che si chiavasse al legno.

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106Ma vedi: Molti gridan Cristo Cristo,
     Che seran ne l’udicio assai men prope23
     A lui, ch’è tal, che non cognosce Cristo.
109E tai cristian dannerà l’ Etiope,
     Quando si partiranno i du’ collegi,
     L’uno in eterno ricco, e l’altro inope.
112Che potran dir li Persi ai vostri regi,
     Come vedranno quel volume aperto,
     Nel qual si scriven tutti suoi dispregi?
115Lì si vedrà tra l’opere d’Alberto
     Quella, che tosto moverà la penna,
     Per che il regno di Plaga fi’ diserto.24
118Lì si vedrà il duol, che sopra Senna
     Induce, falseggiando la moneta,
     Quei che morrà di colpo di cotenna.25
121Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
     Che fa lo Scozio e l’Inghilese folle,26 27
     Sicchè non può soffrir dentro a sua meta.
124Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
     Di quel di Spagna, e di quel di Buemme,28
     Che mai valor non cognobbe, nè volle.
127Vedrass’ al ciotto di Ierusalemme
     Segnata con un I la sua bontate,
     Quando ’l contrario segnerà un emme.
130Vedrassi l’avarizia e la viltate
     Di quei che guarda l’isula del foco,
     Ove Anchise finì la lunga etate.

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133Et a dare ad intender quanto è poco.
     La sua scrittura fien lettere mozze,
     Che noteranno molto in parvo loco.29
136E parrann’a ciascun l’opere sozze
     Del barba e del fratel, che tanto egregia30
     Nazione e due corone àn fatto bozze.
139E quel di Portogallo, e di Norvegia
     Lì si cognosceranno, e quel di Rascia,
     Che mal à visto il cogno di Vinegia.31
142O beata Ungaria, se non si lascia
     Più malmenare! e beata Navarra,
     Se s’armasse del monte che la fascia!
145E creder dè ciascun, che già, per arra
     Di questo, Nicosia e Famagosta
     Per la sua bestia si lamenti e garra:
     148 Chè dal fianco dell’altre non si scosta.

  1. vv. 2. e 21. Image, terminato in e per uniformità di cadenza, come compage ec. E.
  2. v. 2. Frui, infinito alla maniera latina, della quale ci forniscono talora esempi i nostri padri, come esse, velle e somiglianti E.
  3. v. 3. C. A. faceva
  4. v. 7. C. A. trattar testeso,
  5. v. 8. C. A. inchiostro,
  6. v. 14. C. A. Sono esaltato qui a
  7. v. 15. C. A. vincere a disio;
  8. v. 20. C. A. di molti
  9. v. 28. C. A. altro
  10. v. 34. C. A. falcone ch’esce di
  11. v. 35. C. A. coll’ale
  12. v. 40. Po’; poi, come no’ per noi, le’ per lei ed altrettali. E.
  13. v. 49. C. A. ogni miglior
  14. v. 52. C. A. nostra
  15. v. 55. C. A. da sua
  16. v. 59. C. A. il nostro
  17. v. 63. C. A. El v’ è, ma celai sì l’esser
  18. v. 69-70. Facei, dicei, sottrattone dall’ ultima sillaba il v, come pure nella prima e terza persona dell’imperfetto, le quali sole oggi l’uso accetta, rifiutando questa seconda. E.
  19. v. 78. C. A. Ov’ è la colpa sua, se ei non
  20. v. 93. E com’ el che è
  21. v. 96. C. A. sospinta di
  22. v. 98. C. A. non le intendi
  23. v. 107. Prope; vicino, dal prope dei Latini. E.
  24. v. 117. Plaga; Praga pel facile scambio delle due liquide r ed l, come flagello e fragello. E.
  25. v. 120. C. A. per colpo
  26. v. 122. Inghilese pronunciasi tuttora dal popolo toscano. E.
  27. v. 122. C. A. Scotto
  28. v. 125. Buemme; oggi Boemia, ed anticamente Boemma, Buemma, Buemme e Buemmia, come Soave e Suavia. E.
  29. v. 135. C. A. che non terranno
  30. v. 137. Barba, da barbà armeno, figlio od affine di padre. E
  31. v. 141. C. A. conio




C O M M E N T O


Parea dinanzi a me ec. Questo è lo canto xix, nel quale l’autore nostro finge come quella aquila, formata di quelli santi spiriti, parlò con lui. E dividesi questo canto in due parti principali: imperò che prima finge come quella aquila parlò a lui, manifestando di che condizioni erano li spiriti che formorno quell’aquila, e come elli mosse uno dubbio senza manifestarlo, dicendo con generali parole; ne la seconda finge come la detta aquila solvè lo dubbio e riprese li regi del mondo che ànno abbandonato la iustizia, et incominciasi quine: Or tu chi se, ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide in parti sei: imperò che prima finge come la detta aquila li apparve et in che forma; nella seconda finge come la detta aquila li manifestò di che condizione erano li spiriti che in quella aquila si rappresentavano, et incominciasi quine: E cominciò: Per [p. 551 modifica]esser iusto ec.; nella terza finge com elli’mosse lo dubbio a quelli beati spiriti, che erano in forma d’aquila, non manifestandolo proponendo 1 che ’l dovessono sapere, e com’elli s’apparecchiorno a rispondere, et incominciasi quine: Ben so io ec.; nella quarta parte finge come quella incominciò a parlare, premettendo alquante conclusioni necessarie a la soluzione del dubbio, et incominciasi quine: Poi cominciò ec.; ne la quinta parte finge come conchiuse, posti e premissi alcuni princìpi, et incominciasi quine: Dunque vostra veduta ec.; nella sesta finge come, dichiarati alquanti princìpi, discese l’aquila al punto della questione e propuosela, et incominciasi quine: Assai t’è mo aperta ec. Divisa adunqua la lezione, ora è, da vedere lo testo co l’esposizione allegoriche e morali.

