Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto X

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Purgatorio
Canto decimo

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Purgatorio - Canto IX Purgatorio - Canto XI
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C A N T O     X.

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1Poi fummo dentro al sollio de la porta1
     Che il mal amor dell’anime disusa,
     Perchè fa parer dritta la via torta,
4Sonando la senti’ esser richiusa;
     E s’io avesse li occhi volti ad essa,
     Qual fora stata al fallo degna scusa?
7Noi sallivam per una pietra fessa,
     Che si movea e d’una e d’altra parte,
     Come l’onda che fugge o che s’appressa.2
10Qui si convien usare un poco d’arte,
     Cominciò ’l Duca mio, in accostarsi
     Or quinci, or quindi al lato che si parte.3
13E questo fece i nostri passi scarsi
     Tanto, che pria lo scemo de la luna
     Rigiunse al letto suo per ricolcarsi,
16Che noi fussimo fuor di quella cuna.
     Ma quando fummo liberi et aperti
     Su dove ’l monte dritto si rauna,4

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19Io stancato et ambedu’ incerti
     Di nostra via, ristemmo su in un piano
     Solingo più che strade per diserti.
22Da la sua sponda, onde confina il vano,5
     Appiè dell’alta ripa che pur sale,
     Misurrebbe in tre volte un corpo umano;
25E quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
     Or dal sinistro et or dal destro fianco,
     Questa cornice mi parea cotale.
28Lassù non eran mossi i piè nostri anco,
     Quando cognobbi quella ripa intorno,
     Che di sallita dritta aveva manco,6 7
31Esser di marmo candido et adorno
     D intalli sì, che non pur Policreto,8
     Ma la natura lì avrebbe scorno.
34L’Angel che venne in terra col decreto
     De la molti anni lacrimata pace,
     Che aperse il Ciel al suo lungo devieto,9
37Dinanzi a noi pareva sì verace10
     Quivi intalliato in un atto soave,
     Che non sembiava imagine che tace.
40Giurato si serè ch’el dicesse Ave;11 12
     Perch’ivi era imaginata Quella
     Che ad aprir l’alto amor volse le chiave;13

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43Et avea in atto impressa esta favella:14
     Ecce ancilla Dei sì propriamente,
     Come figura in cera si suggella.
46Non tener pur ad un luogo la mente,
     Disse ’l dolce Maestro, che m’avea
     Da quella parte ove il cuor à la gente ;15
49Perch’io mi mossi e col viso vedea16
     Di rieto da Maria, da quella costa,
     Onde m’era colui che mi movea,
52Un’altra storia ne la roccia imposta;
     Perch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
     Acciocché fosse alli occhi miei disposta.
55Era intalliato lì nel marmo stesso
     Lo carro, e i buoi traendo l’arca santa,
     Perchè si teme officio non commesso.
58D’inanzi parea gente, e tutta quanta
     Partita in sette cori, ai du miei sensi
     Facea dir l’un: Non; l’altro: Sì canta.17
61Similemente al fumo de l’incensi
     Che v’era imaginato, e li occhi e ’l naso,
     Et al sì et al no discordi fensi.
64Lì precedeva il benedetto vaso,18
     Trescando alzato, l’umile Salmista,
     E più e men che re era in quel caso.
67Di contra effigiata ad una vista
     D’un gran palazzo Micol l’ammirava,
     Sì come donna dispettosa e trista.
70Io mossi ’l piè del luogo ov’io stava,
     Per ravvisar da presso un’altra storia,
     Che dietro da Micol mi biancheggiava.19

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73Quivi era storiata l’alta gloria
     Del roman principe, il cui gran valore20
     Mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
76Io dico di Traiano imperadore,
     Et una vedovella li era al freno,
     Di lagrime atteggiata e di dolore.
79Intorno a lui parea calcato e pieno
     Di cavalieri, e l’aquile nell’oro21
     Sovr’esso in vista al vento si moveno.22
82La miserella entra tutti costoro23
     Parea dire: Signor, fammi vendetta
     Del mio filliuol eh’è morto, ond’io m’accoro.24
85Et elli a lei risponder: Ora aspetta
     Tanto eh’ io torni. E quella: Signor mio,
     Come persona in cui dolor s’affretta,
88Se tu non torni? Et el: Chi fi’ dov’io
     La ti farà. Et ella: L’altrui bene
     A te che fi’, se tu ’l metti in oblio?
91Et elli: Or ti conforta, che conviene
     Ch’ io solva il mio dovere, anzi ch’io mova:
     Giustizia il vuole, e pietà mi ritiene.
94Colui che mai non vidde cosa nova,
     Produsse esto visibile parlare
     Novello a noi, perchè qui non si trova.

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97Mentr’ io mi dilettava di guardare
     L’imagini di tante umilitadi,
     E per lo fabro loro a veder care;
100Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
     Mormorava ’l Poeta, molte genti:
     Queste ne invieranno a li alti gradi.
103Li occhi miei, che a mirar eran contenti25
     Per veder novitadi ond’ ei son vaghi,
     A volgersi in ver loro non fur lenti.26
106Non vo’ però, Lettor, che tu ti smaghi
     Di buon proponimento per udire,
     Come Dio vuol che ’l debito si paghi.
109Non attender la forma del martire;
     Pensa la succession; pensa che al peggio
     Oltra la gran sentenzia non può gire.
112Io comincia’: Maestro, quel ch’io veggio
     Muover a noi, non mi sembian persone,
     E non so che: sì nel veder vaneggio.
115Et elli a me: La grave condizione
     Di lor tormento a terra li rannicchia,
     Sì che i miei occhi pria n’ebber tenzione.
118Ma guarda fiso là, e disviticchia
     Col viso quel che vien sotto a quei sassi:
     Già scorger puoi come ciascun si picchia.
121O superbi cristian, miseri, lassi,
     Sì de la vista e de la mente infermi
     Fidanza avete nei ritrosi passi,
124Non v’accorgete voi, che noi siam vermi
     Nati a formar l’ angelica farfalla,27
     Che vola a la giustizia senza schermi?

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127Di che l’animo vostro in alto galla!
     Voi siete quasi antonoma in defetto,28
     Sì come venne, in cui formazion falla.
130Come, per sostener solaio e tetto,
     Per mensola tal volta una figura
     Si vede giunger le ginocchie al petto,
133La qual fa del non ver vera rancura
     Nascere a chi lor vede così fatti;
     Viddi io color quando puosi ben cura.
136Ver è che più e men eran contratti,
     Secondo ch’avien più e meno addosso;
     E qual più pazienzia avea nelli atti,
139Piangendo parea dicer: Più non posso.

  1. v. 1. Poi, poiché, siccome usarono i nostri antichi. Pier delle Vigne « Ma poi la veo, oblio ciò ch’ ò pensato ». E.
  2. v. 9. C. A. Sì come l’onda che fugge e s’appressa.
  3. v. 12. C. A. al luogo
  4. v. 18. C. A. Là dove il monte indietro
  5. v. 22. C. A. Della sua spada, ove
  6. v. 30. C. A. ritta
  7. v. 30. Nell’edizione di Vindelino riscontrasi questa variante - Che dietro di salita aveva manco. E.
  8. v. 32. Policreto, Policrito, Policleto, si truova indifferentemente appo i padri nostri. Fra Guittone « il buon pittore Policrito ». E.
  9. v. 36. C. A. dal suo
  10. v. 37. C. A. a me
  11. v. 40. C. A. si saria
  12. v. 40. Serè; serebbe, dall’infinito sere, come truovasi in parecchi Scrittori. Ne’ Gradi di s. Geronimo ii. iii « elli sere bene preso ». E.
  13. v. 42. C. M. la chiave;
  14. v. 43. C. A. in vista
  15. v. 48. C. A. ond’è core alla
  16. v. 49. C. A. mi volsi col viso, e
  17. v. 60. C. A. No;
  18. v. 64. C. A. Lì procedeva al
  19. v. 72. C. A. Che di retro a Micol
  20. v. 74. C. A. principato, il cui valor
  21. v. 80. C. A. dell’oro
  22. v. 81. Moveno; movieno, cavatone via l’i è formato dall’aggiunta del no alla terza singolare movie, desinenza in antico familiare al prosatore e al poeta; ma oggi consentita solo al secondo. Nell’Inf. C. xii, v. 27 si à questa stessa terminazione « Così prendemmo via giù per lo scarco Di quelle pietre, che spesso moviensi ». E.
  23. v. 82. C. M. intra - Entra, per intra, come enemico, entrare per inimico, intrare. E.
  24. v. 84. C. A. Di mio figlio
  25. v. 103. C. A. intenti
  26. v. 105. C. A. Volgendosi
  27. v. 125. C. A. a informar
  28. v. 128. C. A. antomata

