Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto IX

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Purgatorio
Canto nono

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Purgatorio - Canto VIII Purgatorio - Canto X
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C A N T O     IX.

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1La concubina di Titon antico
     Già s’imbiancava al balzo d’oriente1
     Fuor de le braccia del suo dolce amico:
4Di gemme la sua fronte era lucente,
     Poste in figura del freddo animale,
     Che co la coda percuote la gente:
7E la notte dei passi, con che sale,
     Fatti avea due nel luogo ove eravamo,
     E il giorno già chinava in giuso l’ale;23
10Quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
     Vinto dal sonno in su l’erba inchinai
     Là u’ già tutti e cinque sedevamo.
13Nell’ora, che comincia i tristi lai
     La rondinella presso a la mattina,
     Forsi a memoria dei suoi primi guai;
16E che la mente nostra, peregrina
     Più da la carne e men dal pensier presa,
     A le sue vision quasi è divina;
19In sogno mi parea veder sospesa
     Un’aquila nel Ciel con penne doro,
     Coll’ale aperte, et a calar intesa:

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22Et esser mi parea là dove foro
     Abbandonati i suoi da Ganimede,
     Quando fu ratto al sommo consistoro.
25Fra me pensava: Forse questa fiede4
     Pur qui per uso, e forse d’altro loco
     Disdegna di portarne suso in piede.
28Poi mi parea che più rotata un poco,
     Terribil come folgor descendesse,
     E me rapisse suso insin al foco.
31Ivi pareva ch’ella et io ardesse,5
     E sì l’incendio imaginato cosse,
     Che convenne che il sonno si rompesse.
34Non altramente Achille si riscosse,
     Li occhi svelliati rivolgendo in giro,
     E non sapendo là dove si fosse,
37Quando la madre da Chiron a Schiro
     Trafugò lui dormendo in le suoe braccia,
     Là onde i Greci poi il dipartiro,
40Che mi scossi io, sì come da la faccia
     Mi fuggì il sonno e diventai smorto,
     Come fa l’om che spaventato agghiaccia.
43Da lato m’era il solo mio Conforto,
     E il Sol era alto già più che du’ ore,
     E il viso m’era a la marina torto.
46Non aver tema, disse ’l mio Signore:
     Fatti sicur, che noi semo a buon punto:
     Non stringer; ma rallarga ogni vigore.
49Tu sei omai al Purgatorio giunto:
     Vedi là il balzo che ’l chiude d‘intorno:
     Vedi l’entrata dove par disgiunto.

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52Dianzi, nell’alba che precede il giorno,
     Quando l’anima tua dentro dormia
     Sopra li fiori; onde laggiù è adorno,
55Venne una donna, e disse: Io son Lucia:
     Lassatemi pilliar costui che dorme:
     Sì l’agevilerò per la sua via.
58Sordel rimase, e l’altre gentil forme:
     Ella li tolse; e come l di’ fu chiaro,
     Sen venne su, et io per le sue orme.
61Qui ti posò; e pria mi dimostraro
     Li occhi suoi belli quella intrata aperta,
     Poi ella e ’l sonno ad una se n’andare.
64A guisa d’om, che in dubbio si raccerta,
     Et in conforto muta sua paura,6
     Poi che la verità li è discoperta,
67Mi. cambiai io; c come senza cura
     Vidde me il Duca mio, su per lo balzo7
     Si mosse, et io dirieto in ver l’altura.
70Lettor mio, vedi ben com’io inalzo
     La mia materia e però con più arte
     Non ti meravilliar s'io la rincalzo.
73Noi ci appressammo e derivammo in parte,8
     Che là dove mi parea prima rotto,9
     Pur come un fesso che muro diparte,
76Viddi una porta, e tre gradi di sotto,
     Per gir ad essa, di color diversi,
     Et un portier che ancor non facea motto.
79E come l’occhio più e più v’apersi,
     Viddil seder sopra ’l grado sovrano
     Tal ne la faccia, ched io nol soffersi :10

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82Et una spada nuda aveva in mano,
     Che rifletteva i raggi sì ver noi,
     Ch’io dirizzava spesso li occhi in vano.11
85Dite costinci, che volete voi?
     Cominciò elli a dir: ov’è la scorta?
     Guardate che il venir su non vi nôi,
88Donna del Ciel di queste cose accorta,
     Rispose il mio Maestro a lui, pur dianzi
     Ne disse: Andate là, quivi è la porta.
91Et ella i gradi vostri in bene avanzi,12
     Ricominciò il cortese portonaio:
     Venite dunque a’ nostri gradi inanzi.
94Là ne venimmo; e lo scallion primaio
     Bianco marmo era sì polito e terso,
     Ch’io mi specchiava in esso, qual io paio.
97Era il secondo, tinto più che perso,
     D’una petrina ruvida et arsiccia,
     Crepata per dilungo e per traverso.13
100Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
     Porfido mi parea sì fiammeggiante,
     Come sangue che fuor di vena spiccia.
103Sovra questo tenea ambo le piante
     L’Angel di Dio, sedendo in su la sollia,
     Che mi sembrava pietra di diamante.
106Per li tre gradi su di buona vollia
     Mi trasse il Duca mio, dicendo: Chiedi
     Umilemente, che il serrarne sciollia.
109Divoto mi gittai ai santi piedi:
     Misericordia chiesi e che m’aprisse;
     Ma pria nel petto tre volte mi diedi.

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112Sette P ne la fronte mi descrisse
     Col punton de la spada; e: Fa che lavi,
     Quando se’ dentro, queste piaghe, disse.
115Cener, o terra che secca si cavi,
     D’un color fora col suo vestimento;
     E di sotto da quel trasse du’ chiavi.
118L’una era d’oro, e l’altra era d’argento:
     Pria co la bianca, e poscia colla gialla
     Fece a la porta, sì ch’io fui contento.
121Quandunqua l’una d’este chiavi falla,
     Che non si volga dritto per la toppa,14
     Diss’el a noi, non s’apre questa calla.
124Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
     D’arte e d’ingegno, inanzi che disserri,15
     Perch’ella è quella che il nodo disgroppa.
127Da Pier le tegno; e dissemi ch’io erri
     Anzi ad aprir che a tenerla serrata,
     Pur che la gente ai piedi mi s’atterri.
130Poi pinse l’uscio alla parte sacrata,
     Dicendo: Entrate; ma facciovi accorti,
     Che di fuor torna chi in dietro si guata.
133E quando fur ne’ cardini distorti16
     Li spigoli di quella regge sagra,17
     Che di metallo son sonanti e forti,
136Non ruggì sì, nè si mostrò sì agra18
     Tarpea, quando tolto li fu ’l buono
     Metello, perchè poi rimase magra.19
139Io mi rivolsi attento al primo tuono,
     E Te Deum laudamus mi parea
     Udir in voce mista al dolce suono.

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142Tale imagine appunto mi rendea
     Ciò ch’io udia, qual prender si suole,
     Quando a cantar con organi si stea;
145Ch’or sì, or no s’intenden le parole.

  1. v. 2. C. M. al balco C. A. al balcon
  2. v. 9. C. A. E il terzo già
  3. v. 9. già chiamava
  4. v. 25. C. A. Io dicea fra me stesso: Questa fiede
  5. v. 31. C. A. Quivi pareva
  6. v. 65. C. A. E che muti in conforto
  7. v. 68. C. A. Gimmo, e il Duca mio,
  8. v. 73. C. A. et eravamo in
  9. v. 74. C. A. Colà
  10. v. 81. C. A. nella vista,
  11. v. 84. C. A. il viso in
  12. v. 91. C. M. i gradi nostri — C. A. i passi vostri
  13. v. 99. C. A. per lo lungo
  14. v. 122. C. A. diritta
  15. v. 125. C. A. avanti
  16. v. 133. C. M. discorti
  17. v. 134. Regge; reggia, come lebbre e lebbra, semente e sementa. E.
  18. v. 136. C. A. Nè rugghiò si,
  19. v. 138. donde poi

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C O M M E N T O


La concubina di Titon antico ec. In questo ix canto lo nostro anutore finge ch’elli fusse ratto da un’ aquila e portato al balso del purgatorio, e come elli entrò nel purgatorio. E dividesi questo canto principalmente in due parti: imperò che prima pone come fu ratto; ne la seconda, come entrò nel purgatorio, quive: Dite costinci ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima descrive lo tempo e finge ch’elli s’addormentasse; ne la seconda ancora descrive lo tempo e finge che avesse una visione, et adorna lo suo dire con una finzione de’ Poeti, adducendola per similitudine, quive: Nell’ora, che comincia ec.; ne la terza compie la visione e pone lo suo svelliamento, et anco adorna lo suo dire con una finzione, adducendola per similitudine, quive: Poi mi parea ec.; ne la quarta finge che Virgilio li manifesti come elli fu ratto in el sonno infine al purgatorio, quive: Da lato m’era ec,; ne la quinta finge come, certificato da Virgilio, si mosse per andare a la porta del purgatorio, quive: A guisa d’om ec.; ne la sesta descrive come era fatta la entrata del purgatorio, quive: Noi ci appressammo ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co la esposizione litterale, allegorica e morale.