C. XIX — v. 1-12. In questi quattro ternari lo nostro autore propone quel ch’elli àe finto di sopra che facessono li beati spiriti, che si rappresentorno a lui in forma d’aquila, dicendo così: Parea dinanzi a me; cioè Dante, con l’ali aperte La bella image; cioè 2 de l’aquila, che mi pareva che stesse co l’ali aperte; e questo finge, perchè in questa forma sta, in quanto è segno d’imperio, a significare che ella è atta a comprendere ogni uno, et anco per dimostrare ch’ella è atta co l’ali a fare quelli due atti che s’appartegnano ad iustizia; punire li rei e rimeritare li buoni; e chiamala bella image: imperò che bella image è quella che rappresenta la iustizia mondana, che è conservatrice delle cose umane, che; cioè la quale imagine dell’aquila, facean l’animo conserte; cioè insieme ordinate a rappresentare tale segno. Liete; cioè le dette anime, nel dolce frui: imperò che erano liete ne la sua beatitudine, che non è altro che usare 3 Iddio; la quale cosa è dolcissima. Parea ciascuna; delle dette anime a me Dante, rubinetto; cioè a modo d’una pietra preziosa, che si chiama rubino che è di colore di fuoco, in cui; cioè nel quale rubinetto, Raggio di Sole ardesse; cioè risplendesse, sì acceso; cioè lo detto raggio, Che ne’ miei occhi rifrangesse lui; cioè che ripercotesse sè dal dello rubino ne’ miei occhi di me Dante. E quel, che mi convien ritrar; cioè ritirare da la mia memoria, che ’l vidde allora, Non portò voce mai; cioè non fu mai voce che ’l dicesse, dice l’autore, come dirò io, nè scrisse onchiostro; cioè non fu mai chi lo scrivesse, Ne fu per fantasia giammai compreso; cioè non fu mai niuno, che ciò apprendesse, se non avale io 4. E manifesta quel che fusse quello, che mai non s’apprese, nè si disse, nè scrisse mai d’alcuno se non da lui. Ch’io; cioè imperò che io Dante, vidi: imperò che io era presente, et anco udi’ parlar lo rostro; cioè lo [p. 552 modifica]becco dell’aquila, E sonar ne la voce; cioè della detta aquila, et Io e Mio; cioè parlare in singulari, Quando era nel concetto Noi e Nostro: imperò che parlava di tutti quelli spiriti insieme, siccome uno parlasse; perchè lo parlare è d’uno, e lo intendimento era di tutti E questo così fatto modo di parlare non fu mai più d’alcuno trovato, che dicendo Io e Mio s’intendesse Noi e Nostro, lo contrario sì bene; cioè che, dicendo Noi e Nostro, s’intende Io e Mio; e Voi e Vostro s’intende Tu e Tuo. E ben dice che non fu mai per fantasia compreso 5 che di più spiriti si facesse uno corpo apparente, che parlasse come uno, siccome àne ora compreso 6 la sua fantasia.

C. XIX — v. 13-27. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come quella aquila, della quale è detto, parlò e manifestò chi erano quelli spiriti che essa formavano, parlando in generale di loro condizione; e come mosse confusamente uno dubbio, acciò che da loro si solvesse, dicendo così: E cominciò; cioè lo detto rostro de la detta aquila a parlare e dire le infrascritte parole; cioè: Per esser iusto e pio Sono io qui esaltato a quella gloria Che non si lascia vincer al disio; ecco che parla in singulari, intendendo in plurali; cioè perchè noi siamo stati nel mondo iusti e pietosi: non si può operare iustizia perfettamente senza pietà e misericordia: imperò che se non si muove la iustizia da carità, che l’uomo abbia in verso lo prossimo: sarebbe più tosto la punitiva crudeltà 7,e la premiativa c la ristorativa sarebbe senza merito 8; e però adiunge l’autore a l’iusto pio, perchè co la iustizia conviene la pietà che significa movimento di carità: ogni atto di iustizia vuole essere mosso da carità a volere che sia meritorio. E seguita: Siamo noi beati spiriti quivi, cioè in questo pianeto di Iove, perchè seguitammo nel mondo la sua influenzia, a quella gloria; cioè perfetta di paradiso, la quale gloria non si lascia vincere dal desiderio umano: la gloria umana si lascia vincere dal desiderio umano: imperò che non è mai tanta, che l’uomo non ne volesse anco più; ma la gloria di paradiso perfetta sazia lo desiderio umano. Et in terra; cioè nel mondo, quando noi ci partimmo da esso, lassai; cioè lasciammo, la mia memoria; cioè la memoria di noi beati spiriti, Sì fatta; cioè la nostra memoria. che le genti lì; cioè nel mondo, malvage; cioè rie e peccatrici, Commendali lei; cioè la nostra memoria, ma non seguen la storia; ogni uno, o buono o rio che si sia, commenda le virtù; ma lo rio nolle seguila però. Così un sol calor di molte brage Si fa sentir; ecco [p. 553 modifica]che arreca una similitudine, dicendo che così usciva quello parlare uno da molti spiriti beati, pieni di carità et amore: Uscia solo un suoli di quella image; cioè come usciva uno solo suono da l’aquila imaginata, come detto fu di sopra; e così adatta la similitudine, ponendo molte brage per molti spiriti pieni d’amore, e lo calore per lo suono. Ond’io; cioè und’io Dante dissi, s’intende, appresso; cioè seguitando incontenente. O perpetui fiori; ecco che chiama li detti spiriti fiori; e dice perpetui, perchè non debbono avere fine, De l’eterna letizia; cioè della beatitudine eterna di paradiso, che è Iddio che è eterno, che; cioè li quali, pur uno Parer mi fate; cioè a me Dante, tutti vostri odori; cioè tutti li vostri meriti e la vostra beatitudine, li quali di virtù di carità c di iustizia ulimisceno 9, come li ulimosi fiori 10, Solvetemi; cioè a me Dante, spirando; cioè parlando; ma latentemente dice quello che è lo vero, cioè: Pregate che Iddio spiri in me la soluzione del dubbio che io òe; e però dice: il gran digiuno; cioè la grande privazione della verità di quello dubbio che io òne, che lungo tempo è durata. Che; cioè la quale privazione, lungamente m’à tenuto; cioè àe tenuto me Dante, in fame; cioè in desiderio d’esserne sazio. Non trovandoli; cioè non trovando a quello digiuno saziare, in terra; cioè qui nel mondo; et allegoricamente nelli uomini terreni, cibo alcuno; cioè alcuno saziamento, nè alcuna refezione. Ecco che àe detto lo suo desiderio e pregato che solvano lo suo dubbio, e non à detto quale sia perchè elli àne detto più volte che li spiriti beati vedeno in Dio ogni cosa, et Iddio vede tutti li nostri desidèri e tutte le nostre menti. E per questo finge che gli beati spiriti veggano lo suo dubbio, del quale àe desiderio d’avere la soluzione; e però induce la detta aquila a rispondere; e, premisse alquante belle conclusioni, muovere lo dubbio et adiungere la dichiaragione.