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C O M M E N T O


Poi fummo dentro ec. Questo è lo decimo canto de la seconda cantica, nel quale l’autore nostro fìnge che, intrato dentro 1 del purgatorio, sallitte in su la prima cornice del monte, dove fìnge che si purghi lo peccato de la superbia, come più grave che tutti; finge che si purghi di sotto da tutti, più di lunge dal cielo che tutti li altri. E dividesi questo canto in due parti, come abbiamo diviso tutti li altri: imperò che prima descrive lo luogo de la sallita e la cornice e la ripa che è cinta de la cornice, et alcune de l’istorie che erano intalliate ne la ripa, secondo la sua notabile finzione; ne la secunda finge che vi fusse intalliata un’altra istoria, et incomincia a narrare de la pena dei superbi, che finge che si puniscano in su questa prima cornice con nuovo martirio, ben correspondente al peccato de la superbia, quive: Io mossi ’l piè del luogo ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in cinque parti: imperò che prima finge come, intrato elli e Virgilio dentro da la porta del purgatorio, la sentì richiudere sensa voltassi ad essa; ne la seconda descrive la sallita di quinde al primo balso, o volliamo [p. 225 modifica]cornice del purgatorio, quive: Noi sallivam ec.; ne la tersa descrive com’era fatta quella prima cornice, quive: Ma quando ec.; ne la quarta descrive la ripa che surgea da la cornice in su, e pone alcuna de l’istorie che quive fìnge essere sculte, quive: Lassù non eran ec.; ne la quinta finge che Virgilio lo induca a considerare un’altra istoria del Vecchio Testamento, quive: Non tener pur ad un ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esponizioni litterali, allegoriche e morali.

C. X — v. 1-6. In questi due ternari lo nostro autore finge che, intrato dentro da la porta elli e Virgilio, sentitte serrare la porta del purgatorio, dicendo così: Poi; cioè poiché, fummo; cioè Virgilio et io Dante, dentro al sollio de la porta; cioè del purgatorio; lo qual sollio finse di sopra, che era di diamante, a denotare la fermessa che conviene avere a colui che entra ne lo stato de la penitenzia. E dèsi notare, come fu detto di sopra, che altro è la porta, et altro è l’uscio che serra la porta. L’autore dice nel testo porta, a denotare la entrata del purgatorio; e nota che porta fu ditta prima da portare: imperò che li antichi, quando edificavano una città iungeano iuvenchi maschio e femina a l’aratro, e lassavano andare intorno del giro de l’aratro; e quive u’ volevano le porte de la città, sospendevano e portavano l’aratro, perchè non segnasse quive u’ dovea essere la porta; e perchè quando era quive, ogni uno gridava: Porta, porta; cioè l’aratro, però fuchiamata poi porta. E quine dov’era lo sulco cavavano c fondavano lo muro, e questo faceano per dare buono augurio, ch’ella fruttificasse in generazione di cittadini per la coniunzione del maschio co la femmina, e diventasse fertile come la terra per lo lavorio de’ buoi. Che il mal amor dell’anime disusa; si può intendere in du’ modi; prima così: Che; cioè la qual porta, il mal amor dell’anime; cioè l’amore de le cose mondane che ànno l’anime umane, disusa, cioè fa disusare: imperò che 2, come fu sposto di sopra, lo mal amore è l’uscio, che tiene serrata la porta, fa disusare la porta: però che, quando tiene serrata la entrata, non vi si può intrare; lo secondo modo è questo: Che; cioè da la quale porta, il mal amor; cioè mondano, disusa; cioè disvessa e svia, dell’anime; cioè alquante dell’anime, non tutte; e però pilli lo lettore quello intelletto che più li piace. Perchè; ecco che assegna la cagione, per che lo mal amore fa sviare l’anima da la entrata 3 de la penitenzia; cioè imperò che, fa parer; lo mal amor, dritta la via torta; la via torta, cioè la via viziosa, fa parer virtuosa: l’amore che l’omo à de le cose mondane fa piacere quello [p. 226 modifica]che dè dispiacere, e fa dispiacere quello che dè piacere: la via diritta de le virtù ci mena a la felicità eterna, la via torta dei vizi ci mena a la miseria 4 perpetua. Sonando; questo è secondo la lettera, che se la porta àe l’uscio di metallo e li spigoli e li cardini, quando s’apre dè fare grande suono, e così quando si chiude; et allegoricamente si dè intendere, gridando la fama di quelli che rimagnano fuora de la via de la penitenzia. la senti’; io Dante, esser richiusa; cioè la porta ditta di sopra, cioè per udito non per veduta: per udita è quando l’omo ode dire: Tale è ritornato nel vizio; per veduta è quando l’omo similmente si trova nel vizio in che altri è caduto; e però dice ch’elli la sentì; ma non vidde richiudere, e però adiunge: E s’io avesse li occhi; di me Dante, volti ad essa; cioè ad essa porta chiusa, Qual fora stata al fallo degna scusa? Cioè nulla: imperò ch’io n’era stato ammonito, come appare di sopra, che chi si volge a drieto torna di fuora. Et allegoricamente dà ad intendere che, poi che l’omo è intrato ne la via de la penitenzia, non si dè volgere a drieto, non ne dè uscire; e però dice: S’io Dante avesse volti li occhi de la ragione e de lo intelletto a l’amore del mondo, e come mi potrei scusare degnamente del mio fallo, che la santa Scrittura me n’ammonisce? Dice santo Gregorio: Pœnitere est ante peccata deflere, et flenda non committere; e s. Ambrogio: Pœnitentia est mala prœterita piangere, et piangendo non committere; et Boetius in iii Philosophicœ Consolationis, dice: Sed lex dona ocerceat, Ne dum tartara liquerit, Fas sit lumina 5 flectere.

C. X — v. 7-16. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore descrive la sallita di quinde; cioè da la porta al primo balso, 0 vero cornice, dicendo così: Noi; cioè Virgilio et io Dante, sallivam per una pietra fessa. Finge l’autore che la pietra, unde era la sallita, fusse fessa per lungo, che si movea or dall’uno lato or da l’altro, e però dice: Che si movea e d’una e d’altra parte; cioè la detta pietra, et adiunge una similitudine, dicendo: Come l’onda che fugge o che s’appressa; e cusì facea quella pietra fessa come fa l’onda del mare che ora s’appressa a la piaggia, ora fugge da essa, e così la pietra ora s’accostava da la sinistra, e da la destra si scostava; ora facea l’opposito, e così facea per tutto quanto durava la sallita. E per questo si mostra chiaramente che l’autore, benché a la lettera parli di quelli del purgatorio; allegoricamente intende di quelli del mondo: imperò che questa pietra significa la duressa et aspressa del sallimento a la perseverazione de la penitenzia, a la quale conviene salire l’anima poiché à passato li tre gradi ditti di sopra. E perchè molti impacci vegliano a quelli che a la perseveranzia de la [p. 227 modifica]penitenzia volliano sallire, or da la prosperità che li rilassa da la pcnitenzia, premendo loro addosso et occupandoli et impacciandoli 6 da essa, or da la avversità che li preme e grava troppo, conviene che si sappino accostare a la parte che allarga, e cessare quella che stringe et usare discrezione, la quale se non si tiene dalli omini de la penitenzia, tosto vegnano meno: imperò che la indiscreta penitenzia uccide lo corpo tosto, la quale cosa non piace a Dio che vuole che l’omo viva quanto può; e però quando l’omo che è ne lo stato de la penitenzia vede che la penitenzia lo stringa troppo, allarghisi: imperò che la discreta penitenzia è quella che piace a Dio, et anco si può intendere che molte tentazioni vegnano or da la destra or da la sinistra, che stroppiano lo sallimento a la perseveranzia de la penitenzia, e però ci fa cauti l’autore che le fuggiamo quando ci premeno addosso, fingendo che Virgilio, che significa la ragione, n’ammonisca lui che significa la sensualità. E però dice: Qui; cioè in questo sallire, si convien usare un poco d’arte; cioè di regula: imperò che l’arte è quella che ci stringe con regule e dottrine, Cominciò ’l Duca mio; cioè Virgilio, in accostarsi Or quinci, or quindi; cioè or da destra, or da sinistra, al lato che si parte; cioè la detta pietra s’allarga. E questo fece i nostri passi scarsi; cioè questo volgere or a destra, or a sinistra, fece li nostri montamenti minori: però che non si monta sì tosto volendo montare con allargamento, quando lo passo fusse troppo stretto o quando si cessa la tentazione, come farebbe quando questi impedimenti non fusseno, Tanto, che pria lo scemo de la luna;.questo dice per 7 mostrare che lo quartodecimo de la luna era già passato: imperò che ne la innovazione de la luna sempre lo lato lucido è in verso ponente, in fine che àe passato di’ 14; e passato questo termino 8, lo lato lucido sta in verso levante e lo scemo in verso ponente; e per mostrar questo dice lo scemo de la luna, che andava innansi, Rigiunse al letto suo; cioè al ponente, per ricolcarsi; parla secondo li volgari che diceno che la Luna e lo Sole si coricano, quando passano lo nostro orizzonte; e non si dè intendere che fusse di notte: imperò che di notte non si potrebbe sallire, come ditto fu di sopra; ma fu di di’: imperò che, quando la Luna manca, tutta via tiene del di’ stando ne l’emisperio col Sole, Che noi; cioè Virgilio et io Dante, fussimo fuor di quella cuna; cioè di quella pietra cava a modo d’una cuna: cioè d’uno ghieculo che s’appressava da l’uno lato, e dall’altro s’allargava; ora in uno luogo, ora in uno altro, secondo che in su sallivano quando se la vedeano accostare, quando fuggire e scostare, secondo che detto è di sopra. [p. 228 modifica]