C. IX — v. 1-12. In questi quattro ternari lo nostro autore descrive prima lo tempo, fìngendo che ’n quello tempo s’addormentasse, dicendo cosi: La concubina: concubina chiamano li Grammatici quella che sta coll’omo, non essendo coniunta per matrimonio; e per questa vuole significare l’autore, l’aurora della Luna, di Titon antico; questi fu fratello del re Priamo e fìlliuolo del re Laumendonte troiano, e visse tanto tempo che li Poeti fìngono che per tempo si consumasse a poco a poco, tanto che si convertitte in cicala, e diventato cicala si morisse; e però dice l’autore antico; cioè vecchio. E fìngono li Poeti che Titone s’imparentasse col Sole e pilliasse per mollie Aurora filliuola del Sole, e menato dal Sole per lo cielo s’innamorò d’Aurora filliuola de la Luna, e feccia sua concubina, sicché elli ebbe due Aurore; cioè l’una dal Sole per donna, e l’altra dalla Luna per concubina, e coll’una e coll’altra si congiungea, ora [p. 197 modifica]coll’una ora coll’altra; ma in quel tempo che finge l’autore non era co la filliuola de la Luna, che era sua concubina, come si dirà di sotto. La verità di questa finzione fu che Titone prese per mollie Aurora filliuola del Sole fìlliuolo di Iperione, fìlliuolo di Titone, et innamorossi de la filliuola de la Luna che fu suore del Sole e filliuola di Iperione ancora, e tennela per amante e visse molto tempo, intanto che lo corpo suo ritragittò e ritornò come d’uno fanciullo; e così venendo meno si morì. Per questa finzione inteseno li Poeti che li vapori terresti, ingrossati si levano da la terra e montano suso sì, che alcuna volta oscurano l’Aurora del Sole, et alcuna volta l’Aurora della Luna; ma per virtù dei raggi solari e per questi vapori puoseno Titone antico: imperò che la terra unde esceno è antichissima, e perchè propriamente li fa levare lo Sole che è attrattivo, e massimamente in su l’Aurora; però si dice marito Titone dell’Aurora solare. E perchè nel suo coricare anco lo Sole dà coi suoi raggi virtude attrattiva a la Luna, e massimamente quando ella si leva, però si dice bagascio dell’Aurora de la Luna; e perchè questi vapori si risolveno e ritornano nulla, però fingeno che Titone si converta in cicala, la quale lo di’ che nasce muore come fa lo vapore, come dice lo verso: Mors et vita tibi una cicada dies. Seguita: Già s’imbiancava; questo dice, perchè quando la Luna si leva, innanti appare l’albòre che si chiama Aurora de la Luna, al balzo: è luogo alto dove si monta e scende, d’oriente: imperò che già biancheggiava l’oriente per l’apparimento de la Luna, Fuor de le braccia del suo dolce amico; cioè di Titone, secondo la lettera: perchè risponda a la finzione dice che s’era levata del letto dall’abbracciamento di Titone suo bagascio; ma secondo l’allegorico intelletto vuole significare che era chiara l’Aurora, che non era adombrata da’vapori terresti 1. Di gemme la sua fronte era lucente; qui per Astrologia dimostra che montava nell’oriente allora quello segno che si chiama Scorpio, lo quale segno àe molte stelle a sua figurazione, e queste stelle finge che fusseno la corona dell’Aurora de la Luna, sicché la Luna dovea poi apparire con Scorpio, poi che l’Aurora era in Scorpio: imperò che l’Aurora de la Luna non si dilunga molto dal suo nascimento, Poste in figura; come ditto è molte stelle figurano uno segno, del freddo animale 2; cioè de lo Scorpio lo quale [p. 198 modifica]è freddo animale di sua natura, e però la sua puntura è venenosa; però dice: Che co la coda percuote la gente; cioè co la punta penge 3 e nuoce a la gente. Fingeno li Poeti che Giove con Nettuno e Mercurio et altra iddia andonno per lo mondo; e venendo una sera in sul coricare del Sole a casa d’uno rustico ch’avea nome Enifeo povero e sensa donna, funno molto onorati da lui et uccise uno suo iuvenco che avea, per onorare questi dii, unde li dii l’ebbeno molto a grado, e volendosi partire li disseno: Dimanda qualunque grazia vuoi. Unde elli addimandò che li desseno uno fìlliuolo, unde li dii andonno ad orinare nel cuoio de l’iuvenco e dissenoli che lo tenesse ne la pallia caldo, infine ai nuovi 4 mesi et arebbe uno fìlliuolo; e così fu, e fu chiamato Orion, quasi nato d’orina, e fu cacciatore. La verità di questa finzione fu che questi iddii capitonno a casa di Enifeo e funno onorati, come dice la finzione; e che volendo meritare Enifeo li disseno che dimandasse grazia da loro, credendo che dimandasse denari perchè era povero, et elli dimandò uno fìlliuolo, e costoro li disseno che pilliasse moglie et arebbelo; e questi così fe et ebbe uno fìlliuolo che li puose nome Orion. E la finzione dei Poeti che li dii orinasseno nel cuoio de l’iuvenco significa che Giove, che significa lo calore etereo, mettesse nel corpo del fanciullo l’umore sanguineo; Nettuno, che significa l’acqua, l’umore flemmatico; e Mercurio, che è l’aire, l’umore collerico; e li altri dii l’umore melanconico. E così per questa finzione attribuiscono a Giove, et alli altri dii fatti da Giove, la potenzia divina, fingendo et intendendo, secondo la filosofia naturale; unde andando per la silva scontrandosi con Diana la richiese d’amore, unde ella indegnata produsse uno scorpione molto grande, acciocché lo pungesse et uccidesselo; et Orion, essendo armato di spada e di coltello, misse mano a la spada e combattea co lo scorpione e da lui non si potea difendere. Avvenne che Chiron, che fu uno de’ Centuari, passava coll’arco suo e co le saette per quella medesima silva; e chiamato da Orione che li desse aiuto, tese l’arco per volerlo saettare. Allora Diana trasse in cielo 5 lo suo scorpione e fecelo uno de’ 12 segni che si chiama Scorpio, e li dii tironno in cielo Chirone e feceno uno segno che si chiama Sagittario; et Orion similmente che non è segno principale; ma è una costellazione presso al Tauro che si chiama Orion, e questo nome è posto a questo segno Scorpio: imperò che quando lo Sole è in questo segno a la fine, incomincia lo freddo a pungere perchè allora è più cocente; e però si dice pungere co la coda la gente da l’autore, secondo l’allegorico intelletto. E questa [p. 199 modifica]seconda finzione àe questa esposizione che Orion, diventato cacciatore volse mantenere castità, e però fingeno ch’ elli richiedesse Diana, iddia di castità, d’amore, unde ella li apparecchiò lo scorpione; cioè la puntura de la concupicenzia 6 de la carne, et elli armato di spada e di coltello; cioè co le fatiche corporali per vincere questa suo concupiscenzia; ma non bastava, e però chiamò l’aiuto di Chirone che significa l’astinenzia che percuote di lunga; e cosi resisteo alla concupiscenzia, c servò castità. E perchè la virtù è degna del cielo, però finseno che fusseno tutti ratti in cielo e posti per segni; cioè per esempli alli omini; e per mostrare ancora che li dii che elli ànno 7 fitto, possino ogni cosa. E la notte dei passi, con che sale, Fatti avea due; ora dichiara mellio lo tempo, dicendo che già erano due ore de la notte: imperò che i passi s’intendeno l’ore, sicché la notte era sallita dall’oriente due ore, quando l’Aurora della Luna incominciò apparire: imperò che ogni segno pena 8 ad uscire dell’orizzonte due ore: la notte incominciò quando lo Sole ch’ era in Ariete andò sotto a l’occaso, e da l’oriente uscitte Scorpio, nel luogo ove eravamo; cioè nell’altro emisperio: imperò che allora si fa notte di là, quando di qua si fa di’ a noi, E il giorno già chinava in giuso l’ale: imperò che altrettanto era sceso a loro lo Sole, quanto era montata la notte; lo quale Sole a noi montava, quanto a loro discendea. Quand’io; cioè Dante, che meco avea di quel d’Adamo; cioè de la carne: imperò che l’autore, secondo la sua finzione, era quive col corpo; dice d’Adamo: imperò che quanto a la carne tutti siamo una massa con Adam, Vinto dal sonno in su l'erba inchinai: imperò che la carne non potea stare sensa dormire, Là u’ già tutti e cinque sedevamo; cioè nel prato descritto di sopra, ne la valle dov’erano li signori. E ben dice cinque, che era Virgilio, Dante, Sordello, Giudici Nino e marchese Currado, li quali s’erano quive posti a sedere, perchè era notte e non poteano sallire: ecco perchè descrisse lo tempo; per mostrare che quando s’addormentò, erano due ore di notte.