C. XIX — v. 28-39. In questi quattro ternari lo nostro autore finge ch’elli parlasse co li detti spiriti, formati in imagine d’aquila, più distintamente che di sopra, dimandando soluzione del suo dubbio; ma non sì che ancora s’intenda quale era, e come la detta aquila s’apparecchiò a rispondere, dicendo così: Ben so io; cioè ben so io Dante, che se ’n Cielo; cioè che se in cielo, alto reame; viene appositive al Cielo, quasi dica: Lo quale è alto reame, lo più alto reame che sia, è lo cielo: imperò che ’l cielo è lo regno altissimo, che Iddio ae ordinato a godere a coloro che faranno li suoi comandamenti, La Divina Iustizia fa suo specchio; cioè riluce nel suo specchio, cioè in Cristo figliuolo d’Iddio nel quale riluce la divina Iustizia, siccome in specchio che perfettamente la rappresenta: imperò [p. 554 modifica]che elli fu adimpitore di quella, Che ’l vostro; cioè specchio di voi anime beate, che siete salve per l’opere della iustizia, e questo Che è di soperchio all’ordine del parlare: imperò che è di sopra noll’apprende; cioè non apprende lei, cioè la iustizia d’Iddio, con velame; cioè con coprimento, sicchè non la vegga chiaramente. E parla con questa intenzione l’autore, cioè Iddio, cioè Figliuolo nel quale riluce la iustizia d’Iddio Padre, siccome in specchio; ma più perfettamente che nello specchio le cose rappresentate di fuora: imperò che come è detto, elli fu esecutore della divina Iustizia, mandò suoi raggi a le menti dei beati, et in essi riluceno e danno a vedere et intendere essa divina Iustizia: siccome le cose di fuora rappresentate nello specchio danno a vedere a chi guarda nello specchio; così ella dà sè a vedere ai nostri intelletti coi raggi ch’ella infunde della sua grazia. Sapete; ancora voi spiriti beati, come attento io; cioè Dante m’apparecchio; cioè apparecchio me, Ad ascoltar; cioè la vostra soluzione del mio dubbio, sapete; cioè voi beati spiriti, quale è quello Dubbio; sicchè non è bisogno che io ve lo dica, che; cioè lo quale dubbio, m’è: cioè è a me Dante, digiun cotanto vecchio: imperò che tanto tempo n’òe sostenuto la fame, cioè lo desiderio d’essere dichiarato di quello, e sono stato privato della dichiaragione. Quasi falcon; ecco che per adornamento de la poesi induce una similitudine, che così fece quella aquila, come fa lo falcone quando si leva lo cappello, che si dibatte e stendesi e fassi bello, che; cioè lo quale falcone, escendo di cappello; cioè poi che si li è levato lo cappello di capo, che si li tiene per farlo maniero e che non si dibatta, Muove la testa; guardando qua e là, e co l’ali si plaude; cioè sè percuote, Vollia mostrando; cioè di volare a pilliare preda, e facendosi bello; cioè sedendosi tutto e racconciandosi le penne col becco, Vidd’io; cioè Dante, farsi quel segno; cioè quella aquila, che detta è, che di laude; cioè lo quale segno di lode, De la divina grazia era contesto; cioè era composto tutto a rendere lode a Dio de la grazia ricevuta e che riceveano, Con canti, quai si sa chi lassù gaude; cioè con canti tali, quali sa chi gode su in cielo.

C.XIX— v.40-51. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come quella aquila, formata da quelli beati spiriti, fatto l’allegrezza del dubbio di Dante che lo vedeva intento a le cose d’Iddio, rispuose al dubbio suo, che nessuna cosa, o vero creatura era capace della Iustizia divina, e però non è meraviglia se l’uomo ne dubita. E però, premittendo questa conclusione generale che nessuna creatura è capace di tutte l’opere d’Iddio, descende a proponere lo dubbio di Dante e quello poi nell’altra lezione solve. Dice prima così: Po’ cominciò; cioè l’aquila detta di sopra Colui; cioè Iddio, che volge’l sesto; cioè lo quale volge lo sesto pianeto. cioè Iove, A l’estremo [p. 555 modifica]del mondo; cioè a l’ultima parte del mondo, cioè dall’oriente a l’occidente, e poi dall’occidente all’oriente, e dentro ad esso; cioè dentro al detto circulo di Iove, Distinse; cioè divise, tanto occulto; quanto è delle ragioni e cagioni della sua providenzia, cioè divina: imperò che le ragioni e cagioni della sua providenzia sono occulte e sono sì grandi, che l’omo non le può, nè sa pensare, e manifesto; cioè tante cose manifeste e sì grandi, come si vedono li effetti nelle cose del mondo. Li effetti sono manifesti: imperò che si veggono; ma le cagioni sono occulte: imperò che non si sanno, nè possanosi sapere per umano ingegno. Non poteo suo valor sì far impresso; cioè non potette Iddio lo suo valore, cioè la sua potenzia de lo intendere, sì imprimere e mettere, In tutto l’Universo; cioè in tutte le cose create da sè. Parrebbe a molti che l’autore parlasse male d’Iddio, derogando a la potenzia sua; ma elli parla bene e dice vero, cioè che Iddio non 11 potè far creatura pari a sè; ma crebbe la sua potenzia: imperò che non sarebbe onnipotente: imperò che non potrebbe quello che potesse quella creatura; e se potessono amenduni quello medesimo, dunqua la creatura potrebbe creare sè medesima, e così non sarebbe creatura; ma creatore, e così sarebbono più princìpi, che è impossibile. E però l’autore dice bene che Iddio non potette mettere lo suo valore in tutta la creatura, sicch’ella non fusse minore di lui; e però dice: che ’l suo Verbo; cioè che ’l suo Figliuolo, che si chiama Verbo del padre, Non rimanesse in infinito eccesso; cioè non fusse eccedente ogni creatura in infinito: imperò che tutte le cose create sono avanzate dal Verbo Divino, che è increato con eccesso infinito: imperò che elli è Iddio infinito, e le creature sono finite. E ciò fa certo; cioè e questo, che è detto, fa certo e pruova questo che dirò ora, cioè, che ’l primo superbo; cioè lo lucifero, che fu la prima creatura che superbisse contra Iddio, Che fu la somma d’ogni creatura; cioè lo quale lucifero avanzò tutte le creature per eccellenzia: imperò che tutte l’avanzò per natura datali da Dio tanto eccellente, Per non aspettar lume; cioè perchè non aspettò la grazia confirmante, anco si riputò pari a Verbo Divino, cadde acerbo; cioè cadde della sua eccellenzia, innanzi che avesse la grazia. E per questo si vede che se egli, che fu summa delle creature, non vidde le cagioni della providenzia d’Iddio e non ebbe tanto lume che li bastasse a cognoscere che l’altre creature, che sono minori, nolle debbono vedere; e che nolle vedesse appare: imperò che, se l’avesse vedute, non arebbe peccato, et elli peccò; [p. 556 modifica]dunqua non le vidde. E però conchiude l’autore, dicendo: E quinci; cioè da questo, appar; cioè si vede, ch’ogni minor natura; come è la creata, E corto ricettaculo a quel bene, Che non à fine; lo quale è Iddio: imperò la creatura finita non può contenere in sè, e ricevero quello che è infinito, e sè con sè misura. Iddio è bene infinito, che con niuno altro bene si può misurare, se non con sè medesimo: imperò che ogni altro bene è minore di lui, sicchè con niuno altro si può misurare: e com’elli è infinito; così l’opere sue sono investigabili 12 et incomprensibili da l’omo e da ogni altra creatura. E così è dimostrata la maggiore proposizione; cioè che ogni creatura è corto ricettaculo d’Iddio e delle sue opere: può bene ricevere parte; ma non tutte.