C. X — v. 17-27. In questi due versetti e tre ternari lo nostro autore finge come montonno suso in su la prima cornice, e descrive com’ella era fatta, dicendo così: Ma quando fummo liberi et aperti; cioè Virgilio et io, che eravamo usciti da la pietra cavata, Su dove ’l monte dritto si rauna; cioè si raccollie in fine a quel primo balso: imperò che infine a quive la ripa è ritta, Io; cioè Dante, stancato: imperò che la carne sì stanca l’anima nostra del montare a la perseveranzia de la penitenzia; et allegoricamente s’intende la sensualità stanca; ma non la ragione, et ambedu’ incerti Di nostra via; cioè Virgilio et io eravamo incerti de la via che dovessimo tenere: imperò che la sensualità, nè la ragione sa la via che dè tenere ne la perseverazione de la penitenzia, s’ella nolli è mostrata da la grazia di Dio, ristemmo su in un piano; e questo è lo primo balso del purgatorio, dove finge l’autore che si purghi lo peccato de la superbia, Solingo più che strade per diserti; e per questo dà ad intendere la pogansa delli omini che si salvano, mostrando essere quive solitudine più che ne le strade che sono ne’ diserti. Da la sua sponda; cioè del canto del balso di fuori, cioè di verso la montata; e però dice: onde confina il vano; però che non v’è riparo, Appiè dell’alta ripa; cioè verso lo monte che sale, che era talliato ritto com’una ripa, che; cioè la quale ripa, pur sale: però che si stende in suso, Misurrebbe in tre volte un corpo umano; cioè era largo quel balso 15 piedi: imperò che comunemente l’omo è lungo 5 piedi sì, che quanto tre volte si potea stendere uno omo, era la larghessa del balso primo. E quanto l’occhio mio; parla Dante de la vista sua, potea trar d’ale; cioè potea stendersi la virtù visiva di Dante, Or dal sinistro et or dal destro fianco; cioè in verso mano destra e sinistra, ragguardando lo circuito del monte, Questa cornice; cioè lo primo balso, mi parea cotale; sì larga, come detto è di sopra. Ora che l’autore àe incominciato a trattare del purgatorio, debbiamo attendere la divisione del processo; e debbiamo sapere che l’autore finge che intorno a questo monte siano sette balsi fatti, come questo primo; ma l’uno è minore che l’altro sì, come lo monte digrada et assottillia quanto più si monta in su, sicché nel primo, del quale si tratta in questo canto e nell’altri 9, finge l’autore che si purghi lo peccato de la superbia; nel secondo balso si purghi lo peccato de la invidia, lo quale balso è minore che ’l primo e più alto; e comincia a trattare d’esso nel canto xiii, che incomincia: Noi eravamo ec. Nel terso balso finge che si purghi lo peccato de l’accidia, e finge che sia minore e più alto che ’l secondo; et incomincia a trattare di quello nel canto xv, che incomincia: Quanto tra l’ultimar ec. Nel iv balso finge che si [p. 229 modifica]purghi Io peccato de l’ira, e finge che sia minore e più alto che l’ terso; et incomincia a trattare di quello nel canto xvii che incomincia rincorditi, Lettor ec. Nel v balso fiuge che si purghi lo peccato de l’avarizia, e finge che sia minore e più alto che ’l iv; et incomincia a trattare di quello nel canto xix, che incomincia: Nell’ora che non può l calor ec. Nel vi balso, che finge essere minore e più alto che ’l v, finge che si purghi lo peccato da la gola; et incomincia a trattare di quello nel canto xix, et incomincia: Già era l’Angel ec. Nel vii balso, che finge essere minore e più alto che ’l vi, finge che si purghi lo peccato de la lussuria; et incomincia a trattare di quello nel canto xxv, che incomincia: Ora era che ’l salir ec. E sopra il vii balso finge essere una pianura in su la sommità del monte, e quive finge che sia lo paradiso delitiarum; e di quello incomincia a trattare nel canto xxviii che incomincia: Vago già di cercar ec., e d’esso tratta infine a la fine 10 de la cantica.