C. IX — v. 13-27. In questi cinque ternari lo nostro autore finge ch’elli, poi che fu addormentato e dormitte infine a l’aurora, ebbe una visione la quale significa lo innalsamento de la sua materia, e de lo stile, come apparrà quando si sporrà, dicendo così: Nell’ora; ecco descrive il tempo, che comincia i tristi lai; cioè i tristi lamenti, La rondinella; cioè l’uccello che fa lo passaggio e torna la primavera, presso a la mattina; cioè a l’aurora, Forsi a memoria [p. 200 modifica]dei suoi primi guai; cioè dei suoi primi lamenti. Dilla fu di sopra la finzione, che pone Ovidio Metamorfosi nel vi. di Tereo re di Tracia che ebbe per mollie Progne filliuola di Pandione re d’Atene, che ebbe un’altra sua filliuola che si chiama 9 Filomena, per la quale Tereo mandato da la sua donna la sforzò; unde li dienno, come ditto fu di sopra, a mangiare uno suo fìlliuolo che si chiamava Iti. Unde saputolo, uccise l’una e l’altra; e Progne fu mutata in rondina, e Filomena in rusignolo, sicché finge l’autore che forsi la rondina fa quello tristo canto, lamentandosi de la iniuria ricevuta da Tereo e de la morte. E che la mente nostra, peregrina; cioè straniera e separata, Più da la carne: lo intelletto umano tanto è separato da la carne, quanto elli opera sensa li strumenti corporali; cioè sensa li cinque sensi corporali: imperò che sensa le suoe tre potenzie; cioè apprensiva, imaginativa e memorativa, che sono nel celebro 10 e quine ànno sua sedia, nulla puote operare; et in nullo tempo è più separato dai sentimenti, che quando l’omo dorme: imperò che tutti si riposano e non fanno sua operazione. E quando l’omo dorme, in nessuno tempo è più libero lo intelletto, che quando lo stomaco 11 àe fatto la sua digestione: imperò che ’l celebro non è occupato da la sua evaporazione; e perchè questo comunemente è la mattina in sul di’, però finge l’autore che questa visione li venisse in sul di’. e men dal pensier presa; quando l’omo vegghia, sempre àe qualche pensieri, addormentandosi a poco a poco si libera l’imaginativa da quel pensieri; sicché in nessuno tempo si trova l’imaginativa più libera che la mattina in sul di’, che è smaltito il pensieri preso inanti al sonno, A le sue vision quasi è divina; cioè che quello che lo intelletto in quello tempo apprende, dormendo quasi sa indivinare quello che significa, e che dè avvenire. E notavilmente l’autore dice visioni: imperò che, come ditto fu altra volta, Macrobio dice che visione è quando quello che si vede nel sonno, così si vede come poi avviene; e così vuole mostrare che chiaramente vedesse quello che avviene. In sogno; ben dice in sogno: imperò che àe finto ch’elli dormiva, mi parea veder sospesa Un’aquila nel del con penne d’oro, Coll’ale aperte, et a calar intesa; ecco lo principio de la sua visione. Quest’aquila co le penne dell’oro levata in cielo stante con l’ale aperte, intesa per calarsi, significa lo dono dell’amore de lo Spirito Santo che è la carità, la quale àe penne d’oro: cioè li razi dell’amore puri e splendenti più che l’oro, e sempre sta levata in cielo: imperò che sempre sta coniunta con Dio in cielo, e [p. 201 modifica]però si dice ne la Santa Scrittura: Deus charitas est; e sta coll’ale aperte sempre intesa a calare, per tirare a sè l’anime umane che la grazia di Dio ne fa degne. Et esser mi parea: cioè a me Dante, la dove foro Abbandonati i suoi da Ganimede. Qui introduce l’autore una finzione poetica; ciocche Giove rapì, in specie d’aquila mutatosi, Ganimede fìlliuolo del re Troe, unde fu poi la contrada chiamata Troia, quando era ito coi suoi ministri a cacciare ne la selva troiana che si chiamò Ida, e per la sua bellessa lo portò in cielò e fecelo suo donzello e servitore di coppa, e li suoi ministri quando lo viddeno portare in cielo rimasero tutti isbigottiti. La verità di questa finzione fu che Giove re di Creta, avendo guerra col re Troe di Troia, venne a battallia con lui, e nc la selva troiana chiamata Ida lo vinse, avendo lo stendale reale de l’aquila, e prese Ganimede fìlliuolo del detto re, e tennelo por suo donzello. Unde li Poeti, per magnificare Giove ne fanno la preditta finzione, dicendo che Giove àe posto Ganimede in quel segno che si chiama Aquario, e però diceno che è fatto servitore di coppa di Giove; e però dice l’autore che li parca pure essere nc la silva troiana. Quando fu ratto; cioè Ganimede, al sommo consistoro: consistoro si dice lo luogo dove si sta insieme, e però lo luogo dove sta lo papa coi cardinali ad audienzia, o a consillio si chiama consistoro; e così pone qui l’autore per lo cielo dove sta Iddio coi suoi santi, sicchè dice: Quando fu ratto Ganimede al cielo da Giove in specie d’aquila: Fra me; dice Dante che dentro da sè, pensava; cioè io Dante nel sogno: Forse questa; cioè aquila, fiede 12: l’uccello si dice ferire, perchè ingremisce la preda colli artilli dei piedi, Pur qui; cioè in questa silva, per uso 13, cioè per consuetudine, e forse d’altro loco; cioè che di questa selva, Disdegna di portarne suso in piede; cioè quest’aquila, pensava io Dante, non pillia prede se non di questo luogo. Per questa finzione intende l’autore di dimostrare che sua opinione fusse che la carità rapisca più tosto de le selve e delli eremi li santi omini a Dio, che delli altri luoghi: imperò che si mantegnano più in stato d’innocenzia nei luoghi solitari, che altrove; sicché possono più perfettamente amore Iddio.

C. IX — v. 28-42. In questi cinque ternari l’autore finge come compiè la sua visione e come si svelliò, dicendo: Poi; ch’io Dante pensai come detto è di sopra, mi parea; a me Dante, che più rotata: cioè l’aquila ditta di sopra, un poco; più che prima, Terribil come folgor descendesse; cioè sopra di me Dante; e questo fìnge l’autore, per accordarsi co la Santa Scrittura, quando dice che lo Spirito [p. 202 modifica]Santo venne in tale forma sopra li Apostoli, E me; cioè Dante, rapisse suso; cioè al cielo, insin al foco, cioè infine a la spera del fuoco per la quale vuole significare lo ratto suo in fine a Dio, lo quale è fuoco di carità e d’amore, al quale finse esser asceso ne la tersa cantica; e questo prefigura in questo luogo, e però seguita. ivi parea ch’ella et io ardesse; cioè a quella spera giunti, parea a Dante che ardesse l’aquila, et anco elli; e questo significa che lo dono de l’amore de lo Spirito Santo fa ardere colui, che l’àe 14, de l’amore di Dio. E sì l’incendio imaginato; ben dice imaginato; imperò che la visione sta ne la imaginativa; et allegoricamente dimostra che questa visione non fue altro in effetto che la sua imaginazione, cosse; cioè me Dante, Che convenne che il sonno si rompesse; cioè ch’io mi svelliasse; cioè ch’io partisse l’animo de la ditta imaginazione e tornasse ad altro. Non altramente Achille si riscosse; qui induce l’autore per similitudine la finzione d’Achille, quando Teti sua madre lo traffugò. Fingeno li poeti che, poi che Teti ebbe parturito Achille, ella lo diede a notricare a Chirone centauro et a maestrare; e quando l’esercito de’ Greci andò a Troia, ella lo transmutò, acciò che non fusse trovato essendo già di più di 15 quattordici anni, a Schiro all’isula del re Licomede, addormentatoselo in grembo e vestitolo in abito di femina, acciò che non fusse cognosciuto e così l’accomandò al re, dandoli ad intendere che fusse femina. E lo re lo fece stare co le suoe filliuole, et innamorossi con una di quelle che era la maggiore, che avea nome Deidamia e generò di quella Pirro; e quando elli in sul di’ fu iunto a Schiro, si svelliò subito percosso dai raggi del Sole, e meravilliandosi del luogo, che non vedea li luoghi usati, sj girava intorno; e però dice: Li occhi svelliati rivolgendo in giro; cioè Achille, E non sapendo là dove si fosse: però che non v’era mai più stato, Quando la madre; cioè d’Achille, cioè Teti, da Chiron; centauro che l’avea allevato, a Schiro; cioè all’isula di Licomede, Trafugò lui; cioè Achille, perchè non si trovasse da’ Greci, dormendo in le suoe braccia: però che in braccio addormentato lo portò per mare infino colà, Là onde i Greci; cioè Diomede et Ulisse mandati a cercare per lui, poi; che la madre ve l’ebbe appiattato 16, il dipartiro; menandolo con loro a Troia; come scrive Stazio nel suo Achilleide, li Greci mandonno a cercare per lui, Che mi scossi io; ecco l’adattamento de la similitudine; cioè non altramente si scosse Achille, che io Dante, sì come da la faccia Mi fuggì il sonno; cioè poi che dalli occhi mi fuggì ’l sonno: dalli occhi fugge lo sonno quando s’apreno, e li occhi sono ne la faccia; e però pone [p. 203 modifica]la faccia per li occhi, e diventai smorto; ecco che finge che avesse paura de la sua visione, non veduto ancora lo suo effetto, Come fa l’om che spaventato agghiaccia: l’omo per la paura diventa gelato, perchè il sangue corre al cuore. Questa paura finge qui l’autore, per mostrare che la sua sensualità dubitava di potere vastare 17 a l’altessa de la materia: però che ora finge che sia iunto al balso del purgatorio, del quale arà a trattare in giù mai.