C. XIX — v. 52-66. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come la detta aquila ragionando adiunse la minore e la conclusione; cioè che l’anima umana è creatura, adunqua non può di sua natura comprendere dei fatti d’Iddio, quanto n’è, e quanto ne comprende elli; e, così restringendosi a la iustizia d’Iddio, non può la mente umana vederne ciò che n’è, dicendo così: Dunque vostra veduta; cioè la vostra intelligenzia: imperò che lo intendere è lo vedere della mente, che conviene; cioè la qual conviene, Esser alcun dei raggi de la Mente; cioè divina, Di che; cioè della quale mente, tutte le cose son ripiene: tutte le cose create ànno sua forma, che à essere e conservasi in essere per lo raggio della divina mente che riluce in essa. E questo raggio è la virtù divina, che inspira in essa; e dice tutte le cose son ripiene, perchè ciascuna n’à tanto, quanto è bisogno a la perfezione della sua natura, Non può di sua natura esser possente; cioè la intelligenzia umana non può per sua natura comprendere delle cose d’Iddio tanto, che non ne sia ancor più; e però dice: Tanto; cioè sì grandemente, che’l suo principio; che è Iddio, non discerna; cioè non vegga, Molto di là; cioè più, da quel, che gli è parvente; cioè quello che pare a la mente umana e che vede lo intelletto umano. Però ne la iustizia sempiterna; ecco che discende al punto della questione, approssimandovisi dicendo: E però ine la iustizia d’Iddio che è sempiterna, cioè eterna quanto a lui, e perpetua quanto a le cose create che la ricevono che sono perpetue, e sempiterna a quelle che sono sempiterne, La vista; cioè lo intendere e cognoscere, che riceve ’l vostro mondo; cioè li omini, che sono nel mondo, Com’occhio; cioè come occhio umano, per lo mare entro s’interna; ecco che, per fare mellio intendere lo suo parlare, arreca una similitudine, cioè che come l’occhio corporale non è bastevile a vedere lo fondo del mare; [p. 557 modifica]cosi l’occhio della mente non è bastevile a vedere lo fondo della divina Iustizia: e come vede in alcuna parte l’occhio dell’omo lo fondo del mare; ma non in tutte le parti; così la mente vede bene in alcuno atto la divina Iustisia; ma non in tutti li atti. E perè dice che la mente umana entro s’interna; cioè dentro si mette nella iustizia d’Iddio che è uno grande mare, come l’occhio umano per lo mare mondano si mette dentro a vedere lo fondo. E seguita la similitudine, Che; cioè lo quale occhio umano, benchè da la proda veggia ’l fondo; cioè lunga la riva vegga lo fondo del mare, In pelago; cioè dove è alto lo mare, nol vede; cioè lo fondo per l’altezza dell’acqua, e non di meno; cioè e ben che nol veggia, Elli è; cioè lo fondo, l’esser profondo; cioè perchè è profondo. Et adiunge quello che è; cioè che di grazia speziale d’Iddio li omini del mondo vedeno alcuna volta molto a dentro de la iustizia d’Iddio, perchè Iddio lo revela loro; e però dice: Lume; cioè intelletto chiaro ne la mente umana, non è, se non vien da sereno; cioè di carità, Che; cioè la quale, non si turba mai; e questo è lo splendore divino: che mai non si turba; ma sempre sta chiaro, anzi è tenebra: ogni nostro intelletto è tenebra se non è illuminato da Dio, O ombra de la carne: imperò che la carne umana scura lo intelletto, o suo veneno; cioè sua infezione, cioè peccato che procede da la carnalità nostra e da la nostra infezione per lo peccato del primo parente. imperò che senza la grazia illuminante d’Iddio noi siamo ciechi, o per lo dimonio che ci accieca, o per la concupiscienzia della carne che n’offusca, o per piacere del mondo che ci corrompe; e perè è necessaria la grazia d’Iddio illuminante, che ci difenda da queste tre occupazioni.

C. XIX — v. 67-78. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che la detta aquila descenda ora al punto de la questione e del dubbio, lo quale è soluto per quello che è detto di sopra; ma più formalmente solve di sotto nell’altra lezione, come si vedrà ora. Dice così: Assai; cioè a sofficienzia, t’è mo; cioè è avale a te Dante, aperta la latebra; cioè l’appiattamento t’è manifesto, Che t’ascondea; cioè che appiattava a te Dante, la iustizia viva; cioè d’Iddio, la quale sempre vive e dura, Di che; cioè de la quale tu, facei quistion cotanto crebra; cioè cotanto spessa. Chè tu; cioè imperò che tu, Dante, dicei: contastando, Un om; cioè uno uomo, nasce a la riva Del Nilo; cioè nasce tra l’infedeli lo Nilo è uno fiume che imbagna l’Egitto e non si sa suo principio, secondo che dice Lucano, e termina tra l’Asia e l’Africa et intra in mare Mediterraneo per sette foci, sicchè vuole dire l’autore: Uno omo nasce bene di lungi da’ cristiani a la riva del Nilo: potrebbe anco dire lo testo Dell’Indo: imperè che Indo è uno fiume che imbagna l’India, e dal [p. 558 modifica]nome del fiume è chiamata India; ma non mi pare che ’l caso fusse cosi ben posto, dicendo Dell’Indo, come Del Nilo: imperò che l’Indi, secondo che dice, sono cristiani, benchè errino in alcuna cosa; sicch’io credo che dica lo testo de l’autore Del Nilo, e quivi; cioè in quel luogo dove tu, ponendo lo caso, dici che l’omo nasce, non è chi ragioni Di Cristo: imperò che non vi sono cristiani presso, nè chi legga, nè chi scriva; cioè non v’è alcuno che legga, nè alcuno che scriva delle cose di Cristo, E tutti suoi voleri; cioè tutte sue voluntadi di questo uomo nato a la riva del Nilo, et atti buoni Sono, quanto ragione umana vede; cioè tanto, quanto l’omo co la sua ragione può comprendere, Senza peccato in vita, o in sermoni; cioè senza peccare in opera o in parole. Muore non battezzato; cioè questo così fatto uomo, e senza fede; perchè non è stato chi gliele mostri, Ov’è questa iustizia; cioè d’Iddio, che ’l condanna; cioè condanna questo così fatto omo a lo inferno, secondo che diceno li santi Dottori! Dice santo Augustino: Omnis infidelium vita peccatum est, et nihil est bonum sine summo bono. Ubi enim deest agnitio aeternae et incommutabilis veritatis, ibi virtus falsa deprehenditur etiam in optimis moribus. — Ove la colpa sua; cioè di questo uomo detto di sopra, sed ei; cioè se egli, non crede; cioè se egli non à la fede, che non è stato chi gliel’abbia mostrata? Et a questo dubbio sta la risposta; che iustamente costui è condannato da Dio, benchè noi nol sappiamo nè possiamo vedere; cioè noi omini grossi; ma gli omini di sottile ingegno la vedeno bene, sì come vidde santo Augustino dicente che niuno uomo può essere buono, se non à cognoscimento del vero bene; e chi non à la fede, non à cognoscimento del vero bene; e chi non è buono, iustamente è condennato a lo inferno, dunqua, fatto come pone lo caso, iustamente è condennato E qui finisce la prima lezione del canto xix, et incominciasi la seconda.