C. X — v. 28-45. In questi sei ternari lo nostro autore finge che la ripa del primo balso, che cinge lo secondo, fusse di marmo bianchissimo, intalliato e sculpito tutto d’imagini d’umilità; e la prima che finge che vedesse sculpita si è quella dell’umilità de la Virgine Maria, quando riceve in sè lo nostro signore Gesù Cristo incarnato di lei e de lo Spirito Santo, perchè la Nostra Donna ebbe maggiore umilità che mai avesse creatura. E questo finge l’autore, perchè in questo primo balso finge che si purghi lo peccato de la superbia, lo quale perchè è più grave peccato che sia, però finge che si purghi nel luogo più basso e più di lunge dal cielo che tutti li altri. E perchè ne la prima cantica è stato ditto de la superbia, e trattato di quello che era di bisogno a la materia, non replicherò qui se non quello che è conveniente a la purgazione di sì fatto peccato, come finge l’autore; et imperò che li omini di penitenzia, quando si purgano di tal peccato si recano a memoria quanto è la grandessa dell’umilità, e quanto ella piace e fa piacere chi l’àe a Dio, e come ella àe sempre messo li suoi possessori in eccellentissimo stato, acciocché si dolliano di non averla avuta e d’avere avuto lo suo contrario; e però finge l’autore questa scolpitura, per dare ad intendere che questo così fatto pensieri aiuta a sostenere ogni pena per amore di tale virtù coloro che sono nel mondo; e quelli che sono in purgatorio adiuta a sostenere la pena loro debita per lo peccato. Dice così: Lassù; cioè in su la prima cornice, e primo balso del purgatorio, non eran mossi i piè nostri anco; cioè li piedi miei e di Virgilio non erano mossi, poiché eravamo iunti, quando cognobbi; cioè io Dante, quella ripa intorno; che cingea lo primo 11 balso, Che di [p. 230 modifica]sallita dritta avea manco; cioè che non v’era luogo da sallire: anco era ritta come uno muro, Esser di marmo candido et adorno D’intalli; cioè che Dante s’ avidde che la ripa era di marmo intalliato, sì, che non pur Policreto; questo Policreto fu uno grande maestro d’intalli, e però a lodamento de la scolpitura lo nomina, dicendo che sarebbe stato vinto, Ma la natura lì avrebbe scorno: imperò che più propie erano le scolpiture che non arebbe saputo fare Policreto, nè la natura potuto producere. E questo possiamo dire che significhi che la fantasia nostra apprende le cose più perfettamente che l’arte, ne la natura non produce, o volliamo dire che sia sermone iperbolico. L’Angel che venne in terra col decreto; cioè l’Angiul Gabriel che fu mandato a la Virgine Maria, De la molti anni lacrimata pace: imperò che i santi Padri aveano aspettato questa pace nel limbo milliaia d’anni, come appare ne la tersa cantica: decreto tanto vale quanto cosa iudicata, deliberata e consilliata, Che aperse il Ciel al suo lungo devieto; cioè all’umana specie che v’era stata divietata tante milliaia d’anni; cioè 5232 anni passonno dal principio del mondo al descenso di Cristo nel limbo, come appare ne la iii cantica nel canto xxvi, Dinanzi a noi; cioè a Virgilio et a me Dante, pareva sì verace Quivi; cioè in quella parete di marmo, intalliato in un atto soave; cioè dolce e piano, Che non sembiava; cioè parea, imagine che tace; ma che parlasse. Giurato si serè; da chi l’avesse veduto, ch’el dicesse Ave; cioè nell’atto che stava 12, e ne l’aprire de la bocca. Perch'ivi; cioè in quella parete innanti a lui, era imaginata Quella; cioè la Virgine Maria, Che ad aprir l’alto amor; cioè lo Spirito Santo, volse le chiave: l’umilità e la santità de la Virgine Maria fu sì grande, che ’l s’aperse lo Divino Amore a mandare lo suo Filliuolo ad incarnare, per ricomprare l’umana natura. Et avea in atto impressa; cioè figurata et atteggiata sì, che parea che parlasse l’imagine de la Virgine Maria, esta 13 favella; cioè questo parlare: Ecce ancilla Dei; come ella rispose, ricevuta l’ambasciata dell’angiulo, sì propriamente, Come figura in cera si suggella; così pareva propria quella imagine, come si fa propria l’imagine del suggello ne la cera. Et è da notare che l’autore finge che tre istorie vedesse figurate et intalliate nel marmo; cioè la prima de la umilità de la Virgine Maria, per la quale s’inchinò la Divina Maiestà a mandare lo suo Filliuolo a prendere carne umana di lei ; la seconda di David, quando s’umiliò ad andare coi sacerdoti innanti a l’arca foederis 14, saltando in abito assai infimo; la tersa di Traiano imperadore che s’umiliò ad arrestarsi con tutto l’esercito a far ragione [p. 231 modifica]a la vedovella, per mostrare che ’l superbo in tre modi usa la sua superbia; cioè o contra maggiore di sè 15, et essendoli disobediente; e contra questa specie di superbia è la storia dell’umilità de la Virgine Maria, che fu tanto obediente a Dio e sì l’amò perfettamente, che disse: Ecce ancilla Dei, fiat mihi secundum verbum tuum. Lo secondo modo del superbo è contra li suoi pari, li quali dispregia et inimica; e contra questa specie è la storia del salmista David, che si fece meno che li suoi pari, et aiutolli al servigio. Lo terso modo del superbo è contra li suoi minori, li quali àe a vile et ingiuriali; e contra questa specie è la storia di Traiamo che tanto s’umiliò, che fece somma iustizia a la vedovella. E benché l’autore, secondo la lettera, finga che siano sculpite nel purgatorio convenientemente, perchè l’anime che si purgano s’arricordano 16, quando si purgano de la loro superbia, delli atti dell’umilità, e portano pazientemente la pena, pensando quant’è la virtù che ànno lassata; e moralmente insegna a quelli del mondo, che sono in stato di penitenzia che rivolgano li loro pensieri sopra li atti virtuosi contro 17 a la loro superbia, e portano volontieri la penitenzia e non parrà loro grave, e però finge l’autore nel testo che le figure fussino sì proprie: imperò che la fantasia nostra ci rappresenta la cosa 18, com’ella è.