C. IX — v. 43-63. In questi sette ternari lo nostro autore finge come si trova 18 portato infine al balso del purgatorio, nel suo sonno e mentre ch’elli sognava, dicendo cosi: Poi ch’io mi svelliai e guardaimi intorno tutto spaurato 19, io non viddi se non Virgilio; e però dice: Da lato; cioè a me Dante, m’era il solo mio Conforto; cioè Virgilio, che significa la ragione che accompagna e guida la sensualità; e bene dice solo, perchè li altri erano rimasi tra li signori giuso nel prato; cioè Sordello, Giudici Nino e lo marchese Currado; e bene dice Conforto: imperò che la ragione conforta, e caccia ogni paura. E il Sol era alto già più che du’ ore; perch’era montato suso più tutto l’segno che pena a montare due ore, et era lo Sole in Ariete, come ditto fu di sopra; e per questo si mostra che già era venuto l’altro di’, sicché potea bene Dante essere stato portato al balso del purgatorio: imperò che ditto fu di sopra che sensa ’l Sole non si potea montare. E il viso m’era a la marina torto; e per questo vuole dimostrare ch’elli non s’avvedea d’esser montato, perch’elli guardava il mare e non lo monte. Non aver tema; cioè paura, disse ’l mio Signore; cioè Virgilio; e ben dice Signore, che la ragione dé signoreggiare, e la sensualità servire, Fatti sicur, che noi semo a buon punto. In fine a qui lo nostro autore àe finto d’esser montato a lo stato de la penitenzia; nel quale montamento è molto periculo; ma poiché l’uomo v’è dentro é più siguro; e per mostrare questo, finge che Virgilio dica le sopra ditte parole, e parla in plurali quanto all’essere, et in singulari quanto al temere: imperò che sola la sensualità teme l’aspressa de la penitenzia, come disse Cristo: Spiritus 20 quidem promptus .est, caro autem infirma; e però dice: Fatti sicur; cioè tu, Dante, per lo quale s’intende la sensualità, che noi semo a buon punto; cioè tu et io, che significa tutto l’omo; cioè la ragione e la sensualità, siamo iunti a quel che desideravamo; cioè al purgatorio che significa lo stato de la penitenzia. Non stringer; ma rallarga; tu, Dante, ogni vigore; questo dice, perchè quando l’omo teme, stringe lo vigore; e quando l’omo à speransa, lo rallarga. Tu sei omai al Purgatorio giunto: ora parla in singulari pure a [p. 204 modifica]Dante; perchè la sensualità à bisogno d’esser certificata da la ragione, che la ragione per sè comprende. Vedi là il balzo che ’l chiude d’intorno; cioè l’altessa talliata di pari intorno del monte che ’l chiude d’intorno. Vedi l’entrata; cioè la porta d’entrarvi dentro, dove par disgiunto; cioè diviso lo detto balso. E questo li mostra, perchè non si disperi de lo entrarvi; e perchè non si meravilli come vi sia venuto li dichiarò 21 lo modo, dicendo: Dianzi, nell’alba che precede il giorno: lo giorno fa la presenzia del Sole, et innanti che apparisca lo Sole, apparisce l’alba nell’oriente per li raggi suoi che illuminano la parte, d’unde sallie. Quando l’anima tua dentro dormia: sola la parte sensitiva dell’anima è quella che dorme, che la vegetativa non dorme mai mentre che si vive; la ragionevile alcuna volta dorme, alcuna volta no, sì come quando l’omo sogna: e però avale intende de la virtù sensitiva per l’anima, e dice dentro per denotare che alcuna volta l’omo vegghia, et è sì ratto d’alcuno pensieri che niente comprende coi sentimenti. E però adiunge: Sopra li fiori, onde laggiù è adorno; quanto a la lettera, nel prato dove finge che s’addormentasse dove erano quelli signori; ma allegoricamente vuole intendere li atti politichi virtuosi dei signori, tra quali spesse volte ci addormentiamo lassando l’opere più virtuose, Venne una donna, e disse: Io son Lucia. Manifesta ora la ragione a la sensualità, com’ ella è stata levata suso in alto; cioè per una donna che la chiama Lucia, come la chiamò nel principio de la prima cantica ancora; e questa significa la grazia di Dio illuminante, la quale fa l’omo cognoscere quello che li è bisogno a la sua salute, e dimandare lo dono de l’amore de lo Spirito Santo, lo quale rape 22 l’anima e portela in allo e falla ardere de l’amore di Dio. Lassatemi; finge Virgilio ch’ella parlasse a lui et alli altri che erano con lui: cioè Sordello, Giudici Nino e marchese Currado, dei quali era occupata allora la fantasia di Dante, pilliar costui; cioè Dante, che dorme; occupato nei pensieri de le cose mondane e di loro, Sì l’agevilerò per la sua via: quando la grazia di Dio ci illumina, ci fa più agevile la via del montare a Dio, al quale non si può montare se prima non si monta a lo stato de la penitenzia. Sordel rimase; quanto a la lettera nel prato 23 di sopra; quanto all’allegoria rimase, che uscitte de la fantasia di Dante, e l’altre gentil forme; cioè Giudici Nino e marchese Currado, perchè la ditta grazia lo illuminò che si dovea trattare d’altra materia, et uscire di quella. Ella; cioè Lucia, ti tolse; cioè te Dante, e come l’ di’ fu chiaro; questo dice, per confermare quello che ditto fu di sopra, che di di’ si monta; ma di notte [p. 205 modifica]no, Sen venne su; questa Lucia con teco 24, portandotene, et io; cioè Virgilio, per le sue orme; cioè per le suoe pedate: allora va bene la ragione, quando seguita le pedate de la grazia illuminante di Dio. Qui ti posò; cioè in questo luogo Lucia; cioè la grazia di Dio presso al purgatorio, e pria mi dimostraro Li occhi suoi belli; cioè a me Virgilio. Questi occhi allegoricamente sono due; cioè iustizia e misericordia, le quali Iddio opera in tutte le cose eh’ elli fa; e queste due ci mostrano l’ opere di Dio e fannocele cognoscere: imperò che quando le consideriamo co la nostra ragione, quanto la grazia di Dio illuminante ci permette e concede, la nostra ragione cognosce quello che prima non cognoscea. quella intrata aperta; cioè fe manifesta a me Virgilio; cioè a la ragione pratica di Dante quella intrata del purgatorio; cioè mostrommi come vi s’ entra, che la porta non stava aperta; ma chiusa, come appare di sotto, e però si dè intendere comm’io l’abbo sposto di sopra. Poi ella; cioè Lucia, e l’ sonno; cioè tuo, ad una; cioè insieme, se n’andaro; cioè sparitteno 25 via. E questo dice secondo la lettera, perchè Dante arebbe potuto dire: Dov’è quella donna, che m’à portato? Ma allegoricamente lo nostro autore dà ad intendere che per qualche peccato in che elli cadde, la detta grazia da lui si partitte, e lo fervore de la carità che avea ratto lui all’altessa de la penitenzia: imperò che, come è stato ditto di sopra, l’autore nostro finge sè avere montato in fine al purgatorio e trovato quelli gradi dei negligenti de’ quali àe trattato in fine a qui, o perchè cosi era in lui che s’ avea trovato irretito et impacciato in alcuna di quelle medesime specie di negligenzia ne la vita sua, innanti che venisse a lo stato de la penitenzia; e per mostrare generalmente che così è in tutti li più omini, e da esse non si può l’omo partire sensa la grazia illuminante e lo fervore de la carità. E però àe posto la ditta finzione; ch’ elli sia stato portato, cioè la sua sensualità, da la grazia di Dio e dal fervore de la carità; e la ragione sua abbia seguitato la ditta grazia, in quanto è escito de le ditte specie de la negligenzia; o volliamo intendere quanto al trattato de la materia, o realmente pur di sè, è sallito a trattare del purgatorio o a la penitenzia dei suoi peccati.

C. IX— v. 64-72. In questi cinque ternari lo nostro autore finge la sua montata al balso del purgatorio, dicendo così: A guisa; cioè a similitudine, d’om, che in dubbio si raccerta; cioè essendo in dubbio si certifica del suo dubbio, Et in conforto muta sua paura; cioè, e lassato lo dubbio, muta la paura, che è nata per lo dubbio, in conforto, Poi che la verità li è discoperta; cioè quando la verità li è [p. 206 modifica]manifesta, Mi cambiai io; cioè Dante, e come senza cura Vidde me il Duca mio 26; cioè e come Virgilio vidde me Dante sensa sollicitudine de la dichiaragione del dubbio, del quale era certificato, su per lo balzo; cioè su per la montata del purgatorio, Si mosse; cioè Virgilio, et io; cioè Dante, dirieto; a lui, in ver l’altura. Acciò che non s’intenda ch’andasseno girando lo monte in questa parte, allegoricamente dimostra l’autore come la ragione dè guidare la sensualità in verso l’altessa de la penitenzia; ma prima dè vedere che sia libera da ogni altro pensieri, come appare nel testo. Lettor mio; ora parla l’autore a lettore 27, facendolo accorto de l’altessa de la materia. vedi ben com’io; cioè Dante, inalzo La mia materia: imperò che in fine a qui àe trattato del montamento a lo stato de la penitenzia, ora incomincia a trattare de la penitenzia che è più alta materia: imperò che lo purgatorio è Io stato de la penitenzia, nel quale si purga l’anima da ogni macchia di peccato e ritorna monda e netta, come Dio l’à creata. e però con più arte Non ti meravilliar; cioè tu, lettore, s’io la rincalzo; cioè s’io Dante la fortifico con più artificiosità di finzioni et allegorico intelletto.