Or tu chi se ec. In questa seconda lezione del canto xix, lo nostro autore finge che la detta aquila, formata dei beati spiriti detti di sopra, continuò lo suo parlare a dichiaragione del dubbio mosso di sopra. E dividesi questa lezione in parti sei: imperò che prima compie di dichiarare lo dubbio mosso di sopra; nella seconda, proponendo una similitudine, finge che ritornasseno a cantare e lodare Iddio quelli beati spiriti, et incominciasi quine: Quale sovr’esso ’l nido ec.; nella terzia finge come ritornò poi anco lo detto segno dell’aquila a parlare con lui di quelli, che saranno salvati per iustizia d’iddio all’ultimo iudicio, et incominciasi quine: Esso ricominciò ec.; nella quarta parte, preso cagione di parlare della iustizia d’Iddio all’ultimo iudicio, finge come li dichiarò le condizioni dei regni e de’loro regi che sono inverso settentrione, et incominciasi quine: [p. 559 modifica]Lì si vedrà ec.; nella quinta parte finge come seguitò a dire dei regni del ponente e dei loro regi, e di Ierusalem e di Sicilia, et incominciasi quine: Vedrassi la lussuria ec.; nella sesta parte finge come seguitò a parlare dei regni di Portogallo, di Nervogia, d’Ungaria, di Navarra e di Cipri, e dei loro regi, et incominciasi quine: E parran’ a ciascun ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da sponere lo testo, secondo la lettera, coll’allegorie e moralitadi.

C. XIX — v. 79-90. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la detta aquila discese a la soluzione del dubbio puntualmente, dicendo così: Or tu chi se; cioè tu, che muovi lo dubbio dicendo: Ov’è la iustizia d’Iddio in colui che detto è di sopra? che vuoi seder a scranna; cioè in sedia come iudice vuoi sedere, Per iudicar di lungi mille millia; cioè quello che è di lungi molto dal tuo intelletto, Co la veduta corta d’una spanna; cioè collo intelletto tuo, che non vede di lungi più d’uno parmo 13? Certo a colui; cioè quello, che è certo e non dubbio a colui, che meco s’assottillia; cioè lo quale s’assottiglia meco a considerare la iustizia d’iddio; dice l’aquila: Io òne certezza della iustizia d’Iddio, e colui che s’assottillia meco anco n’àe certezza, volendo considerare collo intelletto acuto la iustizia d’Iddio; ma tu, che ài lo intelletto grosso, non la puoi comprendere. E però ti dei stare cheto e credere che ogni cosa iustamente è fatta da Dio, benchè a te non paia, come dice Boezio nel quarto della Filosofica Consolazione, prosa quinta: Sed tu, quamvis causam tantœ dispositionis ignores; tamen quarn bonus mundum rector temperat, recte fieri cuncta ne dubites. — Se la Scrittura; cioè divina, sopra voi non fosse; cioè sopra voi mondani, Da dubitar sarebbe a meravillia; cioè sarebbe da dubitare assai; ma la santa Teologia vi dichiara, che dice: Qui crediderit et baptizatus fuerit hic salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur. — O terreni animali; cioè o omini animali, dati a le cose terrene, o menti grosse; cioè o menti con grosso intelletto, La prima Voluntà; cioè Iddio, ch’è per sè buona: Iddio per sè medesimo è buono, e non per altra cagione, Da sè; cioè da sè medesimo, che; cioè la quale voluntà prima, ch’è Iddio, è sommo ben; quello è sommo bene, che àe in sè tutti li beni, e di niuno bene abbisogna, mai non si mosse: imperò che Iddio è immutabile, e così la sua voluntà: imperò che Iddio non può volere se non bene, et elli è sommo bene, dunque non si muove mai da sè. Cotanto è iusto quanto a lei; cioè alla prima voluntà, consona; cioè corresponde e con lei s’accorda. Nullo creato bene: ogni bene, fuor che Iddio, è bene creato; [p. 560 modifica]e però ben dice che nullo creato bene, a sè la tira; cioè la prima voluntà, Ma essa; cioè la prima voluntà, radiando; cioè gittando e spargendo li raggi della sua bontà, lui cagiona; cioè quel creato ben produce, siccome prima cagione d’ogni cosa. E perchè chi è infidele non consona a la prima volontà, seguita che non sia buono nè iusto, e così iustamente è condannato.

C. XIX — v. 91-102. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la detta aquila seguitò lo suo parlare ancora della iustizia d’Iddio, adornando prima la sua poesi d’una bella similitudine, dicendo così: Quale sovresso ’l nido; cioè chente e come si gira sopra lo suo nido, dove sono li suoi cicognini, si rigira; cioè va roteando, Poi ch’à pasciuto la cicogna i filli; cioè poi che à pasciuto li suoi cicognini. E come quei, ch’è pasto; cioè lo nido dei detti suoi figliuoli, che tutto è pasciuto, la rimira; cioè ragguarda lei, cioè la sua madre: imperò che tutti stanno col capo alto e cogli occhi levati a guardarla, Cotal si fece; cioè quale la cicogna, quando si gira sopra ’l suo nido, e quando lo suo nido rimira lei, e su levò li cilli La benedetta imagine; cioè così roteò la detta aquila per lo pianeto di Iove sopra l’emme in sul quale era, e così levò le ciglia alte, su in verso lo cielo impireo nel quale è Iddio, come la cicogna gira sopra lo suo nido, e come lo suo nido levano li occhi a rimirare lei, che; cioè la quale aquila, l’ali; cioè sue, Movea sospinte; cioè su levate, da tanti consilli; cioè da tanti beati spiriti, quanti erano in quelle ali. Roteando; ecco che pone che si girasse, cantava; cioè la detta aquila, e dicea: cioè a me Dante. Quali Son le mie note; cioè del mio canto, a te; cioè Dante, che nolle ’ntendi; cioè lo quale nolle ’ntendi le dette mie note, Tal è l’iudicio eterno; cioè sì fatto è lo iudicio d’Iddio eterno, a voi mortali; cioè a voi omini: siete mortali, che nollo intendete. Poi seguitaro quei lucenti incendi; cioè li detti beati spiriti, che erano come splendori di fuoco di carità e d’amore; e però adiunge: De lo Spirito Santo: imperò che lo Spirito Santo riluceva in loro, seguitorno lo parlare che si dirà di sotto, ancor nel segno; cioè dell’aquila fatta et imaginata di loro, come detto fu di sopra, Che; cioè lo qual sengno dell’aquila, fe i Romani al mondo reverendi: imperò che li Romani sotto la insegna dell’aquila sogiugorno lo mondo a la loro singnoria, e così furno riveriti da tutto lo mondo. Come fu detto di sopra, l’autore finge che li detti beati spiriti fusseno in forma d’aquila, perchè tutti furno regi e singnori iustissimi nel mondo, quelli ch’elli finge che si rappresentino in esso segno che furno sopra li altri omini, come l’aquila è sopra li altri uccelli. Et ora anco finge che in sì fatta forma parlino: imperò che li induce a parlare dei regni e dei regi del mondo; et anco, perchè ’l detto segno è segno di iustizia, se l’appropriorno [p. 561 modifica]l’imperadori perchè la loro signoria insta dovèa essere, alta sopra tutti, come l’aquila vola sopra tutti li altri uccelli, sì che la iustizia loro s’approssimasse più a quella d’Iddio, che quella delli altri omini.