C. X — v. 46-69. In questi otto ternari l’autore nostro finge che di po’ la storia della incarnazione del Filliuolo di Dio, dove si mostra la grande umilità de la Virgine Maria, l’ubidienzia e l’amore che ebbe in verso Iddio, fusse scolpita nel marmo la storia di David, la quale fu in questa forma. Dice la Bibbia 19 che Moise, che trasse lo populo d’Egitto, fece fare un’arca ne la quale erano riposte le taule 20 de la legge, ch’elli avea ricevuto da Dio nel monte Sinai, e la virga 21 co la quale fece aprire lo mare Rosso, et uno vagello di manna de la quale Iddio notricò lo populo d’Israel nel diserto. E quest’arca precedeva lo populo, quando si mutava; e quest’arca figurava lo tempio di Salomone, lo quale in processo di tempo fu poi fatto; e quest’arca era in casa d’Aminadab che era in Gelboe, e David re la volse conducere in Gerusalemme, e fece apparecchiar lo carro e li buoi; e postavi suso l’arca, elli [p. 232 modifica]vestito umilmente a modo dei sacerdoti, andava cantando e eitarizando innanti a l’arca, e condussela in verso la città. E quando piacque a Dio, li buoi incomincionno a ricalcitrare, e non volere andare più innanti; et essendo punti incomincionno a levare lo carro, sicché l’arca fu per cadere, unde uno dei familli del re puose mano a l’arca perch’ella non cadesse, lo quale aveva nome Oza. Per la qual cosa Iddio corucciato contra di lui, perchè s’impacciò di quello che non era licito a lui, che non era suo officio toccare e ministrare le cose sacre, cadere lo fece quive morto; e quive rimase l’arca per mesi tre, in casa di Obedion Zarei, e poi tornò David al modo primo per essa, e condussela in la città al modo ditto di sopra. Unde Micol sua donna 22, filliuola del re Saul stava a la finestra; e vedendo lo re così despetto, se ne meravilliò e turbossi de lo stato vile del re. E questa istoria è contra lo superbo che non pate 23 suo pari: imperò che David s’umiliò a pari dei sacerdoti e dell’altro populo che accompagnava l’arca; li sacerdoti d’inanzi, e’l populo di rieto. Dice adunqua così: Non tener pur; cioè tu, Dante, parla Virgilio, ad un luogo la mente; cioè non considerare pur lo primo grado dei superbi: imperò che, volendo purgare interamente lo peccato de la superbia, è mestieri che si considerino tutti e tre li suoi gradi; e però li mostra Io secondo grado ora in questa istoria per opposito: mostratoli lo primo ne la prima istoria dell’umilità de la Virgine Maria; così ora li mostra Virgilio, che significa la ragione, lo secondo in questa istoria, mostrandoli l’umilità di David, e però dice: Disse ’l dolce Maestro; cioè Virgilio, che m’avea; cioè me Dante, Da quella parte ove il cuor à la gente; cioè m’avea dal lato manco. E questo, secondo la lettera, è conveniente: imperò che, giunti in sul balso, e Virgilio che guidava Dante stando ritto verso la parete de la cornice per andare, e Dante guidare in verso man destra, come finge l’autore che tutta via andasseno per lo purgatorio, come per lo inferno, àe finto che andasseno in verso man sinistra; e Dante volendo onorare Virgilio, andandoli 24 dirietamente su convenia che stesse dal lato manco di Virgilio, e così lo lato manco di Virgilio venia al lato destro di Dante; ma allegoricamente dà ad intendere che la virtù sensitiva, significata per Dante, àe suo principio dal cuore. Perch’io; cioè Dante, mi mossi; del luogo dove prima era e passai dal lato destro di Virgilio, come si specifica di sotto, e col viso vedea; io Dante, Di rieto da Maria; dice di rieto de la storia ditta di sopra de la Virgine Maria, da quella costa, Onde m’era colui che mi movea; cioè da [p. 233 modifica]la costa del monte che venia di verso mano sinistra a Virgilio, e così a Dante che li era al lato: la ragione muove la sensualità quanto la volontà obedisce; e per questo si dè intendere che già s’erano volti in verso mano ritta, per andare, e Dante era dal lato di sotto di verso l’aperto, Un’altra storia; cioè quella di David ditta di sopra, ne la roccia imposta; cioè incominciata ne la costa del monte, che era ritta come una parete. Perch’io; cioè per la quale cosa io Dante, varcai Virgilio; cioè di là da lui, e fe’mi presso; a la ditta storia, Acciocché fosse alli occhi miei disposta; cioè manifesta. Che l’autore finga che quella de la Virgine Maria fusse considerata e veduta da lui e da Virgilio, e questa li fusse fatta vedere da Virgilio, non è sensa cagione: imperò che a la prima si richiedea la considerazione de la ragione e de la sensualità, considerando l’atto e l’allegorico intelletto de la istoria; ma in questa Dante considera pur l’atto, non quello ch’ella dimostrava come figura; e però finge che Virgilio lo solliciti, et elli vada a vedere che elli non ne vuole considerare altro che l’umilità di David, non quel che figurò questo misterio. Era intalliato lì nel marmo stesso; cioè in quello 25 ch’era intalliata la storia ditta di sopra, Lo carro, e i buoi traendo l’arca santa; questo appare per la storia ditta di sopra, Perchè si teme officio non commesso; cioè perchè Oza morì che volse sostener l’arca perchè non cadesse, mostrò Iddio che li omini 26 non si denno mettere a fare l’officio che non è commesso a lui. D’inanzi parea gente; nel marmo intalliata, e tutta quanta Partita in sette cori; dice che d’inanzi a l’arca andava gente partita in sette cori, come sono sette li doni de lo Spirito Santo, e come sono li stati delli omini virtuosi che sono nel mondo; e così rispondeno sette stati in vita eterna, ai du’ miei sensi; cioè al vedere et a l’udire, Facea dir l’un; cioè l’udire: Non; cioè non canta: imperò che Dante non udiva lo canto, l’altro; cioè lo vedere facea dire: Sì canta: imperò che quanto a lo intallio e figurazione parea che cantasseno. Similemente al fumo de l’incensi Che v’era imaginato; cioè sculpito nel marmo, e li occhi; cioè la vista, e ’l naso; cioè l’odorato, Et al sì et al no discordi fensi 27: però che li occhi diceano: lo veggio lo fumo de lo incenso; e ’l naso dicea: Io non sento l’odore; e così erano in discordia. ; cioè quive in quella scolpitura, precedeva il benedetto vaso; cioè andava innanti a l’arca, Trescando; cioè ballando, alzato; per essere spedito a ballare, l’umile Salmista; cioè David che fece lo Salterio, e però si chiama lo [p. 234 modifica]Salmista, e tanto fu umile che Iddio disse di lui: Inveni hominem secundum cor meum— E più; era che re: imperò ehe tenea officio di sacerdote e men che re era: imperò che era umiliato, vestito vilmente 28 a pari di loro, in quel caso: imperò che non tenea maestà regale, andando a quel modo anco mancava de la sua grandessa. Di contra; cioè a la storia ditta di sopra quine dov’era David alsato che ballava effigiata; cioè scolpita e figurata, ad una vista; cioè ad una finestra, D’un gran palazzo; cioè del palasso regale, effigiata in quel marmo Micol; questa era la donna di David, filliuola che fu di Saul, l’ammirava, Sì come donna dispettosa e trista: imperò che vedea David in sì fatto abito, come ditto fu di sopra, che non era contenta. E qui finisce la prima lezione del canto x.
     Io mossi ’l piè ec. Questa è la secunda lezione del canto x ne la quale finge lo nostro autore che fusse intalliata nel marmo de la cornice ditta di sopra la tersa istoria, che significa umilità contra il terso grado dei superbi; e dimostra lo peccato de la superbia esser purgato in su questo primo balso con pena rispondente degnamente al ditto peccato. E dividesi questa seconda lezione in 5 parti: imperò che prima finge che vedesse anco scolpita nel marmo de la ditta cornice la storia di Traiano imperadore; ne la seconda finge che Virgilio li mostri li peccatori che quive si purgavano, e come lo conforta, quive: Mentr’io mi dilettava ec.; ne la terza finge che per la nuova condizione, in che erano quelle anime che si purgavano de la superbia, elli nolle scorgea e lamentasene a Virgilio, e Virgilio lo dichiara di ciò, quive: Io comincia’ ec.; ne la quarta finge com’elli fece una esclamazione contra li superbi, mosso per quello che vedea quive: O superbi cristian, ec.; ne la quinta finge com’era fatta la loro condizione, dichiarandola per similitudini, quive: Come, per sostener ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo coll’allegoria e co la sua esposizione.