C. IX— v. 73-84. In questi quattro ternari lo nostro autore fingo come elli e Virgilio s’approssimonno a la porta del purgatorio, e descrive come era fatto lo portenaio 28, dicendo: Noi; cioè Virgilio et io Dante, ci appressammo; cioè suso al purgatorio, e derivammo in parte; cioè noi due, Che là dove mi parea prima rotto; cioè quive, dove mi parea che nel balso del purgatorio fusse una rottura, Pur come un fesso che muro diparte; adiunge la similitudine, perchè mellio s’intenda, dicendo che ’l balso pareva rotto da lungi, come pare uno muro che sia fesso et abbia crepatura da su in giù, Viddi una porta; cioè io Dante quando fui approssimato, e tre gradi di sotto; cioè tre scaloni di sotto alla porta, Per gir ad essa; cioè per montare suso a la porta, cioè a la entrata, di color diversi; cioè che l’uno non era fatto come l’altro. Benché a la lettera s’intenda lo testo come ditto è; allegoricamente si dò intendere che l’appressare di Dante e di Virgilio al purgatorio significa l’approssimamento de la ragione e de la sensualità di Dante, e d’ogni omo che s’approssima a la penitenzia, al quale quando sta di lunge pare la entrata a la penitenzia strettissima come una fessura; ma quando s’approssima ad essa co la volontà, quello che prima li parea malagevile li pare agevile, e così la fessura li diventa porta; cioè la strettessa li pare largura. E questo è quanto al luogo unde s’entra; ma la porta che tiene chiusa questa intrata significa lo malo amore de le cose [p. 207 modifica]mondane, che ci tiene la entrata de la penitenzia che non ci lassa intrarc ad essa et in essa. Ma dice che questa intrata, innanti che si salli ad essa àe tre gradi che significano tre atti che dè fare lo peccatore, quando vuole montare a purgarsi de le suoe peccata; cioè confessarsi co la bocca, avere la contrizione del cuore e la satisfazìone de l’opera, come si mosterrà di sotto; e sono diversi di colore: imperò che questi sono atti differenti. Et un portier; cioè viddi io Dante uno portinaio 29, che ancor non facea motto; cioè non dicea niente, perchè non eravamo anco approssimati per montare. E come l’occhio; cioè mio, dice Dante; cioè l’occhio dello intelletto, più e più v’apersi; cioè per mellio vederlo e comprenderlo, Viddil seder; cioè io Dante quello portinaio, sopra ’l grado sovrano; cioè sopra lo terso scalone, Tal ne la faccia; cioè sua; cioè sì splendiente, ched io; cioè Dante, nol soffersi; cioè non potetti patire di ragguardarlo. Et una spada nuda aveva in mano; cioè quello portonaio, Che rifletteva i raggi; ch’escivano di quella faccia del portonaio, e percoteano in su la ditta spada, e la spada li riflettea poscia verso noi; e però dice: sì ver noi; cioè in verso Virgilio e me Dante, Ch’io; cioè Dante, dirizzava spesso li occhi in vano: imperò che la mia vista non potea patire lo splendore di quelli raggi riflessi. Questo portonaio, che l’autore finge qui secondo la lettera che sia uno angiulo posto a guardia del purgatorio, significa allegoricamente lo sacerdote lo quale è portonaio de la penitenzia: però che sensa lui non si può ad essa intrare, se non fusse già che avere non si potesse. Finge che non facea motto: imperò che il sacerdote non dè assolvere chi nol dimanda; ma s’elli è richiesto, dè essere presto et apparecchiato: che elli segga in sul solliare de la porta che è di diamante, come si dirà di sotto, e tegna li piedi in sul porfido significa ch’elli dè stare a sedere; cioè in stato pacifico, umile e quieto in su la fermessa de la santità et onestà, avendo li piedi; cioè le suoe affezioni ine la satisfazione, e sopra la satisfazione dell’opera fervente col fervore de la carità: la faccia, cioè l’apparenzia e li atti tutti denno essere sì splendienti di virtù, che la sensualità nostra nolli possa comprendere; o volliamo intendere che da la faccia; cioè da la testa, ponendo la parte per lo tutto, dè procedere virtù, sapienzia e scienzia sì luminosa, che la sensualità umana nolla possa comprendere. La spada che tiene in mano significa la iustizia che dè avere ne le suoe opere, la quale dè essere nuda, non velata, nè coperta d’ipocrisia, ne la quale denno perquotere 30, e quindi in verso li altri riflettere, li raggi de la sua sapienzia e scienzia; cioè che l’opere suoe iuste, inluminate de la sapienzia e de la scienzia, [p. 208 modifica]diano lume e splendore alli altri sì eccessivamente, che alcuna volta e spesso la sensualità nostra nollo possa comprendere. E cosi insegna quale dè essere lo sacerdote vicario di Cristo: ecco che ben si verifica quello, di che fece accorto lo lettore; che elli inalsava la sua materia e ch’elli la vestia con maggiore artificiosità 31. Seguita la secunda lezione.
     Dite costinci ec. Questa è la secunda lezione del canto nono, ne la quale l’autore dimostra la entrata nel purgatorio, e dividesi tutta in sei parti: imperò che prima finge come, approssimandosi in verso la sallita, lo portonaio li fa accorti che non vegnino a montare sensa guida; ne la secunda descrive com’era fatta quella montata, quive: Là ne venimmo ec. 32; nella terza finge com’ elli montò su per li gradi e come si confessò, quine: Per li tre gradi ec.; ne la quarta finge come quello angiulo cavò fuora le chiavi e disserrò lo serrame quive: Cener, o terra ec.; ne la quinta finge che spingesse l’uscio quive: Poi pinse l’uscio ec.; ne la sesta finge come elli e Virgilio, intrati dentro, uditteno cantare e sonare, quive: Io mi rivolsi ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co la sua esponizione et allegoria, o vero moralità. C. IX — v. 85-93. In questi tre ternari finge lo nostro autore com’ il portonaio del purgatorio li fece accorti, quando li vidde approssimare, che non venisseno sensa guida, dicendo così: Dite costinci 33; finge l’autore che l’angiulo vedendo lui e Virgilio andare in verso la montata, li ammonisce che innanzi che montino dicano ciò che volliano; e però dice: costinci dite, innansi che vegnate più oltra, che volete voi; cioè tu, Dante, e Virgilio? Cominciò elli a dir: cioè lo portonaio, ov’è la scorta; cioè la guida? Guardate che il venir su; cioè sensa guida, non vi nói; cioè non vi faccia nocimento. E per questo dà ad intendere l’autore allegoricamente che sensa la grazia di Dio illuminante, la quale conviene che sia nostra guida in tutte le buone operazioni, non si può sallire a la penitenzia, sensa la quale andando l’omo a la penitenzia, potrebbe ricevere nocimento: imperò che molti ànno già inparato a fare lo peccato ne la confessione et sonvi poi caduti, che prima nol sapeano; e però si dè guardare lo sacerdote di non dimandare quando ode confessione, se non de le circustanzie del peccato da colui che si confessa; lo peccato lassi dire a lui; dimandi, quando àe ditto lo peccato, del tempo, del luogo, de la compagnia, contra cui c simili cose: imperò che dice S. Agostino: Legis littera quœ docet non [p. 209 modifica]esse peccandum, si spiritus vivificans desit, occidit: sciri enim facit peccatum potius, quam caveri; ideo magis vult augeri quam minui, quia male concupiscentiœ etiam prœivaricatio legis accidit — . Donna del Ciel; cioè Lucia, de la quale fu ditto di sopra, che portò Dante addormentato, di queste cose; cioè che non si può montare sensa guida che non sia nocimento, accorta; cioè saputa et avveduta, Rispose il mio Maestro a lui; cioè Virgilio al ditto angiulo, pur dianzi; cioè quando ebbe portato Dante al balso del purgatorio, Ne disse; cioè disse a noi: Andate là; dimostrando l’entrata del purgatorio, quivi è la porta; cioè l’entrata del purgatorio. Et ella i gradi vostri in bene avanzi; cioè la ditta donna guidi 34 li vostri passi in bene, e faccia avansare; cioè crescere in bene: ecco chè prega per loro. Ricominciò il cortese portonaio; cioè l’angiulo ditto di sopra recominciò a parlare, dicendo le parole ditte di sopra pregando per loro, come ditto è; et invitolli e confortolli a salire suso, dicendo: Venite dunque; poi che Lucia vi guida, inanzi; cioè più su, a’ nostri gradi; cioè ai nostri scaloni che sallieno all’entrata, dei quali si dirà di sotto. E per questo dà ad intendere l’autore che ’l confessore sacerdote, quando vede lo peccatore ben disposto, lo dè invitare e confortare a la penitenzia.