C. XIX — v. 103-114. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la detta aquila seguitò lo suo parlare de l’ultimo iudicio, che Cristo verrà a fare nel mondo, quando a lui parrà di ponere fine al vivere mondano, dicendo così; Esso; cioè lo detto sengno dell’aquila, ricominciò; cioè altra volta incominciò anco a parlare a me Dante, dicendo: A questo regno; cioè del cielo, Non sallì mai chi non credette in Cristo; cioè nessuno infidele sallitte mai in cielo, O prima, o poi che si chiavasse 14; cioè lo nostro signore Iesu Cristo, al legno; cioè della santa croce, cioè ogni uno che è in vita eterna di quelli del vecchio Testamento credette in Cristo venturo; e quelli del nuovo Testamento, che vanno e che sono iti in vita eterna, ànno creduto in Cristo poi che fu crucifisso, e così ogni uno è salvato nella fede di Cristo. Ma vedi; ora lo fa accorto dei falsi cristiani, dicendo: vedi; tu, Dante. Molti; cioè falsi cristiani peccatori et inimici di Cristo, gridan Cristo Cristo; cioè co la voce e co la lingua confessano che sono cristiani; ma non coll’opere: imperò che sono fatti, come disse Cristo ne l’Evangelio: Populus hic labiis me honorat; cor autem eorum longe est a me. — Che; cioè li quali falsi cristiani e rei e peccatori, seran; cioè saranno, ne l’iudicio; cioè nell’ultimo, che verrà a fare Cristo, assai men prope A lui; cioè saranno meno presso a Cristo assai, ch’è tal, che non cognosce Cristo; cioè che tale, che fia stato infidele e non arà avuto notizia di Cristo. E per questo dà ad intendere l’autore che, quando Cristo verrà a dare l’ultima sentenzia che iudicherà li vivi e li morti, elli starà in aere, e li dannati staranno da mano sinistra e li salvati da mano destra: e come tra’ beati chi sarà stato di maggiore stato, di maggiore merito starà dinanti più presso a Cristo, che chi sarà stato di minore; così tra li dannati chi sarà stato maggiore peccatore e di maggiore demerito. E perchè lo cristiano rio demerita più che lo infidele, e però dice l’autore che quella beta imagine dell’aquila parlò così, come detto è di sopra. E tai cristian; e tali e sì fatti cristiani, che sono stati grandi peccatori, dannerà l’Etiope; cioè alcuno delli Etiopi, che sono nell’Affrica al mezzo di’, neri per lo caldo del sole, che non sarà stato peccatore se non per infideltà, dicendoli: Voi meritate bene ogni pena, che aveste notizia di quello che si dovea fare e non facesti 15; la qual cosa non ebbi io, che [p. 562 modifica]se io l’avesse avuto, io l’arei fatto. Quando si partiranno i du’ collegi; cioè quando se n’andranno li dannati a lo inferno, e li beati in paradiso; e così si dividerà lo collegio dei rei dal collegio dei buoni. L’uno; cioè quello de’ beati, in eterno; cioè in perpetuo ricco: imperò che sarà beato, e l’altro; cioè collegio dei dannati in perpetuo, inope; cioè povero: imperò che sarà dannato e privato della grazia d’Iddio. Che potran dir; ecco che descende l’autore a la materia di che vuole trattare; cioè dei regni e dei regi della cristianità, fingendo che parli la detta aquila, dicendo: Che potranno dire li regi di Persia, che sono infideli, ai vostri regi; cioè a li regi di vo’cristiani, che sono fedeli, al di’ de fiudicio, Come; cioè altresì tosto come, vedranno; cioè li detti regi infideli, quel volume aperto; cioè quello libro aperto; e questo sarà Cristo, nel quale si vedranno tutti li beni, che aranno fatto li beati, e tutti li mali che aranno fatti li dannati, Nel qual; cioè volume, cioè Cristo, si scriven tutti suoi dispregi; cioè ogni peccato che l’uomo fa, che ogni peccato è dispregio della dottrina di Cristo che non c’insegna se non virtù? Farà Iddio miraculosamente questo vedere ad ogni uno dannato e salvato, per gloria dei buoni e confusione dei rei.

C. XIX — v. 115-123. In questi tre ternari lo nostro autore finge che la detta imagine dell’aquila, seguitando la materia incominciata, cioè che nel libro di Cristo si leggeranno tutti li beni e mali delli omini, predicesse a lui dei mali grandi che doveano fare li regi cristiani; et anco quelli, che al presente faceano, li dimostrasse e manifestasse, incominciando da la parte settentrionale, nella quale sono quattro reami, cioè lo regno di Plaga, di Francia, di Scozia e d’Inghilterra, dicendo così: Li; cioè nel detto libro, si vedrà; cioè scritto, tra l’opere d’Alberto; cioè del re Alberto, re di Plaga, Quella; cioè opera viziosa e ria, che tosto moverà la penna; cioè a farsi scrivere; e per questo finge l’autore che nel 1300 non fusse anco fatta; ma tosto si fece poi, Per che; cioè per la quale opera, il regno di Plaga; che è nella Magna: Plaga è città capo del detto regno fi’ diserto; cioè sarà distrutto e disfatto. Ecco che predice quello che dè venire, per lo modo che dichiarato è stato più volte di sopra in questa opera. Questo Alberto fu imperadore coronato per papa Bonifazio nel 1248 16, e fu duca d’Osterich e combattette in campo con Astulfo re de’Romani detto Andulfo, e vinselo et ucciselo; ma non fu coronato, e fu prima conte d’Anassi, et al detto Alberto venne poi lo regno di Plaga, perch’elli fu figliuolo di [p. 563 modifica]Ridolfo, re di Plaga; unde ne seguì grande danno poi al regno di plaga, in processo di tempo dopo li anni Domini 1300. Lì; cioè nel detto libro, al di’ de l’iudicio, si vedrà; cioè scritto, il duol; cioè lo dolore, che; cioè lo quale dolore, sopra Senna; questo è uno fiume, che corre per mezzo Parigi, Induce, falseggiando la moneta; facendola mancare di peso e di lega, sicchè non valse lo terzo 17 di quello, per che si spendeva, Quei che morrà di colpo di cotenna; cioè lo re di Francia, che fu morto a la caccia da uno porco salvatico, che lo percosse e stracciollo co la sanna 18; ma dice l’autore cotenna, ponendo la cotenna, che è parte dello porco, per lo porco. E qui predice la morte del detto re, al modo che detto è di sopra. Questo fu lo re Filippo di Francia, che nel 1302, dopo la sconfitta che ebbono li Franceschi a Coltraio da’ Fiamminghi, che fu grandissima, fece esercito grandissimo contra li Fiamminghi; e, per aver denari, fece falsare tutte le sue monete, sicchè tornonno al terzo; della qual cosa furno molto danneggiati i mercatanti et altre genti, che vendevano le loro cose a sì fatta moneta, e molto se ne dolsono, e però dice l’autore: Lì si vedrà il duol ec. Lì; cioè nel detto libro, si vedrà; scritta, la superbia; cioè lo peccato della superbia, cioè l’arroganzia che è spezie di superbia, ch’asseta; cioè la quale fa l’uomo desideroso d’avere, cioè fa l’uomo cupido e dalli sete d’avere quello bene che ànno li suo’ vicini; e questa è una arroganzia, quando a l’omo pare d’essere degno di quello che altri à, e con questo ne li viene desiderio immoderato, Che; cioè la qual superbia, fa lo Scozio; cioè quello di Scozia, che è insula presso a l’Inghilterra, e l’Inghilese folle; cioè fa lo Scozio e l’Inghilese; cioè quello d’Inghilterra, che anco è insula che anticamente si chiamò Britania, stolto: imperò che ogni peccato rende l’omo stolto, e massimamente quello che è maggior peccato, Sicchè non può; cioè per sì fatto modo, che l’Inghilese, nè Io Scozio non può, soffrir; cioè sofferire, dentro a sua meta; cioè dentro ai termini suoi: anco esceno fuora dell’isula ad infestare le parti vicine per volerle signoreggiare.