C. X — v. 70-96. In questi nove ternari lo nostro autore finge come elli di po’ la storia ditta di sopra, elli si mosse per vedere un’altra storia ch’era quive presso; cioè quella di Traiano imperadore la quale è contra li superbi che opprimeno et iniurano li minori: imperò che elli fece somma iustizia ad una vedovella, lassandosi da le’ riprendere, come appare in essa. Leggesi che al tempo di s. Gregorio papa, cavandosi a Roma in certo luogo; cioè ne la piassa publica per fare uno fondamento, li cavatori trovonno in uno sepulcro uno capo umano che avea la lingua fresca come quando era vivo, di che ogni uno si meravilliava. E portato questo capo a santo Gregorio, elli lo sconiurò de la parte di Dio che li dovesse dire chi elli fu; et [p. 235 modifica]allora la testa parlò e disse: Io fu’ Traiano imperadore, lo quale fu’ a cento anni di po’ l’avvenimento di Cristo, e sono dannato perchè non ebbi cognoscimento de la fede di Cristo. Allora s. Gregorio, dimandando de la vita sua, trovò che fu benigno, umile et iusto signore, e tra l’altre cose uditte dire questa istoria di che l’autore fa menzione; cioè che essendo a cavallo co l’esercito di rieto, e co le insegne sopra capo per uscire di Roma et andare a vincere alcuno regno che s’era ribellato, avvenne caso che uno suo filliuolo uccise uno fìlliuolo d’una vedovella, lo quale sustentava la vita de la madre co la sua fatica; unde la vedovella si li parò inansi al cavallo, dicendo co lagrime: Signor, fammi iustizia che ’l mio filliuolo m’è stato morto; et elli rispose: Aspetta tanto ch’io torni, et io la farò pienamente; unde ella rispuose: E se tu non torni, come faccio io? Et elli rispuose: Chi serà in mio luogo te la farà; et ella replicò e disse: E che loda e merito arai tu de l’altrui ben fare, se per te si lassa? Et elli allora convinto da la ragione disse: Ora aspetta, che conviene ch’io faccia mio debito, innansi ch’io mi parta. Et allora comandò al suo maestro de la milizia che facesse trovare lo malfattore; e trovato lo suo filliuolo fu menato dinansi da lui, et elli comandò che fusse morto come dimandava la ragione; e la vedovella si li gittoe ai piedi dicendo: Signor mio, se tu uccidi lo tuo filliuolo, io non riabbo però lo mio che mi sostentava e notricava. Allora disse lo imperadore: Che vuoi tu ch’io faccia? vuoi tu lo mio in scambio del tuo? Disse la vedovella: Signore, sì. Allora lo imperadore li diè lo filliuolo suo in scambio del morto, e comandolli che li fusse obediente in tutte cose come a vera madre, sotto pena de la vita; e così fece poi lo ditto giovano, avendo di lei cura come di madre; e per questa iustizia fu fatta la statua di Traiano ne la piassa, come fece iustizia a la vedova. Questo Traiano succedè 29 a Nerva imperadore e regnò anni 29, et incominciò nel 100 da la natività di Cristo, e nel 4063 dal principio del mondo: questo subiugò la Magna di là dal Reno, e di là dal Danubio molte genti, e ne l’oriente di là da l’Eufrate e del Tigri molte barbare nazioni arrecò 30 e province, poi occupò Seleucia e Babillonia, et infine a le fine dell’India. Costui fu cortese inverso li amici, diligente ne la milizia, benigno in verso cittadini, e largo in verso li abbisognosi, e per rimedio del malo stato de la republica fu pensato dato da Dio; unde questa umilità di tanto signore, questa iustizia con tanta clemenzia piacque tanto a s. Gregorio, ch’elli fece prego a Dio per l’anima di Traiano, pregando Iddio che tanta iustisia, clemensia et umilità non fusse perduta. Allora venne l’angiulo [p. 236 modifica]a s. Gregorio e disse: Esaudita è l’orazione tua, e Traiano è messo in vita eterna; ma perchè ài addimandato iniusto, però elegge qual vuoi, o stare una ora in purgatorio, o avere tutto l’tempo de la tua vita lo mal del fianco e le gotte. Allora.s. Gregorio elesse innansi la pena del mondo, che quella del purgatorio; e questa istoria finge l’autore che fusse intalliata quive, contra la tersa condizione dei superbi che dispregiano li minori et ingiuriano, e però induce Traiano che ad una vedovella fece somma iustizia e mostrò grandissima umilità, lassandosi rattenere e dire ciò ch’ella volse. Dice così lo testo: Io; cioè Dante, mossi ’l piè del luogo ov’io stava; cioè prima a vedere la storia di David, e valicai Virgilio dall’altro lato, Per ravvisar da presso un’altra storia; ecco la cagione, perchè mosse sè del luogo de la prima, Che dietro da Micol; de la quale fu ditto di sopra, donna di David, mi biancheggiava; questo dice, perchè lo intallio era nel marmo. Quivi; cioè in quel marmo, era storiata l’alta gloria Del roman principe; cioè di Traiano imperadore lo quale era co l’esercito, e co la potenzia del romano populo, e co l’adornamento imperiale, il cui gran valore; cioè de la iustizia e de la umilità, e de la clemenzia, Mosse Gregorio; cioè santo Gregorio papa, ditto di sopra, a la sua gran vittoria; cioè de la pazienzia del dolore del fianco e de le gotte, unde si può dire che fusse martire. Io dico di Traiano imperadore; ecco che dichiara di cui elli intende, Et una vedovella, per questo mostra che fusse vile donna e di non grande affare, li era al freno; del cavallo lo quale ella tenea co la mano, Di lagrime atteggiata e di dolore; cioè ne lo intallio del marmo, bene scolpita, che parea che si dolesse e piangesse. Intorno a lui; cioè a lo imperadore, parea calcato e pieno Di cavalieri: imperò che 31 la puntava come andava ne l’esercito, e l’aquile nell’oro; finge che i gonfaloni e li stendali che erano portati sopra lo imperadore fusseno d’oro, messi li campi l’aquile nere nel campo ad oro, come è la insegna del romano imperio, Sovr’esso; cioè sopra lo imperadore, in vista al vento si moveno; cioè parea che si movesseno: sì erano scolpite propriamente. La miserella; cioè vedovella, entra tutti costoro; che erano intalliati quive, Parea dire: sì era scolpita: Signor, fammi vendetta Del mio filliuol ch’è morto. ond’io m’accoro; cioè m’uccido. Et elli; cioè lo imperadore, a lei risponder; parea ne lo intallio: Ora aspetta; tu, vedova, Tanto ch’io torni; cioè 32 de l’esercito. E quella; cioè la vedova parea dire: Signor mio; dicea a lo imperadore, Come persona in cui dolor s’affretta; cioè come persona addolorata, che desidera vendetta, Se tu non torni; da l’esercito? Et el; cioè lo imperadore pareva dir: Chi fi’ dov’io; cioè chi fi’ in mio [p. 237 modifica]luogo, La ti farà; cioè la vendetta. Et ella; cioè la vedova pareva dire a lui: L’altrui beile A te che fi’; Quasi dica: Nulla, se tu ’l metti in oblio; cioè in dimenticagione? Et elli; cioè lo imperadore pareva dire a lei: Or ti conforta; tu, vedova, che conviene Ch’io solva il mio dovere; cioè ch’io paghi mio debito, anzi ch’io mova; cioè me di questo luogo. Giustizia il vuole; cioè quil che tu dimandi, e pietà mi ritiene; ch’io non vada, innanzi ch’io ti faccia iustizia. Colui che mai non vidde cosa nova; cioè Iddio lo quale come è ab eterno; così ne la mente sua ebbe ab eterno la forma esemplare di tutte le cose produtte e che si denno producere; e però ben dice l’autore che mai non vidde cosa nova, e così dice santo Agostino: Nihil estnovum in tempore apud eum, qui condidit tempora. — Produsse esto visibile parlare: lo parlare, secondo natura, e udibile; ma non visibile: questo era visibile, perchè finge che fusse scolpito nel marmo che è sopra natura, e questo non può fare se none Iddio; e però finge che Iddio lo producesse, Novello a noi; cioè omini che siamo nel mondo, perchè qui; cioè nel mondo, non si trova; questo parlare visibile. Ne l’altro mondo serà lo parlare visibile: imperò che ciascuno vedrà lo concetto dell’altro, sensa essere espresso con lingua; e questo medesimo addiviene a noi, quando veggiamo dipinta o sculpita una storia, che a noi sia nota: pare a noi che le persone dipinte dicano le parole, come l’angiulo ci pare 33 che dica Ave a la Vergine Maria, quando è bene atteggiato: Seguita ora a vedere una dubitazione; cioè come si salvò l’anima di Traiano, considerando ch’era morto infidele et era ne lo inferno, e la santa Scrittura dice: In inferno nulla est redemptio: qui crediderit et baptizatus fuerit hic salvus erit. — A che si può rispondere, come risponde l’autore ne la tersa cantica canto xx; che Iddio per li preghi di s. Gregorio papa fece tornare l’anima di Traiano nel corpo, meritando ciò la viva speransa che ebbe quando vivea; e fece potere li prieghi di s. Gregorio suscitarla 34, sicché potesse la sua volontà venire a la fede; e tornata credette ne la santa Trinità con tanta carità, che meritò per la grazia di Dio, stata poco ne la carne, ne la seconda morte d’andare a vita eterna. E se si dicesse: Come uscitte de l’inferno? Puossi rispondere che Iddio che sa ogni cosa futura, sapendo che questo dovea avvenire, non lassò andare quella anima ne lo inferno, unde non scese mai; ma riservolla in certo luogo, forse nel limbo dei santi Padri, unde potette convenientemente uscire.

C. X. 97-111. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Virgilio lo fa accorgere de le genti, che in quello primo balso si [p. 238 modifica]purgavano, dicendo così: Mentr’io; cioè Dante, mi dilettava di guardare L’imagini; che erano in quello marmo scolpite, di tante umilitadi; quanto quelle scolpiture dimostravano, de le quali è stato ditto di sopra, E per lo fabro loro; cioè Iddio, che quive l’avea scolpite, a veder care: caro è vedere l’artificio di sì fatto maestro. Secondo la finzione de l’autore, Iddio avea fatto quella scolpitura in quello marmo quando fece lo purgatorio, per dare ad intendere che quelli che sono nel purgatorio ànno pensamento a le virtudi contrarie a li peccati di che si purgano, per le quali ricognosceno li loro errori et ànno debita contrizione dei lor peccati, e pazientemente portano la pena; e così intese di quelli del mondo che sono in stato di penitenzia, e considerando li esempli de le persone virtuose come delli umili ànno dispiacere de la superbia stata in loro, e portano la penitenzia volontieri, et ànno debita contrizione. Ecco di qua; finge che parlasse Virgilio, dicendo le ditte parole, mostrando che venisseno di verso mano sinistra in verso mano ritta, unde era Dante; e però ben dice Virgilio Ecco di qua; di verso me, che anco s’erano volti verso la costa per vedere la storia, e Virgilio era di verso loro, ma fanno i passi radi; questo dice, perchè finge che venisseno adagio, Mormorava l’ Poeta; cioè Virgilio, mormorando dicea le parole ditte, e quelle che seguitano, molte genti: Queste; cioè genti che vegnono di qua, ne invieranno; cioè noi invieranno, a li altri gradi; più alti che questo. Li occhi miei; cioè di me Dante, che a mirar eran contenti; cioè li quali erano contenti a mirare quelle istorie di tanta umilità, Per veder novitadi: ogni uno è vago di veder cose nove; e però dice: ond’ei son vaghi; cioè questa è la cagione, perchè li occhi sono vaghi e non stanno in posa: imperò che sono vaghi di vedere cose nuove, A volgersi in ver loro; cioè in verso quelle genti, non fur lenti; ma solliciti, per vedere le genti che avea ditto Virgilio: imperò che genti venivano loro di rieto, sicché Dante, che era in lato a veder la storia e già volto per andare oltra, si volse a rieto. Et aggiunge uno conforto a lettore, che non pilli sgomento di quello che li dirà ch’elli vidde, dicendo: Non vo’ però, Lettor; cioè o lettore del mio libro, io Dante non vollio però; cioè per quello ch’io dirò, che tu ti smaghi; cioè che tu ti sgomenti e che tu ti manchi: smagare è minorare e mancare, Di buon proponimento; cioè non mancare del tuo buono proposito di fare penitenzia, per udire, Come Dio vuol che l’ debito si paghi; nel purgatorio di po’ questa vita, del peccato commesso. Non attender la forma del martire; cioè non ponere cura a la pena, Pensa la succession; che seguita di po’ la pena; cioè lo premio di vita eterna, pensa che al peggio; che possa avvenire quella pena, Oltra la gran sentenzia non può gire; cioè non può passare lo di’ de l’iudicio: imperò [p. 239 modifica]che allora tutti quelli del purgatorio seranno liberati, e risuscitati verranno a l’iudicio dove fi’ loro ditto da Cristo: Venite benedirti patris mei, possidete paratum vobis regnum.