C. IX— v. 94-105. In questi quattro ternari lo nostro autore sotto finzioni di scaloni dimostra le tre condizioni, che si richiedeno al sacramento de la penitenzia, dicendo così: ; cioè colà, dov’era la sallita de li scaloni a l’entrata del purgatorio, ne venimmo; cioè Virgilio et io Dante, e lo scallìon primaio; cioè quel di sotto, che era primo a montare suso, Bianco marmo era sì polito e terso; cioè forbito, Ch’io mi specchiava in esso; cioè io Dante, qual io paio; cioè che rilucea, sicché Dante vi vedea l’imagine sua. Era il secondo; cioè scalone da montare suso, tinto più che perso; cioè più nero che perso, che è vicino al nero, D’una pettina ruvida; cioè aspra 35, et arsiccia; cioè come arsicciata, Crepata per dilungo e per traverso; cioè ch’avea crepature in ogni modo. Lo terzo; cioè scalone, che di sopra; ai ditti due, s’ammassiccia; cioè è posto come d’una massa; però che era coniunto colli altri, Porfido mi parea; cioè a me Dante, sì fiammeggiante; cioè sì rosseggiante, Come sangue; cioè rossicava come sangue, che fuor di vena spiccia; cioè che esca fuora de la vena. Sovra questo; cioè terso, tenea ambo le piante L’Angel di Dio; cioè lo portonaio ditto di sopra, sedendo in su la sollia; cioè de la porta, Che mi sembrava; cioè mi parea, pietra di diamante; cioè lo solcare pareva a Dante che fusse di diamante. Per questi gradi dà ad intendere lo nostro autore li tre gradi de la penitenzia, coi quali [p. 210 modifica]lo peccatore dè montare al sacramento de la penitenzia; lo primo è la confessione de la bocca lo quale è di marmo: imperò che la confessione dè essere intera e soda come ’l marmo; intera, cioè che dica tutti i suoi peccati. e ciascuno interamente et ad uno sacerdote e non dè esser divisa che parte si dica del peccato e parte no, nè alcuno peccato dire et alcuno tacerne, dire uno peccato ad uno sacerdote, et un altro riservare e dirlo ad un altro. Dè esser ancora soda, sicché confessi non solamente lo peccato fatto; ma anco la virtù lassata: imperò che dire solamente lo peccato è mollessa; accusarsi de la virtù lassata è solidità. Dè esser ancora bianca; cioè manifesta e non velata, dicendo le suoe circustanzie; cioè lo modo, lo tempo, lo luogo, lo numero, la condizione de la persona 36, l’età e l’altre cose che aggravano lo peccato. Dè esser ancora polita, biasimando et accusando la sua colpa, e maledicendo lo peccato. Dè esser forbita, manifestando la volontà d’entro dell’animo sicché 37 la lingua si vegga quale sia l’animo d’entro; e così appare che la confessione de la bocca dè avere integrità, solidità, chiaressa, politessa e lucidità. Lo secondo grado de la penitenzia è la contrizione del cuore; et è contrizione ricognoscimento del peccato commesso con dolore d’averlo commesso, e pentimento, e proponimento di non raccadervi; la quale, secondo la finzione de l’autore, è figurata per lo secondo scalone che è di pietra aspra, arsicciata, nera e crepata per ogni modo. Queste sono cinque condizioni che dè avere la contrizione del cuore; cioè che dè esser dura come la pietra: però che tale ricognoscimento dè esser duro e fermo ne la mente; e lo proponimento di non raccadere costante e fermo, sicché sempre vi sia, mentre che si vive. Dè anco esser aspra, sicché affligga continuamente la mente con dolore, e l’occhi con pianto e lagrime, e l’enteriora con sospiri. Dè anco esser arsicciata 38 de l’amore de le virtù lassate et abbandonate per sì fatto peccato; lo quale amore continuamente dè arsicciare; cioè occultamente ardere lo cuore. Dè anco esser nera; cioè oscura per afflizione vera e non simulata, e però dice che era tnto più che perso. Dè esser crepata per dilungo e per traverso; cioè aperta la mente a ricevere dolore da la lunghessa e da l’ampiessa del peccato e de le suoe circustanzie. Lo terso grado de la penitenzia è la satisfazione dell’opera, la quale sta in umilità arrogandosi lo peccatore a sodisfare per lo peccato ad ogni umilità, operando tutti li atti virtuosi volontieri per sodisfacimento del peccato commesso; e questa è figurata per lo terso scalone, che finge l’autore che sia di porfido [p. 211 modifica]fiammegiante come sangue ch’esca di vena, a dimostrare che la satisfazione dell’opera dè esser ferma e soda, di vari colori; ma dè vincere lo rosso e vermillio, come sono queste condizioni nel porfido vcrmillio. Dè esser ferma la satisfazione dell’opera: Quia non qui inceperit, sed qui perseveraverit usque in finem, habebit coronam. Dè esser soda e non gonfiata da vana gloria; dè esser ancora di vari colori: imperò che vari modi sono quelli di bene operare, come ne le opere de la misericordia e nelli altri atti virtuosi; ma dè vincere lo vermillio: imperò che in ogni atto virtuoso dè essere lo fervore de la carità; e veramente si simillia al sangue che esce di vena: imperò che secondo li Naturali 39 lo calore naturale sta nel sangue, e lo fervore de la carità è assimiliato al calore del fuoco. E così appare la intenzione de l’autore accordarsi co la santa Teologia, che pone che ne la perfezione de la penitenzia tre cose si denno osservare; cioè compunzione 40 del cuore, confessione di bocca, e satisfazione d’opera, acciò che come offendiamo Iddio in tre modi; cioè col cuore mal pensando, co la bocca mal dicendo, e coll’opera male operando; così sodisfaciamo a lui in tutti li suprascritti tre modi. Adiunge che l’angiulo portonaio del purgatorio tenesse le piante de’ piedi in sul porfido e sedesse in sul sollio di diamante de l’entrata del purgatorio; e questo finge, per mostrare come dè stare lo sacerdote che aspetta lo peccatore che sallie a lo stato de la penitenzia; cioè ch’elli dè tenere l’affezioni suoe nell’opere virtuose et a quelle confortare lo peccatore e stare fermo, pacifico e quieto in su la fermessa de la penitenzia, et a quella inducere lo peccatore col buono conforto e co lo esemplo buono di sè.

C. IX — v. 106-114. In questi tre ternari lo nostro autore finge come menato e guidato fu da Virgilio su per li detti tre gradi, dicendoli che dimandasse perdono, dicendo così: Per li tre gradi; cioè per li tre scaloni de la penitenzia, dei quali fu ditto di sopra, su; cioè in verso lo purgatorio, di buona vollia; cioè che volontieri montava, Mi trasse il Duca mio; cioè Virgilio tirò me Dante, dicendo: Chiedi; tu, Dante, a l’angiulo, Umilemente, che il serrame sciollia; cioè ch’apri lo serrarne, dimanda con umiltà. Divoto mi gittai; io Dante, ai santi piedi; cioè dell’angiulo, Misericordia chiesi; cioè io Dante a lui, e che m’aprisse; cioè chiesi ancora che m’aprisse la porta, Ma pria nel petto tre volte mi diedi; dicendo mia colpa. Sette P: cioè sette peccati mortali, figurati per questa littera P, però che questa dizione peccato incomincia da P, unde pone la prima littera per tutta la dizione, ne la fronte mi descrisse; cioè ne la mia fronte; di me Dante, Col punton de la spada; cioè ch’avea in mano, [p. 212 modifica]e: Fa che lavi; cioè Dante, Quando se’ dentro; al purgatorio, queste piaghe; cioè queste cicatrici che io t’ò fatto ne la fronte co la punta de la spada, disse: cioè l’angiulo ditto di sopra le dette parole a Dante. Sotto questa finzione l’autor nostro, parlando di sè, insegna al lettore del suo libro come dè montare a lo stato et altessa de la penitenzia, dicendo che Virgilio; cioè la ragione tirò lui, cioè la sensualità sua per li tre gradi de la penitenzia; cioè confessione di bocca, contrizione di cuore e satisfazione d’opera con buona volontà; cioè volontorosamente et ammonendolo che con umilità dimandasse l’assoluzione. Unde dice che con devozione si gittò ai santi piedi del confessore e domandolli misericordia et assoluzione; ma tre volte si picchiò lo petto, e che ’l confessore li scrisse ne la fronte sette P; cioè sette peccati mortali co la punta de la spada, et animonittelo che dentro nel purgatorio lavasse le ditte piaghe, e risanerebbeno tutte. In questo si notano da la parte del peccatore quattro cose; cioè in prima ch’elli vada a la confessione tirato da la ragione; cioè facendo prima ragione in sè medesimo di tutti li beni falliti e mali commessi e di tutte le circustanzie loro; cioè del luogo, del tempo, de la persona, de la cosa, del sesso, de la condizione e de l’età e delle altre cose che occorreno intorno al peccato da essere considerate, sicché ordinatamente ogni cosa dica poi al confessore. La seconda cosa è che lo peccatore vada volentieri a la confessione e con buono animo, con allegressa et iubilo di mente, considerando che essendo sbandito tornerà in grazia del suo signore Iddio; che essendo servo del dimonio sera liberato. La tersa cosa è che con umilità, andato e sallito per li ditti tre gradi, dimandi l’assoluzione: questa umilità dè essere nell’animo, et in segno dè essere nel corpo, inginocchiandosi ai piedi del sacerdote; e dè dimandare a lui, siccome vicario di Cristo, misericordia et assoluzione con devozione grandissima. La quarta cosa è che tre volte si dè percuotere lo petto, nel quale sta lo cuore nel quale è stata la volontà del mal fare, sì che dica sua colpa de l’avere mal pensato, male parlato, e mal operato; sicché si sodisfaccia a Dio in tre modi, come in tre modi s’offende; cioè col cuore, colla bocca, e coll’opera. E dalla parte del sacerdote dè essere due cose; cioè prima, la discrezione e cognoscimento dei peccati mortali e veniali; e così dia a cognoscere al peccatore quale dei peccati confessati sia mortale e quale veniale; e questo è scrivere ne la fronte; cioè fare palese al peccatore quello in che àe offeso Iddio. E dice: Col punton de la spada; cioè co la sottilliessa de la iustizia mista con misericordia, e però dice puntone, lieli faccia noti e palesi al peccatore. E la seconda cosa che dè avere lo sacerdote è ch’elli dè ammonire lo peccatore che dei peccati confessati faccia la debita penitenzia, e quella li dè [p. 213 modifica]imponere; e bene chiama l’autore li peccati piaghe: però che come la piaga difforma e guasta lo corpo; così lo peccato l’anima. E finge l’autore che a lui 41 dove scrisse sette P, a denotare che ogni omo quasi pecca in tutti i sette peccati mortali in qualche modo; et anco per dare perfetta la sua dottrina: imperò che, ammaestrato l’omo nel tutto, è ammaestro 42 in ciascuna sua parte.