C. XIX — v. 124-135. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la detta aquila, seguitando lo suo parlare, dice delli altri regni e dei loro regi dicendo così: Vedrassi; cioè nel detto libro, la lussuria e ’l viver molle; cioè la vita lussuriosa e lasciva, Di quel di Spagna; cioè del re di Spagna, e questo regno è nell’occidente. Questo fu lo re Alfonso di Spagna, che eletto imperadore 1206, [p. 564 modifica]lasciò la impresa de lo imperio, e per viltà d’animo non la seguitò; e di quel di Buemme; cioè del re di Boemia, che ebbe nome Vinceslao che fu omo lussurioso e lascivo, del quale fu fatto menzione nella seconda cantica nel canto vii, quando disse: Ottachero ebbe nome e ne le fasce Fu mellio assai che Vinceslaio, suo fillio Barbuto, cui lussuria et ozio pasce. — Che; cioè lo quale Vinceslao, non volle nè cognobbe mai valor; però che dato era pur ai diletti corporali. Vedrass’ al ciotto di Ierusalemme; cioè vedrassi al re di Ierusalem, cioè a Carlo secondo figliuolo del re Carlo primo re di Pullia e di Sicilia, che s’intitula re di Ierusalem, lo quale fu sciancato, e però dice ciotto, che viene a dire sciancato o zoppo, et elli fu chiamato Carlo zoppo, Segnata con un I; cioè scritta con poghe lettere, perchè fi’ poca; e, per dimostrare la sua poganza, dice segnata con un I, che è la più piccola lettera de l’alfabeto, la sua bontate; pensa dunque quanta sarà: questi non ebbe se non una bontà, che fu cortese; vizioso fu molto, e massimamente di lussuria; e scusavasene, perchè diceva che sarebbe divenuto lebbroso, e fu questo corruttore di fanciulle vergini, Quando ’l contrario; cioè de la sua bontà, che è lo male, segnerà un emme; cioè sarà segnato con grande scrittura, perchè sarà assai, e questo si nota per l’emme che è tretanta che l’I: imperò che la lettera M àe in sè tre I, coniunti l’uno coll’altro, sicchè per questo dà ad intendere che ’l male, che fia segnato a lo sciancato di Ierusalem, sarà tretanta che ’l bene: imperò che ’l bene sarà segnato con uno I e lo male con uno M. Vedrassi l’avarizia e la viltate Di quei che guarda l’isula del foco; cioè del re di Sicilia, che è detta isula di fuoco per Mungibello che soleva gittare fuoco, benchè ora non ne gitti. Ove; cioè nella quale isula, cioè a Trapani, Anchise; cioè lo padre d’Enea troiano, finì la lunga etate: però che quive morì essendo vecchio, come dice Virgilio nel III.° dell’Eneide: Hinc Drepani me portus et illaetabilis ora Accipit. Hic pelagi tot tempestatibus actus, Heu! genitorem omnis curae casusque levamen, Amitto Anchisen. Hic me, pater optime, fessum Deseris ec. Questi fu Federigo re di Sicilia, che fu avaro e vile. Et a dare ad intender quanto è poco; cioè lo peccato suo, cioè di don Federigo, La sua scrittura fien lettere mozze; cioè sarà sì grande, che converrà che si scriva con lettere mozze, che tegnano meno luogo e capene più 19, Che noteranno molto in parvo loco; cioè aranno grande irnportanzia e terranno poco luogo: imperò che male sarà assai.