C. X— v. 112-120. In questi tre ternari finge l’autore come, ragguardando verso la gente, non scorgea che fusseno persone, se non che Virgilio lie fece vedere all’atto del rendersi in colpa; e però dice: Io; cioè Dante, comincia’: Maestro; parlando a Virgilio, quel ch’io veggio Muover a noi; cioè muovere e venire verso noi; questo dice perchè stenno 35 fermi per aspettarli, non mi sembian persone; cioè non mi paiono persone, E non so che: sì nel veder vaneggio; cioè s’inganna la vista, parendo ora una cosa et ora un’altra. Et elli; cioè Virgilio, a me; Dante rispuose: La grave condizione Di lor tormento a terra li rannicchia; cioè li tira a terra e nolli lassa parere quel che sono, contraendoli come si contraggie quel vermo che si stringe e poi si stende, e così va: quelli stavano pur ristretti sotto li gravi pesi dei sassi ch’aveano addosso. Sì che i miei occhi; parla Virgilio a Dante, pria n’ebber tenzione; cioè discernendo quil che fusseno. Ma guarda fiso là; dice Virgilio a Dante, e disviticchia; cioè distingue e separa, Col viso; cioè tuo, quel che vien sotto a quei sassi; che tu vedi, che sono sì grandi. Già scorger puoi; cioè tu, Dante, come ciascun si picchia; rendendosi in colpa. E però qui è da notare che l’autore incomincia qui a trattare del peccato de la superbia, che finge che si purghi in su questo primo balso del purgatorio, perchè è l’infimo più di lunge dal cielo che tutti li altri: imperò che come più grave peccato dè essere purgato più al basso et al fondo, come finse ne la prima cantica che fusse punito di sotto a tutti li altri peccati nc lo inferno nel fondo, secondo le suoe spezie, dando a sì fatto peccato diverse pene. E però si può muovere qui uno dubbio; cioè, perchè l’autore ne la prima cantica seguitò la divisione dei peccati, secondo lo Filosofo distinguendo li peccati in tre specie; cioè o che. si commette per intemperansa, o per malizia, o per bestialità; e sotto malizia comprende ne le suoe specie la superbia e la invidia; et in questa cantica seconda procede, pur distinguendo secondo li peccati mortali, incominciando dalla superbia e poi seguendo nella invidia e così delli altri? A che si dè rispondere che altro è punire et altro è purgare; punire è dare pena conveniente al peccato; ma purgare è tolliere la colpa e macchia del peccato, et inducere a la virtù opposita. E perchè diversi modi di peccare ànno diverse pene, imperò si diversificano le pene che li accompagnano sempre; ma la colpa è una, che sta ne la volontà, e [p. 240 modifica]però una pena vasta a cacciarla via maggiore o minore, secondo la quantità de la colpa, a riducere la virtù opposita. Si 36 volliamo dir che ne la prima cantica parla dei peccati e de la loro punizione secondo lo foro di Dio e del mondo, lo quale pone grandissima distinzione nei peccati; cioè secondo la volontà e secondo l’effetto; e ne la seconda parla pure dei peccati, secondo lo foro di Dio, nel quale si punisce pur la volontà, e però trattando de la pena che purga lo peccato de la superbia dè essere una, benché maggiore e minore, secondo la depravazione e malizia de la volontà; ma in tutte le suoe specie una è che cerca eccellenzia, e però sua debita pena è esser minorato più e meno, secondo la volontà dell’eccellenzia o nel purgatorio o in questo mondo: imperò che a purgare non basta la pena se non è tale che riduca al grado de la virtù opposito al grado del peccato; ma a punire vasta la pena respondente a la qualità, e quantità del peccato, la quale ogni peccato induce seco mentre che l’omo in questa vita e nell’altra vita è corrispondente, secondo convenienzia di iustizia al peccato. E però l’autore seguitò ne la prima cantica uno modo, et in questa un altro.

C. X — v. 121-129. In questi tre ternari lo nostro autore finge come elli, vedendo la pena dei superbi, facesse contra di loro una bella esclamazione: che cosa sia esclamazione è stato dichiarato ne la prima cantica. Dice così: O superbi cristian; ecco che dirissa lo parlare suo pure ai cristiani: imperò che a stato di penitenzia et al purgatorio non vanno se non li cristiani; dice superbi, per dare ad intendere che qui si tratta del peccato de la superbia, lo quale finge che si purghi in su questo primo balso: che cosa sia superbia e quale siano le suoe specie, compagne e filliuole ditto fu ne la prima cantica, e però qui non si replica; ma ben dirò del modo de la sua purgazione quando sarò ad esso, miseri; dice, perchè ogni peccato induce miseria, et ogni 37 peccatore è misero, lassi; cioè caduti da la vostra eccellenzia per lo peccato: imperò che come la virtù inalsa l’omo c coniungelo con Dio; così lo peccato lo fa cadere di sotto a la condizione de le bestie, Sì de la vista e de la mente infermi; due infermitadi pone nei peccatori; cioè de la vista e de la mente; per la vista corporale intende la discrezione che è la vista de l’animo, per la mente intende qui la volontà: imperò che lo peccatore è infermo e defettuoso ne lo intelletto e ne la volontà, in quanto non discerne quello che dè, e vuole quello che non si dè; e però adiunge: Fidanza avete nei ritrosi passi; due sono li nostri andamenti mentre che siamo in questa vita; l’uno è secondo la sensualità, e questo è andare [p. 241 modifica]adrieto; l’altro, è secondo lo spirito, e questo è andare innanti: li superbi vanno secondo la sensualità, e però credendo andare innanzi vanno adrieto: credeno montare in su, et elli sono diritti 38 giù; e però dice: Avete voi fidansa nei passi ritrosi, che vi fanno cadere dell’altezza in bassezza, Non v’accorgete voi; uomini superbi, che noi siam vermi; cioè noi omini, secondo la carne: Ego sum vermis, et non homo, dice Iob, Nati a formar l’angelica farfalla; usa qui l’autore una similitudine occulta: imperò che à ditto che noi siamo vermi, seguita la similitudine del vermo: lo bruco che nasce in sul caulo 39 s’appicca al muro e diventa la testa, come uno vescovo co la mitula 40, et in giuso agussato come uno fanciullo fasciato e poi scoppia et esce fuora la biatula; e così del vermo de la seta esce fuora del ghiomitulo che si serva a modo d’una farfalla 41, e così del corpo umano esce fuor l’anima la quale fu fatta da Dio, per ch’ella fusse a riempiere le sedie voite de li angiuli che ruinonno per la loro superbia; e però dice: Non v’avvedete voi, omini, che noi siamo nati ad esser compagni delli angiuli in luogo dei caduti? Che vola a la giustizia; cioè di Dio; se muore nell’ira di Dio, a lo inferno; se muore in grazia, al purgatorio, senza schermi; cioè sensa defensioni? Come l’anima si parte dal corpo, per sè medesima va dov’ella è degna d’andare: ella medesma sè iudica e nulla difensione fa. Di che; ora riprende li omini de la superbia. Di che l’animo vostro in alto galla; cioè di che va in su e galleggia, l’animo vostro; cioè la volontà vostra 42! Voi siete quasi antonoma in defetto; cioè voi siete in defetto; cioè quando mancate de la vostra perfezione, quasi antonoma; cioè come cosa contra legge di natura, ab anti, quod est contra, et noma quod est lex; idest contra legem naturœ; e dice quasi, per mostrare che v’è differenzia, e non propiamente l’omo si può dire antonoma: ma quasi: questo vocabulo è greco e significa animale imperfetto: et altri libri diceno autonoma. Quale sia più propio detto io noll’ò trovato; tanto debbiamo 43 vedere che il seguente verso dichiara lo primo, e questo vocabulo: e però dice: Sì come verme, in cui formazion falla; cioè che non viene a compimento di formarsi. E così l’omo, quanto all’anima infine a tanto che non viene a la beatitudine, tutta via l’anima è imperfetta: imperò che li manca la forma beatificata, sensa la quale sempre è inquieta, siccome dice [p. 242 modifica]santo Agostino: Domine fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescamus in te.