C. IX — v. 115-129. In questi cinque ternari finge lo nostro autore che l’angiulo aprisse con le chiavi lo verchione de la porta del purgatorio, e dichiarasse loro l’efficacia di quelle due chiavi, e come erano fatte et unde l’avea avute e con che condizione, dicendo così: Cener, o terra che secca si cavi; cioè dell’altra terra, e dice secca: imperò che la terra secca àe colore bianco più che cenerugiolo 43, D’un color fora col suo vestimento; cioè col vestimento de l’angiulo; e così dimostra che l’angiulo era vestito d’uno colore cennerugiolo e terresto. E questo finge l’autore, per dimostrare che l’autorità dell’assolvere è data pure a l’omo: imperò che Cristo la diè a santo Piero, quando disse: Et portœ inferi non prœvalebunt advcrsus eam. E ttibi dabo claves regni cœlorum. Et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in cœlis, et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in cœlis; e però finge che quello angiulo fusse vestito di sì fatto colore; cioè che chi àe sì fatta autorità è vestito di carne umana; et anco per dimostrare che al sacerdote s’appartegnano vestimenti d’umilità, e di sì fatti colori che significhino umilità e mansuetudine come sono li bigi e li romaneschi. E di sotto da quel; cioè vestimento, trasse du’ chiavi; cioè lo ditto angiulo. E per questo dimostra che l’avesse sotto il vestimento, quanto alla lettera; ma allegoricamente s’intende che le chiavi sono concedute all’anima 44 del sacerdote, la quale è vestita de la carne umana. Queste due chiavi sono la scienzia e prudenzia, che dè avere lo sacerdote in sapere usare la potenzia di discernere li peccati l’uno dall’altro e la gravessa loro: e questa finge che sia d’arietìto, perchè è men cara che l’altra; l’altra è l’autorità del perdonare e di ritenere, e questa 45 che sia d’oro, perchè è più preziosa 46, è più cara che la prima. E queste due; cioè potenzia di discernere, autorità d’assolvere, nomina chiavi: imperò che come la chiave serra et apre; così queste due; potenzia et autorità, serrano et apreno 47 lo cielo ai peccatori. L’una era d’oro; cioè quella che significa l’autorità de l’assolvere e del legare, e l’altra era d’argento; cioè quella che significa la potenzia di [p. 214 modifica]discernere. Pria co la bianca; cioè co la discrezione, esaminando e pesando 48 la gravessa dei peccati e la pena che meritano a sodisfare ad essa, pensando dentro a sè e dandolo ad intendere al peccatore e questo è voltare la chiave per la toppa; e dice: Pria; perchè questa dè essere innanti: come lo peccatore àe finita la sua confessione dè esaminare co lui li peccati ditti da lui, e poscia colla gialla; questa significa l’autorità de l’assolvere e del ritenere, la qual dè seguire di po’ l’esaminazione, dicendo: Absolvo te ec.; dichiarando di quel che l’assolve e quel che ritiene se v’è da ritenere. Fece a la porta; cioè del purgatorio, quanto a la lettera, aprendo lo suo serrame; ma a l’allegoria, fece a la colpa del peccato, tolliendola via co la sua autorità, sì ch’io; cioè Dante, fui contento; in persona di Dante s’intende d’ogni peccatore che, poiché vede aperto lo verchione dei suoi peccati, volte prima le chiavi per la toppa; cioè per la colpa, l’animo rimane tutto contento et allegro. Quandunqua l’una d’este chiavi falla, Che non si volga dritto per la toppa; cioè quando direttamente non si facesse l’esaminazione de’ peccati 49 de la colpa e l’assoluzione, Diss’el a noi; cioè l’angiulo sopra ditto disse a Virgilio et a me Dante, non s’apre questa calla; cioè la porta del purgatorio. Questa sentenzia finge Dante che li dicesse l’angiulo: imperò che questa è sentenzia teologica, et a’ Teologi s’appartiene. Per questo dà ad intendere che se colui, che vuole montare a lo stato de la penitenzia, non esamina dirittamente li suoi peccati, e non se ne fa assolvere dirittamente, non può mai montare a lo stato de la penitenzia; ma quanto a la lettera occorre uno dubbio; se lo peccatore si confessa da uno sacerdote ignorante, che non sappia esaminare li peccati, nè ancora debitamente fare l’assoluzione, è assoluto o no quello peccatore? A che si può rispondere che s’elli nol sa che il sacerdote sia ignorante, o no può avere altro sacerdote, la fede sua supple 50 lo defetto del sacerdote, et è debitamente assoluto. Or potrebbe dire lo lettore: Perchè dunqua l’autore puose questa sentenzia? A che si può rispondere che l’autore intese da la parte del peccatore e non del sacerdote; cioè che s’elli è per suo difetto che non vollia millior sacerdote, potendolo avere, o non vollia dirittamente esaminare li suoi peccati, e dirittamente farsi assolvere di quelli dal sacerdote, nolli vale la confessione e non può intrare a la penitenzia. Più cara è l’una; cioè la gialla, che significa la podestà de l’assolvere e ritenere, ma l’altra; cioè la bianca, che significa la potenzia del discernere, vuol troppa D’arte e d’ingegno: imperò che conviene essere lo sacerdote buono teologo, se vuole bene [p. 215 modifica]discernere quel che è licito, e quel che no, innanzi che disserri; cioè innansi che iudichi di che specie è lo peccato, e che pena merita e che satisiazione. Perch’ella è quella; cioè la bianca chiave è quella, che il nodo disgroppa; cioè disviluppa e dissolve lo nodo dei peccati 51: sono sì impliciti e meschiati l’uno coll’altro, che ben vi vuole essere artificio a disfare la loro implicazione; et alcuna volta si meschiano co le buone opere, unde è necessario da saperli separare. Da Pier; cioè da s. Piero, a cui prima fu data l’autorità, e da lui è poi data a tutti successori, le tegno; dice quello angiulo a Virgilio et a Dante ch’elli tiene le preditte chiavi da santo Piero: imperò che queste due autorità confessa ogni sacerdote ch’elli l’àe dal papa, e dissemi; cioè santo Piero, quando me le diè, ch’io erri Anzi ad aprir che a tenerla; cioè la porta del purgatorio che tiene chiusa la entrata del purgatorio, che è lo male amore de le cose mondane, la cui toppa e verchione è la colpa del peccato, serrata: allora si tiene serrata, quando non si manda via la colpa del peccato, e lo malo amore non si converte in buono, Pur che la gente ai piedi mi s’atterri, cioè pur che la gente mi s’inginocchi e dimandimi perdono. E per questo si dà ad intendere che ’l sacerdote dè più tosto inchinarsi a misericordia, che osservare la rigidità de la iustizia; e questo si conferma per le parole di Cristo, quando disse a s. Piero: Non tantum septies; sed septuagies septies.

C. IX — v. 130-138. In questi tre ternari lo nostro autore finge che, volte le chiave, l’angiulo spinse l’uscio in verso lo purgatorio sì, che feceno li cardini suoi uno grande suono; et induce una similitudine presa de la istoria romana, dicendo così: Poi; che l’angiulo ebbe ditto le parole ditte di sopra, pinse l’uscio; cioè quel che tiene chiusa l’entrata del purgatorio, alla parte sacrata; cioè inverso lo purgatorio che è cosa santa; et allegoricamente dare vuole ad intendere che elli fece convertire lo malo amore de le cose mondane ad amare la penitenzia; e così l’amore rio si converte in buono, quando si lassano li diletti del mondo e pilliasi diletto de le cose di Dio, Dicendo: Entrate; cioè tu, Virgilio, e Dante nel purgatorio, ma facciovi accorti Che di fuor torna chi in dietro si guata; cioè chi volge lo volto a drieto è cacciato fuora del purgatorio. Per questo dà ad intendere che chi volge la volontà, che s’intende per lo volto a drieto, che vollia ritornare ai diletti mondani lassati prima, elli esce del purgatorio; cioè de lo stato de la penitenzia; e però l’autore parlando di quelli di là, secondo la lettera, allegoricamente intende di quelli del mondo. E quando fur ne’cardini distorti: cardini sono le pietre bucate ne le quali girano li subbielli de la porta, li quali [p. 216 modifica]l’autore chiama spigoli, Li spigoli; cioè li subbielli, di quella regge sagra; cioè di quella porta: regge si chiama, perchè regge e tiene chi vole passare; ma dice sagra: imperò che diventa sacra, in quanto si muta e converte l’amore mondano in amore di Dio; o reggia significa tutto lo purgatorio, come si chiama reggia lo rinchiuso de le bestie, e però dice sacra, e però dice: Che di metallo son sonanti e forti; fìnge che li subbielli e li cardini, e così la porta siano di metallo risonanti e forti, sicché quando s’apre la porta fanno grande rumore; e però dice che, quando si volseno li subbielli nei cardini feceno grande stridore. E questo si conviene a la finzione de la lettera che àe fìnto che sia di metallo; ma allegoricamente àe finto questo a dimostrare che, quando l’omo si muta da vita mondana a vita di penitenzia, se ne fa grande parlare e grande fama ne suona 52; et a mostrare questo grande suono induce una similitudine, dicendo: Non ruggì sì; come ruggì e fece rumore la porta ditta di sopra, nè si mostrò sì agra Tarpea; cioè la porta de l’erario di Roma, lo quale era nel monte chiamato Tarpeio 53 dal nome d’una virgine chiamata Tarpeia, filliuola di Spurio Tarpeio, lo quale avea in guardia la rocca di Roma che era in sul mónte chiamato Capitolio. La quale virgine corrotta con pregio da Tito Tazio re dei Sabini, movente guerra ai Romani, diede la entrata in de la rocca ai Sabini, infìngendosi d’andare per l’acqua per fare lo sacrifìcio. La quale li Sabinesi, avuta la rocca, ucciseno e sotterronno nel ditto monte o per celare che noll’avesseno avuta per tradimento; ma mostrasseno d’averla avuta per forsa, e per dare esempio che niuno traditore si fidasse del tradimento; o perchè non si potesse lamentare che nolli attenevano la promessa col patto che avea pattuito coi Sabinesi, che li dovesseno dare l’armille 54 che portavano al bracccio manco; e però l’ucciseno e puoselli 55 addosso li scudi che portavano da mano sinistra. E però fu chiamato poi lo monte Capitolio Tarpeio: e la porta del tempio consecrato a Giunone, dove era l’erario dei Romani, chiama l’autore Tarpeia, denominando la parte dal tutto, quando tolto li fu ’l buono Metello; cioè poi che li fu levato quel buono romano chiamato Metello, lo quale era tribuno dal populo et all’oficio suo s’apparteneva di guardare l’erario; e tocca qui l’autore la storia che recita Lucano nel iii libro, dicente che poi che Cesari, cacciato Pompeio d’Italia tornò a Roma, volendo aprire l’erario, Metello che era tribuno del populo et appartenevasi al suo officio di guardarlo, si puose in su la porta e disse a Cesari, ch’elli non 56 interrebbe [p. 217 modifica]nell’erario, se non per lo suo petto. A cui Cesari rispuose: Metello, tu ài vana speransa che credi morire per le mie mani; ma non si brutterà certamente la mia mano nel tuo sangue; e ragguardò li cavalieri suoi, acciocché ne levasseno per forsa. Allora uno cavalieri ch’avea nome Cotta prese Metello per mano, e dicendoli certe belle parole lo tirò a sè e levollo dal proposito. Allora Cesari fece rumpere li verchioni et aperse la porta dell’erario; et era sì ordinata quella porta con tanta gravità di metallo, che quando s’apria ruggivano sì forte li cardini e li subbielli che tutta Roma l’udia, acciò che non si potesse aprire occultamente. E però fa di questa similitudine l’autore, dicendo che, benché la porta dell’erario che è nel monte Tarpeio ruggisse fortemente e fusse agra ad aprire, non ruggì sì, nè fu sì malagevile ad aprire, quando Cesare l’aperse per spolliare l’erario e distribuire Io tesoro ai suoi cavallieri poiché Metello ne fu levato via, come ruggì e fu malagevile ad aprire la porta del purgatorio, e nel testo de l’autore non è l’adattazione de la similitudine; ma deesi intendere: imperò che cusì 57 è usansa di parlare alcuna volta alli autori; e questa malagevilessa dimostra l’autore, per mostrare che malagevile è tolliere l’omo dall’amore da le 58 cose del mondo e darlo a Dio, che significa per l’aprire de la porta, perchè; cioè per la quale levatura di Metello, poi rimase magra; cioè, poi che ne fu tolto Metello, rimase voito 59 l’erario e spolliato del tesoro da Cesare.