C. XIX — v. 136-148. In questi quattro ternari et uno versetto lo nostro autore finge come la detta aquila continuò lo suo parlare, incominciato a narrare li regni e li regi della cristianità, e così [p. 565 modifica]finitte qui, dicendo così: E parran’a ciascun; cioè appariranno e nianifesterannosi 20 a ciascun che vedrà la detta scrittura, l’opere sozze; cioè vituperose e viziose, Del barba; cioè del zio: in lingua lombarda il zio si chiama barba, et intende del zio di don Federigo re di Sicilia, e per questo zio s’intende don Iacomo re di Maiorica e Minorica et Ebuso, e del fratel; cioè del detto Federico, che fu don lacomo, prima re di Maiorica et ancora di Ragona, e fu figliuolo di don Petro infante padre del detto don Federico re cu Sicilia. Siccome appare nel testo, fa menzione di due reami; cioè di Ragona e di Maiorica e Minorica et Ebuso, dei quali, cioè di Maiorica ec., fu re don Iacomo, e di Ragona fu don Petro infante, prima fratello del detto don Iacomo e padre del re Federico di Sicilia, e di don Iacomo che rimase poi re di Ragona dopo la morte del padre, cioè del detto don Petro; ma lo detto don Petro fu figliuolo e don Iacobo secondo di don Iamo 21 figliuolo che fu di don Anfuso 22 conte di Barsillona e di Valenza; et acquistò Ragona, che era de’ Saracini, lo detto Iamo e fu fatto re per la santa Chiesa, e poi acquistò Maiorica e Minorica et Ebuso. Et anco ne fu fatto re, sicchè quando venne a morte, a don Petro infante lasciò Ragona, et a l’altro figliuolo di don Iacomo Maiorica ec. E poi don Petro infante ebbe due figliuoli; cioè don Iacomo, e lui fece re di Maiorica ec., e morto lo suo fratello, don Iacomo e don Federico, et a lui acquistò la Sicilia, sicchè don Federico ebbe zio don Iacobo re di Maiorica e fratello di don Petro suo padre, e don Iacomo ebbe fratello, che dopo la morte del zio don Iacomo fu fatto re di Maiorica ec. E poi dopo la morte di don Petro suo padre, come primogenito fu anco re di Ragona, sicchè l’autore dà ad intendere che ’l zio di don Federico re di Sicilia, che fu chiamato don Iacomo dal nome del padre ch’ebbe nome Iacomo, che fu acquistatore de’ reami, e lo suo fratello di don Federico che anco ebbe nome Iacomo, anco saranno notati per le loro male opere nel detto libro: imperò che amenduni questi Iacomi furono viziosi, sicchè vituperorno amenduni lo suo regno; l’uno lo regno di Maiorica tanto, cioè lo zio; e l’altro, cioè lo nipote, l’uno e l’altro, e l’uno di questi due era zio al re Federico, e l’altro li era fratello, benchè avessono uno medesimo nome; sicchè ben dice l’autore Del barba e del fratel; cioè di don Federico re di Sicilia, detto di sopra, apparranno l’opere sozze ancora nel detto libro, che; cioè li quali [p. 566 modifica]zio e nipote tra loro due, tanto egregia Nazione; quanto fu quella di don 23 Anfuso conte di Barsillona 24 e di Valenza e di Iacomo suo figliuolo che acquistò li reami, e due corone; cioè di Ragona. di Maiorica ec, àn fatto bozze; cioè vituperate come è vituperato l’omo quando la moglie li fa fallo. E quel di Portogallo; cioè e lo re dì Portogallo, Lì; cioè in quello libro, si cognosceranno: imperò che vi furno scritte l’opere sue: Portogallo è lo regno di Castilia, che altri lo chiama Castella, e di Norvegia; cioè e quel, cioè re di Norvegia, Lì; cioè in quello libro che detto è, si cognosceranno; cioè amenduni questi regi di Portogallo e di Norvegia si cognosceranno nel detto libro, perchè vi saranno scritte l’opere loro viziose e virtuose: Norvegia è uno 25 fiume posto nell’India, e quel di Rascia; cioè e lo rege di Rascia anco si cognoscerà quine, cioè nel detto libro, perche vi saranno scritte l’opere sue: Rascia è nella Schiavonia, Che; cioè lo quale re, mal à visto; cioè mal per lui àe veduto, il cogno di Vinegia; cioè lo cogno del ducato che si batte in Vinegia: imperò che, secondo che i’ ò, elli à falsificato quella moneta, cioè lo ducato dell’oro che si batteva e cugnava in Vinegia, che è cità marina posta in capo di Lombardia in sul mare Adriaco. Potrebbesi anco intendere ch’elli fusse sì vago del ducato dell’oro, che per quello facesse quello che non si debbe, e così male a suo opo arebbe veduto la detta moneta. O beata Ungaria; questo è uno regno che vicina co la Magna, et è di verso levante: dice l’aquila predetta, secondo che finge l’autore, che Ungaria sarà beata, se non si lascia Più malmenare; cioè che sia stata malmenata infine a qui; o volliamo intendere se non si lascia malmenare più; cioè da quinci inanti. Secondo lo primo intelletto si lodrebbe lo re d’Ungaria; secondo lo secondo si biasimarebbe: credo piuttosto lo primo: imperò che quelli regi d’Ungaria solevano essere buoni, e beata Navarra, Se s’armasse del monte che la fascia; in queste parole pare che 26 l’autore lodi lo re di Navarra, che faceva buono reggimento, sicchè lo 27 regno suo sarebbe beato se non fusse molestato dalle parti vicine, e però dice ch’ella sarebbe beata, s’ella s’armasse del monte che la fascia; cioè facesse sua difensione di quel monte che la circunda, sicchè le genti vicine nolla potessono offendere! E se dicesse dal monte, serebbe lo intelletto ch’ella si difendesse dai popoli che stanno in su quel monte che la circunda: imperò che, quanto in sè per lo suo re ella è bene governata: lo regno di Navarra è nell’occidente vicino alla Spagna. E creder dè ciascun; cioè fidele cristiano questo, [p. 567 modifica]che io dico ora, che già, per arra; cioè per caparra e fermezza, Di questo; cioè che l’opere di ciascuno si leggeranno nel detto libro, Nicosia; è una città di Cipri, e Famagosta; questa è anco una città di Cipri, e per questo s’intende l’isula di Cipri, che è in verso levante vicina a Ierusalem, Per la sua bestia; cioè per lo loro re, che è bestiale, si lamenti e garra; cioè per le sue opere bestiali che vede; e questo è fermezza che l’opere sue viziose e bestiali seranno più che le virtuose: imperò che ’l detto regno già si lamenta e grida per lo suo re bestiale: Chè; cioè imperò che, dal fianco dell’altre; cioè bestie, non si scosta; ma va pari a loro: imperò che è bestiale e vizioso come li altri; e così àe 28 contato l’autore, fingendo che parlasse, 16 29 regni che sono nella cristianitade. E qui finisce lo canto xix, et incominciasi lo xx.

Note

  1. C. M. preponendo
  2. C. M. cioè la bella immagine dell’
  3. C. M. che fruere Dio;
  4. C. M. se non che ora lo dirò e scriverò io com’io l’appresi. E
  5. C. M. appreso che
  6. C. M. ora à appreso la
  7. C. M. che giustizia, e così non sarebbe virtù anco vizio, e la
  8. C. M. merito. Imperocchè se io premio chi à meritato e ristoro chi à dannifìcato non mosso da pietà e misericordia io non ò carità, et ogni virtù senza carità non è virtù e niente vale; e però
  9. C. M. ulimiscono
  10. C. M. fiori e così la vostra beatitudine,
  11. C. M. Dio non puote fare creatura pari a se: imperocchè fare creatura pari a se mancherebbe la sua potentia; imperocchè non potrebbe quello che potesse quella creatura che fosse diversa da lui, imperocchè non sarebbe onnipotente; o se potesseno amburo quel medesimo seguitrebbe che la
  12. Investigabili: da non essere vestigate, da in negativa e vestigare. E.
  13. Parmo; palmo, profferito alla romanesca per l’affinità delle due liquide l ed r. E.
  14. Si chiavasse; s’inchiodasse, da clavus; chiodo. E.
  15. Facesti, seconda persona plurale che vive sempre nella bocca del popolo toscano, il quale ebbela derivata dal latino, facitis, faciebatis, fecistis ec. L’uso non riconosce tali cadenze, e noi vi ci dobbiamo adagiare, quantunque le sieno le primigenie. E.
  16. Bonifazio VIII salì al pontificato nel 1294, ed Alberto nel 1298 a’ di’ 24 agosto fu coronato in Aquisgrana: Adolfo di Nassau o Nassovia era stato eletto a re dei Romani il 1.° maggio 1292. E.
  17. Lo terzo; vaga maniera elittica, dove è supposto il sustantivo, negozio, prezzo ed equivale la terza parte: perocchè l’articolo ordinativo, posto così assolutamente, significa una parte determinata, la quale ripetuta più volte eguaglia l’intero. E.
  18. Questo avvenne del mese di novembre nel 1315. E.
  19. C. M. luogo che le lunghe sì che in piccolo luogo ne caprà assai.
  20. C. M. manifesteranno il di’ del iudicio per lo modo che detto è a ciascuno che leggerà, l’opere
  21. Iamo, dal Iacme provenzale: Iaco, Iacobo, Iacomo, Iacopo, derivati da Iacob. E.
  22. Anfuso, Anfusso, Anfonse, Anfonso per Alfonso a cagione dell’affinità fra l’ i e l’ n; e per eufonia tolta o cangiata in s la seconda n. E.
  23. C. M. don Iacomo figliolo di don Anfuso
  24. C. M. Barzellona
  25. C. M. è uno regno, e quel
  26. C. M. pare che la ditta aquila lodi lo
  27. C. M. sicchè ’l suo popolo sarebbe
  28. C. M. così lo nostro autore,
  29. C. M. che parli l’aquila soprascritta à contato 16 regni
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