C. X — v. 130-139. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore specifica la pena, che finge ch’avesseno coloro che si purgavano del peccato de la superbia nel primo balso, dicendo cosi: Come, per sostener solaio e tetto; per dare mellio ad intendere la pena dei superbi pone una similitudine de le imagini, che si scolpiscono nei capitelli de le colonne, o ne’ piumacciuoli de le travi, che si scolpisceno alcuna volta omini co le ginocchia al petto che paiano sostenere tutto quel carico, sicché chi li vede n’àe rancura; e però dice: Per mensola; questo vocabulo significa lo piumacciuolo o lo capitello o lo scedone o leoncello che si chiama, che sostiene qualche trave, talvolta una figura Si vede giunger le ginocchie al petto; perchè cosi è scolpita, La qual; cioè figura, fa del non ver: imperò che non è vero che quella figura senta gravessa di carico, e niente di meno pare a chi la vede ch’ella la senta e che nelli atti dica: Non posso più; e fanne increscere a chi la vede; e però dice: vera rancura; cioè vero increscimento, Nascere a chi lor vede così fatti; cioè a chi li vede così dipinti e scolpiti, Viddi io; cioè Dante, color; cioè quelle anime dei superbi, come ditto è di sopra, quando puosi ben cura. Ver è che più e men eran contratti; cioè sotto li grandi sassi che portavano addosso, Secondo ch’avien più e meno addosso; e per questo dimostra che i carichi non fusseno equali, E qual più pazienzia avea nelli atti; di quelli appenati, Piangendo parea dicer: Più non posso; cioè nelli atti; non però che ’l dicesse. Questa così fatta pena finge l’autore ch’abbiano l’anime di purgatorio, che si purgano del peccato de la superbia nel primo balso; cioè che vadano intorno al balso in su la prima cornice con grandissimi sassi addosso, disegualmente secondo che più e meno ànno peccato in sì fatto peccato; e ciascuna va piangendo, e qual più contratto e qual meno, secondo che era più gravato e meno gravato. E questa pena propiamente e debitamente si conviene a tale peccato: imperò che quello peso del sasso dà ad intendere la coscienzia de la grandezza de la superbia, e la duressa che il peccatore ebbe in questa vita ad uscire di quello, la quale grava lo capo del peccatore; cioè la memoria sua ch’elli n’àe, la quale è significata per lo capo, per ch’ella sta nel capo, come diceno li Naturali che la memoria è nel celebro, e fa ciascuno piegare a la terra col capo e ritornare in giuso, quando porta lo peso del peccato: imperò che ciascuno desidera e vorrebbe potere emendare la sua superbia; e tanto col volere s’aumilia, quanto s’inalsò per superbia, et anco più tanto quanto cognosce più valere la vertù. Ciascuno piange, perchè le lagrime sono segno di contrizione del cuore; e ciascuno dice: Più non [p. 243 modifica]posso: imperò cliche ciascuno à tanta contrizione, quanto a lui è possibile. Vanno in giro: imperò che come peccando andonno nel vizio in giro, raggirandosi ne le suoe specie; così conviene che sia penitenzia e la purgazione tanto, che si sodisfaccia a tutti li gradi et a tutte le specie sì, che niuna macchia rimagna non forbita e levata 44. E questo medesimo si verifica in quelli che sono nel mondo in stato di penitenzia; e però, allegoricamente parlando di quelli del purgatorio, intese di quelli del mondo: imperò che chi vuole fare debita penitenzia del peccato de la superbia, prima dè considerare la grandessa, duressa, e gravessa ch’àe avuto la sua superbia, e quella ricognoscere e ripensare; e questo è portare lo sasso in capo et in collo e piegarsi giuso a la terra, umiliandosi quanto si levò suso in superbiendo; e dè piangere per contrizione di tale peccato; e dè dire: Più non posso, mostrando a li altri che tanta contrizione n’abbia, quanta avere se ne può; e dè andare in giro ritrovando tutte le specie de la superbia ne le quali àe peccato, e di tutte avere debita contrizione tanto, che sodisfaccia ad ogni cosa; e però fece lo nostro autore questa finzione. E qui finisce lo canto x, incomincia lo xi.

Note

  1. C. M. dentro dalla porta del purgatorio,
  2. C. M. l’uscio che serra la porta, e l’uscio che tiene
  3. C. M. da l’intrata del purgatorio, o vero della penitenzia;
  4. C. M. alla misericordia perpetua.
  5. C. M. sit lumina fiere.
  6. C. M. et increpandoli da essa,
  7. C. M. per volere mostrare che lo quinto decimo
  8. C. M. questo mezzo,
  9. C. M. nelli altri due che seguitano; cioè xi e xii, finge
  10. C. M. alla fine della comedia.
  11. C. M. cingea lo secondo balso,
  12. C. M. stava ne l’aprire
  13. Esta; questa, dal latino iste, ista ec. E.
  14. C. M. foederis, ballando in abito
  15. C. M. di sè, odiandolo et essendoli
  16. S’arricordano. I nostri antichi, e il popolo toscano aggiunge un’ a in principio di alcuni verbi, come arricordarsi, assapere e tali altri. E.
  17. C. M. virtuosi contrari a la loro superbia potranno volentieri
  18. C. M. la cosa propriamente, com’ella è.
  19. Bibbia. Questo nome dato alla Storia santa, la quale chiamasi eziandio il Vecchio e Nuovo Testamento, deriva dal greco Βίβλος; libro, e vale il libro per eccellenza. E.
  20. Taule; Nei nostri antichi rinviensi talora l’ u nella vece di vo, come i Trovatori, che dissero faula, taula per favola, tavola. E.
  21. C. M. verga
  22. C. M. donna ditta di sopra, filliuola
  23. Pate; patisce, da patere. E.
  24. C. M. andandoci di rieto, giunto su convenia
  25. In quello che era intalliata; in che era ec. Questa ommissione dell’in avanti il relativo che ricorre frequentissima nei Classici nostri e nel domestico ragionare. Frate Guido da Pisa, rubr. xix «La notte che Troia fu presa»; in che Troia fu presa. E.
  26. C. M. l’uomo non si dè intromettere
  27. Fensi; si feno, si fecero, da fere. E.
  28. C. M. vestito umilmente
  29. Succedè, cadenza regolare dall’infinito succedere. E.
  30. C. M. arrecò in province,
  31. C. M. che rappresentava come
  32. C. M. cioè dallo
  33. C. M. l’angelo appare che dica
  34. C. M. risuscitarla,
  35. C. M. perchè s’erano fermati per aspettarli,— Stenno; stettero, formato dalla terza singolare, congiuntovi no, e raddoppialo l’n. E.
  36. Si; se, ad esempio della particella condizionale de’ Latini. E.
  37. C. M. ogni peccato è
  38. C. M. sono deietti in giù;
  39. Caulo; cavolo, come più addietro pag. 231 à adoperato taule per tavole. E.
  40. C. M. mitola,
  41. C. M. farfalla, o vero parpallione, e così
  42. C. M. la volontà vostra monta in alto! Già secondo il corpo non dè montare, che è corporale materia; nè secondo l’anima, che è dependente a Dio, al quale chi s’accosta sempre è umile; e mostrando la viltà del corpo dice: Voi
  43. C. M. debiamo sapere che ’l seguente
  44. C. M. e lavata.
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