C. IX — v. 139-145. In questi due ternari et uno versetto, l’autore nostro finge come, entrato dentro de la porta del purgatorio, uditte cantare e sonare, dicendo così: Io; cioè Dante, mi rivolsi; a man destra, s’intende, poi ch’io fui dentro da la porta; e non si dè intendere ch’elli si volgesse a drieto: imperò che arebbe fatto contra l’ammonimento datoli da l’angiulo, e sarebbe tornato di fuora; e puossi anco intendere ch’elli fusse di fuora, e che udendo cantare si volgesse inverso la porta, dove prima era volto verso altra parte: imperò che non appare che fusse anco entrato, attento al primo tuono; cioè al primo suono ch’io uditti da mano destra: imperò che come ne l’inferno finse che sempre scendea in verso mano sinistra girando; così finge che nel purgatorio sempre monti, girando inverso mano destra: imperò che la mano manca significa la via dei vizi, e la mano ritta significa la via de le virtù, E Te Deum Laudamus; questo è uno canto che compuose santo Ambrogio e santo Agostino, [p. 218 modifica]quando si convertitte santo Agostino a la predica di s. Ambrogio, incominciando s. Ambrogio lo primo verso, e s. Agostino seguendo, e così successivamente; e questo si suole cantare da’ cherici quando uno omo esce del mondo, e va a la religione. E cusì finge Dante che ’l cantasseno l’anime di purgatorio, vedendo lui venuto nel purgatorio, ringraziando Iddio de la sua salute, mi parea; cioè a me Dante, Udir in voce mista; cioè meschiata, al dolce suono; cioè al suono della musica: alcuna volta la voce è simplice, quanto elli 60 è semplice lo suono; alcuna volta è meschiata col suono musicale, quando è artificiata. Tale imagine appunto mi rendea Ciò ch’io udia; cioè io Dante, qual prender si suole, Quando a cantar con organi si stea 61; fa una similitudine che, così parea lo suono di quil 62 cantico, come se fusse cantato da omini con organi; e però adiunge: Ch’or sì, or no s’intenden le parole; le quali li organi cantano, e così nè tutte s’intendono, nè tutte non s’intendono; e così parea a Dante udire quil 62 cantico. E per questo possiamo comprendere che Dante finge del purgatorio quello, che è de la Chiesa militante in tutti li atti. E qui finisce il canto nono, et incomincia lo canto decimo.

Note

  1. Terresto, terrestre; come celesto, celestro. E.
  2. Il celebre nostro Prof. O. F. Mossotti fece soggetto di una sua prolusione di Laurea l’interpetrazione di questo passo del sommo Poeta. Dal contesto delle varie frasi egli dedusse: che Dante allude al segno de’Pesci, che doveva precedere in quei giorni il nascere del Sole, e che le parole del freddo animale, Che co la coda percuote la gente, possono bene riferirsi al pesce che è un animale a sangue freddo, ed à nella coda il più possente mezzo di percossa. E.
  3. C. M. punge
  4. C. M. ai nove mesi
  5. C. M. in cielo Chirone, e fecelo uno segno che si chiama Sagittario;
  6. C. M. concupiscenzia - Il Riccard. ne dà - concupicenzia-, intralasciato l’s, come in arbucello, digiungere ed altri. E.
  7. C. M. ànno fatto, possono
  8. Pena; indugia, tarda, dura. E.
  9. C. M. si chiamò - Il nostro Codice riporta - chiama -, terminazione adoperata dagli antichi, la quale costituisce la base della terza persona plurale del perfetto con la consueta giunta del ro o rono; chiama-ro, chiama-rono. E.
  10. C. M. cerebro
  11. C. M. lo stomaco à fatto sua operazione e digestione:
  12. Fiede; fere, ferisce, da fedire, mutato in d l’r, come in contradio per contrario. E.
  13. C. M. per uso; cioè per usansa, Disdegna
  14. C. M. colui ch’ella è de l’amore
  15. C. M. di più di xv anni,
  16. C. M. appiattato e nascoso, il dipartiro;
  17. Vastare; bastare E.
  18. C. M. si trovò
  19. C. M. spaurito,
  20. C. M. Spiritus autem promptus
  21. C. M. li dichiara
  22. C. M. rapisce e portala
  23. C. M. nel prato ditto di sopra;
  24. Con teco, con meco, pleonasmo tuttora vivo nella bocca del popolo fiorentino. E.
  25. C. M. cioè si spartitteno via.
  26. Da - mio - a - Dante - giunta del Magliab. E.
  27. C. M. al lettore,
  28. C. M. lo portonaio,
  29. C. M. portenaio,
  30. C. M. percuotere, e quinde
  31. C. M. artificiosità. E qui finisce la prima lezione, e seguita la seconda del canto viiii.
  32. Il Magliab. ci à indotti a supplire da-nella terza - infino a - quine. E.
  33. Costinci; di costì, dal luogo dove è chi ascolta. E.
  34. C. M. guidi li gradi; cioè passi vostri in bene,
  35. C. M. aspera,
  36. C. M. della persona, l’ora e l’altre cose
  37. C. M. sicché nella lingua
  38. C. M. artificiata
  39. C. M. li naturali calori, lo calore
  40. C. M. contrizione dil cuore,
  41. C. M. a lui ne scrivesse vii, a denotare
  42. C. M. ammaestrato - Il nostro Codice - ammaestro -, participio scorciato al solito, come racconto, trovo, urto, per raccontato, trovato, urtato ec. E.
  43. C. M. cenneregiullio,
  44. C. M. alla via del sacerdote,
  45. C. M. questa finge che
  46. C. M. preziosa et è più
  47. C. M. aprono
  48. C. M. pensando
  49. C. M. de’ peccati e della colpa
  50. Supple; supplisce, da supplère. E.
  51. C. M. de’ peccati: molti peccati sono
  52. C. M. suona dove è tale mutazione; et a mostrare
  53. C. M. Tarpea dal monte d’una vergine
  54. C. M. armile
  55. Puoselli, puosenli, puosenle. E.
  56. C. M. a Cesare ch’elli non intrerebbe
  57. Cusì, Ne’ primi secoli del nostro idioma veniva sovente scambiato l’o con l’u; onde trovasi non di rado cusì, puppa, vocabulo per così, poppa, vocabolo. E.
  58. C. M. delle cose
  59. Voito; oggi meglio vuoto o voto. Dura tuttavia nel volgo toscano il vezzo di frapporre l’i in talune parole, come brieve, Europia, superbio. E.
  60. C. M. ella à simplice suono;
  61. Stea; voce dell’imperfetto dell’indicativo derivata da stere. E.
  62. 62,0 62,1 C. M. quel
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